Connect with us

Interviste

Positività e divertimento, la nostra musica per allietare l’estate: gli As Clouds si presentano a The Walk Of Fame

Federico Falcone

Published

on

Gli As Clouds sono una band pop-rock di Ancona così composta: Eleonora Campobassi (voce), Rino Castellano (voce e tastiere), Alessio Baldelli (basso), Luca Pio Consilvio (chitarra), Pietro Ricci (batteria). Hanno debuttato nel mercato musicale italiano con un album di sette tracce, “My Soul”, pubblicato nel 2017, di cui sono state stampate e vendute 300 copie fisiche. Questo primo progetto è stato seguito da un singolo, uscito sui digital stores nel 2020, dal titolo “Binario numero 3”. Attualmente la band è nuovamente al lavoro su un secondo album inedito, ma con grandi cambiamenti.

Ciao, ragazzi, benvenuti su The Walk Of Fame. Volete descriverci “Fino all’Alba”, singolo che anticipa il vostro ep?

Certamente! Diciamo che per noi questo pezzo è tutt’altro che un inedito, infatti fu scritto dal nostro tastierista Rino ben 3 anni fa. Nulla a che vedere con la versione attuale, tant’è che per vari motivi è sempre rimasta solo una demo. Lo scorso anno però in fase di registrazioni è saltata fuori così all’improvviso, quasi per gioco, nel quale abbiamo però voluto sperimentare e osare, spingendoci su un pezzo più estivo e che potesse far venire voglia di ballare. Il nostro nuovo progetto aveva bisogno di un brano così.

Fin dal primo ascolto si percepisce l’atmosfera estiva, tipicamente spensierata. Visto il periodo che stiamo vivendo, è una scelta voluta?

La scelta non è stata casuale: il brano sia per le sonorità che per il testo è per noi una sorta di regalo verso chi ci ascolta e chi apprezza il nostro operato. Sono stati mesi molto duri, che hanno messo alla prova chiunque e adesso, che iniziamo a vedere uno spiraglio di luce in fondo al tunnel, ci sembrava doveroso pubblicare un pezzo che potesse riportare il sorriso. Due persone che dialogando fra loro rievocano i bei momenti insieme, immersi in una cornice estiva: questo è Fino all’alba

Cosa potete anticiparci dell’ep?

La cosa più sicura è che non ha nulla a che vedere con l’ep pubblicato 3 anni fa (“My Soul”). Non solo perché da allora anche la formazione è cambiata, ma anche per via delle nuove sonorità acquisite che questa volta fanno da sfondo a testi in italiano e non più in inglese. Abbiamo deciso di cavalcare un’onda synth-pop che potesse caratterizzarci il più possibile e che potesse trasmetterci la giusta carica all’ascolto, ma soprattutto quando – speriamo presto – potremo suonarle nuovamente dal vivo.

Quali sono le band che hanno maggiormente influenzato il vostro sound?

Non ci sono band/artisti in particolare a cui abbiamo fatto riferimento, diciamo che siamo stati un po’ eclettici nella realizzazione del nuovo album: abbiamo preso ciò che ci attirava di più dell’odierna scena it-pop e abbiamo cercato di renderla nel nostro stile, sfruttando l’unione di una voce femminile con quella maschile. I synth fanno da protagonisti in quasi tutti i brani, quindi non si può negare un richiamo a band come Thegiornalisti o Canova, seppur i pezzi abbiano tutta un’altra attitudine

Come è cresciuta la band dal 2017, anno del vostro esordio, a oggi?

La band da allora è cresciuta tantissimo ma non solo da un punto di vista musicale. Quando nacque questo progetto eravamo tutti liceali del terzo/quarto superiore. Ora invece siamo tutti universitari e qualcuno è anche prossimo alla laurea. Di cose ne sono successe e siamo maturati molto. Questa cosa ha naturalmente influito anche sulla nostra musica, rendendoci più obiettivi, autocritici e consapevoli di quel che stavamo facendo. Ci abbiamo messo più impegno e tanto tanto cuore, sperimentando e osando, noncuranti del feedback futuro

Quali sono i progetti per l’immediato futuro? Pensate di poter suonare a qualche appuntamento dal vivo?

