Not Moving: Quarant’anni di militanza di vero rock

Autentica colonna portante del rock italiano indipendente e senza compromessi, alle soglie dei quarant’anni di attività i Not Moving, oggi Not Moving LTD, si preparano ad un 2021 che, Covid-19 permettendo, si annuncia ricco di impegni.

Ne abbiamo parlato con la cantante e il batterista della band, Rita “Lilith” Oberti e Antonio “Tony Face” Bacciocchi.

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Vorrei cominciare questa nostra intervista chiedendovi lumi sulla registrazione del nuovo album. So che, nonostante le difficoltà logistiche dovute alla pandemia, state registrando le nuove tracce. Come vanno i lavori? Potete raccontarci qualcosa su quello che dobbiamo aspetterci?

ANTONIO: Not Moving LTD è un gruppo che per esprimersi al meglio ha bisogno che i propri componenti si guardino in faccia, che si “sentano” l’uno con l’altro. Attualmente stiamo registrando cose a distanza, ma fino a quando non potremo trovarci in una sala prove o in uno studio le canzoni non saranno mai veramente nostre, ma solo immaginarie. Però quello fatto finora è pieno di buone intuizioni, intenzioni, spunti.

RITA: i testi del gruppo sono sempre stati come un sogno, di quelli che puoi vivere quando hai sedici anni. Ma per me è molto più difficile scrivere ora rispetto ai tempi, soprattutto in questo periodo in cui non riesco a guardare al di là del mio naso. La vita, al momento, non è reale.

A proposito della genesi del gruppo: Rita, ci dici qualcosa di quella festa a Piacenza di quarant’anni fa della quale racconta Antonio nel suo libro Uscito vivo dagli anni Ottanta? Cominciò davvero tutto da lì e cosa ti spinse a lanciarti in quell’avventura che, ai tempi, doveva rappresentare qualcosa di davvero “spericolato” in Italia per un ragazza?

Prima di quel momento ero comunque molto lontana dalla vita di una tipica quindicenne dei tempi. Facevo già scelte controcorrente rispetto alle mie compagne di allora. In quella festa vidi che ci poteva essere un palcoscenico anche per me. Quello che è successo dopo è stato il risultato della mia voglia di uscire dal concetto di vita di provincia e da “quello che le ragazze dovevano fare”. Al di là di tutto, ho sempre avuto un ruolo di comandante mai di comprimaria, in nessun ambito. Sempre al di fuori dell’assioma che vede la donna messa in secondo piano. Non mi sono mai chiesta se una cosa potesse diventare un vantaggio o meno per me. Mi sono sempre lanciata, indifferente a quanto poteva accadere. Quando vado per funghi percorro sempre sentieri nuovi.

Antonio, partendo da una provincia come Piacenza, in questi oltre otto lustri di attività come musicista, produttore, giornalista e “agitatore alternativo” a tutto tondo, sei spesso riuscito ad essere il precursore di tante scene rock italiane. Da dove nasceva lo stimolo, la curiosità che ti muoveva? Aveva una natura più intellettuale o era puro istinto?

Entrambe le cose. Nel corso della mia adolescenza mi sono imbottito di letture di ogni tipo, dal “Capitale” di Marx a Orwell, da Alan Sillitoe a Moravia, dall’opera omnia di Pasolini (che portai come autore italiano all’esame di maturità) a mille altre cose. Alle quali affiancai Truffaut, Kubrick, Forman, Bertolucci, di nuovo Pasolini, il Free Cinema inglese. Tutto questo andò a convergere nell’esplosione del punk, nella scoperta della cultura mod, nel fatto che tutto questo accadde quando avevo 16/17/18 anni e Piacenza era (ed è rimasta) il peggio del provincialismo bigotto e retrogrado che si potesse immaginare. “Search and destroy!”

Berlino, 20 giugno 1984: vi esibite al Loft di Berlino con Litfiba, Pankow e Monuments. È la vostra prima volta all’estero e in un contesto particolarmente prestigioso per l’epoca. Quali vibrazioni avete avvertito quel giorno e dove pensavate che un’esperienza come quella vi avrebbe potuto portare?

