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Pride (In the Name of Love). L’omaggio degli U2 a Martin Luther King

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Early morning, April four, Shot rings out in the Memphis sky, Free at last, they took your life, They could not take your pride / 4 aprile, mattino presto, Lo sparo nel cielo di Memphis, Libero infine, ti han tolto la vita, Non sapevano come toglierti l’orgoglio”. È così che recita un verso di Pride (In the Name of Love), brano degli U2 estratto come primo singolo dall’album The Unforgettable Fire del 1984.

Il pezzo della rock band irlandese è un inno all’attivismo non violento predicato da Martin Luther King Jr., assassinato il 4 Aprile del 1968 e un sentito omaggio a tutte quelle persone che, lottando per i diritti umani, la vita l’hanno persa.

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A volte si dice che i capolavori nascano per caso. Siamo nel 1983 e la band sta per esibirsi alle Hawaii, in occasione del War Tour. È il momento del soundcheck e The Edge, al secolo David Evans, chitarrista, pianista e anima del gruppo, inizia a strimpellare qualcosa per scaldare le dita. Quello che sta facendo ha un buon sound e il resto del gruppo inizia ad andargli dietro, dando vita a quello che sarà uno dei riff più distintivi del quartetto irlandese.

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Il testo della canzone, invece, ha un’origine diversa. Gli anni ’80 sono stati un periodo di crescente tensione politica per gran parte del mondo e per quello americano in primis. L’allora presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, fu protagonista di una rigida politica conservatrice e accompagnato da numerosi scontri con i movimenti di protesta dell’epoca, per tutta la durata della sua attività politica.

E proprio a Reagan, Bono e soci decisero di dedicare il brano, con un attacco nemmeno troppo velato, all’orgoglio del presidente che portò gli USA ad alzare il livello della sfida tecnologica e militare contro l’Unione Sovietica.

Furono le letture che Bono intraprese in quel periodo a dare una svolta radicale agli intenti della canzone. La biografia di Malcolm X e Let the Trumpet Sound: The life of Martin Luther King Jr. di Stephen B. Oates, spingono il leader del gruppo a riflettere maggiormente sui diversi approcci da seguire per ottenere l’uguaglianza dei diritti civili degli Stati Uniti. I due più grandi fautori dei movimenti pacifisti dell’epoca, furono quindi considerati da Bono figure ben più meritevoli d’attenzione.

È quella del dr. King, oltre a quella di Gesù, sempre presente nella vita di Bono, la figura che ha ispirato i versi di Pride. La traccia presenta evidenti riferimenti al martirio, contrapponendo l’immagine del pacificatore a quella di chi tende a “rovesciare”. È un’allusione alle figure di Gesù e Giuda quella che nella seconda strofa recita “un uomo è stato tradito con un bacio”.

È nel terzo verso, però, che l’immagine del reverendo King entra prepotentemente nella canzone. Se la vita di Martin Luther King è stata portata via, quegli uomini che l’hanno ucciso “non potranno mai portargli via il suo orgoglio”. Alla base del brano c’è una domanda che torna incessante nel ritornello, più e più volte: “Cosa può dare un uomo, in più rispetto alla sua stessa vita, in nome dell’amore?”. Ecco che si sposta l’attenzione sul martirio e su quelle persone che hanno perso tutto, mettendo in gioco se stessi, in nome dell’amore.

In quel periodo gli U2 sono reduci dal successo mondiale di War, primo album della band a raggiungere la vetta delle classifiche nel Regno Unito. Quello di Pride, però, è un esordio col botto e appena uscito, il brano si piazza al terzo posto della UK Single Chart ed entra prepotentemente nelle Top 10 europee. Negli USA, intanto, è il primo successo degli U2 a entrare nella Top 40, raggiungendo la 33esima posizione.

Da quel momento Pride diverrà una delle canzoni di maggior impatto del gruppo irlandese, non uscendo tuttavia indenne da alcune critiche. Secondo Rolling Stone, il brano degli U2 si baserebbe su di un arrangiamento e un giro di basso, tutto sommato semplici e piuttosto “ronzanti”. Critiche anche al testo definito “insignificante”, e allo stesso termine “pride” giudicato non appropriato per un uomo come Martin Luther King.

