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Interviste

Le Mujeres Creando in tour a Roma: la nostra musica? Mescolare linguaggi e affermare diritti

Paolo Romano

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Al Macro di Roma sta per concludersi una giornata importante di iniziative tutte al femminile: laboratori, workshop, progetti rivolti a stimolare la nascita di nuovi linguaggi

La sera, per dire, il corso per dj set è affollatissimo, pubblico attento a seguire le spiegazioni sul modo di proporre musica in base alla fonte digitale o analogica. Sono nuovi linguaggi, come è un linguaggio tutto nuovo quello proposto dalle Mujeres Creando, alle quali viene affidata la chiusura della giornata con un concerto atteso, che alla fine vedrà inusualmente lo spazio museale riempirsi di gente davanti al palco essenziale ed evocativo dove suoneranno.

Loro sei (Assia Fiorillo, voce; Claudia Postiglione, chitarre; Igea Montemurro, violino; Giordana Curati, fisarmonica; Marisa Cataldo, batteria; Agnese Mari, basso) stanno discutendo gli ultimi dettagli della serata, studiando se la scaletta pensata funziona. Il palco è pronto e il loro setup è tra i più essenziali che si possano immaginare, preludio di un formato acustico “selvaggio” senza modulatori, riverberi, delay, compressori e pedaliere programmate di sequenze.

Basta vederle discutere tra di loro. Mai come in questo caso rimbalza forte l’idea di collettivo, perché quando parlano la prima persona singolare dei verbi è espunta di diritto ed in modo più che naturale, non c’è verso che una delle sei parli in prima persona, c’è il “noi”, al più intorno s’emenda con integrazioni o si annuisce.

Una compattezza irrituale per un gruppo musicale, restano all’uscio storie e leggende di dissapori e scalate alla leadership; qui la forza che tiene lontano lo spettro di possibili fratture sta tutta nel progetto d’insieme. The Walk Of Fame ne ha parlato con loro prima del concerto, cercando di fare il punto sul fenomeno Mujeres Creando, che sta raccogliendo consensi nel cerchio più largo dei soli appassionati e curiosi della musica indipendente.

Sono passati quasi due anni dall’uscita de Le stelle sono rare; l’avete instancabilmente portato in giro in Italia nei teatri, nelle piazze, nei musei, nei circuiti culturali anche minori. Che tipo di accoglienza ha avuto?

Decisamente ottima, il bilancio è davvero positivo. Bisogna considerare che i gruppi emergenti, per di più provenienti da Napoli, quindi una piazza particolarmente complicata, non hanno grandi aspettative quando iniziano a promuovere il loro progetto. Noi non abbiamo avuto un contratto con una major, la nostra sfida è stata andare direttamente dal pubblico e confrontarci. Ecco, qui, sia per il numero di copie vendute dell’album sia per il coinvolgimento, la risposta è stata piacevolmente superiore ad ogni previsione.

Suonando i vostri brani durante questi mesi, sono uscite fuori cose nuove, che magari non avevate esplicitamente pensato nel realizzarlo?

Numerose. Siamo partite sapendo quello che volevamo raccontare, ma poi questo è un punto di partenza, perché nella trasmissione della musica tu non sai cosa verrà percepito. E’ una parte interessante del lavoro, perché arrivano risposte interessanti e differenziate, che forniscono molti spunti per il lavoro futuro.

C’è qualcosa, in particolare, che è piaciuto o ha incuriosito di più il pubblico?

L’impossibilità di chiuderci in un genere … perché in effetti come provi a “ingabbiarlo” in un contenitore esce fuori altro. Facciamo folk, ma non solo; world ma non solo; poi ci sono echi etnici, jazz, popolari, insomma alla fine non si riesce a definire. Questa fisionomia particolare del progetto è quella che ha convinto di più il pubblico. Ci hanno detto, e per noi è un grande complimento, che alla fine si tratta di una musica originale e convincente. E’ un riconoscimento della nostra determinazione ad insistere sull’aspetto emotivo, da un lato, e sulla ricerca musicale, dall’altro. Siamo curiose sempre di andare a frugare nei patrimoni etnici e in linguaggi diversi.

Quali, ad esempio?

