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Interviste

Meganoidi, finalmente parte il tour di Mescla: siamo punk e compagni da trattoria

Federico Falcone

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“Dopo tutti questi anni è come se fossimo diventati una famiglia. Per esempio, quando il nostro batterista aveva una distonia, lo abbiamo portato con noi come tour manager e non lo abbiamo lasciato a casa”. Era lo scorso 6 marzo e i Meganoidi, freschi di pubblicazione del nuovo album “Mescla“, si presentarono ai nostri microfoni per la consueta intervista promozionale al disco. A quest’ora dovremmo essere qui a parlare delle date realizzate, di quelle in itinere e dei progetti futuri. Ma è andata diversamente, e la pandemia da coronavirus che ci lasciamo alle spalle (anche se non del tutto) ha sconvolto i piani della band che ora si dimostra più unita e affiatata che mai.

Una grande famiglia, appunto. Sarà questo lo spirito con cui la formazione ligure tornerà in pista a partire dal 25 luglio, quando suonerà alla 23esima edizione del festival “Voci per la Libertà – una canzone per Amnesty”, ad Adria. Quattro mesi dopo i Meganoidi potranno finalmente promuovere il disco dal vivo. Non senza un pubblico distanziato e munito di mascherine e gel disinfettanti. Condizioni indispensabile per suonare dal vivo. Adesso è così che funziona, ma poco importa, ora più che mai un concerto è in grado di generare nuovi entusiasmi e nuove prospettive di rilancio. E, soprattutto, una scarica di adrenalina di cui ne abbiamo tutti disperatamente bisogno.

“Finalmente. Non so cosa ne uscirà fuori perché stiamo ancora cercando di capire quali date riempiranno il nostro calendario. E’ un po’ tutto in itinere e la nostra agenzia si sta occupando di live. Anche noi, anche attraverso altri contatti, contribuiamo a stilare un tour. Speriamo di suonare ovunque. Vediamo cosa accadrà”. Anche in questa occasione Luca Guercio si presenta ai nostri microfoni e la positività e fiducia che trapelano dalle sue parole sono sinceramente contagiose. “Mi piace cercare del buono nelle cose e nelle persone. Sono fatto così, fiducioso e positivo”.

Quattro mesi dopo la sua pubblicazione, “Mescla” potrà essere proposto dal vivo. “Alcune canzoni dell’album sono paradossalmente molto più attuali ora, in queste settimane che stiamo vivendo, rispetto a quando sono state pensate. Hanno una chiave di lettura diversa e sembrano scritte proprio per questa Fase tre. E’ incredibile come la musica riesca a modellarsi e adattarsi ai differenti momenti della nostra vita. Anche molti dei nostri fan lo hanno sottolineato, inviandoci numerosi messaggi con estratti dei nostri scritti che, se letti con una certa attenzione, effettivamente sembrano pensate proprio per questo periodo storico”.

“Spiace, però, constatare come gli slogan che sarebbe andato tutto e che saremmo stati migliori restino invece tali solo su carta. Non siamo migliorati e di certo non siamo più buoni – prosegue Luca – anzi, vedo che la gente si è incattivita. E’ sempre alla costante ricerca di un capro espiatorio, di un qualcuno cui addossare colpe e scaricare responsabilità e fallimenti personali. Sempre alla caccia di un colpevole a cui additare qualcosa. No, il clima non è per niente sereno e, pur nella mia positività, non posso che prenderne atto con una certa preoccupazione. Bisognerà rivedere il modo di vivere ma anche di pensare, perché così non si va lontano”.

Bisognerà anche rivedere il modo di valorizzare il settore cultura e di tutelare i suoi rappresentanti, siano essi musicisti o tecnici. “Dal governo non ci sono state le giuste attenzioni, non possiamo di certo dire il contrario. Sono stati fatti figli e figliastri. La musica, i teatri, i cinema e altre forme di intrattenimento e di spettacolo sono state lasciate al palo in balia degli eventi. Non si è fatto abbastanza e ciò che si sta facendo ora di certo non può essere visto come risolutivo. Occorre rivedere l’intero sistema, occorre ripartire dal basso e mettere l’intero circuito nella condizione di esprimere il suon potenziale. Parliamo di uno dei settori produttivi più importanti per il nostro Paese”.

Nel mentre si tenta – non senza fatica – di trovare la via della normalità, l’intero settore musicale cerca di uscire da un buco nero che ha inghiottito l’intero apparato musicale dandoci una dimostrazione netta di come l’estate, senza cantare a squarciagola sotto a un palco, sia miseramente vuota.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Interviste

Violents: tra le atmosfere eteree del (vero) indie americano

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Jeremy Larson è un pianista di formazione classica, compositore e produttore che nel 2014 crea il progetto Violents.  I suoi lavori nascono interamente dalle sue mani, infatti è lui a comporre la musica, scrivere i testi, suonare tutti gli strumenti per poi impreziosire le canzoni con voci femminili ogni volta diverse. Nel suo ultimo lavoro “June” uscito nel 2019 Jeremy copre anche il ruolo di cantate. Ho avuto l’opportunità di poter parlare con lui del suo lavoro e dell’aria che si respira oggi in America.

