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Speciali

Più forti del destino: il disastro aereo delle Ande

Alessio Di Pasquale

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Il concetto di “destino” è sempre stato oggetto di teorie e ipotesi, non solo da parte di alcuni tra i filosofi più autorevoli di sempre, ma anche di numerosi studiosi della materia. Se è vero, quindi, che la realtà è soggettiva, è di conseguenza inevitabile l’esistenza di varie scuole di pensiero.

Alcuni affermano che sia già scritto nelle stelle fin dalla nascita (se non prima), mentre altri sono convinti che la sorte non esista, che sia solo la somma delle nostre azioni durante il corso dell’esistenza che ci conduce lungo un preciso sentiero. Sostanzialmente, per questi ultimi, siamo noi stessi gli artefici del nostro destino che rimane, quindi, solo una parola atta a indicare i nostri pensieri che si tramutano quotidianamente, uno alla volta, nella totalità dei nostri fatti.

Senza addentrarci troppo in sofismi che esulano dai nostri intenti, possiamo affermare che c’è chi la vita la subisce, lasciando che siano i venti della casualità a governarne le vele, perfino durante la tempesta, e chi invece l’affronta a testa alta, scegliendo di rimanere a qualunque costo al suo timone invece di gettarsi nel mare della disperazione.

E’ sempre una questione di scelta: o si fa di tutto per vivere, o si fa di tutto per morire

Le vie di mezzo non esistono, sono solo una comoda, tiepida, coperta imbottita di dolci tenere utopie sulle quali adagiarsi per evitare di assumersi le responsabilità derivanti dal prendere una decisione. Ma la vita nel frattempo scorre sempre come un fiume in piena, e ogni tanto straripa sulle rive della nostra coscienza e ci scuote selvaggiamente dal tiepido torpore.

L’argomento di oggi è un tema delicato capace di abbracciare questioni etiche, morali e religiose se vogliamo, che vanno a sfiorare o urtare le nostre emozioni. Dipende dalla nostra sensibilità e abilità a comprendere che ogni forma di vita, dalla più grande alla più piccola, desidera solo una cosa: vivere. Bisogna possedere un equilibrio dinamico tra le due, mai statico e rigido. Solo così possiamo realmente capire le scelte dell’altro, specialmente quando scelta non ne ha. Come i 16 sopravvissuti dell’incidente aereo che verrà in seguito rinominato “disastro aereo delle Ande“.

La mattina del 12 Ottobre 1972 decollò dall’aeroporto di Carrasco di Montevideo, Uruguay, il volo 571 diretto verso Santiago del Cile, aeroporto Benitez. A bordo del velivolo utilizzato, un Fokker F27, vi era l’intera squadra di rugby degli Old Christians club, amici e tecnici per un totale di 40 persone più 5 di equipaggio. In cabina di pilotaggio erano presenti il comandante colonnello Julio César Ferradas e il copilota Dante Héctor Lagurara al quale vennero affidati i controlli sotto la supervisione dell’altro.

La formazione avrebbe dovuto recarsi al di là della catena montuosa più lunga al mondo, la cordigliera delle Ande, per disputare un’importante partita ma, proprio mentre stavano sorvolando l’Argentina, si videro costretti ad atterrare preventivamente all’aeroporto El Plumerillo, Mendoza, a causa delle forti perturbazioni e della fitta nebbia.

I regolamenti argentini in materia di volo erano chiari: gli aerei militari stranieri non potevano sostare per più di 24 ore su territorio nazionale. Inoltre, le condizioni meteorologiche il giorno seguente non erano affatto migliorate. A quel punto, in cabina di pilotaggio vi erano rimaste dunque solo due opzioni: tornare in Uruguay, ma ciò avrebbe comportato il rimborso del biglietto per tutti i 40 passeggeri (e gravose perdite quindi in termini economici), oppure proseguire comunque verso la destinazione prefissata, nonostante le incessanti perturbazioni atmosferiche. Scelsero la seconda.

L’indomani mattina l’aereo ripartì e le prime fasi del volo non riscontrarono problemi. Fu nel primo pomeriggio che Lagurara commise un errore fatale: convinto di trovarsi ormai in territorio cileno sopra la città di Curicó, iniziò la manovra di discesa verso Santiago nel mezzo di una forte turbolenza, che gli fece perdere diverse centinaia di metri di quota. Non si accorse dunque di essere ancora in Argentina e, non appena uscirono dalle nubi, iniziò l’incubo ad occhi aperti: si ritrovarono improvvisamente, pericolosamente vicini ad un crinale roccioso delle Ande (le quali nel punto più alto sfiorano i 7000 metri di altezza) a circa 4200 metri di altitudine, ma a quel punto ormai era troppo tardi per qualsivoglia disperata manovra di salvataggio.

