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Interviste

Le Mujeres Creando in tour a Roma: la nostra musica? Mescolare linguaggi e affermare diritti

Paolo Romano

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Al Macro di Roma sta per concludersi una giornata importante di iniziative tutte al femminile: laboratori, workshop, progetti rivolti a stimolare la nascita di nuovi linguaggi

La sera, per dire, il corso per dj set è affollatissimo, pubblico attento a seguire le spiegazioni sul modo di proporre musica in base alla fonte digitale o analogica. Sono nuovi linguaggi, come è un linguaggio tutto nuovo quello proposto dalle Mujeres Creando, alle quali viene affidata la chiusura della giornata con un concerto atteso, che alla fine vedrà inusualmente lo spazio museale riempirsi di gente davanti al palco essenziale ed evocativo dove suoneranno.

Loro sei (Assia Fiorillo, voce; Claudia Postiglione, chitarre; Igea Montemurro, violino; Giordana Curati, fisarmonica; Marisa Cataldo, batteria; Agnese Mari, basso) stanno discutendo gli ultimi dettagli della serata, studiando se la scaletta pensata funziona. Il palco è pronto e il loro setup è tra i più essenziali che si possano immaginare, preludio di un formato acustico “selvaggio” senza modulatori, riverberi, delay, compressori e pedaliere programmate di sequenze.

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Basta vederle discutere tra di loro. Mai come in questo caso rimbalza forte l’idea di collettivo, perché quando parlano la prima persona singolare dei verbi è espunta di diritto ed in modo più che naturale, non c’è verso che una delle sei parli in prima persona, c’è il “noi”, al più intorno s’emenda con integrazioni o si annuisce.

Una compattezza irrituale per un gruppo musicale, restano all’uscio storie e leggende di dissapori e scalate alla leadership; qui la forza che tiene lontano lo spettro di possibili fratture sta tutta nel progetto d’insieme. The Walk Of Fame ne ha parlato con loro prima del concerto, cercando di fare il punto sul fenomeno Mujeres Creando, che sta raccogliendo consensi nel cerchio più largo dei soli appassionati e curiosi della musica indipendente.

Sono passati quasi due anni dall’uscita de Le stelle sono rare; l’avete instancabilmente portato in giro in Italia nei teatri, nelle piazze, nei musei, nei circuiti culturali anche minori. Che tipo di accoglienza ha avuto?

Decisamente ottima, il bilancio è davvero positivo. Bisogna considerare che i gruppi emergenti, per di più provenienti da Napoli, quindi una piazza particolarmente complicata, non hanno grandi aspettative quando iniziano a promuovere il loro progetto. Noi non abbiamo avuto un contratto con una major, la nostra sfida è stata andare direttamente dal pubblico e confrontarci. Ecco, qui, sia per il numero di copie vendute dell’album sia per il coinvolgimento, la risposta è stata piacevolmente superiore ad ogni previsione.

Suonando i vostri brani durante questi mesi, sono uscite fuori cose nuove, che magari non avevate esplicitamente pensato nel realizzarlo?

Numerose. Siamo partite sapendo quello che volevamo raccontare, ma poi questo è un punto di partenza, perché nella trasmissione della musica tu non sai cosa verrà percepito. E’ una parte interessante del lavoro, perché arrivano risposte interessanti e differenziate, che forniscono molti spunti per il lavoro futuro.

C’è qualcosa, in particolare, che è piaciuto o ha incuriosito di più il pubblico?

L’impossibilità di chiuderci in un genere … perché in effetti come provi a “ingabbiarlo” in un contenitore esce fuori altro. Facciamo folk, ma non solo; world ma non solo; poi ci sono echi etnici, jazz, popolari, insomma alla fine non si riesce a definire. Questa fisionomia particolare del progetto è quella che ha convinto di più il pubblico. Ci hanno detto, e per noi è un grande complimento, che alla fine si tratta di una musica originale e convincente. E’ un riconoscimento della nostra determinazione ad insistere sull’aspetto emotivo, da un lato, e sulla ricerca musicale, dall’altro. Siamo curiose sempre di andare a frugare nei patrimoni etnici e in linguaggi diversi.

Quali, ad esempio?