Il klezmer, la musica tradizionale, il jazz. Quest’ultimo, ad esempio, è un serbatoio straordinario per gli spunti armonici, le progressioni d’accordi, i cambi metrici, che sono tutte grandi sfide per un musicista. In italia, ad esempio, troviamo pieni di idee i lavori di Gianni Coscia e Gianluigi Trovesi, che partono da un linguaggio legato alla tradizione, ma poi lo spingono avanti, più in là, creando un suono molto originale.

Parlando di contenuti dei brani, voi fate una musica piuttosto impegnata e sulla prima linea di difesa dei diritti, per l’affermazione della parità. Ora, è innegabile che il femminismo stia vivendo una nuova stagione ed è riuscito a rimettere al centro dell’attenzione la questione femminile e dei diritti. Che idea vi siete fatte di questo modo di raccontare il femminile?

Si tratta di un fenomeno molto variegato, in realtà. Crediamo sia più corretto parlare di “femminismi”, perché ci sono varie istanze che vengono portate avanti parallelamente. Di sicuro, rispetto alla prima ondata rivoluzionaria di trent’anni fa, le donne stanno riuscendo a portare avanti la lotta, in territori che allora sarebbero stati impensabili, basti pensare alle questioni lgbt o ai diritti per uomini e donne trans. Poi, naturalmente, la contemporaneità detta le condizioni per forme nuove e diverse di manifestare e comunicare le idee.

Però nel complesso è un fatto molto positivo. Diciamoci la verità: c’è stato negli ultimi decenni un sonno molto lungo del femminismo (come anche di altre questioni civili fondamentali) e questo ha dato modo di far attecchire nel tessuto sociale e di far sviluppare una certa recrudescenza antifemminile. Oggi, invece, si percepisce una grande compattezza, anche nel parlare con le giovani, nell’approccio ai sentimenti o alle relazioni di genere.

Gli uomini devono essere parte di questa nuova ondata femminista?

Non c’è dubbio: uno degli obiettivi della lotta delle donne è quello di coinvolgere i maschi; si tratta di trovare modi per gestire la crescita sociale degli uomini con le donne, per le donne e tra le donne. E’ uno dei punti fondamentali di ogni femminismo serio e la nostra percezione è che qualcosa in meglio stia cambiando anche su questo versante.

Con “E je parl’ “‘e te avete affrontato il tema dell’omofobia, trovando una chiave di racconto molto originale ed umana. Credete che l’espressione artistica e la musica, nel vostro caso, debbano svolgere una funzione di impegno civile? una volta si parlava di militanza vera e propria…

Nel nostro caso certamente sì, ma non è che la musica “debba” essere impegnata, “può” e quando lo fa è un modo credibile di raccontare. Non sappiamo se il termine giusto sia quello di “militanza”, certamente però i temi dell’attualità, dell’emarginazione, dell’affermazione della parità dei diritti non possono restare fuori il linguaggio musicale ed è, tra l’altro, quello che cerchiamo di fare.

C’è qualcosa del vostro lavoro che non è emerso o che non è emerso con sufficiente forza?

Diciamo subito che se non è venuto fuori qualcosa è per una nostra responsabilità, un nostro limite e certamente non si può attribuire né al pubblico né ai media che si sono occupati di noi. In realtà, siamo noi che ci siamo accorte di poter fare un racconto più verosimile del nostro progetto, di cosa sono le Mujeres Creando ed è quello che stiamo provando a fare nella preparazione del nuovo album, avendo imparato molto dall’esperienza di questi ultimi due anni di promozione de Le stelle sono rare, a partire da un’idea ancora più forte di creazione “collettiva” …

In effetti, per una proposta come la vostra, il momento della composizione non sarà particolarmente semplice …

(sorridono divertite … ) tutto il contrario, altro che semplice! Ma è la nostra forza, il nostro progetto, la nostra credibilità. Il lavoro, senza una regia ad una voce, è più lento e alle volte faticoso, ma arrivare in sala e sviluppare le idee dell’una o dell’altra, provarle e riprovarle, pensarci la notte e magari trovare la chiave per arricchire quello spunto … qui sta il momento chiave della creazione e della composizione. Almeno della nostra…

Senza quindi un produttore che segue passo passo …

In effetti, no. Con l’ultimo album ci siamo affidate ad un produttore praticamente in fase finale, quando i brani erano arrangiati e più o meno confezionati. Poi è stata preziosa la sua sintesi, perché alla fine una regia probabimente è utile, però solo in una fase successiva. Prima ci sono le nostre prove, le nostre idee, il nostro modo di fare musica da mescolare.

