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Interviste

Not Moving: Quarant’anni di militanza di vero rock

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Autentica colonna portante del rock italiano indipendente e senza compromessi, alle soglie dei quarant’anni di attività i Not Moving, oggi Not Moving LTD, si preparano ad un 2021 che, Covid-19 permettendo, si annuncia ricco di impegni.

Ne abbiamo parlato con la cantante e il batterista della band, Rita “Lilith” Oberti e Antonio “Tony Face” Bacciocchi.

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Vorrei cominciare questa nostra intervista chiedendovi lumi sulla registrazione del nuovo album. So che, nonostante le difficoltà logistiche dovute alla pandemia, state registrando le nuove tracce. Come vanno i lavori? Potete raccontarci qualcosa su quello che dobbiamo aspetterci?

ANTONIO: Not Moving LTD è un gruppo che per esprimersi al meglio ha bisogno che i propri componenti si guardino in faccia, che si “sentano” l’uno con l’altro. Attualmente stiamo registrando cose a distanza, ma fino a quando non potremo trovarci in una sala prove o in uno studio le canzoni non saranno mai veramente nostre, ma solo immaginarie. Però quello fatto finora è pieno di buone intuizioni, intenzioni, spunti.

RITA: i testi del gruppo sono sempre stati come un sogno, di quelli che puoi vivere quando hai sedici anni. Ma per me è molto più difficile scrivere ora rispetto ai tempi, soprattutto in questo periodo in cui non riesco a guardare al di là del mio naso. La vita, al momento, non è reale.

A proposito della genesi del gruppo: Rita, ci dici qualcosa di quella festa a Piacenza di quarant’anni fa della quale racconta Antonio nel suo libro Uscito vivo dagli anni Ottanta? Cominciò davvero tutto da lì e cosa ti spinse a lanciarti in quell’avventura che, ai tempi, doveva rappresentare qualcosa di davvero “spericolato” in Italia per un ragazza?

Prima di quel momento ero comunque molto lontana dalla vita di una tipica quindicenne dei tempi. Facevo già scelte controcorrente rispetto alle mie compagne di allora. In quella festa vidi che ci poteva essere un palcoscenico anche per me. Quello che è successo dopo è stato il risultato della mia voglia di uscire dal concetto di vita di provincia e da “quello che le ragazze dovevano fare”. Al di là di tutto, ho sempre avuto un ruolo di comandante mai di comprimaria, in nessun ambito. Sempre al di fuori dell’assioma che vede la donna messa in secondo piano. Non mi sono mai chiesta se una cosa potesse diventare un vantaggio o meno per me. Mi sono sempre lanciata, indifferente a quanto poteva accadere. Quando vado per funghi percorro sempre sentieri nuovi.

Antonio, partendo da una provincia come Piacenza, in questi oltre otto lustri di attività come musicista, produttore, giornalista e “agitatore alternativo” a tutto tondo, sei spesso riuscito ad essere il precursore di tante scene rock italiane. Da dove nasceva lo stimolo, la curiosità che ti muoveva? Aveva una natura più intellettuale o era puro istinto?

Entrambe le cose. Nel corso della mia adolescenza mi sono imbottito di letture di ogni tipo, dal “Capitale” di Marx a Orwell, da Alan Sillitoe a Moravia, dall’opera omnia di Pasolini (che portai come autore italiano all’esame di maturità) a mille altre cose. Alle quali affiancai Truffaut, Kubrick, Forman, Bertolucci, di nuovo Pasolini, il Free Cinema inglese. Tutto questo andò a convergere nell’esplosione del punk, nella scoperta della cultura mod, nel fatto che tutto questo accadde quando avevo 16/17/18 anni e Piacenza era (ed è rimasta) il peggio del provincialismo bigotto e retrogrado che si potesse immaginare. “Search and destroy!”

Berlino, 20 giugno 1984: vi esibite al Loft di Berlino con Litfiba, Pankow e Monuments. È la vostra prima volta all’estero e in un contesto particolarmente prestigioso per l’epoca. Quali vibrazioni avete avvertito quel giorno e dove pensavate che un’esperienza come quella vi avrebbe potuto portare?