Sicuramente il nostro unico obiettivo al momento è quello di raggiungere più gente possibile: la nostra musica deve arrivare ovunque e non importa con che mezzi. Vogliamo che questo progetto sia per noi il punto di svolta che possa permetterci non di diventare famosi – perché non è a quello che ambiamo – bensì di suonare in tutta Italia, anche nei posti più assurdi, con persone sotto al palco che cantano insieme a noi, rendendoci fieri del nostro operato. Purtroppo, la situazione post-lockdown ha messo in ginocchio molte piccole realtà e opportunità della nostra città/provincia e per questo sarà dura ripartire con la musica dal vivo. Confidiamo però nel fatto che la musica ancora una volta possa aiutare le persone, cercando di organizzare eventi al fine di fornire supporto ai piccoli locali della nostra zona, e cercando di farlo nel modo che amiamo di più: suonando e divertendoci.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Interviste

La ricezione artistica di Halloween: intervista all’illustratrice Diana Gallese

Sophia Melfi

Published

on

Cosa rende la festa di Halloween così intrigante? Forse, come per la gran parte degli eventi e dei culti popolari, è il sentimento che si ha verso di essi e l’immaginario creatosi nel tempo ad incuriosire maggiormente le persone. E sono proprio sentimenti ed immaginari a scatenare la fantasia di scrittori, artisti e musicisti che negli anni hanno avuto modo di trasmettere attraverso testi, tele e sinfonie la propria idea di Halloween.

Mi lascio fluire ed ispirare dalle fasi lunari, dal suono del vento, dal contatto con la natura, dall’energia che rilascia un momento appena trascorso che assimilo per poi liberarlo su carta, con pennelli e colori.

Questa è la ricezione artistica dell’illustratrice editoriale Diana Gallese che, da sempre, attinge ad un immaginario noir, gotico e decadente, fonte inesauribile d’ispirazione per le sue rapsodie di colori e grafite.

Halloween si avvicina e non potevamo non incuriosirci alle tue illustrazioni gotiche dalle atmosfere grandguignolesche. Com’è nata la passione per questo tipo di arte?

“C’era una volta…una bambina che non riusciva a smettere di disegnare…cose strane!”, ecco direi che nasce da qui. Sono cresciuta tra gli odori di pagine di libri, tra poesie decadenti e fiabe nere, con le mani sempre piene di colori e grafite, pervasa dal desiderio continuo di voler donare un segno al suono delle parole che leggevo. La mia testa è da sempre un mosaico di immagini, nel loro continuo vortice, a cui sento il bisogno di donare una quiete, un corpo di carta e colore.

Tutto è divenuto più concreto, nel 2019, quando la mia tesi di laurea all’Accademia di Belle Arti di Macerata è stata adottata dalla casa editrice Officina Milena, ed è iniziata ufficialmente la mia carriera da illustratrice editoriale. Non mi sento di definire l’arte “la mia passione”, in realtà è molto di più: è il mio modo di esprimermi, l’unica lingua che io riesca davvero a parlare.

Sfogliando le tue pagine social, ho notato che associ spesso i tuoi lavori ad altre forme d’arte quali la poesia e la musica. Puoi parlarci dei progetti in cui sono confluite queste collaborazioni?

Calliope ed Euterpe, sono da sempre le mie Muse, a cui volgo lo sguardo quando sento il bisogno di far fluire un’immagine, o viceversa quando ho già un’immagine che necessita di essere accompagnata. Edgar Allan Poe, W. B. Yeats, Edgar Lee Masters sono i poeti che più di altri accompagnano le mie visioni, spesso create sulle dolci note nere di Ólafur Arnalds, dei Nox Arcana o sui suoni spettrali dei Cradle of Filth.