Da fuori il vociare della gente che aspetta il concerto si fa sempre più netto. Si percepisce che quell’adrenalina arriva come un’onda dietro le quinte; per loro, che pure non perdono mai quel sorriso scintillante così determinato e volitivo, è arrivato il momento di concentrarsi e di suonare la loro musica.

FOTO: Simone Sabatucci
Grazie a MC per l’ospitalità nel backstage e durante le prove.

Giornalista (Roma, 1974) Si fidanza con la musica in tenerissima età e ancora non ha cambiato idea. Ha studiato legge, ha studiato chitarra jazz, poi ha pensato che di musica era più bravo a scriverne (l’ha fatto su Huffington Post, lo fa su l’Espresso). Detesta le mode, i radical chic e chiunque non si impegna a capire, ascoltando prima di parlare. Dodici chitarre, un figlio, un gatto, piante di cui ignora il nome, libri da sistemare gli impegnano il resto della giornata. Passionaccia per idee nuove, derive indipendenti, progetti culturali fuori dal coro. Ha anche scritto un romanzo, La Formica Sghemba (2019, ed. Scatole Parlanti), minaccia di scriverne altri.

Interviste

Deborah Iurato: “Ma cosa vuoi”, la mia svolta artistica per credere nei sogni

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Intervista a cura di Giulia Antenucci

Si intitola “Ma cosa vuoi”, il nuovo singolo di Deborah Iurato, vincitrice della tredicesima edizione di Amici. Un inedito in cui la giovane autrice canta la sua svolta personale, non solo da una prospettiva artistica ma anche da un punto di vista maggiormente emotivo e autobiografico. Il cambiamento non spaventa più, tutt’altro: sembra fatto esattamente su misura per lei, per Deborah, e per ognuno di noi.

In questo lungo periodo ho cercato e ricercato me stessa, provavo a scrivere qualcosa che mi appartenesse e sentivo il bisogno di trovare la mia dimensione dimenticandomi di tutto il resto

“A volte ci perdiamo per ritrovarci, cerchiamo sempre di liberarci dal peso delle cose quando invece basterebbe solo seguire il ritmo giusto per vibrare

Parliamo di questo tuo nuovo singolo, come è nato? E’ per te una svolta?

Questo nuovo singolo nasce durante il periodo di lockdown, che mi è servito parecchio per acquisire maggiore consapevolezza di me stessa. Diciamo che è nato anche un po’ per caso. All’inizio girovagavo per casa tra divano, serie tv su Netflix, cucina, poi ho iniziato a scrivere quasi per una voglia che mi è nata e per capire se le mie emozioni e i miei pensieri potevano portare a qualcosa di utile. E così è stato. “Ma cosa vuoi” parla del conflitto tra uomo e donna; mi piace pensare che nonostante gli scontri quotidiani presenti in un’unione, se poi si è davanti a un vero sentimento tutto si supera.

Come hai vissuto il lockdown?

Molto positivamente. All’inizio, più che altro la prima settimana, è stato un po’ preoccupante e inaspettato, a tratti assurdo. Poi ho cercato di prendere il lato positivo di questa situazione e mi sono concentrata molto sulla scrittura. Al di là di ciò, ho vissuto tutto quello che poi mi circondava, magari facendo più attenzione a una telefonata o a una conversazione con una mia amica piuttosto che con la famiglia. Questo periodo mi ha aiutato a capire i valori della vita. L’importanza di sentirci più vicini nonostante la distanza. Ti racconto un aneddoto: una sera, per le 10, dopo aver finito di cenare ho aperto le finestre di casa e una signora, dall’altra parte del palazzo, mi ha salutato. È stato molto bello perché, se fosse stato in un altro periodo, forse non sarebbe accaduto o non avrebbe avuto lo stesso peso e lo stesso valore di ora.

Quanto ti ha aiutato la musica nel pensare che questo periodo sarebbe stato solo un brutto ricordo?

Come sempre, è stata parte importante della mia vita. In questi mesi ha ovviamente avuto maggiore peso perché in ogni singolo minuto della giornata c’era o la tv accesa o una playlist su Spotify. La musica è stato il pilastro portante di questo momento.

