Connect with us

Interviste

Not Moving: Quarant’anni di militanza di vero rock

Domenico Paris

Published

on

Autentica colonna portante del rock italiano indipendente e senza compromessi, alle soglie dei quarant’anni di attività i Not Moving, oggi Not Moving LTD, si preparano ad un 2021 che, Covid-19 permettendo, si annuncia ricco di impegni.

Ne abbiamo parlato con la cantante e il batterista della band, Rita “Lilith” Oberti e Antonio “Tony Face” Bacciocchi.

Vorrei cominciare questa nostra intervista chiedendovi lumi sulla registrazione del nuovo album. So che, nonostante le difficoltà logistiche dovute alla pandemia, state registrando le nuove tracce. Come vanno i lavori? Potete raccontarci qualcosa su quello che dobbiamo aspetterci?

ANTONIO: Not Moving LTD è un gruppo che per esprimersi al meglio ha bisogno che i propri componenti si guardino in faccia, che si “sentano” l’uno con l’altro. Attualmente stiamo registrando cose a distanza, ma fino a quando non potremo trovarci in una sala prove o in uno studio le canzoni non saranno mai veramente nostre, ma solo immaginarie. Però quello fatto finora è pieno di buone intuizioni, intenzioni, spunti.

RITA: i testi del gruppo sono sempre stati come un sogno, di quelli che puoi vivere quando hai sedici anni. Ma per me è molto più difficile scrivere ora rispetto ai tempi, soprattutto in questo periodo in cui non riesco a guardare al di là del mio naso. La vita, al momento, non è reale.

A proposito della genesi del gruppo: Rita, ci dici qualcosa di quella festa a Piacenza di quarant’anni fa della quale racconta Antonio nel suo libro Uscito vivo dagli anni Ottanta? Cominciò davvero tutto da lì e cosa ti spinse a lanciarti in quell’avventura che, ai tempi, doveva rappresentare qualcosa di davvero “spericolato” in Italia per un ragazza?

Prima di quel momento ero comunque molto lontana dalla vita di una tipica quindicenne dei tempi. Facevo già scelte controcorrente rispetto alle mie compagne di allora. In quella festa vidi che ci poteva essere un palcoscenico anche per me. Quello che è successo dopo è stato il risultato della mia voglia di uscire dal concetto di vita di provincia e da “quello che le ragazze dovevano fare”. Al di là di tutto, ho sempre avuto un ruolo di comandante mai di comprimaria, in nessun ambito. Sempre al di fuori dell’assioma che vede la donna messa in secondo piano. Non mi sono mai chiesta se una cosa potesse diventare un vantaggio o meno per me. Mi sono sempre lanciata, indifferente a quanto poteva accadere. Quando vado per funghi percorro sempre sentieri nuovi.

Antonio, partendo da una provincia come Piacenza, in questi oltre otto lustri di attività come musicista, produttore, giornalista e “agitatore alternativo” a tutto tondo, sei spesso riuscito ad essere il precursore di tante scene rock italiane. Da dove nasceva lo stimolo, la curiosità che ti muoveva? Aveva una natura più intellettuale o era puro istinto?

Entrambe le cose. Nel corso della mia adolescenza mi sono imbottito di letture di ogni tipo, dal “Capitale” di Marx a Orwell, da Alan Sillitoe a Moravia, dall’opera omnia di Pasolini (che portai come autore italiano all’esame di maturità) a mille altre cose. Alle quali affiancai Truffaut, Kubrick, Forman, Bertolucci, di nuovo Pasolini, il Free Cinema inglese. Tutto questo andò a convergere nell’esplosione del punk, nella scoperta della cultura mod, nel fatto che tutto questo accadde quando avevo 16/17/18 anni e Piacenza era (ed è rimasta) il peggio del provincialismo bigotto e retrogrado che si potesse immaginare. “Search and destroy!”

Berlino, 20 giugno 1984: vi esibite al Loft di Berlino con Litfiba, Pankow e Monuments. È la vostra prima volta all’estero e in un contesto particolarmente prestigioso per l’epoca. Quali vibrazioni avete avvertito quel giorno e dove pensavate che un’esperienza come quella vi avrebbe potuto portare?

RITA: ricordo tanto freddo e il fatto di avere nascosto alla mia famiglia dove stavo veramente andando (Berlino nel 1984 era come la Luna). Abbiamo dato, come sempre, il massimo. Per la prima volta ci siamo accorti come dietro a un progetto musicale (vedi Litfiba) ci doveva essere un’organizzazione, un management, un’impalcatura. Noi eravamo solo giovani punk all’assalto. Gli altri raccolsero di più, noi solo la soddisfazione di essere stati i più applauditi e apprezzati.

ANTONIO: per noi era un concerto come un altro. Da vivere, bruciare, distruggere. E così facemmo.

