Connect with us

Interviste

Mork, Thomas Eriksen svela Katedralen: “Adesso creo con una mente aperta” [ITA/ENG]

“È un fantastico viaggio dell’ego nelle parti più cupe e malinconiche della mia mente e del mio corpo”

Published

on

La Norvegia è universalmente riconosciuta come una terra di estrema importanza in ambito musicale. Per essere più specifici: è la culla ancestrale del Black Metal. E come la sua patria, si tratta di una musica oscura, introversa, glaciale ma al contempo elegante e carica di una potenza evocativa indescrivibile. I Mork rappresentano ad oggi una delle realtà più importanti del genere, soprattutto per i forti richiami a quel Black Metal primigenio degli anni ’90.

Nato nel 2004 dalla geniale mente di Thomas Eriksen, il progetto Mork giunge in questo 2021 al suo quinto album, Katedralen, in uscita al pubblico il 5 marzo per Peaceville Records. Senza dubbio il lavoro più completo e ambizioso di tutta la discografia dei Mork, ricco di sfumature e derivazioni. Con chiarissime influenze di band leggendarie quali Darkthrone, Burzum e Taake, ed evidenti elementi doom, Thomas si è fatto portavoce di un vero e proprio richiamo al passato. Di quelle sonorità crude, fredde e taglienti che creano un’atmosfera mortifera e velenosa ma maledettamente elegante ed ipnotica.

Per l’occasione abbiamo avuto il piacere di scambiare con lui qualche parola. Insieme cercheremo di approfondire meglio l’album e cosa voglia dire “Black Metal” oggi. A voi l’intervista a Thomas Eriksen dei Mork. Buona lettura!

[English Version Below]

Ciao Thomas e benvenuto su The Walk Of Fame. Katedralen, il quinto album di Mork, uscirà il 5 marzo. Questo è senza dubbio il tuo lavoro più completo e ambizioso. Puoi dirci qualcosa a riguardo? Quali sono le differenze rispetto ai lavori precedenti?

Ciao! Molte grazie. Devo dire che questo è il mio lavoro migliore, fino ad ora. Quando stavo componendo il primissimo materiale dei Mork, i demo e il primo album, mi trovavo in un sentiero compositivo molto stretto. Stavo creando Black Metal entro confini rigidi e primitivi. Questi tuttavia si sono allentati sempre di più lavoro dopo lavoro fino ai giorni nostri. Lascio tutte le regole e le aspettative preimpostate alla porta oggigiorno. Sento di aver ritrovato me stesso e di aver scoperto cosa sono i Mork. Il che è una sensazione davvero sollevante. Adesso creo con una mente aperta e lascio spazio ad ogni idea rispetto al primo album.

Vuoi parlare del processo di scrittura? Da dove hai tratto ispirazione questa volta?

Come ho detto nella risposta precedente, ho accolto con favore tutto il flusso di ispirazione che è arrivato. Ho incluso riff e ritmi più melodici e diversi. Dal punto di vista dei testi, invece, è tutto rimasto come nel lavoro precedente: scrivere ciò che mi viene in mente in quel momento. I miei testi sono come poesie, quindi raramente vengono scritti per un brano specifico. Quando ho una borsa piena di musica appena composta mi siedo e cerco di capire quale traccia si adatti meglio ad un determinato testo, e così via. Katedralen è in realtà una vecchia idea che è emersa durante gli anni formativi dei Mork. Originariamente era stato pensato come un concept EP, ma non è mai stato finito. Tuttavia nel 2019, mentre volavo verso uno show da qualche parte, mi balenò l’idea di poter riportare quell’idea nel nuovo album, che ho successivamente intitolato così. Ho raccolto poi l’intero concetto in una traccia, ad oggi la mia canzone più lunga ed epica: De Fortapte Sjelers Katedral.