L’ala destra dall’aereo impattò contro la parete di una montagna staccandosi dal corpo del velivolo e, ruotando, tagliò la coda, che precipitò portando con sé tutti i passeggeri che la occupavano

Ormai ingovernabile, il Fokker precipitò, colpendo le rocce anche con l’ala sinistra che si staccò, e terminò la sua corsa solo con la fusoliera su di un ripido pendio innevato a 3657 metri, arrestandosi dopo 2 chilometri di inerzia. Nell’impatto morirono 12 persone, altre 5 la stessa notte, mentre per gli altri iniziò la lotta contro il tempo per la sopravvivenza. I sopravvissuti allo schianto cercarono di gestire la nuova, shockante, situazione come meglio potevano, per resistere in quell’ambiente così ostile, remoto e isolato, dove le temperature di notte raggiungevano anche i 30 gradi sottozero.

Costruirono dei muri di valige per tamponare la voragine lasciata dall’ex coda dell’aereo per arginare il freddo e razionarono accuratamente le esigue scorte di cibo: un cucchiaino di marmellata a pranzo e un quadratino di cioccolata a cena per ognuno di loro. Per l’acqua potabile invece lavorarono di ingegno, utilizzando delle lamiere dall’aereo per sfruttare il calore del sole e sciogliere la neve. Una lucidità mentale dunque ammirevole in tali terribili circostanze. Dopo lo schianto, molte persone riportarono naturalmente ferite di ogni grado ed entità. Gli unici in grado di prestare reale soccorso ai feriti furono i due studenti di medicina Roberto Canessa e Gustavo Zerbino, usando mezzi di fortuna per tamponare ferite e immobilizzare gli arti fratturati degli altri passeggeri.

In tutto quel caos, avvenne il primo miracolo: Nando Parrado (l’eroe della triste storia) creduto morto e lasciato dunque durante la prima notte nel punto più freddo, vicino lo squarcio della fusoliera, si risvegliò sotto gli occhi sbalorditi dei suoi compagni di squadra e di volo. La sua presenza si rivelerà decisiva per il destino di tutti. Prima di continuare la narrazione, bisogna fare una doverosa premessa. Siamo tutti abituati alle comodità della civiltà, al riscaldamento autonomo in casa e alle auto che ci accompagnano agiatamente al supermercato per fare la spesa. Immaginiamo per un momento di trovarci ai confini del mondo, su di una imponente, sperduta montagna esposta alle più estreme condizioni climatiche, isolati, feriti, emotivamente distrutti ma soprattutto affamati.

Le regole della società, a cui siamo oramai assuefatti, perdono dunque ogni significato qui

Così, quando terminarono i viveri, avendo appreso dalla radio che le ricerche dei superstiti erano state interrotte e avrebbero quindi dovuto cavarsela da soli per sopravvivere, un’idea si insinuò nella mente di qualcuno, per poi diffondersi come un virus fra tutto il gruppo: mangiare i cadaveri dei loro compagni. La discussione sull’eticità della scelta si protrasse a lungo, e inizialmente molti si rifiutarono ma, avendo compreso che non avevano nessuna alternativa, cederono tutti: il più grande tabù dell’umanità venne dunque infranto. Fu una scelta che li perseguitò per tutta la vita, di cui quasi tutti quelli sopravvissuti fino alla fine non ne parlano mai volentieri. È comprensibile, come sono comprensibili le loro azioni. Non dovremmo mai arrogarci il diritto di giudicare la condotta di chi non ha nessuna scelta, specialmente in situazioni così estreme. Semmai il nostro contributo verso chi lotta contro i propri demoni dovrebbe essere solo curativo, mai vessatorio; eppure spesso ciò che è così evidente ci sfugge. L’essenziale, come si sa, è invisibile agli occhi.

