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Teatro

Perugia si prepara a Comic, la prima stagione di stand up comedy tutta da ridere

Redazione

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Prenderà il via il prossimo 31 gennaio a Perugia Comic, prima edizione della stagione di stand up comedy promossa in sinergia dalla compagnia Occhisulmondo, dall’Associazione Umbra della Canzone e della Musica d’Autore in collaborazione con Aguilar e Metanoia, con il patrocinio del Comune di Perugia e la collaborazione dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Perugia. La stagione vedrà alternarsi sul palco della Sala dei Notari, con un evento che toccherà anche l’auditorium San Francesco, alcuni tra i comedian più noti del panorama nazionale.

La presentazione si è svolta stamani (10 gennaio) al Museo Civico di palazzo della Penna alla presenza di Leonardo Varasano, assessore alla Cultura del Comune di Perugia, Gianluca Liberali, direttore artistico AUCMA, Matteo Svolacchia, direttore artistico Comic, Maurita Passaquieti, responsabile del progetto grafico Comic.

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Gli interventi

Ad aprire la conferenza stampa è stato Gianluca Liberali che ha sottolineato l’intento della stagione di rappresentare “un ritorno alle origini della stand up comedy statunitense con l’attore al centro della scena senza orpelli, munito solo e unicamente di un microfono e della propria arte oratoria”.

L’assessore Varasano ha ringraziato gli organizzatori per il bel palinsesto offerto alla città di Perugia. La cultura, vista dall’Assessore, è un prisma composto da “facce di diversi generi” che devono convivere insieme. Una di queste è proprio quello che vedremo con “Comic”, “risate intelligenti” che portano a momenti di riflessione. Tra l’altro, Varasano ha espresso l’auspicio che l’ultimo appuntamento della stagione, che vede protagonista Ruggero dei Timidi, segni la riapertura – salvo imprevisti – di uno dei luoghi simbolo della città, l’auditorium di San Francesco al Prato.

Maurita Passaquieti di Fattoria Creativa, realtà che da anni supporta le iniziative promosse da AUCMA, ha illustrato il progetto grafico creato su misura per “Comic” che vede un’immagine di sunto della stagione, evocativa del tipo di comicità che andrà in scena durante gli appuntamenti e della bellezza di Perugia che troneggia nella locandina con la splendida Fontana Maggiore.

Matteo Svolacchia ha ripreso il concetto di prisma dell’assessore Varasano adattandolo all’importante sinergia che si è venuta a creare fra le realtà organizzatrici. Con questa stagione si ritorna a “far salire sul palco gli artisti con il solo microfono in mano, come una volta, ma con la convinzione che questi artisti stanno prendendo strade differenti”. Al Direttore Artistico è spettato anche il compito di illustrare tutti gli appuntamenti in scena.

Il programma

Il 31 gennaio alla sala dei Notari inaugurazione affidata a Michela Giraud con il suo one man show “Michela Giraud e altri animali”. L’artista riscuote grande popolarità sul web con partecipazioni a video virale che contano milioni di visualizzazioni, come quelli promossi dai collettivi Educazione Cinica e Le Coliche. In televisione ha partecipato a due edizioni di “Stand Up Comedy” e a tre edizioni di “CCN” su Comedy Central ed è nel cast fisso di “La tv delle ragazze” di Serena Dandini su Rai3. Come attrice ha partecipato alla serie di FOX “Romolo + Giuly” nel 2018.

Si prosegue il 21 febbraio alla sala dei Notari con Saverio Raimondo che, dopo il successo di “Il Satiro Parlante”, il suo spettacolo di stand-up comedy uscito su Netflix nel maggio scorso e distribuito in 190 Paesi, torna dal vivo con più di un’ora di materiale completamente nuovo e travolgente. Con la sua ironia politicamente scorretta e la sua naturale irriverenza, Raimondo ridicolizza le ansie contemporanee, i costumi sessuali all’indomani del MeToo, la scena politica italiana e sé stesso; dalle molestie al populismo, dalla rabbia sociale al sesso orale, la satira dell’artista fa ridere dove meno te l’aspetti, spingendo l’asticella sempre più su. Una comicità adulta per persone dotate di senso dell’umorismo alle quali Raimondo si rivolge in modo intimo e informale.