RITA: ricordo tanto freddo e il fatto di avere nascosto alla mia famiglia dove stavo veramente andando (Berlino nel 1984 era come la Luna). Abbiamo dato, come sempre, il massimo. Per la prima volta ci siamo accorti come dietro a un progetto musicale (vedi Litfiba) ci doveva essere un’organizzazione, un management, un’impalcatura. Noi eravamo solo giovani punk all’assalto. Gli altri raccolsero di più, noi solo la soddisfazione di essere stati i più applauditi e apprezzati.

ANTONIO: per noi era un concerto come un altro. Da vivere, bruciare, distruggere. E così facemmo.

Rita, i vostri concerti degli anni Ottanta sono passati alla storia per l’intensità che esprimevate sul palco e, talvolta, anche per i disordini che potevano innescare. Come ti sentivi ad essere la frontwoman di una rock band pericolosa come la vostra in un periodo nel quale non erano certo molte le donne coinvolte in quella scena? Credi di aver in qualche modo aiutato tante ragazze a “sdoganare” la loro attitudine? E che riscontri hai avuto in tal senso negli anni?

RITA: non cercavo altro, mi trovavo benissimo nei miei panni, che erano quelli di tutti i giorni, in senso estetico, etico e di attitudine. Nel nostro paese la memoria è molto corta e spesso viene volutamente rimossa da chi, invece, non dovrebbe dimenticare. Ancora oggi è molto più difficile concedere certi spazi alle donne piuttosto che agli uomini. Sono stata una delle prime a fare mille cose, in Italia. Ma pochissimi tirano fuori il mio nome. Qualche esempio? Dal vestire pantaloni in pelle a portare teatro e punk sul palco, dall’unire poesia e punk e, successivamente, a portare il dialetto in brani non necessariamente folk.

Antonio, sempre rimanendo al 1984: quell’anno, oltre a dividere il paco con mostri sacri come Clash e Johnny Thunders, incideste un disco, l’EP Land of nothing, rimasto purtroppo inedito fino al 2003 e a dir poco promettente. In quel momento, hai pensato che, in qualche modo, il destino era contro di voi? Pensi che se fosse uscito e fosse stato adeguatamente supportato (You’re gone away, a giudizio di chi scrive, sarebbe stato un grande singolo), sareste riusciti a sfondare?

Sono sicuro che ci avrebbe fatto decollare all’estero. Ma non in Italia, dove rifiutammo sempre eccellenti offerte vincolate alla scelta di cantare in italiano. E la storia dimostra che dagli anni Ottanta emersero davvero solo i gruppi che abbracciarono la nostra lingua (Litfiba, CCCP, Diaframma, Gang etc).

Una domanda un po’… scomoda: oltre che compagni di band, da oltre 30 anni siete anche compagni di vita. Come conciliate i due aspetti?

Proprio perché sono quarant’anni che suoniamo insieme, trentasei che siamo legati e trentuno che siamo sposati per noi è la cosa più naturale essere affiatati. Anche se, c’è da dire, “lavorare” nello stesso progetto comporta sempre il grande problema di portare le relative competenze in casa, alimentando discussioni, riflessioni, progettualità per ventiquattro ore al giorno.

Nel corso della vostra lunga carriera, vi siete esibiti in tutti i principali centri sociali d’Italia. Per chi quegli anni non li ha vissuti o li ha vissuti tangentemente, quant’era importante quel tipo di rete per la musica indipendente e perché, secondo voi, al giorno d’oggi, nonostante ci siano più locali e più possibilità promozionali, è difficile anche solo immaginare dei tour più o meno articolati nel Paese come accadeva allora?

RITA: noi non eravamo ben visti dai centri sociali, perché eravamo esteticamente troppo belli e soprattutto fuori anche dal contesto. Eravamo dei Willy DeVille, più punk dei punk ma non omologati alle loro regole. Ed così è tuttora.

ANTONIO: Perché in Italia il “rock” nella sua accezione più estesa non si è fatto cultura (pur dopo sessanta lunghi anni!). Rimane un’esperienza marginale e sotterranea.

Rita, dopo aver abbandonato i Not Moving, tu e Antonio avete formato prima Lilith e poi Lilith and the Sinnersaints con i quali avete battuto altre strade musicali rispetto alla band e accumulato altre grandi esperienze live. Quanto questa vostra “seconda vita” musicale ti ha completata come artista e cantante e perché?