Come nasce Violents?

Ho composto musica sotto il mio nome per anni, fino a quando ho deciso di dover  trovare un modo per ottenere un po’ di libertà creativa da me stesso.  Sotto il nome di “Jeremy Larson” ho scritto canzoni, le ho cantate, ho suonato gli strumenti e le ho prodotte io stesso. Per qualche ragione, col tempo, questo mi ha fatto sentire come se mi stessi costantemente mettendo in un angolo creativo da cui non riuscivo a uscire.  Ho ascoltato un sacco di diversi stili di musica e volevo esplorare molti di questi ma mi sentivo troppo insicuro per provare suoni diversi. Sembrava che avessi bisogno di provare qualcosa di un po’ più anticonvenzionale per uscire da quella scatola in cui continuavo a confinarmi.  Così ho avuto l’idea di scrivere e pubblicare musica regolarmente, ogni volta con una cantante diversa.  L’utilizzo di interpreti femminili sembrava divertente, dal momento che mi avrebbe permesso di scrivere per voci molto diverse dalla mia (in più, sono naturalmente attratto dalla vocalità femminile).  Ho inoltre dato per scontato che con una cantante diversa in ogni brano la gente si sarebbe sempre aspettata un sound diverso per ogni uscita.

“June”, il tuo ultimo lavoro, è un disco estremamente interessante e molto personale, puoi parlarcene?

Sì.  In realtà non ne ho parlato molto da quando l’ho scritto e pubblicato.  Dopo aver adottato mia figlia Nova nel 2017, ho sviluppato un grave caso di blocco dello scrittore.  Non so perché, ma non mi piaceva quello che scrivevo.  Questo è continuato fino a luglio del 2019, mentre ci preparavamo a tornare in Cina per l’adozione della nostra seconda figlia, Marigold.  Qualcosa finalmente si è aperto in me e ho iniziato a elaborare un sacco di sentimenti sulla prima e la seconda adozione, tutti in una volta.  Ho iniziato a scrivere canzoni molto personali sull’essere padre e su chi volevo essere per le mie figlie.  Poiché le canzoni non erano davvero per nessuno tranne che per loro, la paura e l’esitazione sono sparite.  Ho solo scritto quello che provavo e, onestamente, non ci ho pensato troppo.  Questo è probabilmente un altro motivo per cui ho fatto molto poco per spiegare o promuovere quell’EP, niente di tutto ciò aveva importanza.  Era per le mie ragazze.  Per questo motivo ho deciso che avrei dovuto essere io a cantare su quelle canzoni,  sarebbe stato strano avere un’altra cantante che canta della mia personale esperienza di padre.

In ogni tuo brano troviamo una voce femminile che perfettamente si intreccia con l’atmosfera. Con quale cantante hai trovato il feeling perfetto?

Beh, credo che nessuna delle mie uscite avrebbe funzionato se fossero state eseguite con un’ altra cantante.  Molte delle canzoni sono cambiate drasticamente una volta che abbiamo iniziato a registrare le voci.  Le canzoni sembrano sempre avvolgersi sulla persona che le canta. 

Quale è l’album al quale sei più legato?

Amo davvero ogni collaborazione, ma il disco che ho fatto con Monica Martin (Awake e Pretty Much Sober) ha creato molte opportunità.  Abbiamo lavorato con un’etichetta discografica per la pubblicazione e abbiamo fatto diversi concerti tra cui quello per la NPR. Ho sempre voluto fare un concerto dei Tiny Desk alla NPR, e sono molto grato per averlo fatto in occasione della pubblicazione di quel disco.

Da un punto di vista compositivo quali artisti rappresentano un punto di riferimento per la tua musica?

In realtà non sono sicuro!  Non sono una persona che ha una vasta conoscenza della musica pop o indie.  Ascolto principalmente podcast, ascoltare musica è qualcosa che normalmente non faccio nella giornata.  Ma posso dirvi che alcuni degli artisti che ho ascoltato di più in questi ultimi anni sono Clams Casino, Alvvays, M.I.A., James Blake, e Tame Impala.  Ma soprattutto ascoltiamo la musica in macchina, soprattutto gli artisti preferiti di nostra figlia, Elton John, Nancy Sinatra, The Beach Boys e The Flaming Lips.

Quanto ha influito la preparazione classica sulla tua produzione musicale?

Amo e tengo alla musica classica più di quanto mi sia mai importato di qualsiasi altro tipo di musica.  Quell’amore si è moltiplicato solo negli ultimi due anni perché ho lottato ancora e ancora per superare i blocchi creativi della mia vita.  Mi sono laureato in pianoforte, anche se non sono mai stato un bravo studente.  Studiavo a malapena e non ero così disciplinato come le persone intorno a me.  Ma in questi ultimi anni, mentre ero bloccato creativamente, mi sono completamente immerso nell’esercizio.  Mi sono esercitato di più negli ultimi due anni rispetto a tutti gli altri anni della mia vita messi insieme.  Era quasi come una meditazione per me, o una disciplina spirituale.  E penso che mi sia piaciuto di più perché non era per un voto, un pubblico, o una competizione.  Era per la mia sanità mentale. 

