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Interviste

Mork, Thomas Eriksen svela Katedralen: “Adesso creo con una mente aperta” [ITA/ENG]

“È un fantastico viaggio dell’ego nelle parti più cupe e malinconiche della mia mente e del mio corpo”

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La Norvegia è universalmente riconosciuta come una terra di estrema importanza in ambito musicale. Per essere più specifici: è la culla ancestrale del Black Metal. E come la sua patria, si tratta di una musica oscura, introversa, glaciale ma al contempo elegante e carica di una potenza evocativa indescrivibile. I Mork rappresentano ad oggi una delle realtà più importanti del genere, soprattutto per i forti richiami a quel Black Metal primigenio degli anni ’90.

Nato nel 2004 dalla geniale mente di Thomas Eriksen, il progetto Mork giunge in questo 2021 al suo quinto album, Katedralen, in uscita al pubblico il 5 marzo per Peaceville Records. Senza dubbio il lavoro più completo e ambizioso di tutta la discografia dei Mork, ricco di sfumature e derivazioni. Con chiarissime influenze di band leggendarie quali Darkthrone, Burzum e Taake, ed evidenti elementi doom, Thomas si è fatto portavoce di un vero e proprio richiamo al passato. Di quelle sonorità crude, fredde e taglienti che creano un’atmosfera mortifera e velenosa ma maledettamente elegante ed ipnotica.

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Per l’occasione abbiamo avuto il piacere di scambiare con lui qualche parola. Insieme cercheremo di approfondire meglio l’album e cosa voglia dire “Black Metal” oggi. A voi l’intervista a Thomas Eriksen dei Mork. Buona lettura!

[English Version Below]

Ciao Thomas e benvenuto su The Walk Of Fame. Katedralen, il quinto album di Mork, uscirà il 5 marzo. Questo è senza dubbio il tuo lavoro più completo e ambizioso. Puoi dirci qualcosa a riguardo? Quali sono le differenze rispetto ai lavori precedenti?

Ciao! Molte grazie. Devo dire che questo è il mio lavoro migliore, fino ad ora. Quando stavo componendo il primissimo materiale dei Mork, i demo e il primo album, mi trovavo in un sentiero compositivo molto stretto. Stavo creando Black Metal entro confini rigidi e primitivi. Questi tuttavia si sono allentati sempre di più lavoro dopo lavoro fino ai giorni nostri. Lascio tutte le regole e le aspettative preimpostate alla porta oggigiorno. Sento di aver ritrovato me stesso e di aver scoperto cosa sono i Mork. Il che è una sensazione davvero sollevante. Adesso creo con una mente aperta e lascio spazio ad ogni idea rispetto al primo album.

Vuoi parlare del processo di scrittura? Da dove hai tratto ispirazione questa volta?

Come ho detto nella risposta precedente, ho accolto con favore tutto il flusso di ispirazione che è arrivato. Ho incluso riff e ritmi più melodici e diversi. Dal punto di vista dei testi, invece, è tutto rimasto come nel lavoro precedente: scrivere ciò che mi viene in mente in quel momento. I miei testi sono come poesie, quindi raramente vengono scritti per un brano specifico. Quando ho una borsa piena di musica appena composta mi siedo e cerco di capire quale traccia si adatti meglio ad un determinato testo, e così via. Katedralen è in realtà una vecchia idea che è emersa durante gli anni formativi dei Mork. Originariamente era stato pensato come un concept EP, ma non è mai stato finito. Tuttavia nel 2019, mentre volavo verso uno show da qualche parte, mi balenò l’idea di poter riportare quell’idea nel nuovo album, che ho successivamente intitolato così. Ho raccolto poi l’intero concetto in una traccia, ad oggi la mia canzone più lunga ed epica: De Fortapte Sjelers Katedral.