Il tuo sound è chiaramente ispirato al Black Metal norvegese degli anni ’90. In particolare, sento le influenze di Darkthrone, Burzum e Taake. Ci sono anche elementi Doom. Ma nonostante tutto un album di Mork è sempre riconoscibile. Qual è, secondo te, quell’elemento unico che caratterizza tutte le tue produzioni?

Credo di aver trovato la mia strada ormai. Ed è un grande complimento quando dici che c’è un filo rosso che attraversa i miei dischi. Penso che sia più il mio modo di scrivere i brani e i riff a creare l’atmosfera dei Mork che la produzione in sé. C’è chiaramente un sound non levigato nelle mie registrazioni e nel missaggio, quindi probabilmente anche questo ha una parte importante. Alla fine credo che basti essere sempre se stessi e poi la musica seguirà di conseguenza.

In Katedralen ci sono alcuni ospiti molto speciali, come Nocturno Culto (Darkthrone), Dolk (Kampfar) e Eero Pöyry (Skepticism). Come è nata questa collaborazione?

Nocturno e Dolk sono persone e amici con cui mi piace passare il tempo e sono delle personalità di talento del Back Metal. Non è stato difficile trovare un posto per loro nell’album. Abbiamo avuto la scusa per stare insieme e fare festa, oltre che elevare qualitativamente l’album nel processo di scrittura. Collaborare con Eero, poi, è stato speciale. Scoprii gli Skepticism nello stesso momento in cui iniziai ad approcciarmi al Black Metal e da allora li ho sempre avuti in mente. Da quando ho sentito il loro primo album non ho mai trovato quella sensazione di vuoto e solitudine in nessun altro brano musicale. Così, quando ho terminato la title track di Katedralen, ho notato che in realtà mi stavo dilettando proprio nel territorio del Funeral Doom. Di lì a poco mi venne l’idea di cercare di rintracciare l’organista degli Skepticism e di fargli benedire il mio album con quei mitici flauti. Il resto è storia.

Thomas, tu vieni dalla Norvegia, la culla del Black Metal. Sappiamo tutti cosa è successo negli anni ’90 con il cosiddetto Black Metal Inner Circle e gli eventi ad esso correlati. Cosa ne pensi? Si è trattato di eventi storici reali o magari anche di leggende metropolitane esagerate dai media?

Mentre crescevo e scoprivo meglio il Black Metal, mi sono reso conto che quella roba ha ovviamente aiutato tutto a essere molto pericoloso e misterioso. Ma con il passare degli anni devo dire che la parte mistica è sparita. La vedo più come degli adolescenti che fanno cose stupide e criminali. Erano e sono ancora persone normali, sai. Proprio come me e te. Tuttavia la loro musica è fantastica. Questa è la vera eredità.

Cosa significa per te Black Metal? È solo musica ed espressione artistica o è qualcosa di più profondo? Una sorta di filosofia o vera attitudine.

Difficile da dire. Credo sia qualcosa che è dentro di me. Sono davvero contento di averlo scoperto e suonato nella mia vita. Per me si tratta di solitudine. Quindi, ciò che significa per gli altri non ha importanza per me. È un fantastico viaggio dell’ego nelle parti più cupe e malinconiche della mia mente e del mio corpo.

Come hai intenzione di sponsorizzare l’album considerando la pandemia? Hai già un piano?

Dato che il Black Metal è un genere che deve essere ascoltato in pace e non necessariamente dal punto di vista di uno show, sono in un certo senso contento della pandemia. L’ascoltatore è in un certo senso costretto a chiudersi, e si approccerà correttamente al disco. Soprattutto in questi tempi, spero possa colpire ancora di più nel profondo. È vero, la parte del tour va in malora, ma è così per tutti. La musica fortunatamente è un dono ora come ora, e non ci sono quarantene che possano privarcene.

