Parole & Suoni contro la guerra: la ninna nanna di Trilussa sui tasti di un pianoforte

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“Chi non ha visto don Abbondio, il giorno che si sparsero tutte in una volta le notizie della calata dell’esercito, del suo avvicinarsi, e de’ suoi portamenti, non sa bene cosa sia impiccio e spavento. Vengono; son trenta, son quaranta, son cinquanta mila; son diavoli, sono ariani, sono anticristi; hanno saccheggiato Cortenuova; han dato fuoco a Primaluna: devastano Introbbio, Pasturo, Barsio; sono arrivati a Balabbio; domani son qui: tali eran le voci che passavan di bocca in bocca; e insieme un correre, un fermarsi a vicenda, un consultare tumultuoso, un’esitazione tra il fuggire e il restare, un radunarsi di donne, un metter le mani ne’ capelli”.

Lo sfondo del capitolo XXIX dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni è quello della terra di Mantova e del Monferrato. Le notizie dell’arrivo dei lanzichenecchi nel territorio di Lecco e delle loro scorrerie si spargono in un baleno e giungono ben presto anche al paese del curato, lasciandolo in preda a un autentico terrore.

Questo lo spinge ad accettare la proposta di Agnese a cercare protezione al castello dell’Innominato. Si mettono in cammino verso il confine col Bergamasco tagliando il silenzio dei campi: i sentieri sono vuoti, fra chi è già scappato e chi ha sceltodi chiudersi in casa in attesa dei Lanzichenecchi. Con loro c’è anche Perpetua. In preda ad ansia e terrore e con gli occhi bene aperti, don Abbondo inizia a parlottare tra sé, maledicendo i potenti del momento.

“Se la prendeva col duca di Nevers”, si legge nel testo manzoniano, “che avrebbe potuto stare in Francia a godersela, a fare il principe, e voleva esser duca di Mantova a dispetto del mondo; con l’imperatore, che avrebbe dovuto aver giudizio per gli altri, lasciar correr l’acqua all’ingiù, non istar su tutti i puntigli: ché finalmente, lui sarebbe sempre stato l’imperatore, fosse duca di Mantova Tizio o Sempronio. L’aveva principalmente col governatore, a cui sarebbe toccato a far di tutto, per tener lontani i flagelli dal paese, ed era lui che ce gli attirava: tutto per il gusto di far la guerra. – Bisognerebbe, – diceva, – che fossero qui que’ signori a vedere, a provare, che gusto è. Hanno da rendere un bel conto! Ma intanto, ne va di mezzo chi non ci ha colpa”.

Perpetua lo interrompe infastidita da “codeste solite chiacchiere”, riportandolo con la mente sul sentiero. Ma è curioso che il Manzoni abbia scelto proprio la voce del fragile curato di provincia per esprimere un suo pensiero solido contro la guerra. Contro ogni guerra. Nel prendersela con i potenti come il duca di Nevers, l’imperatore, il governatore di Milano, don Abbondio ricorda quanto il popolo sia destinato a patire le conseguenze dei loro atti.

Ninna nanna de a guera di Carlo Alberto Salustri – in arte Trilussa – parte da lì. Siamo nel 1914, alla vigilia dell’entrata in conflitto dell’Italia. Schierato contro l’intervento del suo Paese nella prima guerra mondiale, il poeta dialettale romanesco ribadisce questo concetto: la guerra è affare utile per pochi, mentre tutti gli altri ci rimettono. La prospettiva è quella di una madre o di un padre che culla il bambino.

Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.
Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civ
ili

Un testo che mette a nudo le contraddizioni di quel conflitto, come di qualsiasi altro animato da interessi economici di una piccola parte. Un concetto che ritroveremo nella canzone d’autore contemporanea, si pensi a Masters of War o altre ballate di Bob Dylan.

Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.

