Pino Ammendola porta in scena magia e tormenti di Yves Saint Laurent

Debutta stasera all’OFF/OFF Theatre di via Giulia 20 e sarà in cartellone fino al 30 gennaio “Lettere a Yves”, tratto dall’omonimo libro di Pierre Bergé e dedicato alla relazione ultracinquantennale tra l’autore e la leggenda della moda Yves Saint Laurent. Ne abbiamo parlato un po’ con il protagonista, l’attore, doppiatore e regista napoletano Pino Ammendola.

Per preparare questo spettacolo, oltre al libro di Bergé, si è servito anche di altri fonti? Più in generale, quando struttura una parte è solito affidarsi ad una fase di studio molto dettagliata o procede a costruire il ruolo in altro modo?

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Per abitudine personale, sono solito fare molta ricerca prima degli spettacoli. In questo caso specifico, oltre al libro di Bergé, ho letto diversi articoli e visto entrambi i film dedicati al grande stilista francese, sia il biopic di Lespert del 2014, alla realizzazione della quale partecipò lo stesso Bergé, sia il documentario del 2018 di Meyrou, che invece venne aspramente criticato dall’autore di “Lettere a Yves”. Avevo bisogno di studiare il personaggio che interpreto da tutte le prospettive possibili. Tra l’altro, man mano che mi documentavo, ho scoperto di avere una certa somiglianza fisica con Bergé, un aspetto che mi ha ulteriormente stimolato nel lavoro.

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Anche alla luce della sua interpretazione (ricordiamo che lo spettacolo è già andato in scena al Torlonia nel 2020, ndr), che idea si è fatto di Yves Saint Laurent come uomo e come artista?

Ho imparato a conoscerlo molto meglio, chiaramente. Prima per me, come per la maggior parte delle persone, credo, era soltanto il grande stilista o poco più. Invece, dovendolo approfondire ho scoperto molto su questa figura così straordinaria nonostante le sue fragilità, le sue debolezze e i suoi eccessi. Non è facile approcciarsi alla vita di una persona così particolare, credo sia un processo molto diverso rispetto a quello che può avvenire, che so, con quella di un uomo comune. È stata una esperienza molto, molto stimolante.

Qual è la peculiarità dell’adattamento scenico di Roberto Piana (il regista dello spettacolo, ndr) che l’ha messa più a suo agio rispetto alla dimensione di partenza così intima e privata del testo di Bergé?

Non è semplice creare uno spettacolo teatrale partendo da un epistolario, innanzitutto. In questo caso, poi, c’è la particolarità che detto epistolario è in realtà un soliloquio, visto che le lettere vengono indirizzate dal solo Bergé a Saint Laurent, che quindi viene continuamente evocato senza mai essere realmente presente. Io credo che sia stato fatto un ottimo lavoro nel trasformarlo in un reading e che abbia giocato un ruolo fondamentale la musica composta ad hoc dal maestro Giovanni Monti, che non ha niente della mera “cornice” sonora, ma contribuisce enormemente ad aumentare l’emotività del pubblico in sala e si lega benissimo anche ad alcune immagini del grande stilista che utilizziamo. In questo senso, ha anche una valenza molto forte la canzone che alla fine dello spettacolo viene cantata da Eva Robin’s. Mi piace molto l’idea di una “comunicazione totale” con il pubblico come avviene in questo caso.

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Dovesse evidenziare il messaggio più importante trasmesso da questa pièce quale sceglierebbe e perché?

Secondo me l’amore, ma non inteso in senso convenzionale: infatti, al di là che si parli di un amore omosessuale e non etero come nella stragrande maggioranza dei casi, ciò che stupisce è la capacità di accettare che la felicità di uno dei due innamorati (Saint Laurent) possa passare anche attraverso cambiamenti e tradimenti. È un punto di vista che sfida in modo diretto molte convenzioni e dimostra come l’accettazione completa di un altro essere possa percorrere strade davvero non comuni.

Stasera torna in scena dopo l’esperienza del suo “Uomini da marciapiede” a Lo Spazio. Che clima si aspetta di trovare rispetto a dicembre? Ritiene che il perdurare della pandemia stia scoraggiando il pubblico?

Non è la pandemia a scoraggiare il pubblico, ma la massiva informazione sull’argomento a farlo. Siamo bombardati, in un modo che francamente reputo eccessivo, anzi assurdo. Sembra che non viviamo più, che ad ogni nostro passo possa corrispondere una catastrofe. Io penso che sia un terrorismo psicologico ingiustificato, che aumenta e di molto la virulenza del virus. In ogni caso, spero comunque che la gente non abbia paura e venga a teatro. Il teatro è un arricchimento interiore al quale non si dovrebbe mai rinunciare. Non dimentico mai quando mio padre mi raccontava che, anche sotto le bombe durante la Seconda Guerra Mondiale, la gente di Napoli, della mia amata città, andava sempre a teatro. Non si vive senza teatro!

Dalla recitazione al doppiaggio, passando per la drammaturgia e la regia (teatrale e cinematografica), lei è da tanti anni un uomo di spettacolo a trecentosessanta gradi. Ci dice come è nata questa sua vocazione e in quale delle tante sue vesti si sente più a suo agio?

L’idea che avrei fatto questo nella vita è nata molto presto: avevo nove anni e studiavo in un collegio estivo per imparare il francese. Una compagnia venne a fare uno spettacolo all’interno della struttura e aveva bisogno di un bambino per una breve comparsata. Quel bambino, naturalmente, fui io, che rimasi stregato dalle luci e dalle sensazioni regalate dal palcoscenico, tanto da decidere già in quel momento di voler fare quel mestiere nella vita. E con tanta applicazione e un po’ di fortuna ci sono riuscito. Per quanto riguarda la veste nella quale mi sento più a mio agio, io credo che il compito fondamentale di chi lavora nello spettacolo sia quello di raccontare, a prescindere dal mezzo che si utilizza per farlo. Quindi non è tanto una questione “strumentale”, quanto di attitudine e di curiosità. Io sono sempre stimolato dal nuovo, penso che la prossima cosa che farò sarà sempre la migliore che io abbia mai fatto.

Cosa farà nel 2022 dopo questo “Lettere a Yves”?

A maggio sarò di nuovo in teatro, a Chieti, con “L’ultima notte di Liborio Bonfiglio”, uno spettacolo tratto dal bellissimo libro di Remo Rapino “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” e voluto da Davide Cavuti del Teatro Marrucino. Mi sono conosciuto casualmente con Rapino ad un premio letterario e sempre casualmente mi è capitato di leggere in pubblico qualche brano del suo libro. Lui è rimasto incantato dalla mia voce e, piano piano, il progetto si è messo in moto.

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