English Version

Norway is universally recognized as a land of extreme importance in the musical field. To be more specific: it is the ancestral cradle of Black Metal. And like his homeland, it is a dark, introverted, glacial music, but at the same time elegant and charged with an indescribable evocative power. Mork represent today one of the most important realities of the genre, especially for the strong references to that primeval Black Metal of the 90s.

Born in 2004 from the brilliant mind of Thomas Eriksen, the Mork project comes in this 2021 to its fifth album, Katedralen, out to the public on March 5 for Peaceville Records. Without doubt the most complete and ambitious work of the entire Mork discography, full of nuances and derivations. With very clear influences of legendary bands such as Darkthrone, Burzum and Taake, and evident doom elements, Thomas has become the spokesperson for a real reference to the past. Those raw, cold and sharp sounds that create a deadly and poisonous but so elegant and hypnotic atmosphere.

For the occasion, we had the pleasure of asking him some questions. Together we will try to deepen the album and what “Black Metal” means today. Here is the interview with Thomas Eriksen of Mork. Enjoy the reading!

Hi Thomas and welcome to The Walk Of Fame Magazine. Katedralen, Mork’s fifth album, will be released on March 5th. This is undoubtedly your most complete and ambitious work. Can you tell us something about it? What are the differences compared to the previous works?

Greetings! Thanks a lot. I have to say that this is my best work, this far. The story goes that when creating the very first Mork stuff, the demos and the first album, I was walking a really narrow path. I was creating Black Metal within a strict and primitive borders. This however has loosened up more and more for each release up to present day. I leave all pre-set rules and expectations at the door when creating Mork nowadays. I feel that I have found myself and found what Mork is, which is a really relieving feeling. I create with an open mind and let every idea count, compared to the first album where I went all in on doing a primitive and nekro album.

Want to talk about the writing process? Where did you get your inspiration this time?

Like I mentioned in the previous answer, I welcomed all inspirational flow that came along. I suppose I am speaking about the music now. Letting myself include more melodic and different riffs and beats. Lyrically it is just like earlier work I’ve done, which is things that comes to mind when writing. I write the lyrics as poems, so they are seldom written for a specific musical piece. When I have a full bag of newly written music, I sit down and try out which track fits with what lyrics etc. Katedralen is actually an old idea that came along sometime during the formative years of Mork. It was originally thought out as a concept EP, but that was never finished. So sometime in 2019, when flying towards a show somewhere, it hit me that I could bring back that Idea for the new album. I decided to name the album after it. However I crammed the whole concept into one track, which became my longest and most epic song to date: De Fortapte Sjelers Katedral.

Your sound is clearly inspired by the Norwegian black metal of the 90s. In particular, I feel the influences of Darkthrone, Burzum and Taake. There are also Doom elements. But despite everything a Mork album is always recognizable. What, in your opinion, is that unique element that characterizes all your productions?

I do believe that I have found my own thing by now. And it’s a big compliment when you say that there’s a red thread going throughout my records. I do think that it’s more my way of writing songs and making riffs that gives it the Mork vibe, more so than the production. But, I do have that “anti-polished” sound going on in my recordings and mixing, so that probably has a big part too. At the end of the day I say that you have to be yourself and the music will follow.

In Katedralen there are some very special guests, such as Nocturno Culto (Darkthrone), Dolk (Kampfar) and Eero Pöyry (Skepticism). How was this collaboration born?

Nocturno and Dolk are people and friends I enjoy spending time with, and they are their own talented personalities within Back Metal. It was not hard finding a place for them on the album. We got to have an excuse to get together and have a bash as well as helping to elevate the album in the process. To have Eero on, is a special one for me. As I found Skepticism at the same time of discovering Black Metal and had the memory of it in my mind ever since. That feeling of emptiness and loneliness has never been reached by any other musical piece, since I heard their first album. So when I made the ending of the title-track of the new album, I noticed that I actually was dabbling in Funeral Doom territory. There and then the idea hit me to try and track down the organist of Skepticism and to have him bless my album with those legendary pipes. The rest is history.