“La denuncia di Trilussa, fa notare Valeria Meazza, non si ferma alle colpe di Guglielmo II di Germania (Gujermone) e Francesco Giuseppe I d’Asburgo. Che, comunque, sono significativamente accompagnati da Farfarello, figura demoniaca della tradizione popolare, e riassunti nell’eloquente etichetta di Sovrano macellaio”. Tanta parte delle colpe, nella ninnananna di Trilussa, spetta a tutti quelli che accettano questa situazione come normale.

Ché quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.
Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.

Gli ultimi versi sono restituiti alla narrazione ipocrita, volta a giustificare l’ingiustificabile, magari utilizzando il nome di Dio invano, volta a salvare le apparenze. Possono cambiare le motivazioni, gli scenari, i protagonisti, il modo in cui questi avvenimenti vengono recepiti, ma la sostanza rimane la stessa. Non esistono giustificazioni per la guerra, e qualsiasi di queste venga tirata in ballo non può essere considerata accettabile.

So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.
E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!

Di questa poesia, Claudio Baglioni ne ha fatto una delle sue ballate più riuscite. Incisa nel 1974, a 23 anni d’età, e contenuta nell’album da studio “E tu …”, il brano subì inizialmente censura in Rai. Ma anche più di recente, per suonare in Vaticano, il cantautore romano si trovò a rinunciare ad alcune parole. “Questa canzone”, scrive lo stesso Baglioni nel suo libro omonimo – il romanzo di un cantante, uscito quattro anni dopo, “io l’ho chiamata Ninna nanna nanna ninna ed era tratta da una poesia di Trilussa che io ho modificato qua e là ma che ho lasciato sostanzialmente identica nel contenuto, ed è forse la canzone di quel 33 a cui tengo di più; arriva la proposta della televisione di partecipare ad una trasmissione tutta nuova e rivoluzionaria, una rassegna dove intervenivano molti cantautori, c’era anche Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Riccardo Cocciante; la manifestazione si svolgeva a Gaeta, ed era la solita vecchia ‘Caravella di successi’, rimessa a nuovo e presentata da Bruno Cirino“.

“L’unica condizione che io posi alla mia partecipazione fu quella di poter cantare quella Ninna nanna, che era stata censurata in radio e che volevo che la gente sentisse, proprio perché era un pezzo per niente tranquillizzante”, scrive ancora. “Mi dicono di sì ed io sono molto contento di poter far sentire una cosa diversa, che non avvalora l’immagine che molti hanno di me. Due giorni prima di questa trasmissione rivoluzionaria, che poi a me è sembrata molto più brutta di certe trasmissioni tradizionali, mi fanno sapere che ci sono due o tre parole che non si possono cantare in televisione, e che bisognerebbe modificare un po’ il testo …”

“Ed io ancora una volta mi fido e, pur di cantare questa canzone, accetto di fare le modifiche che mi chiedono, anche perché il senso del pezzo rimaneva identico. Faccio le modifiche e poche ore prima della trasmissione mi fanno sapere che è meglio che la canzone così modificata non la canti, perché se qualche giornalista si fosse accorto che erano state cambiate delle parole rispetto alla versione del disco, avrebbe potuto scrivere che la televisione censurava i pezzi …”

“A questo punto mi sento preso in giro e decido di non cantare per niente, ma ormai avevo già un piede sul palco, e tieni conto che in queste prove di forza io sono, oggettivamente, la parte più debole, e la riprova di questa debolezza, diciamo di classe, è data dall’episodio di Francesco De Gregori, che conobbi proprio in quell’occasione e che venne truffato in modo ancora meno sottile, a lui non proposero neppure le modifiche, gli fecero cantare il pezzo su Mussolini e poi lo tagliarono integralmente”.

Tra altre incisioni e interpretazioni ricordiamo: Maria Monti nell’album “Le canzoni del no” (1964), I Gufi nell’album “I Gufi cantano due secoli di Resistenza” (1965), Anna Identici nell’album “Adesso sembra solo una speranza” (1973). Di recente anche la cantante Grazia De Marchi si è esibita in un adattamento, insieme al pianista Gianantonio Mutto.

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Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.