Lo stesso Bono avrebbe in seguito spiegato come quello di Pride sia nato come testo istintivo ed immediato e che, per volere della stessa band, aveva preferito focalizzarsi maggiormente sull’impatto emotivo del brano, rispetto a quello metrico e letterario. La canzone, inoltre, presenta un curioso errore storico. Come riportato nella strofa che apre l’articolo, infatti, Bono e compagni parlano di uno sparo che echeggia la mattina presto del 4 aprile. In realtà i colpi contro il reverendo King furono esplosi tra le 18:00 e le 19:00. Ecco perché il frontman del gruppo, nel corso di diverse esibizioni live, ha parzialmente corretto la strofa in “early evening”, al posto di “early morning”.

Sul retro della copertina del singolo campeggia la foto di Martin Luther King con una citazione tratta da un suo stesso libro del 1963 “The Strenght of Love” e che recita: “L’odio e l’amarezza non potranno mai curare la malattia della paura; solo l’amore può farlo. L’odio paralizza la vita; l’amore la rilascia. L’odio confonde la vita; l’amore l’armonizza. L’odio oscura la vita; l’amore la illumina”. Ed è toccante il momento in cui Bono, chiamato ad esibirsi in occasione del “We Are One” del 2009, a fine esibizione ha sottolineato come il sogno di King non fosse esclusiva del “sogno americano, ma anche un sogno irlandese, un sogno europeo, un sogno africano”.

Il messaggio del brano è tuttavia chiaro ed è impossibile ignorare la morale di fondo della canzone: “Il dr.King ci ha resi tolleranti in un momento di terrore. Ci ha mantenuti fedeli alla pace e alla comunità. Ci ha fatto credere nella gioia e nella giustizia. Ci ha mostrato la via per un’umanità condivisa. La voce del dr. King è più forte oggi di quanto non lo sia mai stata. È uno dei veri padri del nostro sogno americano”. Sono le parole con cui Bono ha ricordato Martin Luther King a 53 anni dal suo omicidio, durante un’intervista rilasciata a U2 X-Radio, l’emittente radio interamente dedicata alla band irlandese.

Ha visto cose che voi umani non potreste immaginarvi, francamente se ne infischia e la sera non va a letto presto. Pensa in fretta quindi parla in fretta, dal Daily Planet a The Walk of Fame, per un’offerta che non poteva rifiutare e la vita è una questione di riflessi. Ogni tanto dà la cera e toglie la cera ma nessuno può chiamarlo fifone. È un bravo ragazzo, beve Martini agitato, non mescolato e la vanità è decisamente il suo peccato preferito.

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G8 di Genova, 20 anni dopo le violenze su Rai3 il documentario “Noi che abbiamo visto Genova…”

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G8 genova carlo giuliani rai documentario

Il 20 luglio ricorreranno i 20 anni dalla morte di Carlo Giuliani. Il manifestante no global ucciso a Genova da un carabiniere durante le proteste per il G8 del 2001.

Furono giorni bollenti, di scontri, di battaglie per le vie del capoluogo ligure. Le forze dell’ordine, in particolare i dirigenti, furono sottoposte a pressioni e stress eccezionali. Da un parte richieste di pugno di ferro. Dall’altra la voglia di migliaia di persone che volevano urlare il loro dissenso. Anche in maniera forte. Oltranzista. Radicale.

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La Rai manderà in onda, nell’anniversario della morte del simbolo più tristemente noto di quei giorni, un documentario a riguardo. Sulla brutale repressione di alcuni corpi della forza pubblica che, tra spari ad altezza uomo e la cosiddetta “macelleria messicana” all’interno della scuola Diaz, dimostrò una notevole difficoltà di contenimento dei manifestanti.

“Noi che abbiamo visto Genova…”, in onda il 20 luglio su Rai3 in seconda serata e poi streaming su RaiPlay, racconterà del fallimento di quei giorni attraverso le parole di Giuliano Giuliani, papà di Carlo. Ma anche dell’attuale sindaco Marco Bucci e di quello di allora Giuseppe Pericu. E ancora Fausto Bertinotti, l’economista Carlo Cottarelli, il portavoce del Genoa Social Forum Vittorio Agnoletto.