Thomas, you come from Norway, the cradle of Black Metal. We all know what happened in the 90s with the so-called Black Metal Inner Circle and the events related to it. What do you think about it? Were these real historical events or even urban legends exaggerated by the media?

When growing up and discovering Black Metal, that stuff did of course help it all to be very “dangerous” and “mysterious”. But now in later years I must say that the mystical part is gone, as I see it as teenagers and kids doing stupid and criminal things. They were and are still ordinary people, you know. Just like you and me. However their music is fantastic. That’s the real legacy.

What does Black Metal mean for you? Is it just music and artistic expression, or is it something deeper? A kind of philosophy or real attitude.

Hard to say. To me it is something inside of me. I am really glad that I happened to find it and get to exercise it in my own life. To me it is about solitude. So, what it means to others doesn’t matter to me. It is a fantastic ego-trip into the more somber and melancholic parts of my mind and body.

How are you going to sponsor the album considering the pandemic? Do you already have a plan?

As Black Metal is a genre that needs to be listened to in peace and not necessarily party- or live- wise, I am glad that the pandemic is here. Then I do know that the listener is able to stay inside alone and will get to listen to the record properly. Hopefully it will hit even deeper in these times. The touring part goes down the drain, though, but that’s how it is for everyone. Music is a gift in these times, there ain’t no quarantines away from it.

25 anni, laureato in “Filosofia e Teoria dei Processi Comunicativi” presso l’Università degli Studi dell’Aquila. Metallaro da quando ha memoria. La chitarra elettrica e il Death metal sono i suoi migliori amici. Appassionato di fitness, sport, videogames, musica e lettura (fantasy e opere filosofiche soprattutto). Speranzoso di trovare, un giorno, il suo posto nel mondo. Nel frattempo “Run! Live to fly! Fly to live! Do or die!”

Interviste

Callida Junctura: la resistenza letteraria di un amanuense moderno

Published

on

La poesia è una forma d’espressione, una produzione letteraria. Un’arte che sta andando fuori moda. Come suggerisce Guido Mazzoni, poeta e critico letterario, “la poesia come istituzione, come forma della cultura, ha perso il proprio mandato sociale. È l’arte più praticata e anche la meno letta.

In un mondo in cui si legge sempre meno poesia, è giusto parlare di chi invece si erge tra la folla per resistere alla decadenza di qualsivoglia forma d’arte. Questo è il caso di Alessandro, 26enne laureato in Lettere e gestore di una pagina Instagram di arti letterarie (@callidajunctura). Alessandro delizia il pubblico in rete trascrivendo poesie in calligrafia, con pennino e inchiostro; si dedica alla pagina in parte come hobby e in parte pianificando le sue pubblicazioni. Abbiamo avuto il piacere di parlare con questo giovane amanuense, che ci ha raccontato la sua esperienza e le vicende più stravaganti dall’apertura della pagina.

Leggi anche: Un promemoria per Il libro delle case di Andrea Bajani

Alessandro racconta che l’idea iniziale di aprire la sua pagina nacque lo scorso anno, durante il primo lockdown. In quel periodo iniziò a trascrivere la Divina Commedia (“non in calligrafia” ci tiene a precisare) ricopiando un canto al giorno, per riempire il tempo libero. Una volta finita quest’impresa, racconta di essersi appassionato contestualmente all’idea di unire calligrafia e poesia, due forme d’arte che stanno lentamente scemando:

“Quando esco da lavoro, per svagarmi, mi dedico a coltivare questo hobby; è uno dei pochi hobby in cui il procedimento è più rilassante del risultato finale. Non mi interessa se alla fine una lettera è venuta storta.”

Qual è stata la tua reazione quando la pagina ha iniziato a ricevere più visualizzazioni?