RITA: ricordo tanto freddo e il fatto di avere nascosto alla mia famiglia dove stavo veramente andando (Berlino nel 1984 era come la Luna). Abbiamo dato, come sempre, il massimo. Per la prima volta ci siamo accorti come dietro a un progetto musicale (vedi Litfiba) ci doveva essere un’organizzazione, un management, un’impalcatura. Noi eravamo solo giovani punk all’assalto. Gli altri raccolsero di più, noi solo la soddisfazione di essere stati i più applauditi e apprezzati.

ANTONIO: per noi era un concerto come un altro. Da vivere, bruciare, distruggere. E così facemmo.

Rita, i vostri concerti degli anni Ottanta sono passati alla storia per l’intensità che esprimevate sul palco e, talvolta, anche per i disordini che potevano innescare. Come ti sentivi ad essere la frontwoman di una rock band pericolosa come la vostra in un periodo nel quale non erano certo molte le donne coinvolte in quella scena? Credi di aver in qualche modo aiutato tante ragazze a “sdoganare” la loro attitudine? E che riscontri hai avuto in tal senso negli anni?

RITA: non cercavo altro, mi trovavo benissimo nei miei panni, che erano quelli di tutti i giorni, in senso estetico, etico e di attitudine. Nel nostro paese la memoria è molto corta e spesso viene volutamente rimossa da chi, invece, non dovrebbe dimenticare. Ancora oggi è molto più difficile concedere certi spazi alle donne piuttosto che agli uomini. Sono stata una delle prime a fare mille cose, in Italia. Ma pochissimi tirano fuori il mio nome. Qualche esempio? Dal vestire pantaloni in pelle a portare teatro e punk sul palco, dall’unire poesia e punk e, successivamente, a portare il dialetto in brani non necessariamente folk.

Antonio, sempre rimanendo al 1984: quell’anno, oltre a dividere il paco con mostri sacri come Clash e Johnny Thunders, incideste un disco, l’EP Land of nothing, rimasto purtroppo inedito fino al 2003 e a dir poco promettente. In quel momento, hai pensato che, in qualche modo, il destino era contro di voi? Pensi che se fosse uscito e fosse stato adeguatamente supportato (You’re gone away, a giudizio di chi scrive, sarebbe stato un grande singolo), sareste riusciti a sfondare?

Sono sicuro che ci avrebbe fatto decollare all’estero. Ma non in Italia, dove rifiutammo sempre eccellenti offerte vincolate alla scelta di cantare in italiano. E la storia dimostra che dagli anni Ottanta emersero davvero solo i gruppi che abbracciarono la nostra lingua (Litfiba, CCCP, Diaframma, Gang etc).

Una domanda un po’… scomoda: oltre che compagni di band, da oltre 30 anni siete anche compagni di vita. Come conciliate i due aspetti?

Proprio perché sono quarant’anni che suoniamo insieme, trentasei che siamo legati e trentuno che siamo sposati per noi è la cosa più naturale essere affiatati. Anche se, c’è da dire, “lavorare” nello stesso progetto comporta sempre il grande problema di portare le relative competenze in casa, alimentando discussioni, riflessioni, progettualità per ventiquattro ore al giorno.

Nel corso della vostra lunga carriera, vi siete esibiti in tutti i principali centri sociali d’Italia. Per chi quegli anni non li ha vissuti o li ha vissuti tangentemente, quant’era importante quel tipo di rete per la musica indipendente e perché, secondo voi, al giorno d’oggi, nonostante ci siano più locali e più possibilità promozionali, è difficile anche solo immaginare dei tour più o meno articolati nel Paese come accadeva allora?

RITA: noi non eravamo ben visti dai centri sociali, perché eravamo esteticamente troppo belli e soprattutto fuori anche dal contesto. Eravamo dei Willy DeVille, più punk dei punk ma non omologati alle loro regole. Ed così è tuttora.

ANTONIO: Perché in Italia il “rock” nella sua accezione più estesa non si è fatto cultura (pur dopo sessanta lunghi anni!). Rimane un’esperienza marginale e sotterranea.