Parliamo del videoclip del tuo nuovo brano, interamente girato con un drone…

Il video è stato diretto da Andrea Occhipinti a Comiso, piccola città in provincia di Ragusa dove sono nata e dove ho vissuto cinque anni durante le superiori. Ho molti ricordi e amici in quel posto. L’idea del drone: sono sempre stata affascinata da questo oggetto che riesce a volare così in alto e a riprendere le bellezze di un posto che a volte diamo per scontate. Sono siciliana e ritornare e sentire il profumo della mia terra, rivedere la famiglia, gli amici e il mare è stata un’emozione che non provavo da tempo. Forse perché non gli ho mai dato il giusto valore come ora.

Ti conosciamo per la tua vittoria ad Amici, qual è il ricordo più bello di quella esperienza?

L’esperienza ad Amici la porterò sempre nel mio cuore. Ci ho messo l’anima, il cuore e mi sono divertita tantissimo. Ovviamente ci sono stati anche momenti difficili, però la ricordo come se fosse il primo amore. Sai, quando ci ripenso mi vengono un po’ le farfalle allo stomaco. Ho conosciuto persone incredibili come Maria. Ricordo quando ho iniziato a duettare con alcuni grandi artisti avendo l’opportunità di chiacchierare con loro. Mai avrei pensato di incontrare Anastacia, Giorgia e tanti altri artisti.

Capitolo Sanremo: hai avuto un grande successo col brano portato con Giovanni Caccamo. Quali sono le emozioni e i ricordi di quel periodo?

Di Sanremo ho solo ricordi super. Quei giorni non ti fermi un attimo, sono intensi ma allo stesso tempo volano. Le stesse emozioni che provi, come paura o adrenalina, sono difficili da spiegare. L’esperienza l’ho vissuta a pieno, mi sono goduta ogni minuto del festival. Aver avuto accanto un amico come Giovanni mi ha aiutata molto, è stata una buona spalla su cui appoggiarmi. E poi anche il pezzo che ci è stato regalato da Giuliano Sangiorgi è stata un’emozione unica. Mi piacerebbe tornare su quel palco. Non so quando ma non lo escludo in futuro.

Dopo l’emergenza sanitaria la musica continua a vivere un periodo di stop che ha coinvolto tutto il settore dello spettacolo. Qual è, secondo te, la ricetta migliore per farlo ripartire?

Mi manca molto non poter salire su un palco e, al di là del fare il concerto in sé, mi manca tutto il contorno, le persone che lavorano con te, la gente che viene a vedere i concerti, magari quell’abbraccio, quel sorriso, il cantare insieme. Ho quella malinconia e quella tristezza di non poter suonare. Ritorneremo più forte di prima, magari non all’inizio,faticheremo a dare un abbraccio, a essere più calorosi, piano piano tutto tornerà come prima.

Qual è il tuo più grande sogno nel cassetto?

In realtà di sogni ne ho realizzati molti, da Amici a Sanremo, ho aperto il concerto di Laura Pausini che è un’artista che stimo tantissimo, sono cresciuta con i suoi pezzi quando ero più piccola e continuo ad ascoltarli tutt’ora. Sogni ne ho realizzati molti, ma questo non significa che non ne abbia altri: sono una persona molto concentrata su quello che faccio, ci metto molta energia, mi piace vivere l’attimo e godermi il momento. E in questo preciso momento sono molto entusiasta e felice di questo percorso cantautorale che ho intrapreso. Mi godo questa esperienza.

A chi dedichi questo singolo o questo tuo nuovo percorso?

A mio padre che non c’è più. E’ stato lui che ha fatto che sì che io potessi raggiungere il mio obiettivo: i miei genitori sono stati sempre al mio fianco, sin dall’inizio, da quando avevo cinque anni e già cantavo. Hanno fatto sempre parte di questo mio sogno musicale, quindi diciamo anche ad aprile è uscito un pezzo, che non è stato un singolo ma un’introduzione a questo nuovo percorso che si chiama “Supereroi” ed è lì che dico: il mio supereroe più grande è ovviamente mio padre!

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Interviste

Gran Galà del Teatro a Pescara. L’intervista al regista Milo Vallone

Alberto Mutignani

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Sta ricominciando a prendere forma la stagione teatrale abruzzese, tra spettacoli nazionali e le tantissime iniziative del teatro locale. Il 10 agosto, a Pescara, in occasione della notte di San Lorenzo, andrà in scena la prima del “Gran Galà del Teatro – La sostanza dei sogni”, proposto dall’Ente manifestazioni in collaborazione con gli assessori Maria Rita Paoni Saccone e Alfredo Cremonese.

