Miti e leggende d’Abruzzo: il rito dei “serpari”, San Domenico e la dea Angizia. Perché abbiamo da sempre paura dei serpenti?

Ogni anno, il primo maggio, in un borgo in provincia dell’Aquila, Cocullo, si assiste all’evento folcloristico più famoso d’Abruzzo: la “festa (o rito) dei serpari”. Dedicata a San Domenico, la festività ha antichissime origini pagane, legate proprio ai serpenti, che appaiono subito evidenti a chiunque abbia partecipato almeno una volta a questo particolarissimo evento.

Proprio in questo giorno la popolazione del paese si reca a caccia di serpenti che poi vengono intorcinati attorno alla statua del santo. All’uscita dalla chiesa, in base alla posizione che le serpi avranno assunto, si avranno dei buoni o cattivi auspici per l’anno a venire.

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Statua di San Domenico (fonte: comune di Cocullo)

San Domenico

San Domenico nasce a Foligno intorno al 915, dopo molti spostamenti in tutto il centro Italia si stabilisce in Abruzzo. Si ritira nei pressi di Villalago dove ancora oggi si trovano un santuario e un lago artificiale immersi in un meraviglioso paesaggio fatato che portano il nome dell’abate. Alle spalle della chiesa sta l’eremo ovvero la grotta, dove San Domenico si chiudeva in meditazione e in preghiera.

Dopo ben sei anni di ritiro nell’eremo, l’abate divenne oggetto di persecuzione da parte di alcuni “eretici” a causa della fama dei numerosissimi miracoli che compiva. Così, in sella ad una mula, fuggì verso Cocullo. La leggenda vuole che scappando avesse lasciato un orso a guardia della strada tra i due paesi, impedendo così ai suoi aggressori di raggiugerlo. Oltre a molti miracoli che pare abbia compiuto durante il tragitto, ne compirà altri una volta arrivato nel paese. Qui le persone vivevano per lo più all’aperto e quindi erano frequentemente vittime di morsi di serpenti e di vipere, di cui la zona era piena.

Il Santo guarì gli abitanti del villaggio dal veleno e salvò delle donne a cui, si dice, dormendo in aperta campagna le vipere avevano succhiato il latte materno o erano penetrate fin nello stomaco. San Domenico stesso donò alcune delle sue reliquie agli abitanti di Cocullo e Villalago quando lasciò l’Abruzzo: nella chiesa di Cocullo sono presenti un dente e il ferro della sua mula, a Villalago un suo molare. L’abate Domenico è un santo taumaturgo, in grado cioè di compiere miracoli, ma è anche guaritore: viene evocato per proteggersi dal morso dei serpenti e dei cani rabbiosi, contro le intemperie, per scacciare malattie come la malaria e per curare il mal di denti.

Le origini pagane del rito: il culto di Angizia

In latino Angitia o Angita, da “anguis”, serpente. Angitia o Anctia per i Marsi, Anagtia per i Sanniti, Anaceta o Anceta per i peligni. Questa divinità italica adorata principalmente da Marsi, Peligni e da altri popoli italici di origine osco-umbra è associata soprattutto al culto dei serpenti. Un attributo, quello delle serpi, che richiama chiaramente alla figura di una Dea Madre, alla Terra, e più in generale alla Natura. Angizia, come molte delle antiche Dee Madri era anche una maga, capace quindi di compiere guarigioni miracolose. Questa figura divina arriva da molto lontano e ha il sapore orientaleggiante celato dietro molti culti arcaici della Penisola. Le officianti dei riti dedicati ad Angizia erano sacerdotesse che la invocavano utilizzando diversi nomi: Keria, dal sumero “kur “(terra), o dall’ accadico “kerû”, o ancora il latino Cerere, Grande Dea della Terra. Venne associata alla divinità iranica Anahita, consorte o madre di Mitra, e alla Dea assira Ištar, un’altra divinità ctonia (cioè legata al mondo sotterraneo, all’aldilà e alle profondità della terra. Divinità simili sono Persefone, Ecate, Feronia), proprio come Angizia, anch’essa protettrice della fertilità. I Romani la associavano all’arcaica Bona Dea, per alcune fonti era figlia di Eta e sorella della Maga Circe. Dato che i serpenti erano spesso collegati con le arti curative, Angizia era probabilmente considerata anche una dea della guarigione. I Marsi le attribuivano una conoscenza superiore dell’uso delle erbe salvifiche, in particolare quelle contro i morsi di serpente. Tra i suoi vari poteri, aveva quello di uccidere i rettili col suo solo tocco. Così scrive Silio Italico (Punicae libro VIII, 495-501) “Angitia, figlia di Eeta, per prima scoprì le male erbe, così dicono, e maneggiava da padrona i veleni e traeva giù la luna dal cielo; con le grida i fiumi tratteneva e, chiamandole, spogliava i monti delle selve“.

Oltre alla tradizione dei “serpari” il retaggio del culto rivolto verso questa divinità è ancora palpabile nei festeggiamenti e le tradizioni primaverili di molti insediamenti marsicani e peligni: per esempio a Luco dei Marsi (AQ), dove si trovano i resti di un “lucus”, un santuario o “bosco sacro” dedicato alla dea, il giorno della Pentecoste è tradizione che gli zampognari facciano una tappa presso i ruderi del tempio di Angizia.