Rita, dopo aver abbandonato i Not Moving, tu e Antonio avete formato prima Lilith e poi Lilith and the Sinnersaints con i quali avete battuto altre strade musicali rispetto alla band e accumulato altre grandi esperienze live. Quanto questa vostra “seconda vita” musicale ti ha completata come artista e cantante e perché?

Ho fatto anche altre cose, tra cui un figlio e allevare quattro cani, oltre a varie collaborazioni (Cesare Basile, Giancarlo Onorato, Marco Parente, Michele Gazich, Cut e Julie’s Haircut), teatro e tanto altro. Ripartendo da zero, ho rimesso in piedi due nuove esperienze, quella solista come Lilith e quella più articolata come Lilith and the Sinnersaints, tra punk, cabaret, folk, blues, italiano, inglese, dialetto, concerti con Elliott Murphy o Siouxsie, collaborazioni con Roberto Roversi o Tav Falco. E una lunga serie di album, tour in Italia e in tutta Europa.

Antonio, rimanendo sul tema del tuo eclettismo: tra i tanti gruppi con i quali hai suonato, i Link Quartet, precursori dell’acid jazz nostrano, hanno rappresentato l’avventura a sette note più particolare tra quelle che hai vissuto? Come musicista, pensi sia fondamentale sperimentare sempre soluzioni nuove?

No, è stata una delle tante. Ho suonato in più di 20 gruppi, il Link Quartet è stato solo uno di questi. Abbiamo avuto un sacco di soddisfazioni (due tour negli Sati Uniti, concerti a Londra e in mezza Europa) e riconoscimenti ma, a un certo punto, ho preferito lasciare la band.

Sempre per te, Antonio: da tanti anni sei attivo come giornalista su varie testate (tra le altre, ricordiamo Classic Rock e Il Manifesto) e come blogger. In che modo, secondo te, in questo periodo di grande confusione, il giornalismo e più in generale la comunicazione possono aiutare la musica a riorganizzarsi in una scena, in un movimento e anche in un’industria più credibili?

Temo sia difficile ritrovare credibilità nella bulimia di fonti di “informazione” (leggi alla voce “infodemia”). In questo senso il ruolo del “critico musicale” trova ancora più importanza in relazione alla sua attendibilità e serietà. Un referente a cui affidarsi per destreggiarsi nella marea di nuove uscite, di recensioni, commenti.

Rita, a proposito di parole scritte: Antonio ci ha regalato il suo Uscito vivo dagli anni Ottanta, Dome La Muerte (chitarrista dei Not Moving “storici” e anche adesso dei Not Moving LTD) ha da poco sfornato il suo bellissimo Dalla parte del torto. E tu? Hai mai pensato di scrivere una tua “Versione di Lilith” di quello che sono stati questi gloriosi anni di musica?

Sarebbe bello se qualcuno la scrivesse su di me. Ma vorrei che, più che un’avventura musicale, fosse la rappresentazione di ciò che è stata una vita femminile nel post femminismo. Far capire cosa vuol dire dopo essere partita a 15 anni, essere ancora in pista alla mia età, sempre disponibile a sfidarmi ogni giorno. Prima o poi succederà.

Vorrei chiudere con una domanda che ritengo doverosa: appena ci sarà l’okay sanitario da parte delle autorità competenti, vi rivedremo subito su un palco, vero? E pensate che l’ormai molto probabile annullamento dei grandi concerti estivi possa rappresentare un’occasione importante per chi fa musica indipendente e “meno affollata” come la vostra?

Inizialmente sì, per mere questioni economiche. D’altronde una delle migliori stagioni per la musica italiana fu quella post 1975 con il “lockdown” conseguente agli incidenti verificatisi ai concerti di Lou Reed, Santana, Led Zeppelin, che costrinse a una forzata autarchia. La situazione attuale, temiamo, indurrà a una riduzione dei compensi per i gruppi e a un’ulteriore accentuazione della fastidiosa pratica dei pagamenti in nero. Il tutto a scapito della qualità. Ci saranno concerti a ingresso ridotto e, ovviamente, con un biglietto carissimo da pagare. Il rock di un certo tipo diventerà ad appannaggio di chi se lo potrà permettere. Per i piccoli come noi rimarrà il mercato dei piccoli. Proporzionalmente, anche per un gruppo come il nostro i soldi diminuiranno e le condizioni saranno ancora più precarie. Ma ci siamo abituati e ci divertiremo ancora di più.