Tanti i nomi del panorama pescarese che parteciperanno all’evento: Tiziana Di Tonno, Franca Minnucci, Luigi Ciavarelli, Giò di Tonno, Massimiliano Elia, Domenico Glasso, Elia Iezzi, Giampiero Mancini, Mario Massari, ‘Nduccio, Edoardo Oliva, Marco Papa, Silvano Torrieri e Milo Vallone, che firmerà anche la regia. Con Vallone abbiamo chiacchierato proprio di questo grande evento, ma anche di quarantena, letteratura e delle sue esperienze con il cinema.

Durante la quarantena molti artisti si sono reinventati su internet. Ti abbiamo seguito durante la lettura del quaderno dei pensieri e delle parole, ci racconti com’è nata l’idea?

Diciamo che è stata più una necessità. Vivo in campagna e per me è una condizione di privilegi, perché quando mi ritiro a casa mi piace poter respirare il silenzio, il riposo. È accaduta questa sciagura del coronavirus e dopo un paio di settimane ho iniziato a parlare con gli utensili. La solitudine, che è una condizione di privilegio quando la cerchi, quando è forzata apre naturali spazi di dialogo, di esternazione di ciò che la propria interiorità assorbe. Mi sono sentito un po’ come Tom Hanks in Cast Away, infatti giocando ho rinominato il mio pallone “Wilson”. Ho girato il primo video pensando che sarebbe stato un video unico, non l’inizio di una serie. Come sempre le cose nascono perché c’è un feedback, c’è un entusiasmo dall’altra parte. Già al quarto video hanno iniziato a inviarmi poesie o espressioni in prosa. È stata una compagnia per loro ma lo è stata anche per me, perché mi costringeva a dover leggere, a impegnarmi, a rispettare una puntualità.

Se dovessi usare uno soltanto degli estratti presenti nel quaderno, quale sceglieresti per raccontare la quarantena?

Li indicherei tutti, visto che hanno rappresentato delle tappe fondamentali del periodo vissuto. Dovendo proprio scegliere, te ne direi almeno due: un monologo di Marcello Mastroianni, in quel capolavoro che è Otto e mezzo di Fellini. È una bellissima pagina di letteratura cinematografica, sintetizza il lato più importante dal mio punto di vista di tutta la vicenda, che è l’accettazione e nello specifico l’accettazione dell’altro. Ho provato tante volte delle sensazioni di disturbo verso i social, che sono dei supermarket dell’opinione. Trovo sempre violento quando un atteggiamento critico assume una saccenteria castrante verso le libertà dell’altro; il secondo brano è più sociale, è una poesia di Trilussa che avevo già presentato sul mio diario personale e che raccontava alla perfezione, in tempi non sospetti, certe forme ben precise di ipocrisia, per cui stringendo il campo non potevano che essere almeno queste due.

Come sta andando la ripresa degli spettacoli in Abruzzo? C’è la risposta del pubblico in cui speravate?

In primavera temevo che fosse compromessa seriamente la stagione estiva, in termini non solo economici ma anche di lavoro. Chi fa questo mestiere ha bisogno di tenersi allenato, quindi c’era la necessità di tornare in scena, di affrontare il pubblico. Per fortuna quella stagione che sembrava molto compromessa in realtà è particolarmente intensa, con le ovvie differenze rispetto al passato per via del distanziamento: uno spettacolo che stiamo portando avanti, itinerante nei vari borghi, prevede la presenza di 10 spettatori alla volta, che poi si danno il cambio con gli altri, per cui spesso replichiamo anche decine di volte. È una sorta di termometro per capire cose che in una normale routine legata al mondo dello spettacolo, un modo di rimettersi in gioco e chiedersi se il pubblico ha davvero bisogno di quello che proponiamo.

Il 10 agosto ci sarà il Gran Galà del teatro che vedrà la tua regia e la partecipazione di numerosi attori abruzzesi. Com’è nata questa collaborazione?

Noi del mondo dello spettacolo ci siamo sentiti un po’ abbandonati, soprattutto essendo consci della necessità dell’arte e vedendo che attorno a noi si parlava di tutte le categorie da aiutare eccetto quella teatrale. Scrissi una lettera aperta al ministro Franceschini e come me tanti altri colleghi in Italia. Da lì è nata una sinergia che ha portato ad ECUA (Enti Culturali Autonomi) con l’hashtag #NessunChiuda, mettendo insieme tanti allestitori, produttori e protagonisti dello spettacolo, cercando una linea comune che è stata abbracciata da tutti. Da questo confronto sono nate diverse amicizie e alcuni progetti: uno è lo spettacolo itinerante di cui parlavo prima, e poi questo spettacolo del 10 agosto.