Rita, i vostri concerti degli anni Ottanta sono passati alla storia per l’intensità che esprimevate sul palco e, talvolta, anche per i disordini che potevano innescare. Come ti sentivi ad essere la frontwoman di una rock band pericolosa come la vostra in un periodo nel quale non erano certo molte le donne coinvolte in quella scena? Credi di aver in qualche modo aiutato tante ragazze a “sdoganare” la loro attitudine? E che riscontri hai avuto in tal senso negli anni?

RITA: non cercavo altro, mi trovavo benissimo nei miei panni, che erano quelli di tutti i giorni, in senso estetico, etico e di attitudine. Nel nostro paese la memoria è molto corta e spesso viene volutamente rimossa da chi, invece, non dovrebbe dimenticare. Ancora oggi è molto più difficile concedere certi spazi alle donne piuttosto che agli uomini. Sono stata una delle prime a fare mille cose, in Italia. Ma pochissimi tirano fuori il mio nome. Qualche esempio? Dal vestire pantaloni in pelle a portare teatro e punk sul palco, dall’unire poesia e punk e, successivamente, a portare il dialetto in brani non necessariamente folk.

Antonio, sempre rimanendo al 1984: quell’anno, oltre a dividere il paco con mostri sacri come Clash e Johnny Thunders, incideste un disco, l’EP Land of nothing, rimasto purtroppo inedito fino al 2003 e a dir poco promettente. In quel momento, hai pensato che, in qualche modo, il destino era contro di voi? Pensi che se fosse uscito e fosse stato adeguatamente supportato (You’re gone away, a giudizio di chi scrive, sarebbe stato un grande singolo), sareste riusciti a sfondare?

Sono sicuro che ci avrebbe fatto decollare all’estero. Ma non in Italia, dove rifiutammo sempre eccellenti offerte vincolate alla scelta di cantare in italiano. E la storia dimostra che dagli anni Ottanta emersero davvero solo i gruppi che abbracciarono la nostra lingua (Litfiba, CCCP, Diaframma, Gang etc).

Una domanda un po’… scomoda: oltre che compagni di band, da oltre 30 anni siete anche compagni di vita. Come conciliate i due aspetti?

Proprio perché sono quarant’anni che suoniamo insieme, trentasei che siamo legati e trentuno che siamo sposati per noi è la cosa più naturale essere affiatati. Anche se, c’è da dire, “lavorare” nello stesso progetto comporta sempre il grande problema di portare le relative competenze in casa, alimentando discussioni, riflessioni, progettualità per ventiquattro ore al giorno.

Nel corso della vostra lunga carriera, vi siete esibiti in tutti i principali centri sociali d’Italia. Per chi quegli anni non li ha vissuti o li ha vissuti tangentemente, quant’era importante quel tipo di rete per la musica indipendente e perché, secondo voi, al giorno d’oggi, nonostante ci siano più locali e più possibilità promozionali, è difficile anche solo immaginare dei tour più o meno articolati nel Paese come accadeva allora?

RITA: noi non eravamo ben visti dai centri sociali, perché eravamo esteticamente troppo belli e soprattutto fuori anche dal contesto. Eravamo dei Willy DeVille, più punk dei punk ma non omologati alle loro regole. Ed così è tuttora.

ANTONIO: Perché in Italia il “rock” nella sua accezione più estesa non si è fatto cultura (pur dopo sessanta lunghi anni!). Rimane un’esperienza marginale e sotterranea.

Rita, dopo aver abbandonato i Not Moving, tu e Antonio avete formato prima Lilith e poi Lilith and the Sinnersaints con i quali avete battuto altre strade musicali rispetto alla band e accumulato altre grandi esperienze live. Quanto questa vostra “seconda vita” musicale ti ha completata come artista e cantante e perché?

Ho fatto anche altre cose, tra cui un figlio e allevare quattro cani, oltre a varie collaborazioni (Cesare Basile, Giancarlo Onorato, Marco Parente, Michele Gazich, Cut e Julie’s Haircut), teatro e tanto altro. Ripartendo da zero, ho rimesso in piedi due nuove esperienze, quella solista come Lilith e quella più articolata come Lilith and the Sinnersaints, tra punk, cabaret, folk, blues, italiano, inglese, dialetto, concerti con Elliott Murphy o Siouxsie, collaborazioni con Roberto Roversi o Tav Falco. E una lunga serie di album, tour in Italia e in tutta Europa.

Antonio, rimanendo sul tema del tuo eclettismo: tra i tanti gruppi con i quali hai suonato, i Link Quartet, precursori dell’acid jazz nostrano, hanno rappresentato l’avventura a sette note più particolare tra quelle che hai vissuto? Come musicista, pensi sia fondamentale sperimentare sempre soluzioni nuove?

No, è stata una delle tante. Ho suonato in più di 20 gruppi, il Link Quartet è stato solo uno di questi. Abbiamo avuto un sacco di soddisfazioni (due tour negli Sati Uniti, concerti a Londra e in mezza Europa) e riconoscimenti ma, a un certo punto, ho preferito lasciare la band.