Ph. Gabriella Ascari

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Alan+: dopo 11 anni torna la “spoken word music”. L’intervista esclusiva

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Spoken Word Music: ossia narrare un testo su una trama musicale. Uno stile, questo, insolito quanto unico nel suo genere, poiché permette di uscire dagli schemi e dai rigidi stilemi della rima e della metrica. Gli ALAN+, duo composto da Tony Vivona e Alessandro Casini, hanno fatto loro questo approccio, elaborandolo e modellandolo sulla loro proposta musicale. Un processo che, dal debutto del 2010 al qui presente secondo album Anamorfosi, non ha mai smesso di rinnovarsi. Per gli ALAN+ la musica è un medium, una forma di comunicazione attraverso la quale l’ascoltatore viene catapultato su un’altra dimensione.

Merito di tutto ciò è il genere proposto: post-rock elettronico dal quale emerge una forte vena ambient ed elettronica. Ma per capire meglio il ritorno dei due artisti dopo 11 anni, ci siamo rivolti direttamente a loro. Attraverso questa chiacchierata con gli ALAN+ esploreremo più da vicino Anamorfosi e la particolare musica proposta dal duo. Buona lettura!

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Ciao ragazzi e benvenuti su The Walk Of Fame Magazine, è un piacere. Il 14 maggio è uscito Anamorfosi, il vostro secondo album. Un lavoro molto diverso rispetto al debutto del 2010, e immagino che questi 11 anni siano serviti per rinnovare la vostra proposta musicale. Cosa potete dirci a riguardo? Come è nato questo disco?

Alessandro
Ciao a tutti e grazie dell’invito. Sì, 11 anni non sono pochi. In un lasso di tempo così ampio cambiano molte cose: i punti di vista e anche noi stessi, è inevitabile. Non sono stati anni dedicati esclusivamente ad ALAN+. Sia io che Tony abbiamo lavorato ad altri progetti molto diversi da, ma alla fine tutta l’energia e le esperienze fatte in altri ambiti sono state lo stimolo e la spinta per fare questo nuovo album.

Anamorfosi lo definirei un disco introverso ed ipnotico ma con una grande potenza evocativa, frutto di un’esplorazione più viscerale della musica. Cosa volete comunicare con questo album?

Tony
Scrivere per me è una vera e propria esigenza. I testi mi nascono nelle circostanze più disparate e spesso non hanno una immediata collocazione. Scrivo molto, spinto dal desiderio di fermare nero su bianco momenti importanti del mio vissuto, o riflessioni che nascono dal mio osservare i comportamenti altrui. La musica invece nasce spesso dopo le parole e anche se apparentemente ha un ruolo funzionale al testo, in realtà ha il suo preciso sviluppo che genera quella che tu definisci giustamente una ‘grande forza evocativa’.  Sommando quindi le due componenti, e con la mediazione del nostro confronto di musicisti, otteniamo una sorta di entità a se stante (l’insieme delle singole tracce) che racconta anche a noi che abbiamo scritto qualcosa che non sapevamo. Vorremmo che fosse proprio questo a passare: il racconto di ciò che, fino a che il disco non è finito del tutto, nemmeno noi conosciamo al cento per cento.

All’interno di una struttura che vede come protagonisti il synth, la chitarra e le basi elettroniche, si staglia la voce di Tony che non canta, ma racconta, quasi sciogliendosi all’interno delle melodie. Perché questa scelta di esplorare la spoken word music?