Sono devota alla commistione tra le arti, al dialogo fluido che può nascere dal loro incontro, quando la matita sfiora un suono e riesce a darne forma.

Nelle mille strade che percorro ogni giorno, ho avuto il piacere di incontrare delle anime  con cui condividere modi di sentire e visioni; tra queste c’è Maurizio Di Berardino, musicista elettronico e compositore: la nostra è una collaborazione giocosa fatta di copertine di libri, dischi, e disegnini, accompagnata dal nostro motto “è sempre l’ora del tè e di nuovi progetti!” Per lui ho realizzato le illustrazioni di copertina delle trascrizioni di “ Barcarola Op. 19” di F. Mendelsohnn, “The snow is dancing” di Debussy per vibrafono e marimba, di “Two studies for Marimba” e dei suoi due ultimi manuali di programmazione “Introduzione a PureData”, e “Organelle”, tutti disponibili su Amazon.

Stiamo anche ultimando “Quarantine sound diary”, il nostro diario pandemico composto da suoni quotidiani e linee di carboncino che avrà presto modo di approdare in uno spazio fisico oltre che virtuale. Sulla stessa strada ho incrociato l’animo elegante di Roberto Bisegna, chitarrista, compositore e didatta; per lui ho realizzato la copertina di “Circles”, il suo ultimo album musicale. Il nostro è un dialogo onirico-metafisico che vedrà presto nuove luci.

Infine, i miei passi hanno sfiorato i magici sentieri di Alberto Nemo, artista e musicista rodigino; un intrico di parole, suoni e visioni ha dato vita a “Didì disegna Nemo”: una serie di illustrazioni nate dalla necessità di voler disegnare un suono. Per lui ho realizzato l’illustrazione di copertina del suo trentanovesimo album “Aspidistra”, uscito il 15 Ottobre e prodotto da MayDay.

Il tuo stile ha un background horror, macabro ma anche onirico e astratto. A quale immaginario o contesto ti ispiri maggiormente?

Ritrovo parti di me stessa nell’ immaginario fiabesco dei fratelli Grimm, nelle vecchie leggende irlandesi, nei canti ossianici, nei racconti popolari di streghe e fantasmi, nello “Sturm und drang”, nei “fiori del male” di Baudelaire.


Mi lascio fluire ed ispirare dalle fasi lunari, dal suono del vento, dal contatto con la natura, dall’energia che rilascia un momento appena trascorso che assimilo per poi liberarlo su carta, con pennelli e colori.
Echi fiabeschi e romantici sono i miei ingredienti preferiti, e sono presenti anche nella mia prima pubblicazione “La Leggenda di Sleepy Hollow”, edito con Officina Milena: sfogliandolo potreste essere galoppati “a spron battuto sulle ali del vento” in groppa al tenebroso Cavaliere senza testa, diretti verso la valle incantata e finire così preda di “estasi e visioni”. Alcune delle mie illustrazioni sono citazioni, elogi a grandi maestri d’arte, esse si staccano dalla loro immobilità di “olio su tela” e fluiscono nella narrazione illustrata.

Hai qualche progetto in cantiere per Halloween? Cosa rappresenta per te questa festa dal punto di vista artistico?

“Nella notte di Samain ci sono più anime in ogni casa che granelli di sabbia in riva al mare”, recita un antico proverbio bretone riguardante la notte di Halloween. Samhain, il vero nome di Halloween, è da sempre la mia festa preferita, ed ogni anno ho creato eventi artistici a tema, esposizioni per adulti o presentazioni di libri con laboratori creativi per i bambini.