Il 29 Ottobre una valanga travolse la fusoliera, seppellendo per tre giorni il gruppo, e otto di loro morirono

Anche in questa occasione, Nando Parrado scampò per la seconda volta dalle mani della morte e si convinse di essere stato scelto dal destino per salvare gli altri. Così, dopo i primi tentativi falliti di raggiungere la civiltà a piedi, sul manto nevoso delle Ande, organizzò in data 12 dicembre la spedizione definitiva assieme a Canessa e Antonio Vizintin per l’ultima, definitiva volta, in cerca di soccorsi per i loro compagni. I molti chilometri di montagne da scalare, che li separavano da qualsiasi contatto umano, non furono in grado di scalfire il morale del capogruppo Parrado, che infuse coraggio agli altri due con la sua ammirevole, indistruttibile risolutezza. Ben presto però il viaggio si rivelò più lungo del previsto e Vizintin fu rimandato indietro per scarsità di provviste; proseguirono dunque la ricerca soltanto Parrado e Canessa, usando come bussola in quel vasto, sconosciuto territorio solo l’intuito e la determinazione a riuscire nell’impresa.

Dopo 10 giorni di cammino, lungo un fiume incontrarono i primi segni di presenza umana: una lattina e delle mucche al pascolo. Il giorno seguente, dopo 2 mesi di avversità e disavventure (per usare un eufemismo) si imbatterono finalmente nelle prime tre persone dall’incidente: il mandriano Sergio Catalán e altri due uomini a cavallo, che li guardavano dall’altra parte del fiume. Quell’incontro fu una vera manna dal cielo, in quanto Canessa era ormai allo stremo delle forze; incapace fisicamente di proseguire la marcia, avrebbe dovuto abbandonare, lasciando solo Parrado a cercare aiuto.

Non potendo comunicare a voce per via della distanza e del rumore dell’acqua che sovrastava le loro grida disperate, Parrado e Catalán riuscirono a intendersi lanciandosi a vicenda un biglietto legato a un sasso. Non appena compreso l’accaduto, il mandriano corse subito ad avvertire le autorità, le quali avviarono tempestivamente le attività di soccorso e il recupero dei superstiti. L’incubo ebbe dunque fine per tutti il 23 dicembre, con un bilancio finale di 29 vittime e 16 sopravvissuti, i quali furono trasportati in elicottero in ospedale, ricevendo le dovute cure del caso.

Siamo portati spesso a credere che situazioni al limite come questa non ci riguarderanno mai, e probabilmente molti di loro credevano la stessa cosa prima di imbarcarsi su quell’aereo. È umano. Ma, come sappiamo, la vita è imprevedibile.

Possiamo trarre numerosi insegnamenti da storie simili, affinché il dolore patito da altri non vada sprecato. Un’importante lezione che possiamo imparare è che la solidarietà è certamente intrinseca nella natura umana, ma va allenata e coordinata con metodo tramite la razionalità. Gli old Christians Club erano una squadra di rugby, ed è nota a tutti noi la fratellanza che unisce e lega i giocatori di questo nobile sport. Riuscirono a salvarsi solo grazie al loro spirito di squadra, dividendosi i compiti e collaborando senza inutili egoismi, per darsi man forte in quella che altrimenti avrebbe potuto diventare la loro tomba.

È solo quando cuore e cervello cooperano che possiamo definirci persone davvero complete. In tutto e per tutto esseri umani. Sforziamoci di non dimenticarlo. Alla prossima

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“Dio me l’ha data, guai a chi la tocca”: 2 dicembre 1804, Napoleone si autoproclama Imperatore

Federico Rapini

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Una vita passata al centro della scena della sua opera d’arte

Era il 2 dicembre del 1804 quando, nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi, Napoleone Bonaparte si auto-incoronò Imperatore dei francesi. Eletto a tale carica grazie ad un plebiscito popolare svoltosi nel maggio dello stesso anno, l’Empereur si posò la corona sulla testa dalle sue stesse mani alla presenza del Papa Pio VII.

Affermando che “Dio me l’ha data e guai a chi la tocca” sottolineò il suo voler mantenere a debita distanza il potere spirituale da quello temporale.

La narrazione di tale evento è stata fortemente romanzata, tanto che ad oggi sopravvive ancora la fantasticheria che voleva Napoleone impudente nel togliere la corona dalle mani del pontefice, il quale in realtà presenziò solamente alla cerimonia.

Cerimonia che, per volere dello stesso neo Imperatore, univa il sacro, tipico della consacrazione del sovrano con l’unzione conferita dall’arcivescovo di Reims, ad altri riti di tradizione carolingia.

Descritto in lungo e largo da tanti, non basterebbero queste righe per descrivere la sua vita ed il suo essere. Fu certamente rivoluzionario, sconvolse l’equilibrio degli Stati europei instaurando un senso di mentalità e unità continentale. Suo scopo fu quello di creare un sistema europeo basato su diritto comune ed una sorte europea.

