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Più forti del destino: il disastro aereo delle Ande

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Il concetto di “destino” è sempre stato oggetto di teorie e ipotesi, non solo da parte di alcuni tra i filosofi più autorevoli di sempre, ma anche di numerosi studiosi della materia. Se è vero, quindi, che la realtà è soggettiva, è di conseguenza inevitabile l’esistenza di varie scuole di pensiero.

Alcuni affermano che sia già scritto nelle stelle fin dalla nascita (se non prima), mentre altri sono convinti che la sorte non esista, che sia solo la somma delle nostre azioni durante il corso dell’esistenza che ci conduce lungo un preciso sentiero. Sostanzialmente, per questi ultimi, siamo noi stessi gli artefici del nostro destino che rimane, quindi, solo una parola atta a indicare i nostri pensieri che si tramutano quotidianamente, uno alla volta, nella totalità dei nostri fatti.

Senza addentrarci troppo in sofismi che esulano dai nostri intenti, possiamo affermare che c’è chi la vita la subisce, lasciando che siano i venti della casualità a governarne le vele, perfino durante la tempesta, e chi invece l’affronta a testa alta, scegliendo di rimanere a qualunque costo al suo timone invece di gettarsi nel mare della disperazione.

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E’ sempre una questione di scelta: o si fa di tutto per vivere, o si fa di tutto per morire

Le vie di mezzo non esistono, sono solo una comoda, tiepida, coperta imbottita di dolci tenere utopie sulle quali adagiarsi per evitare di assumersi le responsabilità derivanti dal prendere una decisione. Ma la vita nel frattempo scorre sempre come un fiume in piena, e ogni tanto straripa sulle rive della nostra coscienza e ci scuote selvaggiamente dal tiepido torpore.

L’argomento di oggi è un tema delicato capace di abbracciare questioni etiche, morali e religiose se vogliamo, che vanno a sfiorare o urtare le nostre emozioni. Dipende dalla nostra sensibilità e abilità a comprendere che ogni forma di vita, dalla più grande alla più piccola, desidera solo una cosa: vivere. Bisogna possedere un equilibrio dinamico tra le due, mai statico e rigido. Solo così possiamo realmente capire le scelte dell’altro, specialmente quando scelta non ne ha. Come i 16 sopravvissuti dell’incidente aereo che verrà in seguito rinominato “disastro aereo delle Ande“.

La mattina del 12 Ottobre 1972 decollò dall’aeroporto di Carrasco di Montevideo, Uruguay, il volo 571 diretto verso Santiago del Cile, aeroporto Benitez. A bordo del velivolo utilizzato, un Fokker F27, vi era l’intera squadra di rugby degli Old Christians club, amici e tecnici per un totale di 40 persone più 5 di equipaggio. In cabina di pilotaggio erano presenti il comandante colonnello Julio César Ferradas e il copilota Dante Héctor Lagurara al quale vennero affidati i controlli sotto la supervisione dell’altro.

La formazione avrebbe dovuto recarsi al di là della catena montuosa più lunga al mondo, la cordigliera delle Ande, per disputare un’importante partita ma, proprio mentre stavano sorvolando l’Argentina, si videro costretti ad atterrare preventivamente all’aeroporto El Plumerillo, Mendoza, a causa delle forti perturbazioni e della fitta nebbia.

I regolamenti argentini in materia di volo erano chiari: gli aerei militari stranieri non potevano sostare per più di 24 ore su territorio nazionale. Inoltre, le condizioni meteorologiche il giorno seguente non erano affatto migliorate. A quel punto, in cabina di pilotaggio vi erano rimaste dunque solo due opzioni: tornare in Uruguay, ma ciò avrebbe comportato il rimborso del biglietto per tutti i 40 passeggeri (e gravose perdite quindi in termini economici), oppure proseguire comunque verso la destinazione prefissata, nonostante le incessanti perturbazioni atmosferiche. Scelsero la seconda.