Il tuo sound è chiaramente ispirato al Black Metal norvegese degli anni ’90. In particolare, sento le influenze di Darkthrone, Burzum e Taake. Ci sono anche elementi Doom. Ma nonostante tutto un album di Mork è sempre riconoscibile. Qual è, secondo te, quell’elemento unico che caratterizza tutte le tue produzioni?

Credo di aver trovato la mia strada ormai. Ed è un grande complimento quando dici che c’è un filo rosso che attraversa i miei dischi. Penso che sia più il mio modo di scrivere i brani e i riff a creare l’atmosfera dei Mork che la produzione in sé. C’è chiaramente un sound non levigato nelle mie registrazioni e nel missaggio, quindi probabilmente anche questo ha una parte importante. Alla fine credo che basti essere sempre se stessi e poi la musica seguirà di conseguenza.

In Katedralen ci sono alcuni ospiti molto speciali, come Nocturno Culto (Darkthrone), Dolk (Kampfar) e Eero Pöyry (Skepticism). Come è nata questa collaborazione?

Nocturno e Dolk sono persone e amici con cui mi piace passare il tempo e sono delle personalità di talento del Back Metal. Non è stato difficile trovare un posto per loro nell’album. Abbiamo avuto la scusa per stare insieme e fare festa, oltre che elevare qualitativamente l’album nel processo di scrittura. Collaborare con Eero, poi, è stato speciale. Scoprii gli Skepticism nello stesso momento in cui iniziai ad approcciarmi al Black Metal e da allora li ho sempre avuti in mente. Da quando ho sentito il loro primo album non ho mai trovato quella sensazione di vuoto e solitudine in nessun altro brano musicale. Così, quando ho terminato la title track di Katedralen, ho notato che in realtà mi stavo dilettando proprio nel territorio del Funeral Doom. Di lì a poco mi venne l’idea di cercare di rintracciare l’organista degli Skepticism e di fargli benedire il mio album con quei mitici flauti. Il resto è storia.

Thomas, tu vieni dalla Norvegia, la culla del Black Metal. Sappiamo tutti cosa è successo negli anni ’90 con il cosiddetto Black Metal Inner Circle e gli eventi ad esso correlati. Cosa ne pensi? Si è trattato di eventi storici reali o magari anche di leggende metropolitane esagerate dai media?

Mentre crescevo e scoprivo meglio il Black Metal, mi sono reso conto che quella roba ha ovviamente aiutato tutto a essere molto pericoloso e misterioso. Ma con il passare degli anni devo dire che la parte mistica è sparita. La vedo più come degli adolescenti che fanno cose stupide e criminali. Erano e sono ancora persone normali, sai. Proprio come me e te. Tuttavia la loro musica è fantastica. Questa è la vera eredità.

Cosa significa per te Black Metal? È solo musica ed espressione artistica o è qualcosa di più profondo? Una sorta di filosofia o vera attitudine.

Difficile da dire. Credo sia qualcosa che è dentro di me. Sono davvero contento di averlo scoperto e suonato nella mia vita. Per me si tratta di solitudine. Quindi, ciò che significa per gli altri non ha importanza per me. È un fantastico viaggio dell’ego nelle parti più cupe e malinconiche della mia mente e del mio corpo.

Come hai intenzione di sponsorizzare l’album considerando la pandemia? Hai già un piano?

Dato che il Black Metal è un genere che deve essere ascoltato in pace e non necessariamente dal punto di vista di uno show, sono in un certo senso contento della pandemia. L’ascoltatore è in un certo senso costretto a chiudersi, e si approccerà correttamente al disco. Soprattutto in questi tempi, spero possa colpire ancora di più nel profondo. È vero, la parte del tour va in malora, ma è così per tutti. La musica fortunatamente è un dono ora come ora, e non ci sono quarantene che possano privarcene.

English Version

Norway is universally recognized as a land of extreme importance in the musical field. To be more specific: it is the ancestral cradle of Black Metal. And like his homeland, it is a dark, introverted, glacial music, but at the same time elegant and charged with an indescribable evocative power. Mork represent today one of the most important realities of the genre, especially for the strong references to that primeval Black Metal of the 90s.

