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Preghiere, urla, disinformazione: Live – Non è la D’Urso non conosce vergogna né limiti. Qualcuno ci salvi da questo scempio

Federico Falcone

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Quanto andato in onda ieri sera su Canale 5, nell’ambito del programma “Live-Non è la D’Urso” è probabilmente tra le pagine più squallide della storia della televisione italiana. Uno “show” – virgolette d’obbligo – che non solo ha rilevato una pochezza di contenuti talmente miserabile che non meriterebbe neanche la terza, la quarta serata, ma che ha manifestato, una volta di più, come il concetto di trash possa reinventarsi di volta in volta, riuscendo a superarsi per raggiungere vette di disgusto sempre più elevate. Basta sedersi a tavolino e studiare il tutto, preconfezionarlo e non preoccuparsi minimamente delle conseguenze. In questo, chi era presente ieri nello studio della conduttrice partenopea, è tristemente magistrale.

Insolenza, menefreghismo, strumentalizzazione e speculazione, modi di fare che abbiamo imparato a conoscere bene in questi anni, grazie anche, e soprattutto, a Barbara D’Urso, indiscussa regina della peggiore televisione propinabile all’essere umano, e al leader leghista Matteo Salvini, vero portabandiera della comunicazione più sfacciata, provocatrice e spesso priva di contenuti. Peccato, però, che quest’ultimo, oltre a cercare ogni appiglio possibile per comparire e dire la sua – nei modi e nelle maniere che bene conosciamo – spesso e volentieri non faccia i conti con la realtà, ossia con concetti come decoro, morale, rispetto, sobrietà. Tutto ciò che l’ex Ministro dell’Interno ha in più occasioni ignorato, riuscendo nel suo intento di catturare l’attenzione. Quello si, gli riesce bene. Poco importa – a lui, non a noi – se lo fa nei modi peggiori.

Ciò che ieri si è visto e vissuto in diretta su Canale 5 è stato triste. Un teatrino sapientemente costruito sull’onda della spettacolarizzazione, perfettamente eretto sul trono della più desolante e aberrante speculazione politica, vergognosamente basato sulla più lugubre strumentalizzazione religiosa. Barbara D’Urso e Matteo Savini hanno pregato insieme, in diretta televisiva, recitando l’Eterno Riposo per omaggiare coloro che a causa del Coronavirus hanno perso la vita. Da un lato c’era la conduttrice napoletana, che ha tenuto a farci sapere che per lei non è una novità, dall’altro il leader del Carroccio che ha addirittura affermato “mi tolgo dieci secondi per pensare a coloro che sono morti e ci guardano da lassù“.

Si, avete capito bene. Salvini ha precisato che avrebbe avuto piacere a privarsi del suo tempo per pregare in diretta tv. Privatamente lo avrebbe fatto? Si sarebbe privato dei suoi preziosi dieci secondi? Tutto ciò sarebbe accaduto se, non più tardi di tre giorni fa, Papa Bergoglio non avesse chiesto l’indulgenza plenaria in una piazza San Pietro vuota, tetra, ferita, spoglia e priva di quella vitalità che abbiamo conosciuto e apprezzato in tutti questi decenni? Un fatto storico, rarissimo, solenne.

No, non sarebbe accaduto. Quanto visto ieri è frutto di quella perversione massmediatica chiamata “cavalcare l’onda”. Dell’umore pubblico, dell’informazione, di tutto ciò che fa parlare di sé. Tutti ne avremmo fatto volentieri a meno. I commenti sui social network sono lì a dimostrarlo. Qualcuno parla di “reazioni contrastanti”, ma non è per niente vero, la censura c’è stata all’unanimità e chi ha espresso parere contrario è stato – per quanto giusto, legittimo e doveroso (siamo pur sempre in una democrazia, per fortuna) – una voce fuori dal coro. Un episodio bruttissimo che getta ombra non tanto sulla fede, che non c’entra assolutamente nulla con l’avanspettacolo visto ieri sera (quella è ben altra cosa), ma sull’opportunità di imbandire uno show così falso, miserabile e insultante verso chi, alla fede e al rosario, crede per davvero.