L’indomani mattina l’aereo ripartì e le prime fasi del volo non riscontrarono problemi. Fu nel primo pomeriggio che Lagurara commise un errore fatale: convinto di trovarsi ormai in territorio cileno sopra la città di Curicó, iniziò la manovra di discesa verso Santiago nel mezzo di una forte turbolenza, che gli fece perdere diverse centinaia di metri di quota. Non si accorse dunque di essere ancora in Argentina e, non appena uscirono dalle nubi, iniziò l’incubo ad occhi aperti: si ritrovarono improvvisamente, pericolosamente vicini ad un crinale roccioso delle Ande (le quali nel punto più alto sfiorano i 7000 metri di altezza) a circa 4200 metri di altitudine, ma a quel punto ormai era troppo tardi per qualsivoglia disperata manovra di salvataggio.

L’ala destra dall’aereo impattò contro la parete di una montagna staccandosi dal corpo del velivolo e, ruotando, tagliò la coda, che precipitò portando con sé tutti i passeggeri che la occupavano

Ormai ingovernabile, il Fokker precipitò, colpendo le rocce anche con l’ala sinistra che si staccò, e terminò la sua corsa solo con la fusoliera su di un ripido pendio innevato a 3657 metri, arrestandosi dopo 2 chilometri di inerzia. Nell’impatto morirono 12 persone, altre 5 la stessa notte, mentre per gli altri iniziò la lotta contro il tempo per la sopravvivenza. I sopravvissuti allo schianto cercarono di gestire la nuova, shockante, situazione come meglio potevano, per resistere in quell’ambiente così ostile, remoto e isolato, dove le temperature di notte raggiungevano anche i 30 gradi sottozero.

Costruirono dei muri di valige per tamponare la voragine lasciata dall’ex coda dell’aereo per arginare il freddo e razionarono accuratamente le esigue scorte di cibo: un cucchiaino di marmellata a pranzo e un quadratino di cioccolata a cena per ognuno di loro. Per l’acqua potabile invece lavorarono di ingegno, utilizzando delle lamiere dall’aereo per sfruttare il calore del sole e sciogliere la neve. Una lucidità mentale dunque ammirevole in tali terribili circostanze. Dopo lo schianto, molte persone riportarono naturalmente ferite di ogni grado ed entità. Gli unici in grado di prestare reale soccorso ai feriti furono i due studenti di medicina Roberto Canessa e Gustavo Zerbino, usando mezzi di fortuna per tamponare ferite e immobilizzare gli arti fratturati degli altri passeggeri.

In tutto quel caos, avvenne il primo miracolo: Nando Parrado (l’eroe della triste storia) creduto morto e lasciato dunque durante la prima notte nel punto più freddo, vicino lo squarcio della fusoliera, si risvegliò sotto gli occhi sbalorditi dei suoi compagni di squadra e di volo. La sua presenza si rivelerà decisiva per il destino di tutti. Prima di continuare la narrazione, bisogna fare una doverosa premessa. Siamo tutti abituati alle comodità della civiltà, al riscaldamento autonomo in casa e alle auto che ci accompagnano agiatamente al supermercato per fare la spesa. Immaginiamo per un momento di trovarci ai confini del mondo, su di una imponente, sperduta montagna esposta alle più estreme condizioni climatiche, isolati, feriti, emotivamente distrutti ma soprattutto affamati.

Le regole della società, a cui siamo oramai assuefatti, perdono dunque ogni significato qui

Così, quando terminarono i viveri, avendo appreso dalla radio che le ricerche dei superstiti erano state interrotte e avrebbero quindi dovuto cavarsela da soli per sopravvivere, un’idea si insinuò nella mente di qualcuno, per poi diffondersi come un virus fra tutto il gruppo: mangiare i cadaveri dei loro compagni. La discussione sull’eticità della scelta si protrasse a lungo, e inizialmente molti si rifiutarono ma, avendo compreso che non avevano nessuna alternativa, cederono tutti: il più grande tabù dell’umanità venne dunque infranto. Fu una scelta che li perseguitò per tutta la vita, di cui quasi tutti quelli sopravvissuti fino alla fine non ne parlano mai volentieri. È comprensibile, come sono comprensibili le loro azioni. Non dovremmo mai arrogarci il diritto di giudicare la condotta di chi non ha nessuna scelta, specialmente in situazioni così estreme. Semmai il nostro contributo verso chi lotta contro i propri demoni dovrebbe essere solo curativo, mai vessatorio; eppure spesso ciò che è così evidente ci sfugge. L’essenziale, come si sa, è invisibile agli occhi.