Sempre per te, Antonio: da tanti anni sei attivo come giornalista su varie testate (tra le altre, ricordiamo Classic Rock e Il Manifesto) e come blogger. In che modo, secondo te, in questo periodo di grande confusione, il giornalismo e più in generale la comunicazione possono aiutare la musica a riorganizzarsi in una scena, in un movimento e anche in un’industria più credibili?

Temo sia difficile ritrovare credibilità nella bulimia di fonti di “informazione” (leggi alla voce “infodemia”). In questo senso il ruolo del “critico musicale” trova ancora più importanza in relazione alla sua attendibilità e serietà. Un referente a cui affidarsi per destreggiarsi nella marea di nuove uscite, di recensioni, commenti.

Rita, a proposito di parole scritte: Antonio ci ha regalato il suo Uscito vivo dagli anni Ottanta, Dome La Muerte (chitarrista dei Not Moving “storici” e anche adesso dei Not Moving LTD) ha da poco sfornato il suo bellissimo Dalla parte del torto. E tu? Hai mai pensato di scrivere una tua “Versione di Lilith” di quello che sono stati questi gloriosi anni di musica?

Sarebbe bello se qualcuno la scrivesse su di me. Ma vorrei che, più che un’avventura musicale, fosse la rappresentazione di ciò che è stata una vita femminile nel post femminismo. Far capire cosa vuol dire dopo essere partita a 15 anni, essere ancora in pista alla mia età, sempre disponibile a sfidarmi ogni giorno. Prima o poi succederà.

Vorrei chiudere con una domanda che ritengo doverosa: appena ci sarà l’okay sanitario da parte delle autorità competenti, vi rivedremo subito su un palco, vero? E pensate che l’ormai molto probabile annullamento dei grandi concerti estivi possa rappresentare un’occasione importante per chi fa musica indipendente e “meno affollata” come la vostra?

Inizialmente sì, per mere questioni economiche. D’altronde una delle migliori stagioni per la musica italiana fu quella post 1975 con il “lockdown” conseguente agli incidenti verificatisi ai concerti di Lou Reed, Santana, Led Zeppelin, che costrinse a una forzata autarchia. La situazione attuale, temiamo, indurrà a una riduzione dei compensi per i gruppi e a un’ulteriore accentuazione della fastidiosa pratica dei pagamenti in nero. Il tutto a scapito della qualità. Ci saranno concerti a ingresso ridotto e, ovviamente, con un biglietto carissimo da pagare. Il rock di un certo tipo diventerà ad appannaggio di chi se lo potrà permettere. Per i piccoli come noi rimarrà il mercato dei piccoli. Proporzionalmente, anche per un gruppo come il nostro i soldi diminuiranno e le condizioni saranno ancora più precarie. Ma ci siamo abituati e ci divertiremo ancora di più.

Ph. Gabriella Ascari

Leggi anche: Working Class Hero, urgenza e memoria nella cover di Claudia Bombardella

Interviste

Street art, geometrie e working class: New York fotograta da Marco Cimorosi

Federico Falcone

Published

on

New York è una città, è un’opportunità, è un sogno. È l’alba di una seconda, terza, quarta vita. È il tramonto di una prima, seconda o terza esistenza. A New York accade tutto e il contrario di tutto. New York, infatti, è tutto e il contrario di tutto. E’ un’anima inquieta e ambiziosa, determinata e fragile.

La Grande Mela non sempre si può descrivere con parole o immagini e, in alcune circostanze, immortalare uno spaccato di vita attraverso uno scatto preciso e puntuale può contribuire a farsi un’idea di una tra le metropoli più affascinanti al mondo. Marco Cimorosi, fotografo abruzzese, lo sa bene. Ha da poco pubblicato “Fotografare New York City“, sottotitolando l’opera “Aritmiche visioni metropolitane“.

Un libro, una testimonianza della vita newyorkese, immortalata in quasi duecento pagine. Con i contributi di Saro Di Bartolo, Luca Maggitti e Paolo Di Vincenzo, la raccolta fotografica di Cimorosi è imprescindibile per chiunque ami la “città che non dorme mai”, la fotografia e soprattutto la vita di strada. Potremmo parlare per giorni di un lavoro così completo e paradigmatico della città simbolo degli Stati Uniti, del capitalismo esasperato e dell’indigenza assoluta. Abbiamo provato a raccontare il tutto attraverso quest’intervista.

Per usare le sue parole, “New York è talmente sorprendete che ormai non mi sorprende più“. Cosa, allora, continua a incuriosirla e ad affascinarla della Grande Mela?

