“Old”: la riflessione sul tempo di M. Night Shyamalan

Questo 21 luglio 2021 è uscito nelle sale italiane “Old”, l’ultima fatica del regista di origini indiane M. Night Shyamalan, classe 1970.

Attivo dagli inizi degli anni Novanta, il regista naturalizzato statunitense ha alle spalle una filmografia senza dubbio interessante. La quale nel corso degli anni ha diviso parecchio la critica su due fronti. Insomma, c’è chi lo apprezza e a chi proprio non va giù. E di sicuro, per apprezzare, “Old” è utile conoscere almeno un minimo la filmografia precedente e lo stile del regista.

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IL MARCHIO DI FABBRICA DI M. NIGHT SHYAMALAN: IL TWIST ENDING

Famoso, come è ben noto, per i suoi particolari twist ending, il regista adora ribaltare tutte le premesse del film e mostrarci un finale del tutto inaspettato, il quale stravolge il senso della pellicola e si discosta da quanto ipotizzato fino a quel momento.

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Basti ricordare il film che lo rese famoso nel lontano 1999, “Il sesto senso” e la frase divenuta ormai storia “Vedo la gente morta”, pronunciata dal giovane protagonista Cole che scopre il dono di poter parlare con i morti. The Village (2004), altro esempio di film con un twist ending davvero spiazzante, in cui nulla è come sembra, e ancora The Visit (2015).

In particolar modo, queste due pellicole hanno in comune il fatto che se per quasi tutta la durata del film si è convinti di essere partecipi di un horror sovrannaturale, il finale fornirà tutt’altra chiave di lettura, in cui il sovrannaturale non trova spazio.

In ultimo, ricordiamo la saga del regista, senza dubbio la sua filmografia più commerciale ma comunque apprezzata, che cominciò nel 2000 con “Unbreakable – Il predestinato”, per poi continuare con “Split” (2016) e “Glass” (2019).

E ORA ARRIVIAMO A “OLD”

Old” è il terzo film del regista con sceneggiatura non originale. Il film, difatti, è ispirato a “Castello di sabbia”, graphic novel scritta dal francese Pierre-Oscar Levy ed illustrata dal fumettista svizzero Frederick Peeters. Shyamalan ha dichiarato in un’intervista di essere molto legato a questo fumetto, regalatogli in occasione della festa del papà.

“Per me è stato un libro molto importante, soprattutto per la tristezza che lo connota, per il modo in cui parla di razzismo, sessualità e di tanti argomenti che mi hanno sempre interessato. Si tratta di un fumetto che mi è piaciuto subito, e per questo motivo, ho deciso di trasporlo sul grande schermo”.

Tante buone intenzioni nel nuovo lavoro del regista. Tematiche di cui lui stesso si fa portatore, come affermato in questo stralcio di intervista sopra riportato, come razzismo e sessualità. Peccato che queste non arrivino poi così chiaramente nella pellicola e non siano sviluppate in maniera da poter lasciare un chiaro segno. Ma andiamo per gradi.

LA TRAMA DI “OLD”

I personaggi principali di “Old” sono una coppia in crisi prossima al divorzio, Prisca (Vicky Krieps) e Guy (Gael Garcìa Bernal), i quali insieme ai due figli Trent (Alex Wolff) e Maddox (Thomasin McKenzie) arrivano in un favoloso hotel in una location caraibica per trascorrere qualche giorno di serenità prima di sganciare la bomba ai figli inerente al divorzio e ad un problema medico della madre, la quale ha scoperto di avere un tumore.

Una volta sistemati, viene consigliato loro dal direttore del resort una gita su una spiaggia esclusiva e non facilmente accessibile, organizzata direttamente dai gestori, i quali si offrono di accompagnarli e di andare a riprenderli con il furgone dell’hotel. La coppia si ritrova dunque, insieme ad altri personaggi, sulla paradisiaca spiaggia circondata da rocce impenetrabili e da minerali rari e particolari.

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Ma in breve tempo si accorgono che qualcosa non va, in quanto iniziano ad invecchiare tutti molto velocemente. I figli che, arrivati sull’isola erano dei bambini, in breve tempo si ritrovano adolescenti. Ogni tentativo di fuga è vano, in quanto il provare a ripercorrere la strada verso il furgone porta a svenimenti e alla perdita dei sensi. Insomma, una sorta di stanza de “L’angelo sterminatore” di Luis Bunuel che non permette di lasciare il luogo, all’interno del quale la nevrosi e il panico iniziano a prendere il sopravvento.

A quanto pare la spiaggia, rimasta sommersa per secoli, è situata in un determinato luogo in cui le leggi naturali della fisica non funzionano (o non “prendono”, come il cellulare, a causa delle rocce impenetrabili?). Questo porta ad una accelerazione ed a un invecchiamento velocissimo delle cellule umane. E questa idea, assolutamente affascinante, è il primo punto che il regista avrebbe potuto sviluppare meglio, fornendo qualche dettaglio in più sul retroscena, sulla storia della spiaggia e sul perché succede quello che succede.

Perché, è vero che è pur sempre un horror con sfumature sovrannaturali, ma se ti imbarchi sulla scia della scienza e tiri in ballo la fisica è importante rimanere coerenti con la scelta e non accedervi solo quando “fa comodo”.