Il 29 Ottobre una valanga travolse la fusoliera, seppellendo per tre giorni il gruppo, e otto di loro morirono

Anche in questa occasione, Nando Parrado scampò per la seconda volta dalle mani della morte e si convinse di essere stato scelto dal destino per salvare gli altri. Così, dopo i primi tentativi falliti di raggiungere la civiltà a piedi, sul manto nevoso delle Ande, organizzò in data 12 dicembre la spedizione definitiva assieme a Canessa e Antonio Vizintin per l’ultima, definitiva volta, in cerca di soccorsi per i loro compagni. I molti chilometri di montagne da scalare, che li separavano da qualsiasi contatto umano, non furono in grado di scalfire il morale del capogruppo Parrado, che infuse coraggio agli altri due con la sua ammirevole, indistruttibile risolutezza. Ben presto però il viaggio si rivelò più lungo del previsto e Vizintin fu rimandato indietro per scarsità di provviste; proseguirono dunque la ricerca soltanto Parrado e Canessa, usando come bussola in quel vasto, sconosciuto territorio solo l’intuito e la determinazione a riuscire nell’impresa.

Dopo 10 giorni di cammino, lungo un fiume incontrarono i primi segni di presenza umana: una lattina e delle mucche al pascolo. Il giorno seguente, dopo 2 mesi di avversità e disavventure (per usare un eufemismo) si imbatterono finalmente nelle prime tre persone dall’incidente: il mandriano Sergio Catalán e altri due uomini a cavallo, che li guardavano dall’altra parte del fiume. Quell’incontro fu una vera manna dal cielo, in quanto Canessa era ormai allo stremo delle forze; incapace fisicamente di proseguire la marcia, avrebbe dovuto abbandonare, lasciando solo Parrado a cercare aiuto.

Non potendo comunicare a voce per via della distanza e del rumore dell’acqua che sovrastava le loro grida disperate, Parrado e Catalán riuscirono a intendersi lanciandosi a vicenda un biglietto legato a un sasso. Non appena compreso l’accaduto, il mandriano corse subito ad avvertire le autorità, le quali avviarono tempestivamente le attività di soccorso e il recupero dei superstiti. L’incubo ebbe dunque fine per tutti il 23 dicembre, con un bilancio finale di 29 vittime e 16 sopravvissuti, i quali furono trasportati in elicottero in ospedale, ricevendo le dovute cure del caso.

Siamo portati spesso a credere che situazioni al limite come questa non ci riguarderanno mai, e probabilmente molti di loro credevano la stessa cosa prima di imbarcarsi su quell’aereo. È umano. Ma, come sappiamo, la vita è imprevedibile.

Possiamo trarre numerosi insegnamenti da storie simili, affinché il dolore patito da altri non vada sprecato. Un’importante lezione che possiamo imparare è che la solidarietà è certamente intrinseca nella natura umana, ma va allenata e coordinata con metodo tramite la razionalità. Gli old Christians Club erano una squadra di rugby, ed è nota a tutti noi la fratellanza che unisce e lega i giocatori di questo nobile sport. Riuscirono a salvarsi solo grazie al loro spirito di squadra, dividendosi i compiti e collaborando senza inutili egoismi, per darsi man forte in quella che altrimenti avrebbe potuto diventare la loro tomba.

È solo quando cuore e cervello cooperano che possiamo definirci persone davvero complete. In tutto e per tutto esseri umani. Sforziamoci di non dimenticarlo. Alla prossima

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Madame, il tweet riaccende la polemica sul divismo

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Madame divismo ian curtis

Il tweet della discordia mette al centro delle polemiche la 19enne cantante veneta Madame.

“Se non hai ascoltato il disco o se non hai preso il cd o il biglietto o se non sai di che parlo, se non hai fatto nulla per me non farmi alzare mentre mangio per una foto. Perché io sono Madame 24 h solo per chi mi usa per la musica, per il resto sono una scorbutica veneta 19 yo”.

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I fans, ovviamente, non l’hanno presa bene. Tra i commenti più emblematici c’è quello di un utente che scrive “io ho fatto qualcosa per te, cara Madame, ho pagato il canone Rai per permetterti di esibirti”. Il che riporta a un assunto vecchio quanto l’idea dell’essere divo. Senza pubblico l’idolo non sarebbe tale.

Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma anni ’80 e simbolo dell’anti-divo, una volta disse che “non dovete ringrazirmi, sono io che sono grato a voi. A fine partita lasciate che sia io a battervi le mani”.

Altri tempi, altri uomini, altro mondo. Non per forza migliore.

MADAME, TRA DIVISMO E INTIMITÀ VIOLATA

Quanto scatenato da Madame fornisce l’opportunità per affrontare un tema che oggi è sempre più in auge. Soprattutto nel mondo della musica, dove un ottimo profilo Instagram rende più che un testo o una melodia accattivante. Ma cosa è il divismo? É un fenomeno nato ad inizio del ‘900 con l’affermarsi dei primi attori del cinema. Piano piano si è ampliato a qualsiasi altra forma d’arte e soprattutto verso personaggi famosi. Probabilmente nato in Italia negli anni dieci si è poi sviluppato soprattutto a Hollywood.

Consisteva nel “divinizzare” quelli che oggi sono chiamati VIP. Nell’identificarsi nel loro modo di essere. Nelle tendenze che influenzano.

Il gossip, la sete del pubblico di avere informazioni personali dei loro idoli. Tutte cose che rendono (teoricamente) questi personaggi al di sopra dei “very normal people”. La celebrità ha uno scotto. La perdita, o quasi, della propria intimità. E se fino all’avvento dei social questo era dovuto ai paparazzi o a fans troppo invadenti precursori degli stalker, ora sono gli stessi “divi” a rendere pubblico ogni attimo della loro vita.

Tutto gira intorno all’apparire. Più likes e followers si hanno, maggiore è la dose di fama a cui si è sottoposti.

Il successo, il bagno di folla sono qualcosa che gli attori, i cantanti, i personaggi del mondo dello spettacolo in generale, ricercano. La ricerca dell’applauso è oggi sostituita dal puntare a un “mi piace”. Checché se ne dica è difficile pensare al disinteressa per la gloria. Per l’essere riconosciuti in pubblico. Quantomeno agli esordi della propria carriera. Perché è lecito che, anni e anni dopo il raggiungimento del successo, si voglia (e pretenda) maggiore riservatezza e tranquillità.

Ma senza dimenticare che senza pubblico, senza i fans che richiedono un autografo o una foto, il divo non sarebbe tale. L’esempio sono tutte quelle meteore, molte delle quali nel mondo della musica, rimasti per poco tempo sulla cresta dell’onda, salvo poi sparire e ritrovarsi a cantare nelle sagre di piccoli paesi. Non che ci sia nulla di male. Ma sarebbe stupido non ammettere che passare dal fare un concerto all’Olimpico di Roma al suonare in piazza in un paesino di 300 anime non sia degradante per un artista.

Il divismo è qualcosa che facilmente porta dalle stelle alle stalle. Personaggi come Marilyn Monroe, Kurt Cobain, Ian Curtis sono tra le celebrità più famose ad essersi suicidate. Nonostante la fama, la depressione ebbe la meglio. Probabilmente il troppo successo, l’essere sempre al centro delle attenzioni e visti come “divi”, ha spostato la luce dei riflettori dai problemi di queste persone.

Alla gloria va pagato questo prezzo. Al pubblico non interessano i problemi. L’idolo lo si vuole sempre sorridente e disponibile. Schiavi di quella vecchia (e sbagliata) idea secondo cui “il cliente ha sempre ragione”. Il fan si vede così. Consumatore di un prodotto. Composto dalle performance del vip e della sua intimità. Ignorando talvolta di avere davanti una persona come lui.

L’amore per il divo, la divinizzazione del personaggio celebre, è anche rischioso dunque. John Lennon insegna. Ma la gratitudine per chi, con il proprio sostegno disinteressato anche solo per una canzone e per una discografia (filmografia, bibliografia ecc.) scarna, non va mai dimenticata. Né disprezzata.

Esistono le buone maniere, certo. E se si ricerca un po’ di riservatezza, in un mondo dove l’apparire ha reso possibile che una cantante di 19 anni venga riconosciuta al ristorante, di certo non è scrivendolo su un social che la si può raggiungere.