La sua vita è stata un’opera d’arte burrascosa, narrata e dipinta dai più grandi artisti ed intellettuali.

Hegel addirittura, nel 1806, dopo la vittoria di Jena, scrisse al Niethammer “Ho visto l’imperatore – quest’anima del mondo – uscire dalla città per andare in ricognizione; è davvero una sensazione meravigliosa vedere un uomo siffatto, che, concentrato qui su un punto, seduto su un cavallo, si protende sul mondo e lo domina… da giovedì a lunedì progressi così grandi sono stati possibili solo grazie a quest’uomo straordinario che è impossibile non ammirare”.

Il filosofo si riferisce a Napoleone come der Kaiser, il Cesare, per sottolineare la continuità ideale tra la figura dell’Imperatore francese ed il titolo di cui si forgiavano gli imperatori romani. D’altronde rifacendosi spesso ai titoli di console e triumviro, l’Empereur si faceva carico dell’eredità dell’Impero Romano dal quale traeva solerte ispirazione.

Ma già prima di Hegel, l’italiano Vincenzo Monti gli dedicò il poema “Prometeo” in quanto ribelle a Dio(Giove) e benefattore dell’umanità, in quel caso l’Italia liberata. Un Prometeo moderno che come il titano combatteva contro il destino avverso.

Avversità che però non lo hanno mai scoraggiato. Non era nel suo carattere grazie soprattutto ad una buona dose di ego. Come quando in occasione delle vittorie in Italia e l’ingresso a Milano nel Maggio del 1796 pronunciò parole come queste: “Vedevo il mondo sprofondare sotto di me come se fossi sollevato in aria”.

Quasi un eroe. Tanto che Beethoven gli dedico la terza sinfonia, l’Eroica. Il compositore fu certamente il più importante romantico nel suo campo. Romanticismo caro anche all’imperatore amante dei Canti di Ossian e il Livre de chevet, capolavoro, questo ultimo, preromantico.

Ma la sua vita non è stata solo descritta magistralmente da penne di filosofi, poeti o messi in musica da artisti superbi. Fu protagonista anche di sculture e dipinti.

Antonio Canova, esponente di spicco del neoclassicismo, scolpì la figura dell’Empereur con i tratti di Marte Pacificatore. Mentre un quadro di Jean-Baptiste Mauzaisse lo ritrasse come un novello Mosè intento ad incidere il codice civile su una tavola. Si tratta dell’opera “Napoleone incoronato dal Tempo” in cui Napoleone, in abiti mortali in uno spazio non definito ma che ricorda il mito della creazione, vince la morte e si avvia verso l’eternità destinata solo ai più grandi.

“Napoleone Bonaparte come Marte pacificatore” di Antonio Canova

Ma il capolavoro che più di tutti rappresenta l’Imperatore corso è “Napoleone Bonaparte al passaggio del Gran San Bernardo” di Jacques-Louis David dipinto nel 1801.

Napoleone è rappresentato mentre domina un cavallo rampante e nell’atto di valicare le Alpi, come fecero Annibale e Carlo Magno. Il cavallo gli conferisce ancora più potenza e lo lega ai grandi monumenti equestri del passato. Sopra di esso lui indica la meta che il suo popolo dovrà raggiungere seguendolo.

In questo quadro del pittore ufficiale di Napoleone traspare la forza della poetica della statua. Un quadro che ha potenza statuaria eroica classicheggiante.

“Napoleone Bonaparte al passaggio del Gran San Bernardo” di Jacques-Louis David

Fu proprio David, poi, ad avere l’onere e l’onore di raffigurare il momento più alto della vita dell’Empereur. In “L’incoronazione di Napoleone”, opera realizzata tra il 1805 ed il 1807, l’artista rappresenta il momento della rottura con l’ancient regime, ponendo Napoleone ovviamente al centro della scena, nel giorno in cui si auto-incorona sotto lo sguardo, da posizione laterale, del Papa.

In questa opera, raffigurazione della realtà, c’è tutto ciò che è stata la vita di Napoleone. Una vita sempre al centro. Mai in disparte. Che fosse in guerra, negli anni che lo portarono ad essere generale, o geopoliticamente quando il suo Impero si posizionò tra l’Inghilterra dei Rothschild e la Russia dello zar Alessandro I. Proprio il voler essere al di sopra di tutto, anche della sua epoca, lo portò ad una guerra su due fronti che gli costò il potere.