Il principale motivo per cui vado a New York è perché mio figlio vive e lavora lì da undici anni. Le prime due volte che sono andato a NY ci voleva una guida che mi spiegasse tutto. In quelle circostanze fu mio figlio. Si resta imbambolati da un ritmo frenetico, ci si muove a ritmi assurdi e c’è voluto tempo per metabolizzare quel modo di vivere. Con gli anni questo stupore iniziare si è tramutato in un ambiente più famigliare. Quando sai come muoverti è tutto diverso e non ci vuole qualcuno che ti indichi cosa fare e come farlo. Sai anche cosa aspettarti. Di NY mi affascina il suo essere in continuo movimento, ogni volta che vado trovo qualcosa di nuovo e imprevisto che muta costantemente. Sulla scia di ciò, però, avendolo ormai compreso a fondo, riesco a muovermi meglio.

Leggi anche: Intervista a Fabio Lovino, “L’arte della fotografia, come rendere eterno un momento”

Quanto conta l’essere preparati, il sapere cosa aspettarsi e quindi avere già idea di cosa fotografare e come farlo?

Per fotografare è essenziale essere preparati. Non si può essere sprovveduti e tirare fuori la macchinetta all’ultimo momento. Occorre avere un’idea, passo fondamentale per capire cosa e come fotografare. Se ad esempio vai a Time Square o sulla 5th Avenue è tutto frenetico e può accadere qualsiasi cosa da un momento all’altro. A Soho o nei quartieri più bassi, invece, è più tranquillo.

Leggi anche: Parla Giovanni Gastel, il fotografo dell’anima

Come scegliere quando scattare e quando no? Quale discrimen c’è alla base della scelta di immortalare un momento?

Faccio un esempio, di un episodio accaduto a Pescara. Andai a fare delle foto street al porto. Mi misi a chiacchierare con un pescatore che stava rammendando delle reti. Volevo immortalarlo con uno scatto. Alla fine non l’ho fatto, perché mi sono soffermato ad ascoltare le sue storie, le difficoltà dell’andare in mare, i periodi di magra. Sono rimasto rapito e affascinato e non ho scattato nulla, ho solo tenuto a mente quanto detto. La fotografia street è un piacere, non un obbligo. Se mi piace fare la fotografia la faccio subito, sono anche disposto a disturbare la quiete della persona ritratta. Altre volte no, preferisco lasciare la foto memorizzata in testa. A volte rimane nella memoria e quindi, se dovesse ricapitare un’esperienza simile, posso ripetere la storia di fare la foto come e quando voglio. Ma è una decisione immediata, frutto del momento. Se un qualcosa mi attira, scatto. Questo nella maggior parte dei casi.

Cosa non le piace fotografare?

Il mio stile fotografico non contempla il ritrarre i disagi gratuitamente. E’ un mio modo di vedere la fotografia. Se mai dovessi realizzare un servizio commissionato sugli homeless, ad esempio, le foto le farei. Ma se c’è uno scopo. Per un motivo nobile. Altrimenti no, mi disturba, non mi piace fotografare il dolore.

New York ha tante identità e tante anime e, proprio per questo, forse non ne ha una ben precisa. Che idea ti sei fatto di ciò? Quale credi che sia l’anima della città?

Ve ne sono tante. Ma è talmente vasta che è difficile raffigurare NY con un solo scatto. Non si può, non ci si riesce. Non c’è un’immagine che potrebbe raffigurare interamente la mentalità newyorkese. C’è molta tolleranza. Ad esempio per quanto riguarda le foto in strada le persone sono abituate a fotografi che ti scattano fotografie. E non si lamentano, non dà fastidio. Un giorno andai per strada, a una signora al mio fianco cadde un qualcosa vicino al suo cagnolino. Mi abbassai con lei, le faccio la foto, mi rialzo, lei non batte ciglio. Impassibile. Questo mi ha destabilizzato, non mi aspettavo tanta tranquillità. Per raffigurare NY forse serve immortale la frenesia.

Leggi anche: Alla scoperta di Perimetro, community di fotografi indipendenti

Tra le classi sociali più identitarie della città, troviamo gli appartenenti alla working class e alla street art…

La street art è nata come simbolo di protesta, iniziata dal ceto più basso, quello più popolare che aveva necessità di urlare la propria voce. Poi è stata accolta, si è evoluta, non dava più fastidio e questo ha fatto si che potesse attecchire anche in altri quartieri. Magari a Manhattan è complessa da realizzare, ha altre caratteristiche. Ma a Brooklyn, ad esempio, ne è pieno. Gli artisti necessitano di posti simbolo e una volta che hanno elaborato la propria opera possono svilupparla e consolidarla all’interno della città e della società. Anche i padroni delle abitazioni che vedono i propri muri graffiati, sono più tolleranti. Inoltre, se commissionata, è pienamente legale. Riguardo la working class: mio figlio abita nel New Jersey devo attraversare il ponte Washinghton e poi andare verso Manhattan e oltre per girare. Ogni volta mi trovo assieme a pendolari di tutte le classi sociali, dagli operai con i caschi sporchi di vernice a persone con la ventiquattrore che si recanoin ufficio. Negli States il lavoro è sacro, viene prima di tutto il resto. Con il covid è uguale. Il contagio è alto perché il lavoro è primario, non si chiude così facilmente come da noi. Nell’ufficio con mio figlio c’era un dipendente con il covid, così come il suo datore di lavoro. Per loro è normalità, il lavoro viene prima di tutto. Il lavoro è l’anima di New York.