Madame non è ovviamente né la prima né l’ultima a infastidirsi per un fan troppo invadente. E la sua risposta alle critiche non è tardata ad arrivare. La cantante ha sottolineato come lei sia Madame solo per chi è veramente un fan. Come se il suo personaggio sparisse una volta scesa dal palco (o spenti i social). E che nonostante ciò ha concesso la foto mentre era a cena con la sua famiglia.

La nuova fase dell’essere un divo passa per il divismo a ore. D’altronde in un mondo di dissing preparati e di scoop inventanti, non è così strano che anche un cantante sia un attore.

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Valentina Tereškova: la storia della prima donna a viaggiare nello spazio

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«This is Ground Control to Major Tom
You’ve really made the grade
»

Così cantava nel 1969 David Bowie nel celebre brano Space Oddity. Il viaggio nello spazio, l’astronauta che ce l’ha fatta. L’impresa finalmente riuscita. Ed è proprio con queste parole che vogliamo ricordare il 16 giugno di 58 anni fa, quando una giovanissima ed allora sconosciuta Valentina Vladimirovna Tereškova divenne la prima donna ad essere mandata nello spazio. Una missione che all’epoca fu di vitale importanza: da un lato aumentò il prestigio dell’URSS nei confronti degli USA, dall’altro ebbe un impatto culturale notevole. Chi avrebbe mai detto, nel 1963, che una donna, il cui stereotipo la vedeva in casa ad accudire i figli, potesse essere capace di un’impresa simile? In un periodo storico come quello che stiamo vivendo nel quale la parità di diritti tra i sessi e la libertà generale dell’individuo sono temi all’ordine del giorno, una storia del genere è più che attuale.

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Ma, come ogni racconto che si rispetti, la verità sta sempre nel mezzo. Non è un segreto che durante la guerra fredda la propaganda dei due blocchi controllasse ogni singolo aspetto della vita. Tutto era finalizzato all’accrescere il prestigio e l’egemonia. Eventi anche banali venivano spacciati come imprese; di contro incidenti e fallimenti subivano una damnatio memoriae. Ricostruiamo quindi la vera storia di Valentina Tereškova.

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La futura Miss Universo (così venne ribattezzata), nacque da una famiglia bielorussa nel 1937 a Jaroslavl, sul fiume Volga. Fin da subito Valentina Tereškova mostrava un certo interesse per il paracadutismo, forte anche della sua ammirazione per Jurij Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio. Diversi furono i tenativi della ragazza per cercare di entrare nell’accademia per cosmonauti ed uscire da quella monotona vita rurale fatta di lavoro in fabbrica e miseri guadagni. La svolta per la giovane arrivò a 25 anni, ossia nel 1962, quando la ragazza riuscì finalmente a passare l’esame di assunzione per il primo gruppo di donne cosmonaute. Il programma sovietico selezionò ben 4 candidate su 1000, tra cui la nostra protagonista. Per Valentina Tereškova non era che l’inizio di un percorso che la porterà ad essere conosciuta in tutto il mondo.

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Gli addestramenti durarono un anno. La ragazza risultò la più idonea per l’imminente lancio, a soli due anni di distanza dall’eroica impresa di Gagarin. Così come il suo idolo, la Tereškova partì per lo spazio il 16 giugno 1963 dal cosmodromo di Bajkonur, la più vecchia base di lancio al mondo. Una missione di ben 3 giorni ed un totale di 49 orbite terrestri. Ma, come dicevamo all’inizio, la verità sta nel mezzo. Se da un lato Valentina Tereškova riportò a casa un successo clamoroso, dall’altro l’operazione fu tutt’altro che perfetta. A bordo della navicella Vostok, la stessa usata da Gagarin, la nostra “gabbianella” (nome datole dal progettista dei razzi Sergej Korolev) riscontò alcuni problemi.

«Mi accorsi che la navicella si stava allontanando dalla traiettoria calcolataracconta grazie al continuo scambio di dati con il centro di controllo, però, riuscimmo a risolvere il problema. Il volo della “gabbianella”, come mi chiamava Sergej Korolev, dando così il nome in codice per le comunicazioni radio alla missione, poté così proseguire con regolarità». Inoltre c’era da fare i conti con l’assenza di gravità. Tanto che, come ella stessa ricorda scherzosamente, dovette incastrare le braccia nella cintura mentre dormiva, così da evitare che queste fluttuassero nell’abitacolo. Per non parlare del cibo nei tubetti simili a quelli del dentifricio.