Nonostante ciò non perse mai la sua personalità né tantomeno il rispetto dei suoi soldati. Essi, dopo che Napoleone tornò in Francia dall’isola d’Elba, gli furono mandati contro dal re Borbone. Ma nessuno mosse un dito nonostante l’ormai ex imperatore gridò Chi vuole sparare al suo imperatore è libero di farlo”.

Anzi, fu portato in trionfo a Parigi da quegli stessi soldati.

Intese la vita politica in maniera inclusiva e sintetica così da ricreare uno spirito nazionale gettando da subito le basi per quell’unità che contraddistinse il suo Impero. Riuscì difatti a prendere dalla Repubblica l’idea di equità e dalla Monarchia l’idea di verticalità e l’etica. Il tutto sommato al concetto romano di Impero.

Una vita al centro della scena, dunque.

D’altronde come scrisse il Manzoni “ Ei si nomò: due secoli, l’un contro l’altro armato, sommessi a lui si volsero,come aspettando il fato; ei fe’ silenzio, ed arbitro s’assise in mezzo a lor”.

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Woody Allen, 85 anni del genio più discusso d’America

Sono 85 anni oggi per Woody Allen, tra scandali e grandi pellicole. Perché l’America vuole dimenticarlo, e perché ne va conservata la memoria.

Alberto Mutignani

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Oggi lo censurerebbero, ma in ‘Provaci ancora, Sam!’ – del 1972 – c’è un memorabile scambio di battute tra Woody Allen, lo spirito guida Humphrey Bogart e Diane Keaton sui pro e i contro dello stupro: “È un sogno segreto di ogni donna”, “Se mi violentassero, starei al gioco per un po’ e poi inizierei ad urlare, a meno che non cominciasse a piacermi”.

Allen e la splendida Diane Keaton lasciano poi che il dialogo scivoli da sé in una dimensione meno grottesca, subordinata alla più celebre gag della preparazione del bacio. Eppure, un film come ‘Provaci ancora, Sam!’ oggi sarebbe impossibile da proiettare. Non soltanto perché in America si è deciso di incidere una damnatio memoriae sulla figura di Woody Allen, dopo le accuse di molestie sessuali e dopo tutto ciò che questo ha comportato – fra le altre cose, una causa ancora aperta con Amazon, un’autobiografia censurata e un concerto interrotto da una lega di attiviste –, ma anche perché è il mondo ad essere cambiato e ad aver assunto un diverso approccio rispetto all’artista e al suo privato. Se Werner Herzog fosse nato oggi, il suo cinema sarebbe semplicemente impossibile, soprattutto la parentesi Kinski.

Non tutti gli hanno voltato le spalle: a fronte di Natalie Portman e Colin Firth, o del giovanissimo Timothee Chalamet (A rainy day in New York), che hanno addirittura donato il loro cachet per il film a un’organizzazione per i diritti delle donne, sono rimasti dalla sua parte Scarlett Johansson – che adora Allen e che vorrebbe tornare a lavorare con lui il prima possibile – e Cristopher Waltz (Django, Bastardi senza gloria) che ha recentemente lavorato con Allen. Anche Jude Law si è espresso sulla questione, dicendo sostanzialmente che non sono fatti suoi le questioni private di Allen, su cui nessun giudice si è ancora espresso se non per constatare l’assenza di prove.

Stephen Reimartz, il suo biografo, l’ha invece definito: esile, nervoso, intellettuale, enfant terrible, donnaiolo, isterico, filosofo e oggetto di culto. Su di sé, Allen dice: “sono un misantropo ignorante e patito di gangster; di un solitario incolto che se ne stava davanti a uno specchio a tre ante a fare esercizi con un mazzo di carte per nascondere un asso di picche nel palmo della mano, renderlo invisibile da qualunque angolazione e gabbare qualche ingenuo” nell’introduzione alla sua autobiografia, A proposito di niente (La Nave di Teseo), ma la vera colpa è della montatura troppo spessa degli occhiali, che lo rendono l’intellettuale che lui non ha mai voluto essere.

Pur odiando i doppi sensi e le battute sboccate, il suo non è un cinema raffinato e la sua scrittura ha toccato vertici oggi impensabili – per farvi capire quanto è lontano il Novecento, dai giorni nostri: quando divorziò dalla prima moglie, Harlene Rosen, disse: “Mi hanno detto che hanno violentato mia moglie. Conoscendola, non dev’essere stato uno stupro movimentato”. Lei ricambiò con una breve lettera: “Splendido Woody, tu mi hai ispirata con la tua enorme energia, la tua creatività e il tuo carisma. Amavo andare al cinema con te. Amavo suonare con te… Dopo il nostro amore estivo ed adolescenziale il matrimonio fu difficile. Tu hai creato le basi per la tua carriera. Io completai quattro anni di college. Ci siamo aiutati a vicenda, abbiamo imparato cos’è la vita e siamo diventati adulti. C’erano lacrime, tristezza, risate e amore”.