Tony
Non si tratta in realtà di una esplorazione per noi. In altri progetti precedenti, compreso anche il nostro primo disco, nonché il CD Puro Nylon realizzato a nome Casini-Nistri-Vivona, abbiamo utilizzato il parlato. Ancora prima, alla fine degli anni ’90 e anche successivamente quando si è presentata l’occasione, abbiamo spesso fatto delle performance di musica improvvisata e recitazione di testi, nostri, ma anche di autori famosi. Ci piace molto lo spoken word perché permette di esprimersi senza la restrizione della classica struttura in cui obbliga la canzone: rima, metrica, ritornello. In Anamorfosi comunque la componente melodica è ampiamente presente nelle parti strumentali.

La vostra è una musica che fonde musica elettronica, ambient (spesso dissonante) e post-rock. Quali sono le vostre principali fonti di ispirazione?

Alessandro
Abbiamo ascolti molto variegati e diversi ma su certi artisti siamo totalmente in accordo. Primo tra tutti Nick Cave (anche nel progetto Grinderman), poi Mogwai, Einstürzende Neubauten, Low, The Cinematic Orchestra. Con il senno del poi, mi rendo conto che questi ascolti hanno inconsciamente influenzato il sound di Anamorfosi. Le dissonanze, poi, sono frutto di uno studio accurato sugli strumenti, sia per ottenerle che per inserirle correttamente negli arrangiamenti. Personalmente dedico molto tempo alla ricerca di sonorità estreme e su come riprodurle. Ne ho fatto anche un mini album dal titolo Vibroplettri e sto lavorando al suo seguito.

La pandemia ha in qualche modo influito sul vostro modo di approcciarvi alla musica?

Alessandro
Questa pandemia ha cambiato le abitudini di tutti noi. Il fatto di non poterci incontrare però non ci ha fermato. Abbiamo lavorato a distanza scambiandoci file audio. Per certi versi è stato un stimolo maggiore per andare avanti a dispetto di un mondo che si era fermato. Un esempio ne è il brano Collisioni, nato proprio da un riff di chitarra messo in reverse e spedito a Tony che lo ha completato con basso e testo. Certo, tutto ciò va bene per una situazione provvisoria e non può essere la normalità. La musica è condivisione, confronto, unione, non può essere distanziamento.

Porterete in live Anamorfosi, oppure vi concentrerete su altri progetti, magari qualche collaborazione? Potete anticiparci qualcosa?

Tony
Sì, faremo dei concerti appena sarà possibile, in duo, con l’ausilio di basi ma solo in alcuni brani. Basso chitarra e voce saranno i protagonisti e stiamo lavorando per dare spazio anche a momenti di improvvisazione. Io e Alessandro siamo anche componenti della band Le Jardin Des Bruits, con la quale abbiamo appena finito di registrare il nuovo disco. Anche in questo caso si tratta di un secondo episodio (il primo è Assoluzione). Inoltre come ALAN+ abbiamo realizzato la colonna sonora, che a breve pubblicheremo, per una serie video (on demand su YouTube) di nome S.A.L.I.G.I.A. con altrettanti monologhi teatrali sui sette peccati capitali, prodotta da Live Art di Borgo San Lorenzo e già disponibile in rete.

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Interviste

Follia e calma nel primo Ep dei 43.Nove: intervista al duo versiliese

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I 43.Nove sono una giovanissima realtà nata durante il periodo del lockdown. Il duo versiliese è composto da Elia Fulceri e Cristiano Giannecchini e propone uno stile tutto suo, frutto del lavoro di entrambe le menti. Il 19 aprile i 43.NOVE hanno pubblicato il loro primissimo Ep Storia di un uomo per Bonnot Music, anticipato dal singolo Immagini. Un disco nel quale follia, insicurezze e, in breve, il viaggio della vita, si fondono accompagnando l’ascoltatore all’interno di un mood tutto particolare.

Possiamo quindi dire che quella dei 43.NOVE sia una musica concettuale che fa emergere la personalità del duo senza filtri, così com’è. Ed è per questo motivo che abbiamo scambiato con Elia e Cristiano qualche parola. Insieme cercheremo di approfondire il loro background musicale ed il messaggio che si nasconde dietro a Storia di un uomo. Ecco a voi l’intervista ai 43.NOVE. Buona lettura!

