Netflix favoreggia la pedofilia, ci dicono gli Americani

È successo pochi giorni fa. Netflix ha rilasciato ‘Cuties‘, il nuovo film francese di Maimouna Doucouré, commedia di formazione con protagoniste quattro ragazzine di 12 anni, con una locandina che le ritraeva mentre ballavano in abiti impudichi – normalissimi abiti da ballo, ma twerkavano.

Da lì, la fine del mondo. Migliaia di proteste da ogni parte del mondo, soprattutto dal pubblico americano che ha definito la cosa ‘Inaccettabile’ e ‘diseducativa’ e in definitiva una ‘mercificazione del corpo femminile’ che ‘istiga alla pedofilia’.

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La domanda viene spontanea: perché, come è giusto che sia, se una donna indossa una minigonna non si può dire che è istigazione allo stupro, ma se delle ragazzine – consenzienti, con un contratto firmato – twerkano per la locandina di un film, si può e anzi si deve dire che quella è istigazione alla pedofilia?

La cosa è ancora più divertente se esaminiamo da dove arrivano le lamentele. In America lo show televisivo di Diana, una bambina di 4 anni che viene ripresa in tutti i momenti pubblici e privati della sua vita – e che ha anche girato un videoclip in cui balla e canta – è tra i programmi più seguiti nell’intrattenimento infantile.

Diana è di famiglia ricca, ha una camera da letto grande quanto un monolocale, ha tutti i giochi del momento, ma è anche buona di cuore. Insegna, inoltre, ai suoi spettatori che curare il proprio aspetto è fondamentale. E infatti la vediamo sempre curata come una piccola barbie, ma è importante anche passare dei bei momenti con la propria famiglia, andare alla feste, seguire le ultime tendenze, sempre con garbo perché ciò che conta è essere dolci e voler bene al mondo.

Tutte queste cose non ce le dice proprio Diana, ma i social media manager che le ruotano attorno. Diana è il limone che la Disney e le case di giocattoli spremono finché c’è succo, e agli americani starà bene finché potranno mettere un telefono in mano ai loro figli e tenerli incollati per dieci ore davanti allo Show, su una piattaforma, YouTube, infelicemente nota per non avere, checché se ne dica, un vero parental control sui contenuti.

Tutti contenti, comunque. È osceno se accade al cinema, e se a farlo è una piattaforma che tutti odiano e a cui tutti però sono abbonati. Non è osceno, ci dicono, imporre a un’azienda di ritirare una locandina per accuse non meglio argomentate, che risponderebbero a un fantomatico senso comune del buon gusto che non esiste nella praticità, e chiedere pubblicamente scusa come se avesse infilato le mani nei pantaloni di quelle ragazze. D’altro canto, una grande pubblicità al film.

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Alberto Mutignani
Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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