Ma anche le chiacchiere prima del sesso – incarnazioni massime delle sue paranoie – e dopo, e addirittura durante (non si fa mancare nulla, soprattutto il primo Allen), mentre pensa a qualche vecchia ragazza, a un’amante, a un pugile o a grandi questioni: “Non solo Dio non esiste, ma provate a cercare un idraulico di domenica”. Sulla sua preparazione intellettuale, ne ha dette di ogni, negando spesso questa definizione, ma anche e soprattutto l’ultimo Allen ci ha abituati a un livello di scrittura, di omaggi letterari e di conoscenze filosofiche di alto spessore – l’occhio bovino guarda a Irrational Man, chiaramente.

Oggi, ad 85 anni dalla sua nascita e con un nuovo film alle porte – rimandato al 2021, per la pandemia –, l’invito è quello di rivalutare la figura di Woody Allen, non solo da un punto di vista legale – non ci sono prove che diano ragione all’accusa –, ma anche da un punto di vista artistico: non necessariamente l’autore e la sua opera coincidono, né per morale né per affinità tra i personaggi e chi li scrive, e anche se così fosse, Allen si confermerebbe, tuttalpiù, un sociopatico con una seria difficoltà nel ballare, nel bere, nel rimorchiare. E tante altre cose.

La sua autobiografia è bellissima, e chiarisce molte delle cose che ingenuamente sospettate sul suo conto. Se invece volete querelarlo, non telefonate ai suoi avvocati, non ne ha: chiamate il suo medico.

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Type O Negative-October Rust: sesso e male di vivere

Alessio Di Pasquale

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La perfezione è ormai assodato: non esiste. In fondo, cos’è la perfezione? Non è altro che un’opinione, spesso mai richiesta.

È un ideale che altri hanno creato con i loro pensieri che attingono da immagini o metafore inconsce dal profondo della loro psiche. Una roba già preconfezionata a cui aderire ciecamente, come degli automi. Può andar bene a chi non è capace di intendere e di volere, o a chi non è capace di creare niente dal nulla.

La perfezione è insignificante quindi, ma ciò che conta veramente nella vita è la completezza: corpo e mente. Avete mai provato in una fredda, nebbiosa giornata di novembre quella sensazione che tutto va a scatafascio nel mondo, ma voi vi sentite pieni, completi? No? Nemmeno io, ed è per questo che qualche amico, un paio di birre ed “October rust” ci vengono in soccorso, offrendoci quel senso di completezza e soddisfazione che non riusciamo mai a trovare, senza chiederci nulla in cambio. Ma gli dobbiamo tutto invece.

L’album culto dei Type O Negative vide la luce nell’agosto del ’96, nonostante il titolo. È un album autunnale, completo, che non ha nulla (o quasi) a che vedere con il periodo dell’anno che precede l’inverno, perché l’autunno non è solo una stagione: è soprattutto uno stato d’animo, una filosofia di vita.

Nelle sue tracce vi sono riversate tutte le angosce, le paure, le illusioni, le perversioni del genio di Peter Steele, bassista/cantante e leader del gruppo. Un uomo di una creatività fuori dagli schemi, di una sensibilità e fragilità immani nonostante la sua imponenza fisica: un adone greco, un bestione di due metri per oltre cento chili di muscoli, con capelli lunghissimi nero corvino, che con la sua tagliente ironia, apparente misoginia e col suo sarcasmo si costruì delle armi e scudi per proteggere in realtà un animo gentile fino al masochismo, e un cuore devastato dal dolore per la perdita di tutte le sue figure di riferimento e le persone più importanti della sua vita.

Un artista, un uomo che anziché mostrare il suo lato più fragile per impietosire e lasciarsi “accudire”, rispondeva agli insulti della vita mostrandole il dito medio e sfogando questo suo lato delicato nella musica, senza mai piangersi addosso. L’orgoglio, la dignità e l’indipendenza ad ogni costo non si comprano mica al supermercato. Si conquistano a morsi, nuotando nella valle di lacrime e sangue del proprio dolore per uscirne puliti e profumati come un fiore di loto.

