Le Mujeres Creando in tour a Roma: la nostra musica? Mescolare linguaggi e affermare diritti

Al Macro di Roma sta per concludersi una giornata importante di iniziative tutte al femminile: laboratori, workshop, progetti rivolti a stimolare la nascita di nuovi linguaggi

La sera, per dire, il corso per dj set è affollatissimo, pubblico attento a seguire le spiegazioni sul modo di proporre musica in base alla fonte digitale o analogica. Sono nuovi linguaggi, come è un linguaggio tutto nuovo quello proposto dalle Mujeres Creando, alle quali viene affidata la chiusura della giornata con un concerto atteso, che alla fine vedrà inusualmente lo spazio museale riempirsi di gente davanti al palco essenziale ed evocativo dove suoneranno.

Loro sei (Assia Fiorillo, voce; Claudia Postiglione, chitarre; Igea Montemurro, violino; Giordana Curati, fisarmonica; Marisa Cataldo, batteria; Agnese Mari, basso) stanno discutendo gli ultimi dettagli della serata, studiando se la scaletta pensata funziona. Il palco è pronto e il loro setup è tra i più essenziali che si possano immaginare, preludio di un formato acustico “selvaggio” senza modulatori, riverberi, delay, compressori e pedaliere programmate di sequenze.

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Basta vederle discutere tra di loro. Mai come in questo caso rimbalza forte l’idea di collettivo, perché quando parlano la prima persona singolare dei verbi è espunta di diritto ed in modo più che naturale, non c’è verso che una delle sei parli in prima persona, c’è il “noi”, al più intorno s’emenda con integrazioni o si annuisce.

Una compattezza irrituale per un gruppo musicale, restano all’uscio storie e leggende di dissapori e scalate alla leadership; qui la forza che tiene lontano lo spettro di possibili fratture sta tutta nel progetto d’insieme. The Walk Of Fame ne ha parlato con loro prima del concerto, cercando di fare il punto sul fenomeno Mujeres Creando, che sta raccogliendo consensi nel cerchio più largo dei soli appassionati e curiosi della musica indipendente.

Sono passati quasi due anni dall’uscita de Le stelle sono rare; l’avete instancabilmente portato in giro in Italia nei teatri, nelle piazze, nei musei, nei circuiti culturali anche minori. Che tipo di accoglienza ha avuto?

Decisamente ottima, il bilancio è davvero positivo. Bisogna considerare che i gruppi emergenti, per di più provenienti da Napoli, quindi una piazza particolarmente complicata, non hanno grandi aspettative quando iniziano a promuovere il loro progetto. Noi non abbiamo avuto un contratto con una major, la nostra sfida è stata andare direttamente dal pubblico e confrontarci. Ecco, qui, sia per il numero di copie vendute dell’album sia per il coinvolgimento, la risposta è stata piacevolmente superiore ad ogni previsione.

Suonando i vostri brani durante questi mesi, sono uscite fuori cose nuove, che magari non avevate esplicitamente pensato nel realizzarlo?

Numerose. Siamo partite sapendo quello che volevamo raccontare, ma poi questo è un punto di partenza, perché nella trasmissione della musica tu non sai cosa verrà percepito. E’ una parte interessante del lavoro, perché arrivano risposte interessanti e differenziate, che forniscono molti spunti per il lavoro futuro.

C’è qualcosa, in particolare, che è piaciuto o ha incuriosito di più il pubblico?

L’impossibilità di chiuderci in un genere … perché in effetti come provi a “ingabbiarlo” in un contenitore esce fuori altro. Facciamo folk, ma non solo; world ma non solo; poi ci sono echi etnici, jazz, popolari, insomma alla fine non si riesce a definire. Questa fisionomia particolare del progetto è quella che ha convinto di più il pubblico. Ci hanno detto, e per noi è un grande complimento, che alla fine si tratta di una musica originale e convincente. E’ un riconoscimento della nostra determinazione ad insistere sull’aspetto emotivo, da un lato, e sulla ricerca musicale, dall’altro. Siamo curiose sempre di andare a frugare nei patrimoni etnici e in linguaggi diversi.

Quali, ad esempio?

Il klezmer, la musica tradizionale, il jazz. Quest’ultimo, ad esempio, è un serbatoio straordinario per gli spunti armonici, le progressioni d’accordi, i cambi metrici, che sono tutte grandi sfide per un musicista. In italia, ad esempio, troviamo pieni di idee i lavori di Gianni Coscia e Gianluigi Trovesi, che partono da un linguaggio legato alla tradizione, ma poi lo spingono avanti, più in là, creando un suono molto originale.

Parlando di contenuti dei brani, voi fate una musica piuttosto impegnata e sulla prima linea di difesa dei diritti, per l’affermazione della parità. Ora, è innegabile che il femminismo stia vivendo una nuova stagione ed è riuscito a rimettere al centro dell’attenzione la questione femminile e dei diritti. Che idea vi siete fatte di questo modo di raccontare il femminile?

