Parole & Suoni, la poesia di Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz

!Oh guitarra!
Corazón malherido
por cinco espadas

Accade, a un certo punto una cosa inconsueta. Il giovanotto che per circa un’ora ci ha scorrazzati su e giù per le scale della Huerta de San Vicente, ultimo domicilio conosciuto di Federico García Lorca, invita i visitatori a sedersi al pianoforte del poeta. «Se avete in testa una bella melodia suonatela pure» dice indicando la mitica tastiera che fu percorsa, sembra, anche da Manuel de Falla. Tutti sono assaliti da una improvvisa timidezza. Fanno un passo indietro i turisti spagnoli, entrati nella casa-museo con de vozione religiosa. Al pianoforte non sederà nessuno e la giovane guida non se ne stupirà troppo. «Peccato, Federico ne sarebbe stato contento». (Laura Putti, García Lorca – Poeta al pianoforte)

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Quella raccontata dalla giornalista di Repubblica (un articolo uscito su Musica, inserto del quotidiano a ridosso del centenario della nascita dell’autore) è una specie di leggenda metropolitana che si può verificare di persona visitando la Huerta a Granada. La residenza si trova oggi al centro di un parco cittadino dedicato proprio a Federico García Lorca, mentre all’epoca del poeta era completamente circondata dalla campagna. Proprio per questo era stata scelta come residenza estiva ed era, già da allora, oggetto di un viavai di visite da parte di tutti gli amici di famiglia.

Dopo aver girato per le varie stanze della casa, la gente si raduna nel salone del pianoforte per ascoltare la guida che ci raccontava tutte le curiosità della Huerta de San Vicente, a cominciare dal nome, modificato in onore di doña Vicenta. Quale occasione migliore per chiedere conferma di quanto scritto: “Non succede così tanto di rado che qualcuno si sieda al pianoforte”, spiega la guida. “Spesso, e il fatto non è una leggenda, riceviamo delle scolaresche in visita e a tutti domandiamo se c’è qualcuno capace di suonare lo strumento, come adesso io potrei chiedere a ciascuna delle persone di questa stanza di recitare una poesia di Lorca”. Quello che veramente conta è il motivo di tanta apertura ai visitatori. “I musei sono cose morte”, rimarca appoggiando la mano destra sulla tastiera del piano. “La Huerta de San Vicente è, e sarà sempre, cosa viva”.

Non è un caso che ci sia uno strumento musicale, a simboleggiare la forza vitale che aleggia attorno alla storia dell’autore granadino. Lorca manifesta sin da subito una spiccata sensibilità per la musica. Già a due anni di vita, quasi ancor prima di saper parlare, “canticchia delle canzoni popolari e si entusiasma sentendo suonare una chitarra”. Tra le figure familiari che lo affascinavano da bambino, c’era sicuramente quella della sua adorata cugina Aurelia, capace sin dalla tenera età di cantare accompagnata dalla chitarra.

Alla naturale sensibilità del poeta andaluso per la musica, si aggiungerà presto una sorprendente “memoria plastica” per i luoghi visti anche una sola volta, qualità che si è rivelata poi fondamentale nella genesi di molti suoi lavori. Per il giovane Federico che vive nella provincia, il primo vero approccio con l’arte è arrivato sottoforma di gioco. Con il tempo l’interesse di Lorca per la musica e il teatro si è alimentato attraverso gli spettacoli e le rassegne locali.

Ma è a Granada che si sviluppa nel poeta una passione trascendentale per la musica, manifestata attraverso i tasti di un pianoforte che impara a suonare con don Antonio Segura Mesa. “È quasi un miracolo che le mie dita possano arrivare a tanto”, commenterà in seguito García Lorca. Suonare uno strumento musicale è una cosa del tutto straordinaria per uno come me, completamente negato per qualsiasi altra azione pratica”.

Trascinato dal carisma di don Antonio, Lorca, oltre ad impadronirsi della tecnica dello strumento, intraprende uno studio sistematico della musica folkloristica che lo accompagnerà in tutti i lavori poetici ispirati alla sua Andalusia. Questo studio sarà approfondito in seguito, come vedremo nel prossimo capitolo, con l’ausilio del maestro Manuel de Falla, amico nel poeta a partire dagli anni Venti.

Al tempo dell’arrivo in città di Lorca, Granada si mostra in tutto il suo splendore. La città andalusa, da sempre una perla nel cuore del sud, all’inizio del secolo ha un fascino particolare e questo malgrado il parziale degrado di alcuni quartieri. La borghesia locale ha già avviato un processo di modernizzazione e di questo ne sono espressione la Gran Vía de Colón (enorme viale largo e rettilineo che rispecchia un’estetica occidentale ed europeista) e alcune facciate degli edifici centrali in stile Art Noveau. Tuttavia, l’assetto urbano tradizionale, figlio di una cultura secolare, è ancora lungi dall’essere turbato. Inoltre, come ultimo baluardo islamico della penisola iberica, la città ha addosso tutti i segni della dominazione araba e riluce dei bagliori di un’importante eredità i cui tesori sono ancora oggi sotto gli occhi di tutti.