“Mi fa sempre molto piacere. Una cosa che lascia il segno è quando la gente inizia ad avere discussioni poetiche sotto i miei post. La poesia fa parte della mia vita, è una mia passione, per questo mi piace che la gente commenti costruttivamente i miei lavori! Ad esempio, alcune poesie di Pavese hanno attratto critici e amanti della poesia (e di Pavese ovviamente) che ci tenevano a dire la propria.“

Perché in calligrafia?

“Perché a tutti piacciono le cose ben fatte, ma a me piacciono anche le cose ben scritte, sia semanticamente che graficamente.”

La poesia è bella e merita di essere riportata in egual maniera. L’idea di Alessandro di unire poesia e calligrafia è un modo per rispecchiare il bello della forma con il bella della sostanza. Il significato del nome della pagina, spiega Alessandro, si collega a una caratteristica della poetica di Orazio,  l’accostamento arguto”. Il messaggio che vuole trasmettere è quello dell’accostamento di parole che portano a scoprire qualcosa di inaspettato: un elemento sorpresa letterario.

Leggi anche: A Swingin’ Affaire: Greg e Massimo Pirone sulle orme di Frank Sinastra e Dean Martin

Scegli le poesie in base ad un criterio o in maniera casuale?

“Totalmente casuale; posso dire che mi guida il piacere. Pubblico poesie nelle lingue che comprendo e in questo modo ho anche la possibilità di riscoprire poesie già lette in passato.”

Come artista, ti definisci in qualche modo? Se sì, come?

“Tendo ad essere umile. Più che artista, mi considero scribacchino. Un amanuense del XXI secolo. Io riproduco ciò che è già stato fatto.” Alessandro esprime il suo dispiacere verso la perdita della tradizione di scrivere a mano, poiché la scrittura a computer non rende lo stesso effetto.

Hai notato qualche reazione particolare da parte dei tuoi followers riguardo al contenuto della tua pagina?

“In generale, quando qualcuno dedica anche solo tre secondi del suo tempo per dirmi che ha apprezzato quello che ho fatto, mi rende felice.”

Hai mai notato se c’è stato uno dei tuoi post che ha avuto più successo rispetto a tutti gli altri? Se sì, perché secondo te?

“I post di Pavese sono sempre una garanzia. È uno dei miei poeti preferiti. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi non l’ho ancor trascritta, più che altro per timore reverenziale”. E noi non vediamo l’ora che arrivi questo momento.

Hai veramente trascritto tutta la Divina Commedia?

“Nel periodo di cassa integrazione mi sono detto: Sono laureato in lettere non ho mai letto la versione integrale della Divina Commedia? Bisogna rimediare! E così ho fatto.” Grazie a questa pagina nata ufficialmente il 1° gennaio 2021, Alessandro continua a lottare con la sua elegante forma d’arte per fare in modo che le belle parole scritte in passato non vengano mai perse o dimenticate.

di Daniele Atza

Leggi anche: “A Quiet Place”, il film di John Krasinski dal 24 giugno al cinema

Continue Reading

Interviste

The Bastard Sons of Dionisio: con “Tali e Squali” siamo liberi di suonare ciò che vogliamo

Published

on

Tali e Squali” segna il ritorno dei The Bastard Sons of Dionisio. Il singolo, pubblicato lo scorso 20 aprile, esce a quattro anni di distanza dall’ultimo disco “Cambogia” e anticipa il prossimo album di inediti, quello che sarà l’ottavo di una discografia che ha consolidato la band come una certezza all’interno del panorama artistico tricolore. Potremmo citare i numerosi concerti in apertura a nomi prestigiosi della musica internazionale, come Robert Plant, Green Day o Ben Harper, ma risulterebbe essere un elenco (parziale) del notevole percorso che il trio ha intrapreso fin dall’arrivo in seconda posizione all’edizione 2009 di X Factor. Direbbe molto, ma non direbbe tutto, ecco.