Ho fatto anche altre cose, tra cui un figlio e allevare quattro cani, oltre a varie collaborazioni (Cesare Basile, Giancarlo Onorato, Marco Parente, Michele Gazich, Cut e Julie’s Haircut), teatro e tanto altro. Ripartendo da zero, ho rimesso in piedi due nuove esperienze, quella solista come Lilith e quella più articolata come Lilith and the Sinnersaints, tra punk, cabaret, folk, blues, italiano, inglese, dialetto, concerti con Elliott Murphy o Siouxsie, collaborazioni con Roberto Roversi o Tav Falco. E una lunga serie di album, tour in Italia e in tutta Europa.

Antonio, rimanendo sul tema del tuo eclettismo: tra i tanti gruppi con i quali hai suonato, i Link Quartet, precursori dell’acid jazz nostrano, hanno rappresentato l’avventura a sette note più particolare tra quelle che hai vissuto? Come musicista, pensi sia fondamentale sperimentare sempre soluzioni nuove?

No, è stata una delle tante. Ho suonato in più di 20 gruppi, il Link Quartet è stato solo uno di questi. Abbiamo avuto un sacco di soddisfazioni (due tour negli Sati Uniti, concerti a Londra e in mezza Europa) e riconoscimenti ma, a un certo punto, ho preferito lasciare la band.

Sempre per te, Antonio: da tanti anni sei attivo come giornalista su varie testate (tra le altre, ricordiamo Classic Rock e Il Manifesto) e come blogger. In che modo, secondo te, in questo periodo di grande confusione, il giornalismo e più in generale la comunicazione possono aiutare la musica a riorganizzarsi in una scena, in un movimento e anche in un’industria più credibili?

Temo sia difficile ritrovare credibilità nella bulimia di fonti di “informazione” (leggi alla voce “infodemia”). In questo senso il ruolo del “critico musicale” trova ancora più importanza in relazione alla sua attendibilità e serietà. Un referente a cui affidarsi per destreggiarsi nella marea di nuove uscite, di recensioni, commenti.

Rita, a proposito di parole scritte: Antonio ci ha regalato il suo Uscito vivo dagli anni Ottanta, Dome La Muerte (chitarrista dei Not Moving “storici” e anche adesso dei Not Moving LTD) ha da poco sfornato il suo bellissimo Dalla parte del torto. E tu? Hai mai pensato di scrivere una tua “Versione di Lilith” di quello che sono stati questi gloriosi anni di musica?

Sarebbe bello se qualcuno la scrivesse su di me. Ma vorrei che, più che un’avventura musicale, fosse la rappresentazione di ciò che è stata una vita femminile nel post femminismo. Far capire cosa vuol dire dopo essere partita a 15 anni, essere ancora in pista alla mia età, sempre disponibile a sfidarmi ogni giorno. Prima o poi succederà.

Vorrei chiudere con una domanda che ritengo doverosa: appena ci sarà l’okay sanitario da parte delle autorità competenti, vi rivedremo subito su un palco, vero? E pensate che l’ormai molto probabile annullamento dei grandi concerti estivi possa rappresentare un’occasione importante per chi fa musica indipendente e “meno affollata” come la vostra?

Inizialmente sì, per mere questioni economiche. D’altronde una delle migliori stagioni per la musica italiana fu quella post 1975 con il “lockdown” conseguente agli incidenti verificatisi ai concerti di Lou Reed, Santana, Led Zeppelin, che costrinse a una forzata autarchia. La situazione attuale, temiamo, indurrà a una riduzione dei compensi per i gruppi e a un’ulteriore accentuazione della fastidiosa pratica dei pagamenti in nero. Il tutto a scapito della qualità. Ci saranno concerti a ingresso ridotto e, ovviamente, con un biglietto carissimo da pagare. Il rock di un certo tipo diventerà ad appannaggio di chi se lo potrà permettere. Per i piccoli come noi rimarrà il mercato dei piccoli. Proporzionalmente, anche per un gruppo come il nostro i soldi diminuiranno e le condizioni saranno ancora più precarie. Ma ci siamo abituati e ci divertiremo ancora di più.

Ph. Gabriella Ascari

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