Parliamo, ad esempio, del quartiere Albaicín e dell’Alhambra, la costruzione simbolo di Granada, meta di milioni di turisti e fonte di ispira zione di un’intera schiera di letterati e di musicisti, come Baudelaire e Hugo o Debussy e Albéniz, tutti artisti che attirano l’interesse giovanile di García Lorca assai più della scuola.

Il poeta cerca la maturità dei suoi versi attraverso un rapporto più che mai intenso con il mondo gitano attraverso le sue forme espressive, non tralasciando di rievocare l’atmosfera araba in cui il cante si è modellato. Sono proprio i gitani a dare una forma definitiva ad una musica che esisteva in embrione già prima del loro arrivo in Spagna.

Con questo lavoro quindi, Lorca cerca le tracce del filo che unisce l’Andalusia con “l’impenetrabile Oriente”. Vuole arrivare a sentire “l’acuta elegia dei secoli scomparsi fino a percepire la nuda, spaventosa emozione delle prime razze orientali”. In una lettera al suo amico Adolfo Salazar del 2 agosto 1921, Federico García Lorca scrive di avere una grande passione per la chitarra flamenca e di essere già in grado di accompagnare fandangos, peteneras, bulerías e romeras, grazie alle lezioni dei due gitani El Lombardo e Frasquito.

La passione per la chitarra lo spingerà a scrivere un buon numero di versi a tema. Uno dei componimenti più famosi è sicuramente “La guitarra”, pubblicato nella raccolta all’interno del Poema della Siguiriya Gitana.

LA GUITARRA
Empieza el llanto
de la guitarra,
se rompen las copas
de la madrugada.
Empieza el llanto
de la guitarra.
Es inútil
callarla.
Es imposible
callarla.

Llora monótona,
como llora el agua,
como llora el viento
sobre la nevada.
Es imposible
callarla.
Llora por cosas
lejanas.
Arena del sur caliente
Que pide camelias blancas.
Llora flecha sin blanco,
la tarde sin mañana
y el primer pájaro muerto
sobre la rama.

¡Oh Guitarra!
Corazón malherido
por cinco espadas.

LA CHITARRA
Inizia il pianto
della chitarra.
Si rompono le coppe
dell’alba.
È inutile
azzittirla.
È impossibile
azzittirla.
Piange monotona
come piange l’acqua,
come piange il vento sulla neve.
È impossibile
azzittirla.
Piange per cose
lontane.
Arena del caldo Sud
che richiede camelie bianche.
Piange freccia senza bersaglio
la sera senza domani,
e il primo uccello morto
sul ramo.
Oh chitarra!
cuore trafitto
da cinque spade.

Di fatto, Lorca ha un rapporto importante con la musica perché “con le parole si dicono cose umane; con la musica si esprime quello che nessuno conosce né può definire”. Oltre ad essere un mezzo di interazione tra le varie forme d’espressione del poeta, la musica rappresenta per noi l’architrave della sua evoluzione artistica. Pensiamo anche ancora all’amicizia con il chitarrista Andrés Segovia. Non è un caso che le canzoni di Lorca trovano numerosissimi adattamenti e trasposizioni in musica, dentro e fuori le sonorità del Flamenco.

Capitolo a parte, la sua esperienza in America. Nel tragitto in nave verso New York la colonna sonora cambia, dalla rumba gitana si passa al jazz e al gospel. Il jazz era penetrato in Europa già da qualche decennio, e Federico alla Resi di Madrid aveva molti amici con i quali condividere la passione per questo genere. Ma è negli Usa che l’autore entra in contatto con l’ambiente afro-america no in cui il jazz ha mosso i primi passi.

Se il flamenco rievoca in lui un mito di tradizioni zingare andaluse che accompagna tutta la sua prima parte del lavoro poetico, il jazz è una delle finestre centrali attraverso le quali Lorca si affaccia al mondo dei neri d’America. Poeta en Nueva York è anche questo, un’immagine underground della Grande Mela vista dalla parte nord di Broadway, quella della Columbia University, quella di Harlem e Upper Manhattan.

E se a darci questa immagine è un perro andaluso come Federico, allora la sua poesia diventa un simbolo di uno scambio culturale tra il vecchio e il nuovo mondo, dal l’Andalusia del pianto, all’Andalusia del cemento.

Testo liberamente adattato da “New York, Andalusia del cemento. Il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade jazz”

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Fabio Iulianohttp://www.fabioiuliano.it
Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

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