Parleranno anche i giornalisti Massimo Calandri e Giovanni Mari e lo scrittore Carlo Lucarelli così come Bruno Pasolini, vittima degli abusi e dei pestaggi della caserma di Bolzaneto. Quella vicenda che da più parti è stata indicata come la più grave violazione di diritti della storia repubblicana dell’Italia.

Attraverso il racconto del giornalista Franco Di Mare verranno visitati i luoghi simbolo di quel delirio che fu il G8. Palazzo Ducale, Piazza Alimonda, la stessa scuola Diaz.

Quella Piazza Alimonda che dà il titolo ad una canzone di Francesco Guccini.

“Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
Ma come quella vita giovane spenta, Genova muore”.

Genova in quei giorni morì veramente. Nell’incapacità di chi doveva decidere e impedire che si verificassero determinate situazioni. Evitando di scendere al livello della rabbia, giusta o meno, dei manifestanti.

Il documentario della Rai non è certo il primo né l’ultimo sull’argomento. Libri, canzoni, rassegne video. Tra i tanti il film “Diaz-don’t clean up this blood”, con Claudio Santamaria ed Elio Germano, ha acceso ancora di più le luci dei riflettori sulla violenza perpetrata da alcuni reparti delle forze dell’ordine ai danni dei manifestanti.

I racconti, terribili, di chi visse sulla propria pelle quei momenti del G8 sono difficili da dimenticare. La violenta irruzione della Polizia all’interno della scuola genovese avvenuta il 21 luglio, il giorno dopo della morte di Carlo Giuliani, fu il triste esempio della sconfitta di tutte le parti in causa.

Una sconfitta che aprì una ferita ancora oggi difficile da rimarginare.

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Il ricordo di Gino Bartali: Uomo, Eroe e Campione

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Siamo nel 1914. Il 18 luglio, a pochi giorni dallo scoppio della Grande Guerra, nel piccolo centro toscano di Ponte a Ema, frazione contesa tra Firenze e Bagno a Ripoli, nasce Gino Bartali. La sua è una famiglia umile e di origine contadina. Per vivere, suo padre Torello accendeva i lampioni a gas mentre la mamma, Giulia, lavorava la rafia. Il suo incontro coi pedali avviene in giovanissima età. A casa i soldi erano pochini e Gino, appena tredicenne, inizia a lavorare nell’officina di biciclette di Oscar Casamonti, per 10 lire la settimana.

Eravamo poveri e ci volevamo bene. I primi soldini per comprarmi la bicicletta, li ho guadagnati che ancora portavo la cartella a tracolla, scegliendo con pazienza da grandi mucchi i fili di rafia di diverso colore, che per quattro danari, consegnavo agli artigiani della paglia. Se Anita e Natalina (le sorelle, ndr) non avessero levato dal gruzzoletto della dote il denaro che mancava: e mio padre non avesse completato il resto, alla bicicletta e alle corse non sarei mai giunto. Siccome non potevo andare a fare lo sterratore perché ero soltanto qualcosa più che un ragazzino e nemmeno potevo intrecciare la rafia (un mestiere da donna!) venni mandato da Oscar Casamonti, il biciclettaro”. Così raccontava Bartali in un’intervista a Mario Fossati, prestigiosa firma della Gazzetta dello Sport e La Repubblica.

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Inizia così, quasi per caso, una carriera durata un ventennio e una passione lunga una vita. L’esordio tra i professionisti avviene nel 1935, quando presentatosi da “indipendente”, si troverà a guidare la Milano-Sanremo, davanti a Learco Guerra. Arriverà settimo, per via di un guasto alla bici e dell’intromissione dell’allora direttore della Gazzetta, Emilio Colombo.