Il 13 marzo, sempre alla sala dei Notari, sarà la volta di Luca Ravenna. Milanese, trentadue anni portati con una certa disinvoltura, Ravenna presenta il suo show live. Compiere trentadue anni, veder nascere i figli degli amici, il razzismo all’italiana, essere ebreo, ma non veramente, davvero, non sul serio! Scoprire di avere un fratello brasiliano adottato e la paura delle emozioni da combattere a colpi di puttanate. Il rapporto difficoltoso con la terapeuta. La guerra, vera fra Roma e Milano, ma soprattutto una vita sentimentale disastrosa e la scoperta dell’amore nel letto di fianco al suo.

A chiudere il sipario su questa prima stagione il 3 aprile all’auditorium San Francesco sarà Ruggero dei Timidi. Dopo 5 anni di tourneé con la band calcando i palchi dei più importanti Live Club e Festival italiani, dopo aver fatto conoscere le sue liriche tramite la rete, le radio e le televisioni nazionali, Ruggero dei Timidi sente l’esigenza di tornare alle origini, quando si esibiva a Milano nei piccoli locali abbracciando la sua chitarra con poche manciate di canzoni ma con la voglia di raccontare il mondo a modo suo.

Nasce così “Stand Up & Songs“, spettacolo intimo e imprevedibile dove Ruggero riabbraccia la sua chitarra (e il suo ukulele) cantando le canzoni che lo hanno reso celebre, raccontando la genesi dei suoi brani e gli incredibili aneddoti della sua improbabile carriera. Il tutto condito dalle incursioni a sfondo familiare della mogliesoubrette Fabiana Incoronata Bisceglia, con cui gestisce questo atipico “agriturismo dello spettacolo”.

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Teatro e catarsi

Giuseppe Tomei

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Teatro

Ecco come il sito dell’enciclopedia Treccani definisce la parola “Teatro”:

  1. Edificio o complesso architettonico costruito e attrezzato per rappresentazioni sceniche;
  2. a. Spettacolo, come singola rappresentazione teatrale; b. Il pubblico, gli spettatori che intervengono a uno spettacolo teatrale; c. Con senso più ampio e comprensivo, l’attività, l’ambiente, il complesso delle persone che operano nello spettacolo teatrale; d. Denominazione di alcuni organismi teatrali, formati in genere da compagnie fisse con attori professionisti, che hanno sede in determinate città il cui nome viene aggiunto alla qualifica generica, con il programma di allestire spettacoli di carattere culturale, spesso sperimentale e d’avanguardia.

Quindi luogo fisico, materiali, attori, testo, rappresentazione fino ad arrivare inevitabilmente al pubblico. Il pubblico come “attore inconsapevole”, definizione del mai troppo lodato Peter Brook, uno dei registi più importanti nella storia del teatro contemporaneo. L’attore che agisce sul palco è quello consapevole, sa che sta agendo con uno scopo, con un’intenzione; con questo attore consapevole si interfaccia quello inconsapevole cioè il pubblico.

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Una sorta di gioco di specchi per cui l’attore in platea riflette e risponde a ciò che sul palco avviene e viceversa continuando in questo “botta e risposta” virtuale lungo tutta la durata dello spettacolo. Quindi l’altra parola alla base del nostro concetto di Teatro è relazione, tra attori e soprattutto con gli ascoltatori. Si tratta in fondo della grande, fondamentale differenza tra Teatro e Cinema: il secondo può esistere con o senza qualcuno che lo veda, il primo no. Si potrebbe obiettare dicendo che con il Cinema ci emozioniamo altrettanto.

Tutto ciò è vero, ma quello che avviene è sottilmente diverso: al cinema ci si può riconoscere in un personaggio, si può entrare in empatia con esso e da lì ci si emoziona. Quanto avviene in teatro, invece, è uno scambio reciproco tra attori e pubblico di vere e proprie vibrazioni che rendono diversa ogni rappresentazione. Vedremo sempre lo stesso bellissimo film, ogni volta che vorremo; non assisteremo mai due volte di fila alla stessa rappresentazione di uno spettacolo teatrale. La presenza del pubblico diventa sostanziale: è esemplare come alcuni attori o comici non riescano a fare facilmente i loro monologhi senza la controparte in platea. E qui arriviamo per forza di cose a parlare di “catarsi”, facendo un salto temporale fino all’antica Grecia.