Ma perché i serpenti ci fanno così paura?

Approfondiamo per bene il discorso su questa diffusissima fobia col Dott. Gaetano Miranda, biologo specializzato in antropologia fisica che ci ha chiarito alcune delle motivazioni più comuni.

Antropologicamente, la paura atavica dei serpenti è qualcosa che ci portiamo dietro da millenni per mille motivi. Come altre fobie “note”, ad esempio quella dei ragni, le paure più radicate sono quelle legate a qualcosa che conosciamo poco, e questo vale, chiaramente, anche per gli animali. Questo fenomeno è strettamente correlato al fatto che il cervello umano in fase di evoluzione ha registrato in maniera pressoché automatica, quasi a livello genetico, la paura di alcuni elementi che a priori potrebbero farci male. Cosa significa?

Quando i bambini nascono non hanno paura dei serpenti o dei ragni ma il loro cervello registra immediatamente l’informazione che quello potrebbe essere potenzialmente pericoloso. Hanno quindi, da un punto di vista innato, l’attitudine a non avvicinarsi a tutto quello che potrebbe essere dannoso. È un sistema di difesa insito nella zona del cervelletto, cioè in tutta quella parte che regola le nostre sensazioni immediate, quelle che ci fanno reagire tempestivamente e ci permettono di salvarci dal pericolo.

Immaginiamo, da un punto di vista pratico, di essere in una foresta e di vedere un serpente. Se noi ci avviciniamo troppo quello ci attacca, cancellandoci di fatto dalla linea evolutiva. Sono sopravvissuto infatti solo i soggetti del genere “Homo” che in fase di caccia nelle zone boschive o di foresta, alla minima sensazione di paura, fuggivano grazie all’ adrenalina. E fuggendo, sopravvivevano. La capacità di avere paura in maniera “anticipata”, di vedere in un’ombra un pericolo in realtà inesistente salvava la vita. E questa predisposizione è stata tramandata, di generazione in generazione.

La paura di alcuni animali è quindi “diventata quasi un tratto genetico utile ai fini della salvezza del genere umano“. Ma perché il serpente fa più paura di tutti gli altri animali? Perché rappresenta un’anomalia del sistema. Striscia, non possiede zampe, non si capisce come faccia a muoversi, è quasi invisibile e soprattutto silenzioso, non emette alcun verso tranne un sibilo impercettibile che nella maggior parte dei casi non è udibile dal nostro orecchio.

Antropologicamente quindi, quando non si capisce immediatamente il meccanismo che mette in relazione la causa e l’effetto, scatta la paura.” Ho paura del fulmine perché non lo capisco, quando capisco perché quel fenomeno avviene non lo temo più perché lo domino. Il “fenomeno serpente” non è dominabile. Puoi ucciderlo certo, ma nell’immediato non ti rendi conto di come stia funzionando: cosa vede, cosa sente, cosa vuole farti. Inoltre milioni di anni fa questi rettili non avevano le dimensioni a cui noi oggi siamo abituati. Alcuni, come il Titano Boa, erano lunghi fino a 17 metri e pesava più di un elefante. Si può quindi immaginare che fossero davvero terrificante per i primi abitanti delle foreste.

Come alcune creature del mare più profondo inoltre (altra paura atavica) i serpenti, a causa della loro conformazione fisica, non consentono alla preda di fuggire. Una tigre ci inseguirebbe anche per cento metri, il serpente invece uccide nel raggio di una distanza brevissima per mezzo del suo veleno, potentissimo proprio per questo motivo. Uno dei serpenti più pericolosi al mondo, che si trova in Australia, è detto infatti “seven step snake”: una volta morsi si riescono a fare solamente sette passi, poi si muore. Dato che queste bestie non si riescono a capire, quindi dominare, vengono trasformate in idolo. Diventa subito un elemento divino, mandato sulla terra per essere un’arma o una prova di coraggio: attraversare il fossato di serpenti, combattere contro i serpenti, sono tutte prove di forza che riescono ad affrontare solo i guerrieri più potenti o gli esseri con poteri magici.

Ancora oggi alcune sette utilizzano i serpenti velenosi nei propri rituali. In America ad esempio i membri della Chiesa nota come “snake handling” si passano dei serpenti velenosi durante le celebrazioni sperando che Dio li protegga, dal 1994 sono morte decine di persone, tra cui lo stesso fondatore. Per evitare queste inutili morti, i serpenti utilizzati per la maggior parte dei festeggiamenti religiosi non sono velenosi, e questo infatti vale anche per Cocullo.

Illustrazione originale: Sharon Sabatini per The Walk Of Fame Magazine

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Licia De Vito
Archeologa, nata e cresciuta in Abruzzo, vive a Roma dal 2009. Dopo la laurea magistrale conseguita presso l’Universita “La Sapienza” di Roma ha proseguito gli studi frequentando la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dello stesso ateneo. Appassionata di storia e viaggi, avrebbe voluto essere Lara Croft, è diventata un “Ummarell”.

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