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Ciao ragazzi e benvenuti su The Walk Of Fame Magazine. Il 19 aprile è uscito Storia Di Un Uomo il vostro primo Ep. Come è nata l’idea? A cosa vi siete ispirati durante la scrittura?

Alla scrittura di Storia di un Uomo abbiamo abbinato un’estate, quella passata, all’insegna del vivere una vita accettando e lottando davanti a tutto quello che ci veniva incontro, di conoscerci e conoscere il rapporto che la musica ha con il territorio da cui veniamo. Ci ha sorpresi la velocità con cui andavano le cose e soprattutto quanto ci stessimo scoprendo noi stessi come musicisti e scrittori. Abbiamo riversato tutto lì dentro, investito le nostre energie e anche un gran pezzo di cuore, soprattutto nelle due sale prove che frequentiamo.

Il vostro è un progetto giovane, nato durante il lockdown, eppure si percepisce già un lavoro di squadra notevole. A cosa si deve questa particolare intesa?

Beh anche se ufficialmente il progetto è nato solamente un anno fa, in realtà io [Cristiano, ndr] ed Eli è dai tempi di scuola che suoniamo insieme. La prima volta che l’ho visto in vita mia aveva la chitarra in mano e stava suonando i Red Hot. Amore a prima vista.

Storia Di Un Uomo è un lavoro introspettivo nel quale emerge un costante incontro-scontro tra follia e calma. Direi quasi una voglia di evadere ma allo stesso tempo restare con i piedi per terra. Qual è il messaggio che volete mandare a chi vi ascolta?

Questa è una bellissima, e giustissima interpretazione, perché noi siamo così: il risultato di questa battaglia duale che ci scaraventa a terra o ci fa volteggiare nell’aria. Le cose belle stanno in quei piccoli momenti di equilibrio in cui tutto tace, e si ritrova nell’intimità quasi un senso di imbarazzo per essersi accorti che in quell’ esatto momento sta succedendo qualcosa dentro di noi. Il nostro messaggio è questo, ma anzi tutto è un promemoria per noi stessi: rimanere attenti per aspettare di viversi questi momenti.

Irriverenti e sfacciati ma al contempo profondi e con degli ideali. Possiamo dire quindi che i 43.NOVE siano la concretizzazione della personalità di Cristiano Giannecchini ed Elia Fulceri?

Mah può essere dai. Alla fine siamo noi, però ogni tanto mi piace pensare che sia una cosa anche un po’ più grande delle nostre personalità. Così che la possiamo vedere anche per cercare degli insegnamenti e delle risposte. Ci aiuta.

Dicevamo prima come il progetto 43.Nove abbia visto la luce durante il lockdown. Quanto ha influito quel periodo sulla vostra musica?

Ha influito tanto sulle nostre persone e di conseguenza sulla musica. Era un periodo in cui  eravamo lontani, sia fisicamente che umanamente, siamo cresciuti, abbiamo iniziato a scrivere in italiano, io [Cristiano, ndr] ho iniziato a pubblicare, lui [Elia, ndr] veniva da un anno a suonare in giro per i locali di Londra. Il giorno che ci siamo rivisti, mi pare il 5 maggio 2020, dopo due ore abbiamo scritto Storia di Uomo che poi ha dato il nome a questo progetto.

Avete intenzione di pubblicare un album completo più in là? Potete darci qualche anticipazione sul futuro del progetto?

Ovviamente quello è l’obbiettivo, l’album sarà un po’ il nostro punto di partenza nella musica, quindi vogliamo lavorarci tanto e soprattutto bene. Fare qualcosa che in Italia non c’è o almeno che non è sotto i riflettori, dare importanza agli strumenti facendolo nel modo giusto, sempre coscienti che siamo figli della nostra epoca, ma con un distacco che deve esserci per forza se vuoi creare una controcorrente. Stiamo andando verso un sound. Ne sentirete delle belle.