Si tratta di un fenomeno molto variegato, in realtà. Crediamo sia più corretto parlare di “femminismi”, perché ci sono varie istanze che vengono portate avanti parallelamente. Di sicuro, rispetto alla prima ondata rivoluzionaria di trent’anni fa, le donne stanno riuscendo a portare avanti la lotta, in territori che allora sarebbero stati impensabili, basti pensare alle questioni lgbt o ai diritti per uomini e donne trans. Poi, naturalmente, la contemporaneità detta le condizioni per forme nuove e diverse di manifestare e comunicare le idee.

Però nel complesso è un fatto molto positivo. Diciamoci la verità: c’è stato negli ultimi decenni un sonno molto lungo del femminismo (come anche di altre questioni civili fondamentali) e questo ha dato modo di far attecchire nel tessuto sociale e di far sviluppare una certa recrudescenza antifemminile. Oggi, invece, si percepisce una grande compattezza, anche nel parlare con le giovani, nell’approccio ai sentimenti o alle relazioni di genere.

Gli uomini devono essere parte di questa nuova ondata femminista?

Non c’è dubbio: uno degli obiettivi della lotta delle donne è quello di coinvolgere i maschi; si tratta di trovare modi per gestire la crescita sociale degli uomini con le donne, per le donne e tra le donne. E’ uno dei punti fondamentali di ogni femminismo serio e la nostra percezione è che qualcosa in meglio stia cambiando anche su questo versante.

Con “E je parl’ “‘e te avete affrontato il tema dell’omofobia, trovando una chiave di racconto molto originale ed umana. Credete che l’espressione artistica e la musica, nel vostro caso, debbano svolgere una funzione di impegno civile? una volta si parlava di militanza vera e propria…

Nel nostro caso certamente sì, ma non è che la musica “debba” essere impegnata, “può” e quando lo fa è un modo credibile di raccontare. Non sappiamo se il termine giusto sia quello di “militanza”, certamente però i temi dell’attualità, dell’emarginazione, dell’affermazione della parità dei diritti non possono restare fuori il linguaggio musicale ed è, tra l’altro, quello che cerchiamo di fare.

C’è qualcosa del vostro lavoro che non è emerso o che non è emerso con sufficiente forza?

Diciamo subito che se non è venuto fuori qualcosa è per una nostra responsabilità, un nostro limite e certamente non si può attribuire né al pubblico né ai media che si sono occupati di noi. In realtà, siamo noi che ci siamo accorte di poter fare un racconto più verosimile del nostro progetto, di cosa sono le Mujeres Creando ed è quello che stiamo provando a fare nella preparazione del nuovo album, avendo imparato molto dall’esperienza di questi ultimi due anni di promozione de Le stelle sono rare, a partire da un’idea ancora più forte di creazione “collettiva” …

In effetti, per una proposta come la vostra, il momento della composizione non sarà particolarmente semplice …

(sorridono divertite … ) tutto il contrario, altro che semplice! Ma è la nostra forza, il nostro progetto, la nostra credibilità. Il lavoro, senza una regia ad una voce, è più lento e alle volte faticoso, ma arrivare in sala e sviluppare le idee dell’una o dell’altra, provarle e riprovarle, pensarci la notte e magari trovare la chiave per arricchire quello spunto … qui sta il momento chiave della creazione e della composizione. Almeno della nostra…

Senza quindi un produttore che segue passo passo …

In effetti, no. Con l’ultimo album ci siamo affidate ad un produttore praticamente in fase finale, quando i brani erano arrangiati e più o meno confezionati. Poi è stata preziosa la sua sintesi, perché alla fine una regia probabimente è utile, però solo in una fase successiva. Prima ci sono le nostre prove, le nostre idee, il nostro modo di fare musica da mescolare.

Da fuori il vociare della gente che aspetta il concerto si fa sempre più netto. Si percepisce che quell’adrenalina arriva come un’onda dietro le quinte; per loro, che pure non perdono mai quel sorriso scintillante così determinato e volitivo, è arrivato il momento di concentrarsi e di suonare la loro musica.

FOTO: Simone Sabatucci
Grazie a MC per l’ospitalità nel backstage e durante le prove.

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Paolo Romano
Giornalista (Roma, 1974) Si fidanza con la musica in tenerissima età e ancora non ha cambiato idea. Ha studiato legge, ha studiato chitarra jazz, poi ha pensato che di musica era più bravo a scriverne (l’ha fatto su Huffington Post, lo fa su l’Espresso). Detesta le mode, i radical chic e chiunque non si impegna a capire, ascoltando prima di parlare. Dodici chitarre, un figlio, un gatto, piante di cui ignora il nome, libri da sistemare gli impegnano il resto della giornata. Passionaccia per idee nuove, derive indipendenti, progetti culturali fuori dal coro. Ha anche scritto un romanzo, La Formica Sghemba (2019, ed. Scatole Parlanti), minaccia di scriverne altri.

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