Born in 2004 from the brilliant mind of Thomas Eriksen, the Mork project comes in this 2021 to its fifth album, Katedralen, out to the public on March 5 for Peaceville Records. Without doubt the most complete and ambitious work of the entire Mork discography, full of nuances and derivations. With very clear influences of legendary bands such as Darkthrone, Burzum and Taake, and evident doom elements, Thomas has become the spokesperson for a real reference to the past. Those raw, cold and sharp sounds that create a deadly and poisonous but so elegant and hypnotic atmosphere.

For the occasion, we had the pleasure of asking him some questions. Together we will try to deepen the album and what “Black Metal” means today. Here is the interview with Thomas Eriksen of Mork. Enjoy the reading!

Hi Thomas and welcome to The Walk Of Fame Magazine. Katedralen, Mork’s fifth album, will be released on March 5th. This is undoubtedly your most complete and ambitious work. Can you tell us something about it? What are the differences compared to the previous works?

Greetings! Thanks a lot. I have to say that this is my best work, this far. The story goes that when creating the very first Mork stuff, the demos and the first album, I was walking a really narrow path. I was creating Black Metal within a strict and primitive borders. This however has loosened up more and more for each release up to present day. I leave all pre-set rules and expectations at the door when creating Mork nowadays. I feel that I have found myself and found what Mork is, which is a really relieving feeling. I create with an open mind and let every idea count, compared to the first album where I went all in on doing a primitive and nekro album.

Want to talk about the writing process? Where did you get your inspiration this time?

Like I mentioned in the previous answer, I welcomed all inspirational flow that came along. I suppose I am speaking about the music now. Letting myself include more melodic and different riffs and beats. Lyrically it is just like earlier work I’ve done, which is things that comes to mind when writing. I write the lyrics as poems, so they are seldom written for a specific musical piece. When I have a full bag of newly written music, I sit down and try out which track fits with what lyrics etc. Katedralen is actually an old idea that came along sometime during the formative years of Mork. It was originally thought out as a concept EP, but that was never finished. So sometime in 2019, when flying towards a show somewhere, it hit me that I could bring back that Idea for the new album. I decided to name the album after it. However I crammed the whole concept into one track, which became my longest and most epic song to date: De Fortapte Sjelers Katedral.

Your sound is clearly inspired by the Norwegian black metal of the 90s. In particular, I feel the influences of Darkthrone, Burzum and Taake. There are also Doom elements. But despite everything a Mork album is always recognizable. What, in your opinion, is that unique element that characterizes all your productions?

I do believe that I have found my own thing by now. And it’s a big compliment when you say that there’s a red thread going throughout my records. I do think that it’s more my way of writing songs and making riffs that gives it the Mork vibe, more so than the production. But, I do have that “anti-polished” sound going on in my recordings and mixing, so that probably has a big part too. At the end of the day I say that you have to be yourself and the music will follow.

In Katedralen there are some very special guests, such as Nocturno Culto (Darkthrone), Dolk (Kampfar) and Eero Pöyry (Skepticism). How was this collaboration born?

Nocturno and Dolk are people and friends I enjoy spending time with, and they are their own talented personalities within Back Metal. It was not hard finding a place for them on the album. We got to have an excuse to get together and have a bash as well as helping to elevate the album in the process. To have Eero on, is a special one for me. As I found Skepticism at the same time of discovering Black Metal and had the memory of it in my mind ever since. That feeling of emptiness and loneliness has never been reached by any other musical piece, since I heard their first album. So when I made the ending of the title-track of the new album, I noticed that I actually was dabbling in Funeral Doom territory. There and then the idea hit me to try and track down the organist of Skepticism and to have him bless my album with those legendary pipes. The rest is history.

Thomas, you come from Norway, the cradle of Black Metal. We all know what happened in the 90s with the so-called Black Metal Inner Circle and the events related to it. What do you think about it? Were these real historical events or even urban legends exaggerated by the media?