Il klezmer, la musica tradizionale, il jazz. Quest’ultimo, ad esempio, è un serbatoio straordinario per gli spunti armonici, le progressioni d’accordi, i cambi metrici, che sono tutte grandi sfide per un musicista. In italia, ad esempio, troviamo pieni di idee i lavori di Gianni Coscia e Gianluigi Trovesi, che partono da un linguaggio legato alla tradizione, ma poi lo spingono avanti, più in là, creando un suono molto originale.

Parlando di contenuti dei brani, voi fate una musica piuttosto impegnata e sulla prima linea di difesa dei diritti, per l’affermazione della parità. Ora, è innegabile che il femminismo stia vivendo una nuova stagione ed è riuscito a rimettere al centro dell’attenzione la questione femminile e dei diritti. Che idea vi siete fatte di questo modo di raccontare il femminile?

Si tratta di un fenomeno molto variegato, in realtà. Crediamo sia più corretto parlare di “femminismi”, perché ci sono varie istanze che vengono portate avanti parallelamente. Di sicuro, rispetto alla prima ondata rivoluzionaria di trent’anni fa, le donne stanno riuscendo a portare avanti la lotta, in territori che allora sarebbero stati impensabili, basti pensare alle questioni lgbt o ai diritti per uomini e donne trans. Poi, naturalmente, la contemporaneità detta le condizioni per forme nuove e diverse di manifestare e comunicare le idee.

Però nel complesso è un fatto molto positivo. Diciamoci la verità: c’è stato negli ultimi decenni un sonno molto lungo del femminismo (come anche di altre questioni civili fondamentali) e questo ha dato modo di far attecchire nel tessuto sociale e di far sviluppare una certa recrudescenza antifemminile. Oggi, invece, si percepisce una grande compattezza, anche nel parlare con le giovani, nell’approccio ai sentimenti o alle relazioni di genere.

Gli uomini devono essere parte di questa nuova ondata femminista?

Non c’è dubbio: uno degli obiettivi della lotta delle donne è quello di coinvolgere i maschi; si tratta di trovare modi per gestire la crescita sociale degli uomini con le donne, per le donne e tra le donne. E’ uno dei punti fondamentali di ogni femminismo serio e la nostra percezione è che qualcosa in meglio stia cambiando anche su questo versante.

Con “E je parl’ “‘e te avete affrontato il tema dell’omofobia, trovando una chiave di racconto molto originale ed umana. Credete che l’espressione artistica e la musica, nel vostro caso, debbano svolgere una funzione di impegno civile? una volta si parlava di militanza vera e propria…

Nel nostro caso certamente sì, ma non è che la musica “debba” essere impegnata, “può” e quando lo fa è un modo credibile di raccontare. Non sappiamo se il termine giusto sia quello di “militanza”, certamente però i temi dell’attualità, dell’emarginazione, dell’affermazione della parità dei diritti non possono restare fuori il linguaggio musicale ed è, tra l’altro, quello che cerchiamo di fare.

C’è qualcosa del vostro lavoro che non è emerso o che non è emerso con sufficiente forza?

Diciamo subito che se non è venuto fuori qualcosa è per una nostra responsabilità, un nostro limite e certamente non si può attribuire né al pubblico né ai media che si sono occupati di noi. In realtà, siamo noi che ci siamo accorte di poter fare un racconto più verosimile del nostro progetto, di cosa sono le Mujeres Creando ed è quello che stiamo provando a fare nella preparazione del nuovo album, avendo imparato molto dall’esperienza di questi ultimi due anni di promozione de Le stelle sono rare, a partire da un’idea ancora più forte di creazione “collettiva” …

In effetti, per una proposta come la vostra, il momento della composizione non sarà particolarmente semplice …

(sorridono divertite … ) tutto il contrario, altro che semplice! Ma è la nostra forza, il nostro progetto, la nostra credibilità. Il lavoro, senza una regia ad una voce, è più lento e alle volte faticoso, ma arrivare in sala e sviluppare le idee dell’una o dell’altra, provarle e riprovarle, pensarci la notte e magari trovare la chiave per arricchire quello spunto … qui sta il momento chiave della creazione e della composizione. Almeno della nostra…

Senza quindi un produttore che segue passo passo …

In effetti, no. Con l’ultimo album ci siamo affidate ad un produttore praticamente in fase finale, quando i brani erano arrangiati e più o meno confezionati. Poi è stata preziosa la sua sintesi, perché alla fine una regia probabimente è utile, però solo in una fase successiva. Prima ci sono le nostre prove, le nostre idee, il nostro modo di fare musica da mescolare.