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Ma facciamo un salto indietro di due giorni. Avete presente quando siete in macchina e da lontano scorgete qualcuno che conoscete alla guida e lo salutate? Quante volte vi sarà capitato? centinaia, migliaia di volte. Immaginate una situazione simile, ma nello spazio! È ciò che avvenne tra Valentina Tereškova della missione Vostok 6 e Valerij Fëdorovič Bykovskij della Vostok 5. Quest’ultimo venne lanciato in orbita il 14 febbraio 1963 con l’intento di restare nello spazio circa 8 giorni. Tuttavia il razzo della navicella ebbe un guasto e la spinta non gli permise di raggiungere la quota prestabilita. Cosa che costrinse l’astronauta ad anticipare il rientro dopo soli due giorni. Durante l’operazione le due navicelle si incontrarono ad una distanza di 5km l’una dall’altra (a quanto pare non è stata una casualità ma tutto frutto di precisi calcoli da terra). «Ehi, gabbianella, mi senti?» diceva Bikovskij. «Sì, perfettamente» rispondeva lei. Così, come due amici che scambiano due chiacchiere mentre sono fermi al semaforo in attesa di ripartire…

Comunque sia, il rientro di Valentina avvenne senza intoppi, esattamente alle alle ore 08:20 del 19 giugno nella steppa kazaka da cui era partita. Lì alcuni contadini, stupiti nel vedere quella strana scatola metallica scendere dal cielo, la aiutarono a liberarsi delle imbracature. In quell’occasione una donna le chiese: «hai incontrato Dio?».

La storia della nostra eroina si concluse con grandi onorificienze e riconoscimenti non solo dall’Unione Sovietica (le dedicarono anche un francobollo), ma da tutto il mondo. Ecco la vera Miss Universo, così titolavano i giornali alla notizia. Non solo un esempio di coraggio e determinazione, ma anche e soprattutto un simbolo. Il viaggio di Valentina Tereškova rappresentò, soprattutto considerando il periodo storico, la rivincita del mondo femminile. Lo schiaffo in faccia ad una società fin troppo patriarcale. La prova tangibile che anche una donna è in grado di arrivare fin sopra il cielo e di tornare sana e salva.

«Chiunque abbia passato un po’ di tempo nello spazio lo amerà per il resto della vita. Io ho raggiunto il mio sogno di gioventù nel cielo»

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Libertà di espressione nel 2021: quando giornalisti e docenti sono perquisiti per un tweet di troppo

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In queste settimane dove il significato e l’uso delle parole sono al centro di numerose discussioni, proprio chi con le parole ci lavora è stato investito da un uragano.

Si tratta in particolare di Francesca Totolo, giornalista, e del professore universitario Marco Gervason. I due, infatti, rientrano tra gli 11 indagati e sottoposti a perquisizioni nelle proprie abitazioni da parte dei Ros. Il motivo è l’inchiesta dei pm romani Eugenio Albamonte e Gianfederica Dito, coordinati dal procuratore Michele Prestipino, per i reati di offesa all’onore e al prestigio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e per istigazione a delinquere.

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Senza entrare nel merito della questione dei post pubblicati su alcuni social network, la questione che si pone è un’altra. Laddove si grida ai quattro venti la libertà di espressione e di stampa, è giusto colpire con un atto del genere professionisti e non, per avere espresso (tralasciando la forma più o meno edulcorata) la propria opinione?

Entra ovviamente in gioco l’etica professionale, la deontologia. Così come il buon gusto e la capacità di esprimere dissenso pur senza scadere nel becero insulto. Ma ognuno è libero di esporre le proprie idee (anche se a tutto c’è un limite, come ad esempio l’apologia di determinati comportamenti e minacce) senza dover temere una censura.

I post passati al vaglio sarebbero infatti relativi al modus operandi del governo, in particolare di Mattarella, nel fronteggiare la pandemia.  È stata rilevata la diffusione nel web di numerosi post offensivi nei confronti del Capo dello Stato che, stando a quanto scrivono i carabinieri del Ros, sembrano rientrare in un attacco elaborato verso le più alte Istituzioni del Paese. Le perquisizioni fanno parte di un’indagine che la Procura di Roma sta svolgendo da tempo con il Ros, che già nello scorso agosto ha eseguito analogo provvedimento nei confronti un 46enne residente nella provincia di Lecce, molto attivo su Twitter.