When growing up and discovering Black Metal, that stuff did of course help it all to be very “dangerous” and “mysterious”. But now in later years I must say that the mystical part is gone, as I see it as teenagers and kids doing stupid and criminal things. They were and are still ordinary people, you know. Just like you and me. However their music is fantastic. That’s the real legacy.

What does Black Metal mean for you? Is it just music and artistic expression, or is it something deeper? A kind of philosophy or real attitude.

Hard to say. To me it is something inside of me. I am really glad that I happened to find it and get to exercise it in my own life. To me it is about solitude. So, what it means to others doesn’t matter to me. It is a fantastic ego-trip into the more somber and melancholic parts of my mind and body.

How are you going to sponsor the album considering the pandemic? Do you already have a plan?

As Black Metal is a genre that needs to be listened to in peace and not necessarily party- or live- wise, I am glad that the pandemic is here. Then I do know that the listener is able to stay inside alone and will get to listen to the record properly. Hopefully it will hit even deeper in these times. The touring part goes down the drain, though, but that’s how it is for everyone. Music is a gift in these times, there ain’t no quarantines away from it.

25 anni, laureato in “Filosofia e Teoria dei Processi Comunicativi” presso l’Università degli Studi dell’Aquila. Metallaro da quando ha memoria. La chitarra elettrica e il Death metal sono i suoi migliori amici. Appassionato di fitness, sport, videogames, musica e lettura (fantasy e opere filosofiche soprattutto). Speranzoso di trovare, un giorno, il suo posto nel mondo. Nel frattempo “Run! Live to fly! Fly to live! Do or die!”

Interviste

Franco J. Marino: “cerco di esprimere la bellezza e la poesia di un vissuto sincero”. L’intervista

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Solare, energico e con la musica nel DNA. Franco J Marino è certamente tra gli artisti italiani di maggior rilievo, grazie ad una proposta musicale che non si vergogna di sperimentare ed osare. Napoletano di nascita ma romano di adozione, un mix di blues, latin, soul ed, ovviamente, il calore della sua città natale. Non deve stupire se Franco J Marino abbia alle spalle una carriera ricca di importanti traguardi, come le collaborazioni con Lucio Dalla o Andrea Bocelli ed un premio AFI per l’attività compositiva.

Con “Immagina il mondo che vuoi“, singolo uscito il 4 giugno, Franco J Marino ha raggiunto la sua maturità artistica. Sound corposo, vintage e raffinato. Un brano il cui videoclip è stato girato tra i colli bolognesi. Bologna, ha spiegato, è una città molto importante poiché fonte di ispirazione e luogo familiare grazie alla lunga amicizia con il produttore Mauro Malavasi.

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Roma, Napoli, Bologna. Il viaggio e l’esperienza come guide ed una sincera ricerca della propria identità musicale. Tutti ingredienti che confluiscono nell’ultimo inedito pubblicato, che si configura come una summa della carriera dell’artista: un invito a guardare avanti, oltre lo stato delle cose, e sognare un futuro migliore. Se volete saperne di più, vi proponiamo di seguito una breve intervista con Franco J Marino attraverso la quale cercheremo di approfondire meglio il suo background musicale. Buona lettura.

Leggi anche: “Rockin’1000 Party, musica e cinema con il supergruppo all’Arena Lido di Rimini

Ciao Franco e benvenuto su The Walk Of Fame Magazine, è un piacere. Lo scorso 4 giugno è uscito “Immagina il mondo che vuoi”, il tuo nuovo singolo. Vuoi parlarcene? Di cosa tratta il brano e a cosa ti sei ispirato questa volta?

Buongiorno e piacere mio. L’ispirazione è figlia del desiderio e io desidero un mondo meno veloce, “slowlife”, per comprendere e godere della bellezza che ci circonda. Questo è il mondo che immagino.