A causa dell’emergenza coronavirus, non sono previsti eventi in presenza, ma sto lavorando ad una presentazione virtuale, che uscirà proprio il 31 Ottobre dove parlerò dell’ultimo libro per ragazzi che ho illustrato: “I misteri di Pianodoro”, di Mariagrazia Giuliani edito da Officina Milena.

Se potessi reincarnarti in un artista del passato chi sceglieresti e perché?

Odilon Redon, per divenire parte del suo Nero.

Bisogna rispettare il nero. Nulla può corromperlo. Non piace agli occhi e non risveglia alcuna sensualità. E’ un agente dello spirito molto più che il più bel colore della tavolozza o del prisma.

REDON A FRONTFROIDE, SETTEMBRE 1910

Continue Reading

Interviste

Maximilian Nisi è Giuda, l’uomo dal cuore nero

“Giuda era un uomo, non era Dio, e in quanto tale era imperfetto, egoista, limitato. Accettare quest’idea potrebbe essere un modo per capirlo”

Antonella Valente

Published

on

Mancano pochi giorni alla messa in scena di “Giuda“, monologo di Raffaella Bonsignori, a cura di Maximilian Nisi, che dal 29 ottobre al 1 novembre sarà al Teatro Lo Spazio di Roma.

Un testo sul cattivo biblico per eccellenza, l’uomo che l’umanità ha messo sotto accusa e che esce allo scoperto per dare la sua versione dei fatti. “Giuda”, interpretato dallo stesso Nisi, racconta la sua verità, riscrivendo i confini del suo rapporto con Cristo.

Ne abbiamo parlato con il protagonista, l’attore e regista teatrale Maximilian Nisi.

Giuda rappresenta la parte peggiore dell’uomo o quella più naturale?

Giuda è per antonomasia il traditore, l’infedele, il figlio della perdizione, l’uomo dal cuore nero, il bugiardo orgoglioso ed ambizioso, la persona di cui non ci si può fidare. Io credo che sia stato certamente un peccatore e che sicuramente ha sbagliato, commettendo il suo peccato nel modo più eclatante possibile, ma chi può dire di non aver mai, in vita propria, tradito qualcuno o qualcosa? Gli studi psicologici e criminologici hanno rivelato che, in ognuno di noi, esiste una parte primordiale che non è né bene né male, semplicemente “è” e segue il proprio egoismo, il proprio piacere, la propria sopravvivenza. Giuda è un uomo e, come tale, è un contenitore di contraddizioni: amore e peccato, azioni giuste ed errori. Ovviamente, il suo tradimento non è solo una risposta alle istanze primordiali, poiché è determinato dalla volontà, dal libero arbitrio. Ha scelto. Ma cosa ha scelto? Ha scelto di tradire Gesù, di vederlo morire? O ha scelto, in modo errato e balordo, di aiutarlo a realizzare il suo disegno divino? Giuda è un insieme di domande senza risposte.

Qual è il limite che Giuda incontra nell’esercitare il suo amore? Nell’interpretare questo ruolo, la tua visione sulla sua figura è mutata o è rimasta inalterata rispetto a prima?

Ho studiato il testo che Raffaella ha scritto per me, ma ho anche ragionato con lei sui libri che entrambi abbiamo letto e che ci hanno fatto viaggiare verso questo meraviglioso personaggio. In questo modo ho creato un mio legame con lui. Ho sempre desiderato capire il motivo per cui Giuda ha tradito. Le Scritture parlano di tradimento, è vero, ma il finale è aperto, subordinato al libero arbitrio. Non penso che l’abbia fatto per bramosia di denaro, era ricco non ne aveva bisogno, credo invece che abbia agito così perché incapace di accettare un regno che non appartenesse al mondo terreno e che non fosse in grado di comprendere la grandezza della parola di Cristo. Ha tradito per metterlo alla prova, per stimolare reazioni che infine ci sono state, ma non come le avrebbe volute lui, ovviamente. Ha decretato, così, la fine dell’amico, dell’amato maestro e la propria condanna eterna. 