Da fuori il vociare della gente che aspetta il concerto si fa sempre più netto. Si percepisce che quell’adrenalina arriva come un’onda dietro le quinte; per loro, che pure non perdono mai quel sorriso scintillante così determinato e volitivo, è arrivato il momento di concentrarsi e di suonare la loro musica.

FOTO: Simone Sabatucci
Grazie a MC per l’ospitalità nel backstage e durante le prove.

Giornalista (Roma, 1974) Si fidanza con la musica in tenerissima età e ancora non ha cambiato idea. Ha studiato legge, ha studiato chitarra jazz, poi ha pensato che di musica era più bravo a scriverne (l’ha fatto su Huffington Post, lo fa su l’Espresso). Detesta le mode, i radical chic e chiunque non si impegna a capire, ascoltando prima di parlare. Dodici chitarre, un figlio, un gatto, piante di cui ignora il nome, libri da sistemare gli impegnano il resto della giornata. Passionaccia per idee nuove, derive indipendenti, progetti culturali fuori dal coro. Ha anche scritto un romanzo, La Formica Sghemba (2019, ed. Scatole Parlanti), minaccia di scriverne altri.

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The Bastard Sons of Dionisio: con “Tali e Squali” siamo liberi di suonare ciò che vogliamo

Federico Falcone

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Tali e Squali” segna il ritorno dei The Bastard Sons of Dionisio. Il singolo, pubblicato lo scorso 20 aprile, esce a quattro anni di distanza dall’ultimo disco “Cambogia” e anticipa il prossimo album di inediti, quello che sarà l’ottavo di una discografia che ha consolidato la band come una certezza all’interno del panorama artistico tricolore. Potremmo citare i numerosi concerti in apertura a nomi prestigiosi della musica internazionale, come Robert Plant, Green Day o Ben Harper, ma risulterebbe essere un elenco (parziale) del notevole percorso che il trio ha intrapreso fin dall’arrivo in seconda posizione all’edizione 2009 di X Factor. Direbbe molto, ma non direbbe tutto, ecco.

Un percorso artistico, quello del trio trentino composto da Michele Vicentini (voce e chitarra), Federico Sassudelli (voce e batteria) e Jacopo Broseghini (voce e basso), costellato da un’infinità di concerti in tutta Italia, frutto di una propensione e di un’urgenza di esprimersi dal vivo che caratterizza la band fin dalla loro formazione. Un’esigenza che la band incanala anche nel nuovo brano, presentato così: “I giovanotti della Valsugana non possono stare fermi, tali a squali ne morirebbero. E, capirete bene, al momento è un bel problema. In vista del loro prossimo disco, che attende solo di poter essere suonato, là fuori, spediscono una cartolina dal bunker, che è questa “Tali e Squali”. Dove si parla di cannibalismo sentimentale al tempo di una primavera imminente e di avvistamenti umani, al largo delle spiaggia“, scrivono

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Tali e Squali è un pezzo frutto del lavoro di tre anni e migliaia di tentativi . Le più diverse emozioni e alcuni retroscena, infatti, hanno portato alla scrittura di questo brano. Ci siamo ritrovati in studio con Marco Dallago, il tecnico più figo qui in Trentino, con cui abbiamo lavorato a una produzione più specifica e mirata per ciò che riguardava il suono che desideravamo. Questo aspetto ci ha consentiti di fare un notevole salto di qualità”. A darci maggiori informazioni circa il nuovo singolo è Jacopo Broseghini, voce e basso dei The Bastard Son of Dionisio.

Con una pandemia in itinere, tale da costringere gli artisti a restare lontani dai palcoscenici e dal portare in giro per l’Italia la propria musica, è facile immaginare come la band abbia avuto più tempo a disposizione da dedicare al songwriting, elaborando e rielaborando più volte le idee messe su carta. “Prima avevamo meno tempo, eravamo sempre fretta, non avevamo mai smesso di suonare dal 2003, con un minimo 20 concerti all’anno dopo l’uscita del disco. La musica corre, c’è sempre bisogno della novità per capitalizzare il lavoro fatto. Altrimenti sarebbe un investimento a perdere”.