New York è un set cinematografico a cielo aperto, lo sappiamo. Quali sono, però, gli angoli più nascosti o gli scorci meno rappresentativi che comunque l’hanno particolarmente colpita?

In questi anni mi sono imbattuto in diversi set cinematografici. Sai cosa fanno? Se il set è grosso bloccano interi quartieri. Letteralmente. Magari vedi che si incolonnano camion di attrezzature o barriere. Capita di frequente. Di posti inusuali ce ne sono, anche se non li abbiamo visti tutti quanti. Se si vanei quartieri più a sud si trovano edifici e costruzioni più bassi e contenuti in termini di altezza e grandezza, non ci sono più i grattacieli di Manhattan ma posti più caratteristici. Ci sono case in mattoni, basse, con piccole scalette con ai bordi cancelli in ferro battuto e sono tutte alberate. Se venissi proiettato in quel luogo a occhi chiusi, non crederesti di essere a New York, è molto diversa dal caos che uno immagina.

Leggi anche: The Darkroom Project Otto: una mostra per celebrare i grandi fotografi italiani

La fotografia cattura l’attimo e lo consegna alla storia. Rivedendo i propri scatti, però, le è mai capitato di cambiare la percezione di quei momenti?

Ci sono degli scatti a cui tengo più di altri, questo si. Mi hanno fatto riflettere molto. Alcuni esempi: quello di una signora seduta dentro al ristorante (una delle prime del libro) mi è rimasto particolarmente nel cuore. Ciò che incoraggio a fare, quando si fanno fotografie di questo tipo, è fantasticare. Immaginare, farsi venire in mente delle cose diverse dall’evidenza. In quella foto non sono andato via con un senso di tristezza, perché ho comunque visto la volontà di andare avanti. La volontà di integrarsi, vedere posti e gente è più forte della condizione attuale che si vive. E’ una foto molto impattante che porto nel cuore. Le foto sono come figli, ognuna ha una sua storia. C’è il clochard con un carrellino con un cartello con scritto “persone stupide governano il mondo”. Mi guardava, ma non potevo fare a meno di fotografarlo. Oltretutto era in una via affollatissima. Un messaggio umile di una persona che dice molto della verità che ci circonda.

Altre foto impattanti sono quelle che ritraggono le proteste di piazza…

Le proteste di piazza aprono un altro capitolo. Non è che mi rimangio le parole scritte nel libro, ma gli ultimi avvenimenti mi hanno fatto riflettere (si riferisce ai fatti di Capitol Hill, a Washington, nda). Lì ero in una piazza, era tranquillo ed è andato tutto bene. Ma vedendo quello che è accaduto a Washington d’ora in avanti andrò sempre con un approccio diverso perché gli stupidi sono ovunque. Qualsiasi manifestazione può degenerare. NY è la città delle manifestazioni, tutte molto tranquille per la verità. Sono rimasto un po’ meravigliato anche dai cartelli che vengono realizzati, spesso casarecci, fatti sul momento, scambiati, sono tutti molto spontanei. In queste foto che ho raffigurato gli autori li mettevano raccolti in piazza, ognuno li poteva prendere e usarli per protestare, erano a disposizioni di tutti. Mi è rimasta impressa anche la protesta animalista, dove hanno unito delle registrazioni di animali che stavano morendo. E’ stata forte, difficile da digerire. A un certo punto c’è stato il silenzio con l’audio degli animali morenti. Sono rimasto frastornato. Ho ripreso a fotografare solo dopo aver trovato il coraggio. Una manifestazione pacifica è sempre impattante. Ma la violenza no.

Quale criterio adotta per pubblicare una foto in bianco e nero oppure a colori?

Di alcune ho realizzato più versioni, ma va molto in base alla sensazione di dove voglio che la foto vada. Anche rispetto ai colori che sono dentro. Il colore purtroppo ha il difetto che non sempre è abbinabile. Magari una persona e i suoi oggetti sono di colore differenti e messe in un fotogramma potrebbe stonare, distorcere il messaggio che si vuole mandare attraverso la fotografia. Ovviamente da un punto di vista tecnico. A volte la scelta del bianco e nero è quasi obbligata. La foto della signora che viene coperta dal giornale è in bianco e nero perché a colori non garantirebbe lo stesso effetto. Vi è una dissonanza che distorce il messaggio e il valore delle scatto.

La fotografia “geometrica”, invece, l’appassiona?

La fotografia geometrica porta a essere per forza precisi. La precisione passa in secondo piano in alcuni momenti, come la street art dove l’azione di ciò che sta facendo la persona è preponderante rispetto a ciò che fa. Ma nella fotografia geometrica la precisione è tutto. L’architetto che elabora i progetti intende lanciare anche un certo messaggio e la difficoltà di scattare una foto a quei soggetti è proprio quella di cogliere il messaggio. E’ difficilissimo, ma è altrettanto stimolante. Dietro lo scatto c’è un ragionamento quasi matematico.