Un percorso artistico, quello del trio trentino composto da Michele Vicentini (voce e chitarra), Federico Sassudelli (voce e batteria) e Jacopo Broseghini (voce e basso), costellato da un’infinità di concerti in tutta Italia, frutto di una propensione e di un’urgenza di esprimersi dal vivo che caratterizza la band fin dalla loro formazione. Un’esigenza che la band incanala anche nel nuovo brano, presentato così: “I giovanotti della Valsugana non possono stare fermi, tali a squali ne morirebbero. E, capirete bene, al momento è un bel problema. In vista del loro prossimo disco, che attende solo di poter essere suonato, là fuori, spediscono una cartolina dal bunker, che è questa “Tali e Squali”. Dove si parla di cannibalismo sentimentale al tempo di una primavera imminente e di avvistamenti umani, al largo delle spiaggia“, scrivono

Tali e Squali è un pezzo frutto del lavoro di tre anni e migliaia di tentativi . Le più diverse emozioni e alcuni retroscena, infatti, hanno portato alla scrittura di questo brano. Ci siamo ritrovati in studio con Marco Dallago, il tecnico più figo qui in Trentino, con cui abbiamo lavorato a una produzione più specifica e mirata per ciò che riguardava il suono che desideravamo. Questo aspetto ci ha consentiti di fare un notevole salto di qualità”. A darci maggiori informazioni circa il nuovo singolo è Jacopo Broseghini, voce e basso dei The Bastard Son of Dionisio.

Con una pandemia in itinere, tale da costringere gli artisti a restare lontani dai palcoscenici e dal portare in giro per l’Italia la propria musica, è facile immaginare come la band abbia avuto più tempo a disposizione da dedicare al songwriting, elaborando e rielaborando più volte le idee messe su carta. “Prima avevamo meno tempo, eravamo sempre fretta, non avevamo mai smesso di suonare dal 2003, con un minimo 20 concerti all’anno dopo l’uscita del disco. La musica corre, c’è sempre bisogno della novità per capitalizzare il lavoro fatto. Altrimenti sarebbe un investimento a perdere”.

Come spiega Jacopo, il testo del brano è stato completato alcuni mesi prima di chiudere le registrazioni. “C’era sempre qualcosa che non tornava. Come band siamo soliti utilizzare poche parole nei brani. Concentriamo il tutto in frasi che abbiano più significati, disponibili, quindi, a essere interpretate in più chiavi di lettura. La mia teoria è che ognuno può capire ciò che preferisce. Le chiavi interpretative sono differenti e quando cerchi di comunicare qualcosa devi trovare la via di mezzo giusta per non essere chiuso in te stesso”.

Ma chi sono gli squali citati nel testo? “Siamo noi stessi, non c’è un’accezione negativa, feroce o aggressiva. Siamo noi, perché nella biologia dello squalo c’è l’elemento determinante del fatto che deve costantemente muoversi perché non può respirare stando fermo. Il poter vivere la collettività e la sua socialità è un bisogno primario. Come musicisti abbiamo scelto di fare musica e non lasciare solo al disco fisico la promozione della stessa. Vogliamo vivere con energia anche l’incontro con la gente, è una necessità che avvertiamo. Abbiamo tante cose che possono supplire alla vita reale, come la realtà virtuale, ma abbiamo un disperato bisogno di calcare i palchi e tornare in tour”.

Già, i tour, ma quando? “Bisogna capire la situazione, le richieste arrivano, ma intanto dobbiamo recuperare le date dall’anno scorso. Di solito erano cose che si programmavano con tre o quattro mesi d’anticipo, mentre ora è tutto molto estemporaneo e lasciato a tempistiche molto più ridotte. Posso solo dirti che non vediamo l’ora di suonare dal vivo”.