“La ruggine di Ottobre”. Ottobre sappiamo che è il cuore dell’autunno, ma cos’è la ruggine? Non è altro che l’ossidazione di un elemento, la crosta che si forma sulla superficie di un metallo quando viene esposto troppo a lungo agli agenti atmosferici.

Funge comunque, fino ad un certo punto, anche da barriera di protezione contro un’ulteriore degradazione. La metafora c’è, ma trovatevela da soli.

Comunque sia, il vero nome di Peter steele era Petrus Thomas Ratajczyk, e il suo carisma nonostante tutto era paragonabile a quello del più famoso “santone nero” Russo, Grigorij Rasputin. Sguardo intenso, deciso, penetrante ma impenetrabile. E non a caso, condividono la stessa origine: Peter Steele era di discendenza Russa da parte di padre, e il suo nonno paterno era un cugino di niente di meno che del dittatore pazzo dei “tempi moderni” per eccellenza: Joseph Stalin. Sì, avete capito bene. Motivo per cui si faceva chiamare “Steele”, che somiglia a “Steel”, acciaio in inglese, esattamente come “Stalin” in lingua russa. Fico, no?

Veniamo ora all’album. Siamo in pieno autunno: musica e testi, come abbiamo detto, esprimono disperazione e angoscia esistenziale, ma anche sessualità e sensualità, il tutto permeato da una marcata ironia di fondo che pervade tutta l’atmosfera dall’inizio alla fine, e che pare comunicare: “La vita è dolore e lenta agonia ma hey, non disperate, basta non prenderla seriamente, divertitevi, scopate e fate i cazzoni come noi, perché comunque vada non ne uscirete vivi.

Facile a dirsi, no? Ma in tempi bui e tristi come quelli che stiamo vivendo, vale la pena circondarvi di persone che possiedono un brilliante senso dell’umorismo. Fidatevi, vi servirà.

La voce baritonale profondissima di Peter Steel spazia dalla disperazione romantica di “Love you to death” all’arroganza del ritornello di “Green Man”, chiaro riferimento al suo vecchio lavoro, quando faceva il giardiniere per il parks department di New York. Dopo le prime due tracce, di cui la prima altro non è che un ronzio, uno scherzo della band per far credere all’ascoltatore che il suo stereo si è appena fuso, mentre la seconda sono i membri che scherzano e ridono come a prendersi gioco del fan che stava impazzendo per capire quale spirito infestava il proprio lettore CD, l’album si apre con la struggente, malinconica “Love you to death”, nella quale vengono fuori le ossessioni di Steele e il suo lato più insicuro e fragile: “Am I good enough for you?”.

Cosa c’è di più tenero di un bell’uomo, fisicamente imponente che dietro la sua mole nasconde la paura di non essere abbastanza per voi? Non fanno impazzire anche voi i netti contrasti? Sicuramente no. Ma un uomo che cede in pegno una parte del suo orgoglio maschile, guadagnato col sudore della fronte, per voi, è merce rara, spesso destinata allo spreco. C’est la vie.

Ma alcuni di noi comunque sono così tanto ricchi interiormente che definirli equivale a limitarli. Di fatto, subito dopo nella terza canzone “Be my druidess” entra di prepotenza quel basso distortissimo di Peter, accompagnato dalla promessa di farvi godere: “I’ll do anything to make you cum”. Sarà che nel regno dei cieli siamo puri spiriti, ma quaggiù abbiamo un corpo fisico che deve essere nutrito con proteine, grassi idrogenati e furioso sesso selvaggio, inutile negarcelo per tentare di reprimere i nostri desideri inaccettabili.

L’unico romanticismo accettabile, non stucchevole, ha come presupposto la carne e il sangue, e ogni dolcezza che non sia sporca e contaminata dai liquidi seminali è sterile e sospetta. Quindi vieni a casa mia, anzi, “nella mia foresta attorno ad un falò, lasciati guardare profondamente negli occhi, lasciati accarezzare le gambe ed annusare i tuoi capelli”, e sii la mia druidessa. Ti farò toccare le stelle.

La sensualità dell’album tocca le vette più alte in “My girlfriend’s girlfriend”, una canzone che definire sexy è un eufemismo, e che fa venir voglia di ballare con una bellissima goth girl tutta la notte con le sue note in sottofondo. Tastiere che sembrano evocare i morti la notte di Halloween, la voce di Pete ancora più profonda del solito, il ritmo cadenzato della cassa della batteria che entra di prepotenza e sembra quasi emulare il ritmo delle spinte pelviche, ed un testo che riguarda la fantasia più voluttuosa di Pete, e cioè fare sesso a tre con la sua ragazza e quella che dovrebbe giocare ad essere “la ragazza della sua ragazza”.