Il tutto per cosa? Per audience. Per appeal politico. Per far parlare di sé. E, in effetti, l’obiettivo è stato raggiunto. Ma nel modo peggiore. Esattamente come lo ha raggiunto l’ex europarlamentare Alessandra Mussolini – anche lei presente in collegamento – che, non si sa bene per quale motivo e in virtù di chissà quale competenza scientifica, ha addirittura provato a mettere a tacere il professore Giovanni Rezza, direttore del dipartimenti di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore della Sanità. Per quale motivo? Perché secondo lei il professore non conosce la materia. Lei, invece, ha spiegato come il virus sarebbe nato. Disinformazione allo stato puro. In un momento così drammatico quale è quello che stiamo vivendo. Tutto ciò è folle e inaccettabile. Qualcuno ci salvi dal Coronavirus, ma anche da questo schifo che si vede in diretta televisiva.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Parte il processo per i falsi di Modigliani: nuovi testimoni e danni per mezzo miliardo di euro

Federico Falcone

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E’ tra le truffe più note della storia dell’arte, di cui ancora oggi si parla. Era il 1984 e tre ragazzi livornesi sbuggiardarono – perché, siamo sinceri, di questo si trattò – l’autoreferenzialità del sistema artistico e museale italiano, mettendo in atto un raggiro talmente ben confezionato che neanche i più illustri critici riuscirono a riconoscere. Non sul momento, per lo meno. Il 24 luglio del 1894 passerà alla storia come il giorno della “beffa di Livorno” che riguardava il grande Amedeo Modigliani.

Nel fosso reale di Livorno tre studenti ritrovarono, “casualmente uscite fuori dal niente”, tre teste. Non umane, ovviamente. O meglio, non umane in senso biologico ma umane in senso artistico-figurativo. Le opere vennero, con troppa fretta e superficialità, attribuite ad Amedeo Modigliani, pittore e scultore nato a Livorno il 12 luglio del 1884 e morto a Parigi il 24 gennaio del 1920. Celebre per i suoi sensuali nudi femminili e per i ritratti caratterizzati da volti stilizzati, colli affusolati e sguardo spesso assente, l’opera di Modigliani ha caratterizzato il periodo a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

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Quell’anno ricorreva il centenario dalla sua nascita e il ritrovamento di tre opere fino a quel momento non censite venne considerato come un evento nell’evento. Ed effettivamente fu una grande scoperta. Peccato che la storia andò diversamente e che in omaggio al principio del “non è tutto oro ciò che luccica”, l’entusiasmo per la straordinaria scoperta lasciò ben presto il posto a qualcos’altro.

Per circa due mesi si dibatté sulle opere, sulla loro paternità, sulla loro provenienza sulla loro autenticità. Furono scomodati praticamente tutti i più grandi esperti e critici dell’arte, da Argan a Brandi, da Ragghianti a Carli, tutti convinti della originalità delle opere. Anche l’allora restauratore capo della Galleria Nazionale d’arte moderna firmò sull’autenticità. Fino alla scoperta che gettò imbarazzo su quel mondo artistico così autoreferenziale e pieno di sé. I tre ragazzi, in televisione, furono perfettamente in grado di replicare una delle tre teste. Capitolo chiuso.

E’ notizia di questi giorni che si sono costituiti parte civile il Palazzo Ducale di Genova e tre associazioni di consumatori nel processo per i falsi Modigliani, i venti dipinti attribuiti al maestro di Livorno sequestrati nel 2017 mentre erano esposti in una mostra in corso a Genova.