La tua è una proposta musicale molto singolare. Unisci sonorità melodiche napoletane, la tua terra d’origine, al blues, latin e soul. È stato difficile per te, negli anni, trovare questo equilibrio stilistico?

È stato molto naturale lo spunto, ” l’invenzione”. Poi per arrivare alla precisione ci sono voluti quasi due anni. “Napolatino” è un progetto unico e rappresenta il mio stile anche grazie a Mauro Malavasi che lo ha prodotto e arrangiato.

Franco, tu vieni da Napoli ma vivi da tanto a Roma, una seconda casa a tutti gli effetti. C’è in qualche modo nelle tue canzoni un richiamo alle due città?

Roma è una città bellissima e unica al mondo ma non mi ha dato spunti per scrivere. Napoli la sento nelle vene e ogni volta che ci torno (spesso), mi emoziona e mi regala l’ispirazione che mi serve.

Nel corso della tua carriera hai avuto modo di collaborare con grandi artisti, come ad esempio Lucio Dalla o Andrea Bocelli. Come sono nati questi progetti che ti hanno portato a scrivere con il primo “Non vergognarsi mai” e per il secondo “Domani”?

Ho sempre avuto una grande stima nei confronti del maestro Malavasi con il quale collaboro da molti anni. Feci ascoltare alcuni miei brani a lui che lo colpirono molto, poi li ascoltarono Lucio e Andrea che mi vollero conoscere, e da quel momento si instaurò un bel feeling da cui sono nati i brani che ho scritto per loro.

Domanda semplice, ma con la quale vogliamo entrare più nel dettaglio. Cosa vuoi esprimere con la tua musica? Chi è Franco J Marino nelle sue canzoni?

Desidero sempre esprimere la bellezza e la poesia legate da un vissuto sincero.

Come mai hai aspettato fino al 2011 per pubblicare il tuo primo album? Avevi bisogno in un certo senso di trovare la tua strada stilistica prima di addentrarti nella stesura di un disco completo?

Certamente. Il percorso di un artista è complesso e non basta solo il talento. Nel mio caso, poi, prima del 2011 ho scritto per altri artisti importanti.

Prima di salutarci, se possibile, vorremmo qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri. Cosa hai mente di fare ora che si potrà nuovamente suonare dal vivo? Tornerai a calcare i palchi o magari stai lavorando ad un nuovo progetto discografico?

Spero di fare tutte e due le cose!

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Interviste

Finaz e Cicatrici, l’album per guardare al futuro. E sulla Bandabardò…

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“Cicatrici” è il terzo capitolo dell’avventura musicale solista di FINAZ, il virtuoso chitarrista della Bandabardò. Il nuovo album è stato anticipato dal singolo “Heart Of Stone” feat. Alex Ruiz -che è stato in première su Billboard Italia- ed uscirà il prossimo 18 giugno per Rivertale Productions. Il nuovo progetto discografico “Cicatrici” segue l’iperacustico Guitar Solo del 2012 e la ricerca elettronica applicata alla chitarra di GuitaRevolution (2016). Con questo nuovo lavoro il musicista toscano si concentra su ciò che maggiormente rappresenta storicamente la sua creatività: la composizione di vere e proprie canzoni e il “travestimento” della sua chitarra acustica per raggiungere sonorità fantasiose e incredibili. Proprio per questo definisce questa nuova sfida come il disco della propria maturità solista.

Dopo un album iperacustico (Guitar Solo) e un secondo di sperimentazione elettronica applicata alla chitarra, siamo arrivati a Cicatrici, che tipo di disco è questa volta?

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Un saluto a tutti i lettori di The Walk of Fame magazine. Cicatrici è una sorta di compendio delle mie esperienze umane e artistiche. Ci sono appunto le mie cicatrici, non necessariamente tutte dolorose ma comunque tutte indimenticabili. Non è un lavoro, come dire, uniforme. E’ un disco assolutamente eterogeneo, cosa che io considero non un difetto ma un grande pregio, in questa epoca di uniformità!