Al centro delle polemiche, tra il mondo della musica e dell’arte più in generale e il governo italiano, ci sono le scarse attenzioni lamentate da tutto il settore. Dalle manifestazioni dei Bauli in piazza, alle occupazioni dei luoghi di cultura, le riaperture ci sono state, seppure parziali per motivi di contingentamento controllato. “Purtroppo o per fortuna in qualche maniera è stato riconosciuto il settore durante la pandemia. Con l’avvento di internet già sono venti anni che la musica è in crisi, però. Fino a quel momento i dischi si vendevano ma la musica su internet ha inflazionato il valore della singola canzone, portando una crisi del settore che si è appoggiato sulla necessità del live. Mancando quello non c’era più niente da fare. Adesso che il settore è stato riconosciuto ed è stato istituzionalizzato è già un grosso passo vanti. Bisogna vedere chi resiste. Il mondo della musica è sempre lasciato solo a se stesso. Ma noi, come band, siamo liberi di fare quello che vogliamo, ed è esattamente questo il nostro obiettivo: fare musica per un motivo e non per riempitivo”, conclude Jacopo.

Leggi anche: “David di Donatello 2021: tutte le nomination della seconda edizione a porte chiuse

Continue Reading

Interviste

AliC’è: il mio indie è differente. L’intervista

Published

on

Da pochi giorni on air con il nuovo singolo Fotografia, il duo pugliese AliC’è (Nicola Radogna e Rosita Cannito) conferma la bontà e l’originalità della sua proposta, dopo gli ottimi riscontri ottenuti con il debutto di febbraio Radio Rivoluzione. Ne abbiamo parlato un po’ con loro, facendoli sbottonare un po’ sul presente, sul passato e sul futuro di una band che sembra avere tutte le carte in regola per ritagliarsi uno spazio importante nel panorama indie italiano.

Il vostro progetto AliC’è è nato alla fine del 2019. Praticamente non avete fatto a tempo a cominciare il vostro percorso insieme che la pandemia vi ha messo subito i bastoni tra le ruote. Come siete riusciti a collaborare in questi mesi?

Il periodo che abbiamo vissuto e che purtroppo viviamo ancora resterà nella storia dell’umanità per tutto quello che ci ha sottratto. Il nostro lavoro è stato fatto a distanza con i chilometri che ci hanno separati per 3 mesi. Non è stato facile, ma sicuramente non è stato impossibile da portare avanti. Ciascuno abbozzava idee, testi, melodie e le rimbalzava all’altro che le completava, le cambiava. Insomma ci siamo adattati allo smart working!

Cosa vi ha portato a unire le vostre forze in questa nuova avventura e continuate ad avere attive anche altre esperienze?

Il progetto è nato dal nostro incontro nel privato, prima che nella musica: siamo una coppia anche nella vita di tutti i giorni, infatti. Entrambi reduci da esperienze musicali completamente diverse, abbiamo deciso di far convogliare i rispettivi, diversi bagagli a sette note in uno solo. Nasce così AliC’è. Un equilibrio raggiunto.

Leggi anche: Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino: aspettando la nuova serie di Amazon Prime Video

Il vostro primo singolo Radio Rivoluzione, uscito lo scorso febbraio per LeIndieMusic, vi ha aperto la strada per cominciare un discorso che questo vostro nuovo Fotografia dove vuole portare?

Il nostro obiettivo principale è quello di portare l’ascoltatore nella nostra dimensione. Riuscire a far vedere a lui quello che vediamo noi, quello che viviamo noi, situazioni nelle quali può riconoscersi e trovare un rifugio. Perché, diciamocela tutta, la Musica è riparo dal monocolore che a volte la vita ci pone davanti. Vogliamo essere veri e raccontare.

Il video del nuovo singolo sembra essere particolarmente evocativo del concept dietro la canzone. Davvero è possibile liberarsi di tutte le inibizioni e paure e mettersi fiduciosi sulla strada della libertà? Potete raccontarci come è nata l’idea di scrivere il brano e, successivamente, di dargli una veste video così particolare?