Leggi anche: Ray Morrison: “Attraverso i miei scatti racconto la discriminazione e la diversità”

Emozioni e suggestioni sono alla base della fotografia?

E’ ciò che mi auguro! Solo con la tecnica non si va da nessuna parte, servono emozioni e sensazioni, capire cosa una situazione trasmette e lasciarsi trasportare. Le questioni tecniche devono essere talmente acquisite che devono uscire fuori in automatico.

Continue Reading

Interviste

Astol, un teen idol da disco d’oro: “Grazie ai social ho fatto conoscere la mia musica”

Alessio Di Pasquale

Published

on

Dal 10 dicembre è disponibile in radio e su tutte le piattaforme streaming Vediamoci Stasera” il nuovo singolo di Astol con LDA e Robledo.

Dopo il grande successo del romantico tormentone estivo “Sangria” con Emma Muscat, certificato oroAstol, con la fine dell’estate, ha posto le basi per il suo nuovo progetto discografico. Ha dato vita così, a partire da un ritornello scritto a quattro mani con Francesco “Francis” Conteddu, a “Vediamoci Stasera”, brano unico, innovativo e caratterizzato da sonorità spiccatamente reggaeton, genere di cui Astol, tra gli esponenti italiani, è uno dei principali protagonisti.

Classe 1995, Pasquale Giannetti, in arte Astol è nato in provincia di Napoli, ma romano d’adozione. Inizia la propria carriera artistica nel 2013 pubblicando su YouTube i suoi primi brani, seguiti da videoclip che attualmente contano milioni di visualizzazioni. Nel 2018 partecipa, insieme ai principali influencer italiani, al The Hottest Summer 2018 a Malta e successivamente al The Hottest Winter 2019 a Canazei, contest trasmessi su Real Time.

Nel 2018 pubblica l’album di debutto “Astol”, che sancisce il suo debutto ufficiale per l’etichetta Believe, sotto la produzione di Jeremy Buxton. Un concept album che suona fresco, con strumentali inspirate al pop d’Oltreoceano, dalle influenze latino-americane, frutto del lavoro di Astol insieme al suo producer. Nel 2019 Astol dà vita, insieme all’artista Daniel, al duo reggaeton DASTOL.

Gli artisti diventano in breve tempo dei veri e propri teen idol collezionando milioni di streaming su Spotify. Il primo singolo del duo è “Fuoco”, connubio perfetto tra trap e reggaeton, seguito da “Proibito”, “Fulmine” e “Momenti”, brani dagli oltre 17 milioni di stream su Spotify. Dopo il duo con Daniel, Astol ritorna al proprio progetto collaborando con Don Joe nel brano “Jingle Bell Trap” e pubblicando i singoli “Princesa”, “Diabla”, “Mondo” e “Sangria” che è stata un’indiscussa hit dell’estate 2020. Sta attualmente lavorando al nuovo album di cui “Vediamoci Stasera” è il primo singolo.

Chi è Astol? come si avvicina a questo mondo?

Un romantico amante. Ho iniziato tra i banchi di scuola, in realtà penso di essere sempre stato un cantante, o almeno, anche da piccolo in qualche modo sognavo che un giorno avrei dovuto esserlo. Inizio ufficialmente a provare a realizzare il mio sogno pubblicando in maniera indipendente le mie canzoni nel 2016.

Se potessi descriverti usando un solo aggettivo quale sceglieresti, e perché?

Galante. Il modo di fare è il nostro biglietto da visita

“Vediamoci stasera, ti porto sulla luna”. Come hai vissuto e come stai vivendo invece questa privazione della libertà di uscire anche solo di casa senza portarti dietro l’autocertificazione?

Con responsabilità e speranza. Rispetto le regole e sogno il momento in cui questo momento finisca. Cerco sempre di confortare le persone che ho intorno, di star loro vicino nei loro momenti più delicati. 

Leggi anche: 22 anni senza Fabrizio De André: le nostre 10 canzoni preferite

Cosa significa per te fare musica? È una forma di espressione di te stesso, una semplice valvola di sfogo personale o entrambe?

È il modo per esprimermi, spesso è stata uno sfogo, è il mio modo per raccontare la mia storia.

Sei seguitissimo sui social, che rapporto hai con questi?

Ho tanta gratitudine verso chi mi segue, cerco di coinvolgere i miei fans in tutto ciò che faccio e vorrei fare sempre di più. Con i social ho iniziato a far conoscere la mia musica. I social sanno essere il posto ideale dove poter costruire un percorso, ovviamente con tanti sacrifici e determinazione, fondamentale è per me la qualità dei contenuti e la passione che metto in tutto ciò che faccio.

Hai un certo magnetismo sui giovani. Quali consigli ti senti di dare a questi ultimi che come te che stanno affrontando questo difficile momento storico, per aiutarli a superarlo?