In questo caso, da destra a sinistra, si sono levate alcune parole di solidarietà con gli indagati. Se da una parte Vittorio Feltri ha così commentato “Giù le mani da Gervasoni che è un ottimo professore ed eccellente editorialista con l’unico vizio di non essere di sinistra”, dall’altra Piero Sansonetti tuona “Mi sembra molto improbabile che Gervasoni organizzi minacce a Mattarella, ma mi sembra anche molto curioso che si debba fare un’inchiesta su messaggi contro Mattarella: contro Mattarella dici quello che vuoi, in una società libera si può dire quello che si vuole. Una ‘campagna d’odio contro Mattarella’ è un concetto ridicolo. Il reato di vilipendio al presidente della Repubblica è il reato più ridicolo che esista in un qualunque codice penale. Bisognerebbe spiegare a questi che siamo nel 2021, ma non sarà facile”.

In uno Stato in cui si critica il governo russo per aver arrestato giornalisti organizzatori di manifestazioni non autorizzate per 3 settimane, sembra paradossale che non ci sia stata un’alzata di scudi contro una perquisizione all’alba per alcuni tweet politicamente scorretti. Ammesso e non concesso, non è dato sapere infatti esattamente cosa viene contestato agli indagati, che le parole usate siano state effettivamente sopra le righe, il trattamento riservatogli appare più adatto a dei terroristi che a dei giornalisti e professori.

Se la libertà di parola è un diritto riconosciuto e sacrosanto in questo caso si rischia una deriva autocensoria. Si può dire di tutto, ma è meglio non dirlo? Questa sarebbe la più grande sconfitta per qualsiasi Stato si dica democratico. 

Per citare Nanni Moretti “le parole sono importanti” (tra l’altro lo schiaffo che riservò alla giornalista in quel film oggi gli costerebbe la gogna mediatica per settimane nonché il boicottaggio della pellicola). Sono importanti è vero. Come è vero che è importante anche chi le dice. La pericolosità di una persona non la fanno certamente 150 caratteri battuti su un social. Né tantomeno qualche like a pagine più o meno discutibili. Ciò che invece è pericoloso è la censura delle idee. La legge è uguale per tutti. Ma alcuni sembrano essere più uguali degli altri.

Un personaggio pubblico e il cui operato è sempre oggetto di analisi e critiche deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Conscio, tra l’altro, del pensiero altrui che potrebbe differire dal suo. La psico-polizia del nucleo anti-odio online sembra richiamare i “pompieri” di Bradbury. O ancor di più “I love radio rock” (The boat that rocked). Il film del 2009 sulle radio pirata degli anni ‘60 costrette a trasmettere a largo del mare della Gran Bretagna. In quel caso il ministro Sir Alistair Dormandy affida al segretario Pirlott l’incarico di ostacolare le trasmissioni delle stazioni pirata, in particolar modo di Radio Rock. L’ottusità, la chiusura mentale verso ciò che è diverso portò il governo ad una battaglia contro queste trasmissioni. Salvo poi doversi scontrare con la solidarietà della popolazione inglese accorsa a salvare i propri paladini del rock.

La massima affibbiata a Voltaire passata alla storia (in realtà fu scritta da Evelyn Beatrice Hall in The Friends of Voltaire del 1906), rivenduta a iosa dai creatori di immagini per i 50enni di Facebook, “non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita affinché tu possa dirlo”, in questo caso viene sminuita. Uno dei capisaldi su cui si fonda lo Stato viene meno. La Libertà, in questo caso di pensiero e di parola, perde di credibilità. Come se fosse qualcosa da conquistare e non un diritto.

In un mondo dove si tende ad equiparare tutto, all’inclusività, un atto censorio, quasi intimidatorio, del genere pone troppi paletti ad una realtà, come quella giornalistica, che vive di analisi e critiche dell’attualità e di ciò che la circonda. Il silenzio è d’oro quando spontaneo. Non quando imposto.

Photo by Kristina Flour on Unsplash

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