Trovi la proposta musicale odierna un po’ piatta?

Ti rispondo così: viva la diversità!

Possiamo definire Cicatrici come il disco della tua maturità?

Penso proprio di sì, dopo trenta anni di carriera ci si trovano dentro tutti gli stili che mi hanno influenzato e formato; blues, rock, reggae, sperimentale e una cover di Modugno che io ho sempre ascoltato fin da ragazzo anche in famiglia, che ho iniziato a suonare live nel 2017 a un festival a Parigi e non avevo mai inciso. Questo era il momento di farlo.

Il brano che apre il lavoro è invece una collaborazione con Petra Magoni…

Sì, una cara amica da tanti anni, abbiamo già collaborato nello spettacolo teatrale “Equilibrismi” ma questa è la prima volta che componiamo insieme una canzone! Mi sembrava giusto che fosse proprio quel brano la prima traccia da ascoltare

Un’altra tua amica verrà presto a suonare qui a L’Aquila, il 7 agosto, si tratta di Carmen Consoli…

Hai ragione, ci conosciamo e abbiamo collaborato in molte circostanze. Ho suonato spessissimo con lei nei suoi concerti ma non in studio. Mai dire mai, comunque. Comunque sarò con lei il prossimo 25 agosto a Verona per il concerto che festeggerà i suoi primi 25 anni di carriera!

Come sta la Bandabardò dopo la morte di Erriquez?

Stiamo cercando una nuova formula che renda giustizia a lui, alla Banda e al nostro pubblico. Non sarà facile ma ci riusciremo. La perdita è enorme, incommensurabile a livello artistico e umano.

Ultima domanda, dopo tante presenze al concertone del prima maggio, cosa ne pensi della polemica Rai-Fedez?

Che è assurdo che in un paese civile si discuta un decreto legge come quello in questione. Abbiamo forse la più bella Costituzione del mondo, basterebbe rispettarla.

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Interviste

Marco Bonadei: “Salvatores? Una vera guida. Recitare? Per me la ricerca della verità” (Intervista)

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Marco Bonadei è sicuramente uno dei volti emergenti nel panorama artistico italiano. Attore teatrale genovese, classe 1986, e con una spiccata predisposizione alla recitazione. Dal 2010 collabora con la compagnia del Teatro dell’Elfo di Milano recitando in diverse produzioni. Nello stesso anno, inoltre, Marco Bonadei dà il via al progetto Il Menù della Poesia con cui diffonde, assieme alla sua equipe, la poesia ed il teatro in giro per l’Italia. Una carriera votata alla recitazione, tanto da entrare nel cast del film Comedians di Gabriele Salvatores, uscito il 10 giugno nelle sale italiane. Per l’occasione abbiamo scambiato qualche parola con Marco Bonadei cercando di esplorare il suo background, la sua passione per la recitazione e i progetti futuri. Buona lettura!

Il 10 giugno è uscito Comedians, film di Gabriele Salvatores tratto dall’omonimo dramma di Trevor Griffiths. Per te che vieni dal mondo del teatro è stato difficile approcciarsi alla recitazione in un film?

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È stata un’esperienza unica. Gabriele Salvatores sa accompagnarti per mano, come una vera guida. Le difficoltà riscontrate sul set sono state molte ma Gabriele riesce a guidarti come se tu fossi un funambolo, senza farti sbilanciare né troppo da un lato (un eccesso di teatralità) né dall’altro (un naturalismo spinto), tenendoti in bilico ed impedendoti di cadere.

La tua è una carriera interamente votata alla recitazione e alla cultura. Come è nata questa passione, o forse è meglio dire vocazione, che hai poi trasformato in lavoro?

Mi sono avvicinato da bambino al palcoscenico per gioco e mi è piaciuto. Poi ho scoperto che ero portato per recitare. Il tempo, l’impegno e la fortuna hanno fatto il resto.