SPOILER! SE NON AVETE VISTO LA PELLICOLA, PASSATE AL PARAGRAFO SUCCESSIVO

Dal momento che in questo luogo tutto è sottoposto ad accelerazione, questo vale anche per la guarigione delle ferite. Un taglio si rimargina in un secondo. Va benissimo, però a quanto pare questa magica guarigione vale per alcuni e per altri no. Vediamo Prisca sottoposta, in maniera per forza di cose grossolana, all’estrazione del tumore, anche questo cresciuto a dismisura e grande ormai quanto una palla da bowling, uscirne illesa e fresca come una rosa dopo pochi minuti.

Se tutto è accelerato nel macabro luogo, questo dovrebbe valere anche per le infezioni. Ed estrarre un tumore a mani nude, come se si stesse schiacciando un punto nero, dovrebbe senz’altro portare a ciò. Ed infatti, più avanti, uno dei personaggi, il quale viene ferito con un coltello arrugginito, muore in pochi minuti a causa dell’infezione.

Questo è il secondo punto che fa storcere il naso. Queste situazioni prendono quasi la piega del ridicolo e avrebbero potuto essere sviluppate meglio, senza sfociare in una situazione a tratti non coerente e al limite dell’assurdo.

L’ultimo punto è il fatto che il regista si dichiara portatore di tematiche quali la sessualità e il razzismo. Senza dubbio si percepiscono in alcune scene del film, peccato che però trovino poco spazio ed appaiano appena accennate sullo sfondo, ma forse questo può anche essere fosse l’intento del regista.

IL TEMPO NON GUARDA IN FACCIA NESSUNO

La tematica principale di “Old” è il tempo. Nemico temuto, con il quale tutti, belli, brutti, poveri, ricchi, bianchi e di colore, dovranno fare i conti prima o poi. E sull’isola ognuno diviene uguale all’altro. Lo status sociale, tanto ostentato fino a poco prima, non esiste più e porta ognuno dei protagonisti a diventare la medesima cosa, cioè vittime del tempo, il quale non guarda in faccia nessuno.

Una denuncia alla società attuale trapela dalla pellicola di Shyamalan. Una società frenetica, abituata a correre continuamente per star dietro ai ritmi di questa vita, abituata a non dover o poter sprecare neanche un minuto. La società del tutto e subito deve ora fermarsi e guardare il tempo scivolare via dalle mani come la sabbia della bellissima spiaggia. Tanto paradisiaca quanto demoniaca, nella quale la bellezza, il sole, la luce e i colori stridono con quanto accade all’interno di essa.

Il regista riesce a trasmettere in maniera notevole agli spettatori quest’ansia vissuta dai protagonisti e questa eco che risuona sempre più insistente, la quale urla “non c’è più tempo”. Tra movimenti di macchina circolari da far girare la testa e riprese dall’alto che mostrano i personaggi grandi quanto un granello di sabbia, a ricordare quanto siano piccoli e insignificanti rispetto all’immenso universo, Shyamalan riesce a creare un forte impatto sugli spettatori, intriso di un climax drammatico e ansiogeno.

NON SMETTERE DI FARE CASTELLI DI SABBIA

Ma forse il messaggio più importante che vuole trasmettere il regista è proprio racchiuso in una semplice e significativa scena proposta verso la fine della pellicola. Qui vengono mostrati i due bambini, ormai cresciuti, che nonostante quanto accaduto si mettono a costruire un castello di sabbia.

Alla fine, questi non sono altro che due bambini in un corpo adulto. Forse Shyamalan vuole sottolineare l’importanza del mantenere un legame con il bambino interiore che vive dentro ogni persona, portatore di sentimenti semplici e puri.

Troppo spesso dimenticato e cancellato, il fanciullino, come direbbe Giovanni Pascoli, “rimane piccolo anche quando noi cresciamo e arrugginiamo la voce, anche quando nell’età più matura siamo occupati a litigare e a perorare la causa della nostra vita e meno siamo disposti a badare a quell’angolo dell’anima”.

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Si potrebbe dire che i personaggi in “Old” subiscono una sorta di trasformazione. Questi, nonostante l’invecchiamento esteriore, iniziano a riscoprire e a riascoltare la voce del fanciullino, capendo quali siano davvero le cose che contano nella vita. Vedendo risvegliati in loro sentimenti puri e semplici forse dimenticati, ora i litigi e le discussioni sembrano così lontane, futili e assurde.

Insomma, l’ultima fatica di Shyamalan presenta sicuramente qualche pecca, come accennato in precedenza. Per contro porta con sé delle tematiche molto interessanti e che fanno davvero riflettere. La metafora del tempo, nemico impalpabile contro cui non si ha potere, i legami familiari, l’importanza di non perdere la spontaneità e di ricominciare a stupirsi per le cose belle che accadono, sono tematiche centrali in “Old”.

Ovviamente, il finale è figlio degno del regista, il quale non rinuncia a proporre il personale marchio distintivo, un twist ending che, come nelle opere precedenti, lascia parecchio spiazzati. Un finale che, questa volta, non ribalta completamente il punto di vista ma che comunque fornisce molte risposte alle domande che vengono poste durante la visione.

il trailer di “old”

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Malaika Sanguanini
Ok, amo il cinema. Fin da quando, da bambina, restavo a bocca aperta davanti al Gladiatore o al Frankenstein di Mary Shelley mentre gli altri si entusiasmavano per i cartoni animati. Dopo una laurea in Scienze dell’educazione e anni di lavoro nel settore, ho lasciato tutto dopo la seconda laurea in Scienze della comunicazione per fare ciò che amo di più: scrivere di cinema. Tarantino, l’enfant prodige Xavier Dolan e l’aura onirica di David Lynch sono punti di riferimento. Amo la scrittura perché, Bukowski docet, “scrivere sulle cose mi ha permesso di sopportarle”.

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