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Come riporta il sito Genova24.it “a processo, per truffa, falso e contraffazione di opere, ci sono sei persone: Massimo Zelman, presidente di Mondo Mostre Skira, che organizzò la mostra, Joseph Guttman, mediatore originario dell’Ungheria con base a New York e proprietario di molte delle opere sequestrate, il curatore della mostra Rudy Chiappini, italiano trapiantato in Svizzera, Nicolò Sponzilli, direttore mostre Skira; Rosa Fasan, dipendente Skira, Pietro Pedrazzini, scultore svizzero, proprietario di un “Ritratto di Chaim Soutine” che secondo gli investigatori piazzò come autentico pur sapendolo falso”.

“Secondo gli investigatori, coordinati dal procuratore aggiunto Paolo D’Ovidio, attraverso l’esposizione alla mostra si voleva rendere autentiche delle opere false per acquisire una maggiore quotazione e rivenderle a prezzi stellari nel centenario (caduto lo scorso anno) della morte di Modì. Per i legali degli imputati, invece, le opere sono autentiche. Il processo proseguirà il prossimo cinque marzo”.

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Alda Merini, il “silenzio rumoroso” della poetessa dei Navigli

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Donna fra le donne, personaggio controverso e a volte difficile da comprendere fino in fondo. Il mondo di Alda Merini (1931- 2009) è quello della fantasia, della sensibilità e dei sogni, in cui si colgono cose che chi vive il frenetico quotidiano non riesce a intuire.

Per questo oggi leggiamo “I poeti lavorano di notte”. È tratta da Testamento, raccolta edita da Crocetti nel 1988, nella cui prefazione Giovanni Raboni parlò dei versi della Merini come di “crepe istantanee e terrificanti, bagliori di un altro mondo”. Rappresenta quasi un manifesto poetico.

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Alda Merini racconta come il ruolo del poeta, durante la notte, diventi un vero e proprio lavoro da portare a termine, reso ancora più dolce e proficuo dall’affascinante e quieta atmosfera notturna. In un tempo senza tempo, in cui tutto tace, in cui la cognizione cessa di esistere e la ragione si china davanti al grido interiore.

In quel tempo senza luci e rumore assordante, lì, l’uomo si fa poeta, prende le vesti di cantore dell’anima, e incomincia a scrivere. La poesia del resto è una forma espressiva che presuppone una condizione di silenzio, per sua natura infatti è in antitesi rispetto allo stress e al caos. Questo quindi ci riporta al ruolo che la poesia dovrebbe avere: fare rumore, esplodere in un “silenzio rumoroso” capace di scuotere gli animi e incantare chi legge.

Ogni poeta può rivedersi in questo componimento della “poetessa dei Navigli”. 

I poeti parlano di notte

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.

I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.

Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.

Di Erica Ciaccia

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Coronavirus: morto Larry King, celebre il suo show sulla CNN

Redazione

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È morto Larry King, celebre conduttore televisivo statunitense celebre principalmente per il suo omonimo show, andato in onda sulla CNN dal 1985 al 2010 per la bellezza di settemila puntate. Aveva 87 anni e da tre settimane era ricoverato al Cedars Sinai Medical Center di Los Angeles perché positivo al Coronavirus. Il virus purtroppo ha avuto la meglio.

Larry King era affetto da patologie pregresse, principalmente il diabete di cui soffriva da anni, così come di problemi cardiaci. Nel 1987 ebbe un attacco di cuore e venne operato per l’installazione di cinque bypass. Nel 2017 era stato operato per un tumore ai polmoni. Nato come Lawrence Harvey Zeiger a New York il 19 novembre del 1933 aveva mosso i primi passi da giornalista proprio nella Grande Mela Prima di avere successo, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, anche in Florida come speaker e radiofonico in quel di Miami Beach. Sul finire dei Settanta ritorna a New York per commentare i campionati di football americano.

Alla carriera da giornalista e conduttore televisivo ha affiancato il suo impegno sociale da filantropo. Sul finire degli anni Ottanta fondò la Larry King Cardiac Foundation con la quale sosteneva le spese cardiache per i più poveri. In carriera ha collezionato più di cinquantamila interviste.

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