Perché per quanto possa essere complicato un uomo, alcune fantasie sono comuni a tutto il genere maschile, e chi vi racconta che “no non credergli, io sono diverso”, vi sta solo prendendo in giro, e sta insultando la vostra intelligenza, o non ha la potenza sessuale necessaria.

In un paio di canzoni invece l’atmosfera cambia, e si fa più pesante e malinconica. D’altronde è un album completo, che non parla solo di sesso, ma anche di amore e morte, le stesse facce ma di due medaglie diverse. Sono temi molto cari al nostro gigante buono, che si faranno sentire in maniera più esasperata anche nel successivo album “World coming down”, che riguardano essenzialmente la perdita definitiva di tutte le persone amate.

Non possiamo nulla contro l’azione erosiva del tempo, e paradossalmente più ci impegnamo a tener vivi i rapporti, più otteniamo l’effetto opposto. Non è questa l’epoca degli uomini passionali. Qui vincono gli apatici, è la legge dell’entropia: l’universo si sta raffreddando.

“Wake up, it’s Christmas mourn, those loved have long since gone. The stocking are hung but who cares? Preserved for those no longer there” è l’incipit di “Red Water (Christmas mourning)”, e credo non abbia bisogno di molte spiegazioni. Il vuoto e la devastazione che trasmettono simili parole è lo stesso che prova chi ha ancora le palle di legarsi senza secondi fini materiali a qualcuno oggi, in questi tempi di anoressia e bulimia emotiva, e restarne fregato. Fa parte del rischio calcolato, no? Eppure non ci si sente mai abbastanza preparati alle conseguenze.

È in “Die with me” che Peter urla al microfono e a tutti gli Dèi tutto il suo dolore per la perdita della sua ragazza dell’epoca, Elizabeth, con la quale passò 10 anni della sua vita, prima che lei partisse lasciando l’America, non rivedendola mai più. Uno strazio, un dolore del genere può capirlo solo chi c’è passato attraverso, sulla propria pelle. Nessun racconto o canzone può darvi nemmeno lontanamente l’idea di cosa significhi, specialmente per una persona con una sensibilità di gran lunga sopra la media.

Tutto l’album si può dire che trasuda la nostalgia di Elizabeth, e la disperazione di non poter fare più nulla per rivederla, neanche per un’ultima volta. Un lutto mai elaborato il suo, che lasciò il segno e si ripercosse in tutta la sua vita e nelle sue relazioni, fornendogli la convinzione che sarebbe morto solo.

Di fatti da lì in poi non fece altro che trovare ragazze interessate più al suo personaggio duro, strafottente, misogino, che era stato costretto a crearsi dalle circostanze, piuttosto che alla sua persona umana e al suo dramma interiore.

La differenza tra un pagliaccio o un uomo comune e un artista in fondo è tutta qui: i pagliacci e gli uomini comuni (che a volte coincidono) non hanno nulla da dire ma per quel poco che hanno vogliono essere applauditi ed ammirati da tutti. Gli artisti invece, i veri artisti, non vogliono essere adulati da nessuno, tantomeno da perfetti sconosciuti. Fanno arte solo per sé stessi, in culo alle logiche di mercato, sperando di arrivare al cuore di pochi, singoli prescelti. Il resto non conta.

Le paranoie (giustificate) di Steele di non essere mai più amato vengono fuori anche in “Burnt Flowers fallen”: “I think she’s falling out of love”, come in  “In praise of Bacchus”: “Hey Bacchus, she hates me”, come le paranoie di essere perseguitato in “Haunted” da una lei: “A living flame, impossibile to resist, burning me deep with every bite, kiss and lick, Oh I’m Haunted (by her).” Fantasmi che si porterà, inevitabilmente, fino alla tomba.

Steele morì nel 2010 a soli 48 anni, a causa di un arresto cardiaco, e con lui gli stessi TON. L’intero mondo del metal piange ancora la sua scomparsa. Mancano il suo carisma e il suo macabro senso dell’ironia, in un mondo sempre più sterile e patinato. Ma Ottobre è ormai alle spalle, è tempo di guardare avanti.

Accendete il vostro stereo… e toglietevi la ruggine di dosso.

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