Di che si tratta?

È una union, più che una reunion, visto che non siamo mai stati tutti insieme prima d’ora. Il criterio è stato quello di scegliere i volti più rappresentativi per i vari generi che andavamo ad affrontare: c’è il doppiaggio, il musical, ci sono gli attori in prosa e i comici locali. Lo spettacolo sarà sostanzialmente un avvicendarsi sul palco di nostre performance raccontando il territorio su due fronti: da un lato attraverso la serata dedicata ai desideri per eccellenza, la notte di San Lorenzo, per cui una parte dei contenuti saranno volti alle speranze, ai desideri. Un’altra parte di scelta dei testi invece è volta alla riscossa, alla resilienza, che è un termine abusatissimo però serve per raccontare lo scatto che è giusto fare sia per il peridio storico che stiamo vivendo sia perché ci troviamo questo tatuaggio che vede in noi abruzzesi non solo la gentilezza ma anche la forza.

Pensi che agire a livello locale con il proprio teatro possa aiutare la comunità a sollevarsi dal clima teso di questi mesi?

Assolutamente sì. Il teatro, che a me piace definire il “cugino della vita”, ha delle magie che mettono in condizione per forza l’essere umano a delle forme reattive, non solo in senso liberatorio ma anche come forme costruttive. Molti terapeuti consigliano il teatro: è una grande riscoperta di sé, oltre ad essere, come il cinema, un’arte complessa. Quando si costruisce anche un semplice dialogo si è costretti a doversi relazionare. Si è costretti a dover dare il meglio di sé all’altro e all’altro si chiede di fare lo stesso. Questo si riflette chiaramente anche sulla platea, ma è così dall’alba dei tempi. Non a caso dicevo che il teatro è “cugino della vita”, perché ha la capacità di solleticare, schiaffeggiare, stimolare certe parti di una persona, da sempre, quindi figuriamoci in un periodo come questo.

Negli anni ti sei occupato anche di cinema. Ci sono progetti in cantiere su quel fronte?

Io dico sempre che il teatro è mia moglie e il cinema è l’amante. E l’amante richiede particolari attenzioni, bisogna frequentarla ma con una certa segretezza. Tra le mie esperienze cinematografiche c’è una creatura che ha fatto appena in tempo a vedere la luce e che poi è stata portata subito in incubatrice: “Nemici”. È una commedia che già dal titolo fa il verso a quell’Amici condotto da Maria De Filippi, e riflette proprio su come questi reality e talent show siano entrati nella nostra vita e in qualche modo la condizionino. L’abbiamo girato e ambientato interamente in Abruzzo, per questo ho voluto che l’anteprima fosse qui. L’idea era quella di presentarlo col vestito da festa il 2 aprile a Roma, per una prima nazionale, e poi da lì far prendere al film la sua strada, cosa che è stata impossibile per il virus. Speriamo in autunno. Nel frattempo ho altri progetti: c’è il mio “Cineprosa” che è l’incastro tra i linguaggi cinematografici e teatrali, per cui in alcuni miei spettacoli la narrazione è un ping-pong tra palco e schermo. E un paio di progetti per il cinema, oltra ad una webserie, ma so che non riuscirò a concentrarmi su nulla di tutto questo finché non chiuderò l’avventura di “Nemici”. 

L’appuntamento è quindi per la Notte di San Lorenzo, il 10 agosto alle 21,15 al Teatro d’Annunzio (Lungomare Colombo 122). I biglietti per il “Gran Galà del Teatro” sono disponibili sul sito di CiaoTickets e in biglietteria al Teatro d’Annunzio.

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Interviste

La Municipàl: da ascoltare per resistere alle mode

“Per resistere alle mode” è il nuovo percorso artistico de La Municipàl. Non a caso il progetto musicale guidato da Carmine Tundo ha optato per un’inusuale pubblicazione discografica, caratterizzata da 5 doppi singoli in digitale e in vinile da 45 giri a tiratura limitata.