“Giuda come emblema delle fragilità dell’uomo moderno”: quest’ultimo, per non incorrere nel peccato, di cosa avrebbe bisogno?

Di comprensione. So che è un assurdo ma questa potrebbe esser una via. Amare è difficile. Chi tradisce, spesso, lo fa per paura, per infelicità, per incapacità di provare dei sentimenti, per sofferenza, insicurezza o disperazione. A volte si tradisce per cercare di far qualcosa di buono che infine non riesce. Giuda era un uomo, non era Dio, e in quanto tale era imperfetto, egoista, limitato. Accettare quest’idea potrebbe essere un modo per capirlo. Credo che anche l’uomo contemporaneo abbia bisogno di questo. In questo difficile momento che tutto il mondo sta attraversando a causa della pandemia, ho sentito spesso dire che l’uomo sarebbe diventando migliore, eppure è molto facile vedere quanta aggressività ci sia in giro, quanto desiderio non già di giudicare gli altri, ma di condannarli senza alcun processo. Non dico che non si debbano far notare gli errori a chi sbaglia, ma chi non perdona è incapace di amare. Dio è misericordia infinita, infatti, e nella sua misericordia sono convinto che riposi anche Giuda.

Siamo tutti Giuda, secondo te?

Beh, sì. Nessuno di noi è Dio, anche se molti la pensano diversamente. Certo, non tutti agiamo come ha agito Giuda, per fortuna, ma un lato oscuro appartiene a tutti noi. Conoscere la parte imperfetta che alberga nella nostra anima è importante, ci dà modo di tenerla a bada. Nutrirla è la via per evitare di esserne infine fagocitati.

Tu personalmente credi nella redenzione dal peccato?

La redenzione è composta da due elementi essenziali: pentimento e perdono. In una dimensione divina, al pentimento consegue necessariamente il perdono. Papa Ratzinger, ne “La vita di Gesù”, ha scritto che Giuda, nel momento in cui ha restituito i 30 denari, si è pentito e, dunque, ha avuto accesso al perdono divino. La sua colpa, dunque, alberga solo nella mancanza di fede successiva, che lo porta alla disperazione del suicidio. Nella nostra misera dimensione terrena, invece, le cose si complicano. Diventa difficile parlare di “redenzione”. L’uomo è spesso incapace di perdonare; a volte dimentica, ma non perdona. E questo, se ci pensi, è una cosa innaturale, insomma la primavera arriva per tutti, non ha mai escluso nessuno. Gesù predicava l’amore universale, Giuda non fu in grado di capirlo e forse per questo lo tradì, ma anche noi, se continuiamo a condannarlo per il suo tradimento, dimostriamo di non essere molto diversi da lui. 

Perché hai scelto di rappresentare questo personaggio così emblematico?

Quando ho letto il testo di Raffaella è stato semplice decidere di farlo. Ho adorato la poesia che conteneva, l’armonia delle parole dalle quali scaturivano vita e sentimenti. Interpretare Giuda avvolto nel buio gelido, lontano dalla luce di Dio, in compagnia delle sue tenebre che maledice tutti all’infuori di sé stesso vi assicuro può essere estremamente liberatorio. È un mondo che meritava di essere esplorato e questo viaggio l’ho fatto non solo in compagnia di Raffaella ma anche di Stefano De Meo che ha curato le splendide musiche e di Marino Lagorio, l’artefiche delle immagini evocative che ogni sera mi accompagnano

Continue Reading

Interviste

Carolina Bubbico: “Vi presento il mio disco “felice”. Ai miei studenti? Consiglio di essere autentici”

Michela Moramarco

Published

on

Carolina Bubbico giunge al suo terzo album di inediti con “Il dono dell’ubiquità”

Cantante, pianista, arrangiatrice e direttrice d’orchestra, Carolina Bubbico ha un’idea della musica molto eterogenea. In questo suo nuovo progetto discografico esplora varie attitudini e sonorità, a volte sorprendenti e di certo ricche di sfumature. “Il dono dell’ubiquità” non si va a incastonare in nessun genere musicale preciso. Ed è questa l’essenza per poterlo ascoltare, liberi da ogni sterile collocazione.