Bartali attira, così, le attenzioni delle maggiori squadre dell’epoca. Poco dopo firma per la Frejus, correndo il suo primo Giro d’Italia e piazzandosi al settimo posto, per poi passare alla Legnano, dove lo stesso Learco Guerra accetterà di fargli da gregario, aggiudicandosi la Maglia Rosa per la prima volta. Il destino, però, ci mette del suo e la tragedia è dietro l’angolo. A soli 20 anni, il fratello Giulio muore durante una corsa e Gino, devastato dal dolore pensa di chiudere col ciclismo. Il richiamo dei pedali, però, è troppo forte e la sfida (sempre viva) di dimostrare al padre che “anche quello del ciclista può essere un vero lavoro“, lo riporta in sella.

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Al suo rientro, Gino Bartali è ormai l’indiscusso numero 1 del ciclismo italiano. Nel 1937 bisserà il successo al Giro d’Italia ma, al Tour de France, dovrà ritirarsi per via di una rovinosa caduta che ne riacutizzerà la broncopolmonite di pochi mesi prima. L’anno successivo, riceverà il perentorio ordine da parte del regime fascista, di saltare il Giro d’Italia per preparare al meglio quello di Francia.

Trionferà oltralpe polverizzando ogni record e attirandosi le inimicizie del regime dopo aver dedicato le sue vittorie alla Vergine Maria, anziché al Duce. I suoi successi proseguono e nel 1940, Bartali sceglie come gregario al Giro, un giovane di belle speranze di nome Fausto Coppi. La gara parte come da pronostici e Gino si piazza subito in testa. Durante la competizione, però, il toscano cade infortunandosi e la squadra decide di puntare sul nuovo arrivato. Bartali, coriaceo e sbuffante come di consueto, accetta fornendo un aiuto decisivo al ciclista piemontese.

Al momento di scalare le Alpi, però, nasce uno degli episodi più belli dello sport italiano. Bartali si trova nuovamente in testa, davanti allo stesso Coppi che, alle prese coi crampi, sta pensando al ritiro. In preda al furore agonistico, il toscano torna indietro, getta Coppi nella neve per rinfrescarlo e, a suon di insulti, riesce a farlo montare nuovamente in sella gridandogli il famoso: “Coppi, sei un acquaiolo! Ricordatelo! Solo un acquaiolo!”. Fu Coppi, alla fine, a vincere il Giro d’Italia. È l’inizio della rivalità che spaccherà in due l’Italia del secondo dopoguerra.

la scena delle alpi, tratta da “gino bartali – l’intramontabile” del 2006

Da quel momento, proprio la Guerra mise fine alle competizioni sportive per cinque anni, assestando un duro colpo alla carriera di entrambi i ciclisti, in special modo a quella di un Bartali già maturo. Coppi finisce in Africa, prigioniero degli inglesi; Gino, invece, proprio lui che aveva sempre ricusato il credo fascista, si trova costretto ad indossare la divisa della Guardia Nazionale Repubblicana.

RIVALITA’ E RISPETTO

Il 15 giugno 1946, il Giro riprende. E a contendersi la Maglia Rosa ci sono ancora loro. Coppi e Bartali. Bartali e Coppi. Protagonisti di una rivalità accesa come poche altre. E se Coppi, alla ripresa dopo la Guerra, pareva lanciato verso successi irraggiungibili. Fu Gino Bartali, dato da molti per “finito”, a ruggire ancora e ancora. Il vecchio leone toscano, mai domo e sempre pronto a piazzare la zampata vincente. Ancora nel 1946 trionfa al Giro d’Italia e nel ’47 alla Milano-Sanremo. Ma il vero miracolo avviene nel 1948, con un’Italia sotto choc per l’attentato a Togliatti. Gino Bartali stravince il Tour de France, davanti al super campione transalpino Bobet, tra lo stupore del pubblico di casa.

Al di là di vittorie, quella tra Bartali e Coppi fu una rivalità sana. Di quelle che fanno bene alla nazione e portano in alto lo spirito sportivo. Il comunista e il democristiano. Nel cuore dei tifosi c’è, però, un’immagine che rimane indelebile. È quella della foto scattata durante una tappa del Tour del 1952. Il momento dello scambio della borraccia con l’amico-nemico di sempre. Quello stesso Fausto Coppi che, il 17 luglio del 1949 gli lascia vincere una tappa del Tour urlandogli: “Tanti auguri, Vecchiaccio!”.