Pensiamo che raggiungere la libertà sia possibile, dopo una fase di accettazione della propria persona. Non è certamente un percorso facile, c’è da prendere consapevolezza dei propri limiti, perdonarsi, fare i conti con le proprie paure e fragilità. Ma il risultato finale è sorprendente. Fotografia nasce proprio da una domanda che ci siamo posti guardando una fotografia: cosa può esserci dietro quel sorriso su una foto? Il video è proprio un percorso di vita, rappresentata da una ballerina, che incontra tutte le sensazioni che fanno parte di noi ogni giorno: coraggio, paura, fragilità. Le sperimenta e si rende conto che è meravigliosa anche così, perché proprio quelle sue paure, proprio quel suo coraggio, proprio quelle sue fragilità, suonano la musica sulla quale lei danzerà per tutto il tempo.

Già da primo ascolto si nota una cura non banale della produzione e dei suoni. Quant’è stato importante lavorare con Luca Giura (Molla) in questo senso e la direzione verso la quale vi ha indirizzati è esattamente quella che vi aspettavate?

Lavorare con Molla è disarmante! La cosa eccezionale è vedere come riesce ad entrare dentro di te e a capire di cosa hai realmente bisogno per far emergere i tuoi punti di forza. Siamo grati a lui per aver creduto in quello che volevamo dire e per aver trovato una veste adatta. Il suo lavoro è proprio quello che cercavamo. Riesce a dare un senso e il giusto significato ad ogni suono utilizzato, facendolo diventare magia. La sua presenza e la sua figura sono fondamentali per noi!

Leggi anche: Il fascino immortale di Audrey Hepburn a 92 anni dalla sua nascita

A proposito di direzione musicale: la vostra proposta, pur sostanziandosi in un retroterra indie-pop, si spinge in modo abbastanza convinto verso lidi più elettronici, assorbendo anche certi umori vicini al trip hop di oltremanica, senza disdegnare incursioni in una autorialità più vicina alla tradizione italiana. Qual è la tavolozza di colori di AliC’è ed è un progetto che in futuro sarà aperto a nuove suggestioni?

AliC’è è un progetto che nasce dalla passione di entrambi per il cantautorato italiano che, però, nella nostra musica, strizza l’occhio a sonorità più attuali. Sonorità semplici ma allo stesso tempo molto ricercate. Se siamo aperti a nuove suggestioni? Non ci poniamo nessun vincolo, questo è poco ma sicuro. Come si può ben notare il nostro primo singolo è stato Radio Rivoluzione, un brano voce e chitarra. Un brano privo di basso e batteria, inusuale nel 2021. Nel secondo singolo ci sono chitarra elettriche, assoli, batteria, basso e vari synth e suoni. Vestiamo, con Molla, ogni singolo brano diversamente, non ci poniamo alcun problema.

Domanda difficile, data la situazione che stiamo vivendo, ma anche a suo modo stimolante: come immaginate un vostro concerto dal vivo non appena si potrà tornare su un palco (sempre che l’attività live sia contemplata nei vostri desideri)? Quale sarà il set e in quale contesto pensate di potervi trovare più a vostro agio?

Speriamo davvero si possa tornare prestissimo a fare concerti, perché sicuramente è una delle cose che più ci manca! Un nostro live lo immaginiamo con i nostri amici in prima fila, a sostenerci e a cantare le nostre canzoni. In live possiamo proporci sia in versione duo, chitarra e voce, sia in versione trio, con un nostro amico polistrumentista Francesco Calisi a supporto. Nell’ultimo periodo però, non ti nascondiamo, stiamo anche pensando di coinvolgere qualche altro amico musicista per presentarci con una vera e propria formazione. Dove pensiamo di poterci trovare a nostro agio? Ovunque ci sia data la possibilità di essere noi stessi e di farci ascoltare, anche chitarra e voce per strada!

Leggi anche: Wuhan, dalla militarizzazione per il covid a concerti con 11 mila spettatori. E in Italia?

Continue Reading

In evidenza