Come spiega Jacopo, il testo del brano è stato completato alcuni mesi prima di chiudere le registrazioni. “C’era sempre qualcosa che non tornava. Come band siamo soliti utilizzare poche parole nei brani. Concentriamo il tutto in frasi che abbiano più significati, disponibili, quindi, a essere interpretate in più chiavi di lettura. La mia teoria è che ognuno può capire ciò che preferisce. Le chiavi interpretative sono differenti e quando cerchi di comunicare qualcosa devi trovare la via di mezzo giusta per non essere chiuso in te stesso”.

Ma chi sono gli squali citati nel testo? “Siamo noi stessi, non c’è un’accezione negativa, feroce o aggressiva. Siamo noi, perché nella biologia dello squalo c’è l’elemento determinante del fatto che deve costantemente muoversi perché non può respirare stando fermo. Il poter vivere la collettività e la sua socialità è un bisogno primario. Come musicisti abbiamo scelto di fare musica e non lasciare solo al disco fisico la promozione della stessa. Vogliamo vivere con energia anche l’incontro con la gente, è una necessità che avvertiamo. Abbiamo tante cose che possono supplire alla vita reale, come la realtà virtuale, ma abbiamo un disperato bisogno di calcare i palchi e tornare in tour”.

Già, i tour, ma quando? “Bisogna capire la situazione, le richieste arrivano, ma intanto dobbiamo recuperare le date dall’anno scorso. Di solito erano cose che si programmavano con tre o quattro mesi d’anticipo, mentre ora è tutto molto estemporaneo e lasciato a tempistiche molto più ridotte. Posso solo dirti che non vediamo l’ora di suonare dal vivo”.

Al centro delle polemiche, tra il mondo della musica e dell’arte più in generale e il governo italiano, ci sono le scarse attenzioni lamentate da tutto il settore. Dalle manifestazioni dei Bauli in piazza, alle occupazioni dei luoghi di cultura, le riaperture ci sono state, seppure parziali per motivi di contingentamento controllato. “Purtroppo o per fortuna in qualche maniera è stato riconosciuto il settore durante la pandemia. Con l’avvento di internet già sono venti anni che la musica è in crisi, però. Fino a quel momento i dischi si vendevano ma la musica su internet ha inflazionato il valore della singola canzone, portando una crisi del settore che si è appoggiato sulla necessità del live. Mancando quello non c’era più niente da fare. Adesso che il settore è stato riconosciuto ed è stato istituzionalizzato è già un grosso passo vanti. Bisogna vedere chi resiste. Il mondo della musica è sempre lasciato solo a se stesso. Ma noi, come band, siamo liberi di fare quello che vogliamo, ed è esattamente questo il nostro obiettivo: fare musica per un motivo e non per riempitivo”, conclude Jacopo.

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Interviste

AliC’è: il mio indie è differente. L’intervista

Domenico Paris

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Da pochi giorni on air con il nuovo singolo Fotografia, il duo pugliese AliC’è (Nicola Radogna e Rosita Cannito) conferma la bontà e l’originalità della sua proposta, dopo gli ottimi riscontri ottenuti con il debutto di febbraio Radio Rivoluzione. Ne abbiamo parlato un po’ con loro, facendoli sbottonare un po’ sul presente, sul passato e sul futuro di una band che sembra avere tutte le carte in regola per ritagliarsi uno spazio importante nel panorama indie italiano.

Il vostro progetto AliC’è è nato alla fine del 2019. Praticamente non avete fatto a tempo a cominciare il vostro percorso insieme che la pandemia vi ha messo subito i bastoni tra le ruote. Come siete riusciti a collaborare in questi mesi?

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Il periodo che abbiamo vissuto e che purtroppo viviamo ancora resterà nella storia dell’umanità per tutto quello che ci ha sottratto. Il nostro lavoro è stato fatto a distanza con i chilometri che ci hanno separati per 3 mesi. Non è stato facile, ma sicuramente non è stato impossibile da portare avanti. Ciascuno abbozzava idee, testi, melodie e le rimbalzava all’altro che le completava, le cambiava. Insomma ci siamo adattati allo smart working!

Cosa vi ha portato a unire le vostre forze in questa nuova avventura e continuate ad avere attive anche altre esperienze?