Abbiamo parlato con Carolina Bubbico.

“Il dono dell’ubiquità” è un titolo d’impatto. Complessivamente, cosa vuoi raccontare?

Sicuramente voglio dare l’idea dell’ubiquità in senso musicale. Mi sono auto-dichiarata ubiqua poiché mi piacciono cose diverse, non voglio più etichettarmi o rispondere alla domanda “che genere fai?” Per me questo è un disco felice, riesce a restituirmi questo impatto che rispecchia i miei gusti. Ho cercato di dare un filo conduttore dal punto di vista compositivo. L’ubiquità è anche culturale, con l’idea di aprirsi al diverso.

Come è andata la fase di produzione in generale? Ci sono anche tante diverse collaborazioni..

Questo disco è stato molto particolare perché abbiamo registrato da febbraio a giugno. Probabilmente dal punto di vista creativo il lockdown mi ha aiutata. Ci sono infatti collaborazioni con musicisti a cui forse non avrei mai pensato di contattare. Abbiamo registrato a distanza. Mio fratello Filippo Bubbico è il produttore del disco e insieme abbiamo lavorato al Sun Village studio, ovvero lo studio che abbiamo a casa nostra in campagna. Abbiamo ragionato fuori dalle logiche di mercato, cercando di puntare in alto, verso la qualità. Nel complesso, è un disco molto collettivo, ne sono felice. Credo molto nella cooperazione. Le tracce che abbiamo acquisito per comporre questo puzzle musicale derivano da varie parti del mondo. Paradossalmente si è abbattuta la distanza, ma non si è persa la cura per l’ascolto, nonostante non stessimo fisicamente vicino.

Il brano “Amore infinito” vede la collaborazione di Nando di Modugno, un chitarrista classico. Com’ è andata la composizione di questo brano?

Ho coinvolto Nando in questo brano che è un po’ un omaggio al Brasile. Mi sono trovata molto bene, lui è una persona molto accogliente ed è un musicista straordinario, di grande sensibilità. Sapevo che prima o poi l’avrei contattato. Ho sempre avuto un rapporto di amore e odio con la chitarra, anzi, un amore a distanza. Non l’avevo mai inserita in un mio disco. Io stessa mi sono avvicinata allo strumento e incredibilmente alcuni pezzi li ho scritti alla chitarra. È nato dunque “Amore Infinito”, che è una sorta di preghiera di un padre che dichiara a sua figlia amore eterno. La produzione è avvenuta di persona. È stato divertente, in quel momento stare insieme è apparso ancora più prezioso.

Sei anche docente di conservatorio. Dunque, cosa ti senti di consigliare a un giovane che vuole intraprendere una carriera da musicista?

Consiglierei di non comporre necessariamente musica propria, a meno che non si abbia una vocazione. La musica si può vivere sotto tantissimi aspetti, ognuno deve proseguire ciò che lo fa stare bene. In questo lavoro spesso ci si impone dei ruoli che non si addicono alla persona. E invito ogni aspirante musicista a cercare la propria vocazione. Inoltre, consiglio di conservare la propria autenticità, che  fondamentale e mai scontato.

Mi racconti un aneddoto della tua carriera?

Mi viene in mente il viaggio in Giappone, quando sono andata a suonare a Tokyo. È stato un confronto con una cultura e un modo di porsi molto diverso dal nostro. Sono affascinata dalla diversità umana e ovviamente l’esperienza del viaggio è l’emblema del confronto. È stata un’esperienza quasi mistica, ecco cosa mi viene da raccontare in questo momento.

Continue Reading

In evidenza