L’aspetto più importante delle rappresentazioni teatrali in questo periodo era pressoché uno: la capacità di creare una simbiosi vera e propria tra attori e spettatori i quali andavano a vivere un’esperienza unica che provocava il cosiddetto fenomeno della “catarsi”, appunto, da intendersi come una sorta di purificazione dell’anima. Il tutto avveniva prevalentemente tramite il genere della tragedia, la quale suscitava nello spettatore la riflessione necessaria per “rinascere puro” offrendogli l’occasione di liberarsi dagli impulsi, dalle passioni che provocavano inciviltà, ingiustizie, vessazioni.

Leggi anche: Spazio Rimediato, la catarsi nei piccoli teatri

La rappresentazione di storie nelle quali i protagonisti finivano per morire o “sopravvivere” con sensi di colpa, rimorsi, angosce, conseguenze di scelte irrazionali, offrivano allo spettatore la possibilità di lasciarsi coinvolgere dagli stessi “peccati”, di immedesimarsi e perciò di non viverli nella realtà quotidiana. Ad ampliare le sensazioni di tormento del protagonista ci pensava la maschera, fondamentale mezzo di riconoscimento del personaggio stesso in quanto costituita da caratteri distintivi, lacrime per la tragedia e sorriso per la commedia, oltre che un mezzo di amplificazione della voce, vista la distanza tra attore e pubblico.

Nel corso del tempo, sono stati fatti numerosi tentativi di dare conto del significato specifico in ambito teatrale, e in generale si è concordato nel ritenere che il fenomeno della catarsi, in qualunque modo si verifichi, è il risultato di un’esperienza tramite cui lo spettatore è alleviato da un carico emozionale potenzialmente nocivo. Non si è dubitato neppure che l’effetto sia provocato da una esperienza emozionale diretta, benché il punto controverso sia stato – e sia tuttora – la relazione tra le emozioni alleviate nello spettatore e quelle rappresentate dai personaggi, ovvero se esse siano identiche o meno.

Poiché generalmente si concorda anche sul fatto che sono mediate dalla rappresentazione, sembra prevalere l’idea che ci sia un rapporto di affinità, ma non di identità.

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Aristotele nella Poetica scrive che “la tragedia è l’imitazione di un’azione seria e compiuta in se stessa, di una certa estensione, in un linguaggio adorno di vari abbellimenti, applicati ciascuno a suo luogo nelle parti diverse, rappresentata da personaggi che agiscono e non narrata, la quale mediante una serie di casi che suscitano pietà e terrore, ha per effetto di sollevare e purificare l’animo da siffatte passioni “.

Lo spettatore, dalla visione del dramma, era cioè sottoposto ad un effetto di ‘catarsi’, di purificazione: s’interrogava sul senso della vita, sul mistero della morte, sulla presenza del male, della colpa, del dolore, sul destino individuale e collettivo. Quei sentimenti quali l’amore, l’odio, la vendetta, la pietà che dominavano negli eroi tragici, una volta proiettati sulla scena, venivano razionalizzati e come espulsi, liberati, dagli strati più profondi della coscienza.

Al giorno d’oggi potremmo dire che l’autore teatrale non vuole più creare uno stato d’animo ma stimolare sentimenti, un allentamento della tensione che si accompagna al piacere della visione di uno spettacolo, sempre lo stesso, in continuo muliebre mutamento ad ogni nuova replica.

Cosa che succede ogni volta che viene a crearsi quel momento magico in cui un attore teatrale dà vita ad un personaggio e cerca di coinvolgere il pubblico, di trascinarlo con sé entro un’altra dimensione coscienziale.