Il progetto è nato dal nostro incontro nel privato, prima che nella musica: siamo una coppia anche nella vita di tutti i giorni, infatti. Entrambi reduci da esperienze musicali completamente diverse, abbiamo deciso di far convogliare i rispettivi, diversi bagagli a sette note in uno solo. Nasce così AliC’è. Un equilibrio raggiunto.

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Il vostro primo singolo Radio Rivoluzione, uscito lo scorso febbraio per LeIndieMusic, vi ha aperto la strada per cominciare un discorso che questo vostro nuovo Fotografia dove vuole portare?

Il nostro obiettivo principale è quello di portare l’ascoltatore nella nostra dimensione. Riuscire a far vedere a lui quello che vediamo noi, quello che viviamo noi, situazioni nelle quali può riconoscersi e trovare un rifugio. Perché, diciamocela tutta, la Musica è riparo dal monocolore che a volte la vita ci pone davanti. Vogliamo essere veri e raccontare.

Il video del nuovo singolo sembra essere particolarmente evocativo del concept dietro la canzone. Davvero è possibile liberarsi di tutte le inibizioni e paure e mettersi fiduciosi sulla strada della libertà? Potete raccontarci come è nata l’idea di scrivere il brano e, successivamente, di dargli una veste video così particolare?

Pensiamo che raggiungere la libertà sia possibile, dopo una fase di accettazione della propria persona. Non è certamente un percorso facile, c’è da prendere consapevolezza dei propri limiti, perdonarsi, fare i conti con le proprie paure e fragilità. Ma il risultato finale è sorprendente. Fotografia nasce proprio da una domanda che ci siamo posti guardando una fotografia: cosa può esserci dietro quel sorriso su una foto? Il video è proprio un percorso di vita, rappresentata da una ballerina, che incontra tutte le sensazioni che fanno parte di noi ogni giorno: coraggio, paura, fragilità. Le sperimenta e si rende conto che è meravigliosa anche così, perché proprio quelle sue paure, proprio quel suo coraggio, proprio quelle sue fragilità, suonano la musica sulla quale lei danzerà per tutto il tempo.

Già da primo ascolto si nota una cura non banale della produzione e dei suoni. Quant’è stato importante lavorare con Luca Giura (Molla) in questo senso e la direzione verso la quale vi ha indirizzati è esattamente quella che vi aspettavate?

Lavorare con Molla è disarmante! La cosa eccezionale è vedere come riesce ad entrare dentro di te e a capire di cosa hai realmente bisogno per far emergere i tuoi punti di forza. Siamo grati a lui per aver creduto in quello che volevamo dire e per aver trovato una veste adatta. Il suo lavoro è proprio quello che cercavamo. Riesce a dare un senso e il giusto significato ad ogni suono utilizzato, facendolo diventare magia. La sua presenza e la sua figura sono fondamentali per noi!

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A proposito di direzione musicale: la vostra proposta, pur sostanziandosi in un retroterra indie-pop, si spinge in modo abbastanza convinto verso lidi più elettronici, assorbendo anche certi umori vicini al trip hop di oltremanica, senza disdegnare incursioni in una autorialità più vicina alla tradizione italiana. Qual è la tavolozza di colori di AliC’è ed è un progetto che in futuro sarà aperto a nuove suggestioni?

AliC’è è un progetto che nasce dalla passione di entrambi per il cantautorato italiano che, però, nella nostra musica, strizza l’occhio a sonorità più attuali. Sonorità semplici ma allo stesso tempo molto ricercate. Se siamo aperti a nuove suggestioni? Non ci poniamo nessun vincolo, questo è poco ma sicuro. Come si può ben notare il nostro primo singolo è stato Radio Rivoluzione, un brano voce e chitarra. Un brano privo di basso e batteria, inusuale nel 2021. Nel secondo singolo ci sono chitarra elettriche, assoli, batteria, basso e vari synth e suoni. Vestiamo, con Molla, ogni singolo brano diversamente, non ci poniamo alcun problema.

Domanda difficile, data la situazione che stiamo vivendo, ma anche a suo modo stimolante: come immaginate un vostro concerto dal vivo non appena si potrà tornare su un palco (sempre che l’attività live sia contemplata nei vostri desideri)? Quale sarà il set e in quale contesto pensate di potervi trovare più a vostro agio?