Dal 2010 dirigi il progetto Il Menu della Poesia attraverso il quale diffondete la poesia e il teatro con l’imprescindibile convinzione che la cultura possa essere il vero collante di una società sana. Da semplice format itinerante ad un’associazione vera e propria. Cosa ti ha spinto ad iniziare un progetto così ambizioso e, se vogliamo, innovativo?

Una sfida alla celeberrima affermazione “con la cultura non si mangia“. Ma una sfida che abbiamo vinto. Dopo ci siamo resi conto dell’interesse che il progetto destava nelle persone, e ci siamo detti -io e il gruppo di colleghi attori con cui ho iniziato questa avventura- che era il caso di dargli un futuro e di farlo crescere. oggi c’è un team di seri professionisti che se ne sta occupando e che dà valore e forza al Menu della poesia.

Vittorio Gassman diceva: «L’attore è un bugiardo al quale si chiede la massima sincerità». Quindi: recitare come via di fuga dalla realtà che ci circonda o come interpretazione e manifestazione della stessa. Sei d’accordo con questa affermazione? Cosa provi quando ti cali nei panni di un personaggio?

Recitare per quanto mi riguarda è la ricerca di una costante verità, una verità ultima, una verità altra. Recitare è tutt’altro che mentire. È mettersi a nudo, e dare spazio a quelle parti di te che condividi con il personaggio scritto dall’autore sulla carta. Recitare è comunicare, attraverso un codice, stabilito o innovativo, con chi sta dall’altra parte: il pubblico.

Il teatro è un ambiente che ti pone a contatto diretto con il pubblico, a differenza della telecamera su un set cinematografico che funge da tramite. Secondo te, dopo aver sperimentato sulla nostra pelle le limitazioni della libertà e dei rapporti interpersonali, credi ci sia bisogno di un ritorno a quella vicinanza tra persone che solo un palco riesce a creare?

Credo che questo bisogno di cui parli, terminerà solo con la fine dell’ultimo uomo e dell’ultima donna sulla terra. È il bisogno di comunicare, il bisogno di toccarsi, il bisogno di sentire l’energia dell’altro, di guardarlo negli occhi, sentirlo respirare, vederlo muoversi. Il bisogno di empatizzare con le sue emozioni, di riflettere sulle sue azioni, pensieri, vite. Ce lo insegna la scienza con lo studio dei neuroni specchio. Credo che lo spettacolo dal vivo sia la forma d’arte ultima a poter morire. Come disse in un’intervista il grande Eduardo De Filippo: «finché ci sarà un filo d’erba sulla terra ce ne sarà uno finto su di un palcoscenico».

Hai già in mente dei nuovi progetti per il futuro ora che cinema e teatri riapriranno? Puoi anticiparci qualcosa?

Debutto il 7 luglio al Teatro Elfo Puccini di Milano con uno spettacolo diretto da Cristina Crippa Nel Guscio di Ian McEwan: una sorta di monologo surreale, ambientato nell’utero materno all’ottavo mese di gravidanza. Io sono un feto. Un feto molto noto, almeno per il pubblico teatrale. Un Amleto in miniatura, che deve sventare l’omicidio del padre, e lo deve fare in una condizione fisica e fisiologica limitante e fuori dal comune.

In questo momento sono impegnato nel portare avanti La Variante Umana, la compagnia teatrale che ho fondato insieme ad altri quattro compagni di lavoro: Vincenzo Zampa (altro attore con cui condivido l’esperienza del set di Salvatores) Chiara Ameglio danzatrice e performer, Aureliano Delisi drammaturgo, e Alessandro Frigerio sceneggiatore e assistente alla regia. Noi cinque ci troviamo impegnati nella realizzazione di diversi spettacoli. La prossima tappa sarà una mia regia ispirata a romanzo di Friedrich Dürrenmatt  Il giudice il suo boia che ci vedrà impegnati tutti insieme sulla scena.

Leggi anche: “Con “La notte arriva sempre”, Willy Vlautin torna a dar voce alla working class [Ita/Eng]

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