“GIUSTO TRA LE NAZIONI”

Durante la Seconda guerra mondiale, l’impiego di riparatore di ruote di biciclette fu una perfetta copertura per la reale attività del toscano. Durante il conflitto, infatti, sono numerose le testimonianze che vedono Gino Bartali, per conto dell’organizzazione clandestina DELASEM, fare la spola tra la toscana, il Vaticano e Assisi, trasportando nel telaio della bicicletta documenti falsi per gli ebrei perseguitati. La vicenda venne a galla negli anni ’80, con Assisi Underground, una produzione Rai che raccontava il ruolo della cittadina umbra in favore degli ebrei.

All’inizio arrivava fino a Genova, dove prendeva i soldi che venivano da un’organizzazione per la salvezza di quel popolo. Sulla strada del ritorno si fermava spesso alla Certosa di Lucca, da padre Costa, che nascondeva tante persone. Finché qualcuno non fece la spia. Arrivarono i nazisti, fucilarono tutti. Il nonno rimase colpito e non ci tornò più, nemmeno dopo la guerra. Cambiò percorso, arrivando ad Assisi. Andata e ritorno nella stessa giornata. Più di 340 chilometri nelle gambe”. Così racconterà anni dopo, la nipote Gioia.

Nonostante le tesi discordanti al riguardo, furono quelle azioni a convincere lo Yad Vashem (l’Ente nazionale per la Shoah di Gerusalemme), a dichiarare Bartali “Giusto tra le nazioni”: il riconoscimento per i non ebrei che hanno rischiato la vita, salvando quella anche di un solo ebreo durante le persecuzioni naziste.

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INFLUENZE

La figura di Gino Bartali è stata, nel corso degli anni, oggetto di numerosi omaggi in diversi campi. “Quel naso triste come una salita, quegli occhi allegri da italiano in gita”. Così canta Paolo Conte nel brano del 1984, ripreso in seguito da Enzo Jannacci, ricordando quella caduta che, in gioventù, spedì Gino in prognosi riservata e che gli “regalò” quella cicatrice a stella proprio sul nasone prominente. E ancora ricordiamo la miniserie prodotta da Rai Gino Bartali – L’intramontabile con Pierfrancesco Favino nei panni del campione toscano. Fino alle partecipazioni, dello stesso Bartali, ai film Totò al Giro d’Italia (1940) e Femmine di lusso (1960).

Omaggi e ricordi di una delle più grandi figure sportive italiane di sempre. Gino Bartali è stato questo: Campione due volte. In bicicletta e nella vita. “Il leone di toscana”, il “Ginettaccio” nazionale. Semplicemente l’Uomo, l’Eroe, il Campione.

Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima e non alla giacca“ – Gino Bartali

Photocredit by Google Creative Commons

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Villa Medici ospita il fotoreporter Martin Parr

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Villa Medici Martin Parr Maurizio Cattelan

A Roma, dal 2 luglio al 31 ottobre 2021, l’Accademia di Francia – Villa Medici, ospiterà “VillaToilet MartinMedici PaperParr”, esposizione che unisce il lavoro di Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari (curatori del magazine Toiletpaper) con quello di Martin Parr (fotoreporter britannico, precursore della fotografia a colori) in un itinerario stracolmo di colori.

Il percorso espositivo presenta oltre quaranta immagini che occupano un ampio spazio di Villa Medici, architettato da Alice Grégoire e Clément Périssé, in cui i visitatori possono vagare liberamente scegliendo il punto d’inizio e di fine, allontanandosi o avvicinandosi alle opere a loro piacere

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L’esposizione raccoglie e accosta le immagini più iconiche degli archivi prolifici dei tre artisti succitati. Il corpo umano, il cibo, gli animali sono i motivi ricorrenti di questo progetto fotografico che interroga la nostra ossessione contemporanea, il nostro uso-abuso delle immagini.

Troviamo le foto su grande o medio formato, appese su alberi o poggiate su monumenti. Altre invece sono stampate su delle sdraio che consentono al pubblico di prendere una pausa prima di continuare a vagare in questo labirinto di fotografie surreali che sposano il paesaggio in un gioco di rapporti che sottolinea lo spirito graffiante e impertinente dei loro autori.

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