Speriamo davvero si possa tornare prestissimo a fare concerti, perché sicuramente è una delle cose che più ci manca! Un nostro live lo immaginiamo con i nostri amici in prima fila, a sostenerci e a cantare le nostre canzoni. In live possiamo proporci sia in versione duo, chitarra e voce, sia in versione trio, con un nostro amico polistrumentista Francesco Calisi a supporto. Nell’ultimo periodo però, non ti nascondiamo, stiamo anche pensando di coinvolgere qualche altro amico musicista per presentarci con una vera e propria formazione. Dove pensiamo di poterci trovare a nostro agio? Ovunque ci sia data la possibilità di essere noi stessi e di farci ascoltare, anche chitarra e voce per strada!

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Yuliya Mayarchuk e La Lanterna Magica: “Le emozioni che raccontano un territorio”

Fabio Iuliano

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Yuliya Mayarchuk, 44 anni, è arrivata da poco nel capoluogo per girare da protagonista il videoclip “L’Aquila: un territorio di emozioni”. Una produzione dell’Istituto cinematografico dell’Aquila La Lanterna Magica. L’idea del cortometraggio è di Pierluigi Rossi e Manuela D’Innocenzo che, nella sceneggiatura, si sono affidati a professionisti come Fabrizio Pompei e Iaia Centofanti, con il supporto organizzativo di Rossana Alessandrini. Un lavoro non da poco, necessario a ottenere lasciapassare e permessi per girare in alcuni dei posti più caratteristici di una terra che il video intende documentare. Non solo L’Aquila.

In questi giorni si sta girando anche a Capestrano, nel castello Piccolomini, ma anche nell’Eremo di Sant’Onofrio a Sulmona. Al progetto, finanziato dalla Regione Abruzzo, collaborano vari professionisti operanti sul territorio coinvolti dalla Lanterna Magica.

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“Sono innamorata di questa regione”, sottolinea sorridendo, “e non solo perché vivendo a Napoli vado a sciare a Roccaraso. Trovo gli abruzzesi ospitali e cordiali. Nel corso della mia carriera ho girato tantissimi teatri, ma l’atmosfera che ho respirato qui all’Aquila – in tour con Nino Frassica – è stata qualcosa di indimenticabile, come il freddo di questi vicoli del centro”.

L’attrice ha partecipato numerose fiction Rai e Mediaset, tra cui La Squadra, Distretto di Polizia, Carabinieri, Don Matteo, il Maresciallo Rocca, Ris. Nata in Ucraina, è in Italia da 24 anni e ha iniziato in teatro. Nel corso degli anni, ha interpretato “Miseria e Nobiltà” di Aldo Giuffré, Il Bello di Papà con Vincenzo Salemme. Tra i lavori più interessanti la partecipazione nei film “In nome di Maria” di Franco Diaferia e “La vita è una cosa meravigliosa” di Carlo Vanzina, ma anche il film “Faccia di Picasso”, diretto da Massimo Ceccherini.

Le manca il teatro?
Ho iniziato a recitare in piccoli palcoscenici e poi la mia carriera è andata avanti, grazie a dei contatti che mi hanno permesso di lavorare in tv e al cinema. Ma sono sempre rimasta legata al fascino di recitare davanti a una platea.

A ridosso del 2000 è stata scelta da Tinto Brass come protagonista nel suo film Tra(sgre)dire. È stata un’esperienza che l’ha cambiata?
Sono passati oltre 20 anni e mi sento molto diversa da quella Yuliya. Senza dubbio però è stato un lavoro che mi ha permesso di confrontarmi con un pubblico internazionale.

Ultimamente lei è molto presente sui social, perché questa scelta?
Tante persone mi hanno fatto riflettere sul fatto che è importante declinare le mie passioni, il mio lavoro e la mia persona su Fb, Instagram o altre piattaforme. Mi sono convinta anche perché preferisco che i registi che devono valutarmi lo facciano vedendo quella che sono io adesso, mentre leggo, mentre faccio sport, anziché prendere informazioni da dei curriculum”.

Che ruolo ha nel videoclip?
Il mio è un viaggio emozionale secondo le indicazioni di Fabio Massa, il regista di “Mai per sempre”. Mi piace lavorare con lui.

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