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Camille Cabaltera si racconta: dall’esordio a 13 anni al singolo per la Disney

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Camille Cabaltera è una giovane cantante italiana, tra i nomi di punta degli artisti emergenti. Nata il 30 ottobre 1999 a Manila (Filippine) e trasferitasi qui in Italia da bambina, la cantante è da sempre immersa nella musica. Il suo esordio inizia prestissimo, all’età di 13 anni, quando per la prima volta debutta a su Rai Uno a Ti lascio una canzone. Ma per Camille Cabaltera non è che l’inizio di una carriera musicale che la porterà lontano. Molto lontano. Dal palco di X-Factor fino a Sanremo Giovani, la ragazza ha scalato diverse classifiche italiane con la sua musica. Nel 2021, poi, arriva il grande traguardo. Il 16 aprile Camille Cabaltera pubblica Scegli, la versione italiana del brano Lead The Way presente nel film Disney Raya e l’ultimo drago.

Per l’occasione abbiamo scambiato qualche parola con l’artista, cercando di approfondire meglio il suo background e la sua straordinaria capacità musicale. Ecco quindi una breve intervista a Camille Cabaltera, alla quale facciamo i migliori auguri per la sua carriera. Buona lettura!

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Ciao Camille e benvenuta su The Walk Of Fame Magazine, è un piacere. Lo scorso 16 aprile è uscito il tuo singolo Scegli, riadattamento in italiano del brano Lead the Way di Jhené Aiko presente nella colonna sonora del film Disney Raya e L’ultimo Drago. Vuoi raccontarci come tutto è iniziato?

Tutto è iniziato da un email. Verso dicembre 2020 mi hanno contattato chiedendomi se mi facesse piacere far parte di questo progetto. Io essendo una fan di Disney non ho esitato di dire si.

La musica è parte integrante della tua vita fin da piccola. Canti, suoni il pianoforte, la chitarra ed il violino. Com’è nato questo amore? Cosa ti ha spinto a dedicarti così attivamente alla musica?

Nella mia famiglia la musica è sempre stata presente. Nelle nostre feste il karaoke non manca mai e anche mia mamma mi ha sempre spinto verso questa direzione. Diciamo che crescendo ho capito quanto mi piacesse farlo veramente come lavoro perché non mi sembra di lavorare quando sono sul palco. Mi diverto.

Hai debuttato all’età di 13 anni su Rai Uno a Ti lascio una canzone, in cui hai duettato con professionisti del calibro di Luca Barbarossa, Anna Tatangelo e Annalisa Minetti. Inoltre nel 2017 hai partecipato ad X-Factor. Ti eri già esibita dal vivo quando eri più piccola?

Si ho iniziato a cantare all’età di 3 anni. A parte le feste in famiglia facevo anche concorsi locali, audizioni etc. Forse è per questo che mi sento a mio agio sul palco. Perché ci sono sempre stata! 

Dal 2017 in poi la tua carriera di artista ha raggiunto dei traguardi veramente notevoli. Il tuo singolo di esordio, Worth It, è stato tra i più venduti in Italia. Poi ancora nel 2018 con Every time you’re here hai spiazzato le classifiche, e nel 2019 sei arrivata sul palco di Sanremo Giovani. Ti saresti mai aspettata di arrivare così in alto? Che sensazioni provi?

Allora, in realtà ho avuto alti e bassi. Il singolo nel 2018 non ha fatto successo e Sanremo Giovani sono entrata nei 60 ma non nei 20. Quindi io personalmente sto ancora puntando in alto, ma sono sicura che le cose succedono sempre nel momento giusto.

Camille, sei originaria di Manila (Filippine) e parli ben tre lingue. Possiamo quindi dire che sei una cantautrice internazionale che ha avuto la fortuna di venire a contatto con diverse realtà. Questo ha influito sulla tua musica?

Sicuramente. Le mie canzoni sono un misto di sound diversi. Mi influenzano le Filippine, l’Italia, gli Stati Uniti, l’Inghilterra ma anche la Corea Del Sud. 

Hai intenzione di pubblicare un album completo? Puoi dirci qualcosa in merito ai tuoi piani per il futuro?

Album completo sarebbe la cosa più ideale, ma per ora ho altri piani che purtroppo non posso ancora svelare. Quindi vi invito a seguirmi sui social dato che presto annuncerò li i miei progetti.

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