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Intervista a cura di Michela Moramarco

“Per resistere alle mode” è il nuovo percorso artistico de La Municipàl. Non a caso il progetto musicale guidato da Carmine Tundo ha optato per un’inusuale pubblicazione discografica, caratterizzata da 5 doppi singoli in digitale e in vinile da 45 giri a tiratura limitata.

Dopo “Quando crollerà il governo/Fuoriposto” e “Canzone d’addio/Che cosa me ne faccio di noi” possiamo ascoltare il nuovo doppio singolo “L’orsa maggiore/Al diavolo”.

La Municipàl ci racconta il suono de “L’Orsa Maggiore”

Come tutti i brani dei fratelli Tundo, anche “L’orsa maggiore” racconta una storia. Stavolta è una storia che pare inseguirci, come qualcosa che non vuole essere proprio dimenticata. Questa trama è come un filo rosso che intreccia perfettamente linea melodica e arrangiamento. Si tratta di una storia passata, ripercorsa a suon di ricordi. Tra amori iniziati e finiti allo stesso modo: all’improvviso. Lasciando quella sensazione di nodo in gola, tanto cara alla scrittura de la Municipàl.

Il nuovo doppio singolo della band pugliese è un viaggio galattico, nei propri sogni. Magari quelli che si fanno dopo essersi addormentati con in sottofondo Paolo Fox. In una notte di fine estate, quando è ora di partire ma anche di lasciar andare, ricordi, impressioni, persone.

Il brano può essere raccontato per immagini. Una festa, un bicchiere di troppo, un addio. Insomma, uno stato d’animo riassumibile così:

“… e ho deciso che stanotte non ti penserò, che parlerò del più e del meno con il diavolo, in mezzo a tutto quel rumore…”

“L’orsa maggiore” lascia elegantemente il posto “Al Diavolo”. Un brano energico, irriverente. Una dedica liberatoria, per mandare via rancore, rabbia e tutto quello che si era trattenuto. Per paura, forse.

Ancora una volta La Municipàl ci stupisce, proponendo un doppio singolo senza dubbio forte e con un apprezzabile velo di vulnerabilità.

Ne abbiamo parlato con l’anima del progetto La Municipàl, Carmine Tundo.

Ciao, grazie per la disponibilità!

Il progetto “Per resistere alle mode” si potrebbe definire come viaggio interiore. Come ogni viaggio richiede un bagaglio. Mi diresti gli elementi che hanno caratterizzato il bagaglio di questo percorso interiore, suppongo in continua evoluzione?

Sicuramente è un percorso interiore che parte dall’accettazione di sé stessi. È un po’ il proseguimento del percorso portato avanti con bellissimi difetti. È un percorso che mi ha portato a capire di stare bene anche se fuori moda. È il disco che mi andava di fare, senza piegarmi ai suoni del momento o al modo di fare musica di questi anni. L’idea del doppio singolo in vinile rappresenta l’unione di scrittura e produzione che vanno nella stessa direzione.

I doppi singoli de La Municipàl ci raccontano storie collegate fra loro, a tal punto che anche a livello sonoro si percepisce una sorta di continuità. Si potrebbe parlare di storytelling emozionale. Come siete arrivati a questa scelta di stile ben definita?

Dunque, dal momento in cui mi sono reso conto che un brano era un po’ riduttivo per raccontare una determinata storia, sto cercando di raccontarla come se fossero diversi capitoli di un libro. Questo mi permette di ricreare diverse atmosfere ma anche di collegare i brani dal punto di vista sonoro e di tematiche. mi sto divertendo molto, il mio fine ultimo è di avere un disco fluido nei suoni.

Ma in questi doppi singoli quanto è forte la componente autobiografica?

È totale. Soprattutto negli ultimi due dischi, ho cercato di essere quanto più sincero possibile. Di questo ci sono i pro e i contro. Ti ritrovi a raccontare fatti privati citando anche nomi reali, di persone, luoghi… Fa parte del gioco, è anche divertente.

La Municipàl riparte coi live

Com’è stato l’impatto con la dimensione live, dunque col pubblico, in piena estate post lockdown?

È stato molto strano. Il concerto è stato con i posti a sedere, con le mascherine. Alienante nei primi minuti. Dopo un po’ ci siamo riscaldati ed è stato comunque un buon modo per ripartire, sperando che tutto possa risolversi.

Grazie!

Grazie a voi!

Fonte: Ufficio Stampa Big Time

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