Photo by Thomas Kinto on Unsplash

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Teatro

Teatro Belli di Roma, 15 e 16 maggio debutta “Il Manifesto”

Federico Rapini

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Il Manifesto debutta al Teatro Belli di Roma

Debutta in prima assoluta al Teatro Belli di Roma, sabato 15 e domenica 16 maggio, “Il Manifesto”, spettacolo scritto e diretto da Paolo Roberto Santo, interpretato da Francesco Bonaccorso.

Un monologo ironico e malinconico, che parte dall’esperienza personale del protagonista, Tommaso. Un viaggio nel contemporaneo e una riflessione sui sogni e le ambizioni di un giovane uomo, sul lavoro, sulla vita o meglio sul mestiere di vivere.

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Tommaso, fuorisede sui venticinque anni, dopo aver conseguito la laurea in “Scienze della Comunicazione” si barcamena come può per trovare un lavoro e dare uno scopo alla sua vita.
Un pomeriggio come tanti, dopo innumerevoli colloqui rivelatisi delle clamorose fregature, arriva l’occasione giusta, o quantomeno l’unica. Un lavoro come cartellone umano per pubblicizzare il nuovo, rivoluzionario modello di carta igienica contenente al suo interno uno strato di sapone solidificato. La mansione consiste nel diventare un vero e proprio manifesto umano.

Tommaso dovrà vagare per la città indossando il cartellone pubblicitario, nella speranza che qualcuno lo noti.

IL MANIFESTO E LA RIFLESSIONE INTROSPETTIVA

Nelle sue lunghe passeggiate il ragazzo osserva le persone, cerca di capire qualcosa sugli altri e su sé stesso. Si domanda il motivo per cui, per avere una minima prospettiva di vita, debba andare in giro con un cartellone addosso. E soprattutto si chiede perché, con o senza cartellone, venga continuamente ignorato dal resto del mondo. L’aspetto fisico, il carattere, le parole non dette, quelle che avrebbe fatto meglio a dire, e quelle che non avrebbe mai dovuto pronunciare. Sono questi i pensieri che scatenano in lui una lunga riflessione che lo porterà a mettere in discussione tutta la sua vita.

“Il Manifesto” è un monologo teatrale caratterizzato da una messa in scena minimale ed essenziale, esaltata da proiezioni video con cui l’attore entra in relazione.  Il protagonista si muove in uno spazio semi vuoto dove il gioco teatrale prende vita attraverso luci ed ombre con cui il protagonista si ritrova a dialogare e quindi a rapportarsi. L’ambiente si fa metafora di passanti incontrati per strada o ombre di fantasmi interiori.

Come Tommaso è apparentemente immerso nella sua solitudine, così l’attore mette alla prova le sue capacità espressive e interpretative. Trae forza da un allestimento privo di orpelli.
Momenti brillanti si fondono con altri più intimi ed introspettivi a intessere un “manifesto” della contemporaneità, di una generazione, del cosa voglia dire per un giovane inseguire un sogno oggi. Tra ambizione, delusione, coraggio.

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Teatro

Spazio Rimediato: Max Paiella segna la riapertura del teatro aquilano

Antonella Valente

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Un atto di amore e di incoscienza” ha dato vita 5 anni fa a “Spazio Rimediato“, uno scrigno di arte e cultura alle porte del centro storico dell’Aquila. Oggi, però, quello “spazio” rappresenta un punto di riferimento non solo come teatro ma anche come luogo intriso di cultura attraverso la programmazione di corsi di scrittura, ma anche di musica e fotografia.

Il progetto di Giuseppe Tomei ha superato il terremoto, la ricostruzione e due chiusure dovute alla pandemia, ma riuscirà a cavarsela anche questa volta. Infatti “Spazio Rimediato” riaprirà le sue porte al pubblico il prossimo 8 maggio con un ospite d’eccezione, Max Paiella e il suo spettacolo “Il territorio va in scena”. Per l’occasione le singolari poltroncine verdi, del cinema Don Bosco e sopravvissute al sisma del 2009 e ad un incendio, ospiteranno 30 spettatori, esattamente la metà della capienza dell’intera sala. Tutto è pronto, però, anche per la stagione estiva che, con 8 appuntamenti, si svolgerà all’aperto.

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Servizio di Antonella Valente
Montaggio di Fabio Iuliano

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