Di informarsi su ciò che accade nel mondo, di utilizzare il tempo per imparare cose nuove, di non arrendersi mai, di impegnarsi per realizzare i propri sogni. Nell’attesa del momento in cui potremo di nuovo abbracciarci. Non vedo l’ora!

Continue Reading

Interviste

Shores Of Null: un viaggio introspettivo attraverso l’accettazione della morte

La morte turba sia noi stessi sia coloro che ci sono vicini, perché nulla ci prepara davvero ad affrontarla

Luigi Macera Mascitelli

Published

on

Lo scorso 27 novembre 2020, i romani Shores Of Null hanno rilasciato Beyond the Shores (On Death and Dying), il loro terzo album. Un lavoro che si compone di una sola lunghissima traccia nella quale si ripercorrono le cinque fasi dell’accettazione della morte. La band capitolina è ad oggi una dei massimi esponenti del death/doom metal italiano. Con uno stile vicino alle sonorità di Paradise Lost, My Dying Bride, Katatonia e Sentenced, questa nuova fatica consacra ufficialmente il quintetto tra le migliori realtà nostrane del genere.

Per l’occasione abbiamo avuto modo di fare qualche domanda al vocalist e leader Davide Straccione (già cantante degli degli Zippo). Di seguito l’intervista nella quale esploreremo più da vicino il lavoro che c’è stato dietro questo concept album. Buona lettura!

Leggi anche: Elvis, “The rock n’roll matador”. Una carriera segnata dalla chiamata alle armi

Ciao Davide e benvenuto su The Walk Of Fame. Beyond the Shores (On Death and Dying) è forse il lavoro degli Shores Of Null più maturo e stilisticamente completo. Come è nata l’idea di creare una singola suite di 38 minuti?

Mi fa piacere che lo consideri il nostro lavoro più maturo e completo, perché in un certo senso la vedo allo stesso modo. L’idea di un unico brano di 38 minuti è nata in maniera molto particolare, quasi rocambolesca. Avevamo già un altro disco pronto ed eravamo entrati in studio per registrarlo. Le parti di batteria e basso erano state terminate quando, in una pausa dalle registrazioni, abbiamo sentito la necessità di scrivere qualcosa di più sperimentale.

Perché, ti chiederai. Il motivo principale è che stavamo da tempo vivendo un rapporto particolarmente difficile con la nostra precedente etichetta (Candlelight/Spinefarm) . Contrattualmente ci spettava ancora un disco con loro. Ma eravamo molto insoddisfatti del lavoro di promozione (non) svolto sul nostro precedente Black Drapes For Tomorrow, per cui non volevamo affidare a loro le stampe del nuovo album, sul quale avevamo già investito troppo tempo e denaro. In un momento di pura follia ci siamo detti “scriviamo una sola traccia lunghissima, ai limiti del drone, monolitica e diversa da ciò che facciamo di solito, e vediamo se vogliono pubblicarla lo stesso”. Doveva essere un pezzo quasi di serie B, e invece col passare del tempo è diventata la traccia che puoi ascoltare, frutto di un songwriting d’urgenza, spontaneo e disperato. L’unico paletto che ci eravamo dati era quello di una maggiore lentezza rispetto al solito.

Il brano, strumentalmente parlando, è nato in 4 o 5 pomeriggi spalmati nell’arco di poche settimane. Per una serie di motivi, poi, siamo riusciti a svincolarci completamente dalla vecchia etichetta, trovandoci a questo punto con ben due dischi in mano. Per coronare un anno già di per sé infausto e privo di concerti dal vivo, abbiamo deciso di dare priorità a Beyond The Shores e di tenere l’altro disco al caldo, sebbene composto prima a livello temporale.

La scelta di una sola lunga traccia è stata sicuramente ambiziosa, poiché si rischia di scadere nella ripetitività e di offrire un prodotto noioso e prolisso. Possiamo dire che si è trattato una scommessa con voi stessi o sapevate fin da subito che l’album avrebbe funzionato?

Come ti dicevo, il tutto è nato in circostanze molto particolari e non abbiamo avuto il tempo materiale per fare previsioni. Abbiamo sentito l’urgenza di far uscire questo disco come primo perché lo sentivamo più attuale che mai. Sicuramente una scommessa con noi stessi, ma col senno di poi una scommessa vinta.

L’album è un concept ispirato allo scritto On Death and Dying della psichiatra svizzero-americana Elisabeth Kübler-Ross, in cui vengono formulati i cinque stadi del lutto. Un tema piuttosto delicato ed introspettivo. Come mai questa scelta?

Prima che il modello Kübler-Ross venisse esteso al lutto di coloro che hanno perso qualcuno, il libro in questione, così come gli studi stessi della psichiatra, si concentrava sulle fasi che attraversano i malati terminali, dalla diagnosi della malattia alla morte. È proprio questo il punto di vista narrativo di Beyond The Shores (On Death And Dying), quello coraggioso di chi la morte l’affronta in prima persona, sapendo di doverla accoglierla molto presto.

La paura della morte è un concetto assai radicato nella cultura occidentale. In fondo essa altro non è che la fine del ciclo della vita stessa e in quanto tale non dovrebbe sconvolgerci più di tanto. Eppure non è così. Essa turba sia noi stessi sia coloro che ci sono vicini, perché nulla ci prepara davvero ad affrontarla. Con questa scelta abbiamo voluto dare voce proprio a tale paura ma da una prospettiva forse poco esplorata: quella del paziente, della persona in punto di morte, del proprio lutto. Quindi mi sono basato sugli studi della Kübler-Ross e le sue interviste ai malati terminali raccolte poi in questo libro seminale. Uno scritto sulla morte che in realtà è una grandissima lezione per i vivi.

Quali sono le differenze nel processo di songwriting tra il lavoro fatto con gli Shores Of Null e quello con gli Zippo?

Con gli Zippo la composizione nasceva prettamente in sala prove: qualcuno arrivava con un riff o un’idea e da lì si jammava fino ad avere il pezzo finito. Io, pur non suonando, ero spesso presente mentre questa magia accadeva. Non mi risulta che un brano degli Zippo sia mai giunto in sala fatto e finito. Ovviamente questo era un processo piuttosto lungo per alcune tracce, soprattutto a seconda della frequenza con cui ci vedevamo per provare.

Con gli Shores Of Null è l’esatto opposto, sin dall’inizio. Siamo più una band da “smart working”, passami il termine. Gabriele e Raffaele, i due chitarristi, compongono sempre in remoto registrando dei demo a casa, poi li ascoltiamo tutti con attenzione ed infine li arrangiamo insieme in un secondo momento. Dal mio punto di vista, quello del cantante, in entrambi i casi le cose funzionano pressappoco allo stesso modo: inizio seriamente a lavorare alla voce solo a brano finito, e poi mi dedico ai testi dopo aver steso una prima bozza di linea vocale. Quasi mai ho scritto un testo prima della linea vocale.

Durante l’ascolto si sente molto l’influenza di varie band del panorama death/doom, come My Dying Bride, Paradise Lost e Sentenced. Ci sono dei gruppi a cui siete particolarmente legati?

Le band che hai citato sono tra le mie influenze principali e sono molto apprezzate anche all’interno della band. Questo disco in particolare si rifà al death doom e al gothic doom degli anni ’90. Non ho problemi ad ammetterlo, ma credo che al di là di tutto, sebbene questa influenza sia più marcata nel nuovo lavoro, il marchio di fabbrica degli Shores Of Null sia comunque presente.

Nel disco sono presenti diversi ospiti importanti, tra cui Mikko Kotamäki (Swallow The Sun), Thomas A.G. Jensen (Saturnus), Elisabetta Marchetti (Inno) e Marco Mastrobuono (Hour of Penance). Come è nata questa grande collaborazione?

Fin da subito ci sembrava chiaro che un disco così ambizioso necessitasse di un approccio più corale; un lavoro di squadra nel vero senso della parola. Man mano che ascoltavamo il brano sentivamo il bisogno di avere ospiti esterni per fornire la giusta dose di varietà, oltre che un carattere più personale. Non nascondo che ascoltando determinati riff abbiamo pensato che fossero cuciti apposta per Mikko o Thomas, perché sia Swallow The Sun che Saturnus sono due grosse influenze per noi. E così abbiamo fatto la cosa più naturale da fare, ossia chiedergli di prendere parte al disco, e loro hanno accettato senza esitare.

Marco Mastrobuono è il nostro produttore sin dal primo album Quiescence ed un amico da molto prima. Oltre ad aver prodotto, registrato e missato ogni nostro lavoro, questa volta ha inciso anche le linee di basso, precedentemente composte da Matteo il quale però è tornato in Olanda dove attualmente vive. Questa ci è sembrata la soluzione più pratica. Elisabetta, oltre ad essere la cantante degli Inno, è anche la moglie di Marco. Lui sapeva che stavamo cercando una voce femminile per un paio di punti cruciali del disco. Ovviamente Il suo consiglio è stato accolto a braccia aperte e non posso che esserne felice. Il mio duetto con Elisabetta è, a detta di tutti, tra i punti più alti dell’intero lavoro.

Farete un tour promozionale quando sarà possibile oppure vi muoverete diversamente per sponsorizzare l’album?

Tra le nostre volontà c’è quella di portare questo album dal vivo non appena sarà possibile. Speriamo ciò avvenga in tempi piuttosto brevi, poiché abbiamo diversi festival confermati per l’estate 2021 e non vorremmo dovervi rinunciare. Per il resto cerchiamo di essere presenti sui nostri social, in particolar modo Facebook e Instagram. In più abbiamo da poco pubblicato un video dell’intero brano, che ovviamente vi invito a guardare.

Continue Reading

In evidenza