La pandemia ha sconvolto il mondo intero e ha provocato una profonda crisi, soprattutto nel settore musicale. Come ha influito sulla musica americana e sulla tua musica?

L’America è un paese in crisi in questo momento.  Non so come tutto appaia al resto del mondo dall’esterno, ma siamo in lutto.  Nashville, dove vivo, ha subito un tornado a marzo.  Il Covid ci ha colpito duramente in aprile, chiudendo la maggior parte delle scuole e delle imprese.  A maggio, George Floyd è stato ucciso dalla polizia scatenando indignazione e proteste a livello nazionale.  Tutto sembra teso, e tutti sono nervosi.  So che tutti vogliamo trasformare questo momento in qualcosa che faccia smuovere le coscienze (e abbiamo visto piccoli barlumi di progresso) ma al momento, ci si sente così, così impotenti.  Durante la quarantena, avevamo due bambini a casa, così non ho fatto assolutamente nulla musicalmente.  Mia cognata ha scritto un romanzo, conosco delle persone che hanno scritto un intero disco negli ultimi mesi.  Ognuno sta gestendo questo in modo diverso, ma se dovessi riassumere in una parola la musica che uscirà dall’America nei prossimi mesi, sarebbe la parola “outrage”.

Quali sono i progetti futuri? Possiamo sperare nell’uscita prossima di un disco nuovo?

Bella domanda.  Ho già dieci brani che mi sembrano promettenti.  So con quale cantante mi piacerebbe lavorare, ma non mi sono ancora avvicinato a lei  e penso che questo disco sarà più collaborativo dal punto di vista del songwriting.  È passato molto tempo dall’ultima volta che ho lavorato con un’altra cantante, e  sono emozionato per il nuovo progetto.

Rossana Lanzillotta

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Interviste

Malinconia tra la gente e politica delle fake news, ma il teatro e la risata non saranno mai in ginocchio

Federico Falcone

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E’ diverso. Il ritorno a teatro è diverso. Che sia sotto a un palco, in qualità di spettatore, o sopra di esso, in qualità di attore/attrice, rispetto a sei mesi fa è tutto cambiato. Quando le luci della ribalta si posano sul pubblico manca quella omogeneità che dovrebbe caratterizzare una folla, quella compattezza che fa dei presenti in sala uno di quegli assembramenti che ogni protagonista del mondo dello spettacolo vorrebbe avere sotto agli occhi al momento della propria esibizione.

Debora Villa ha fatto dell’intrattenimento la sua vita e il suo credo. Il ritorno sui palcoscenici italiani è coinciso con “Recital 20 di Risate“, pièce che raccoglie il meglio del suo repertorio ventennale: dalle gag sull’universo femminile e sulla varia umanità alle favole raccontate con graffiante cinismo comico. Passando per Adamo ed Eva, Debora ci racconterà cosa succede ad una donna quando raggiunge i “nannaranannann” anni. Uomini, donne, affanni, sogni, illusioni, frastuoni, emozioni co(s)miche, tra favole e cronache.

Si respira un’aria melanconica. Le persone tra il pubblico, anche se hanno voglia di divertirsi, arrivano da un momento difficile. Avverto il loro calore, questo si, ma c’è un velato distacco, come quando si esce da una tempesta”, ci spiega quando le chiediamo quali sensazioni prova prima di andare in scena. Poltrone distanziate, presenti con le mascherine e gel disinfettanti in mano o pronti all’uso alla prima occasione, sarà difficile abituarsi a tutto questo, anche se per ora è normalità. Una normale anormalità. “Appena salgo sul palco mi prendo qualche minuto e provo a sdrammatizzare, tentando di accorciare le distanze con gli spettatori. Come? Parlando del lockdown di quello che abbiamo passato, vissuto e tocco temi come i complotti, come i canti dal balcone o le opinioni dei virologi. Un consiglio: guardare un tabù in faccia, e affrontarlo a viso aperto, aiuta a ridimensionarlo“.

Ciò che avverte nel pubblico, però, è un’aria rarefatta, “come se non ci si fosse resi conto che stiamo tornando alla vita, come se fossimo con i remi in barca in attesa di una possibile seconda ondata. Fattore, questo di una possibile seconda ondata, che impedisce di programmare il calendario artistico per i prossimi mesi in quanto, se mai dovesse realmente accadere, determinerebbe un secondo crollo dell’apparato culturale che sarebbe nettamente più rumoroso del primo. L’impossibilità di guardare a lungo termine non è un dettaglio, ma esattamente ciò su cui si fonda l’attività culturale in generale, sia essa musicale o, come in questo caso, teatrale. Il periodo che stiamo vivendo è considerato come una sorta di rinascita, come una “prima volta”. Chiediamo a Debora se questo pensiero trova riscontro nella realtà e se quindi, rispetto agli esordi e alle difficoltà degli inizi, trova dei punti in comune. Se c’è qualcosa di similare o di già vissuto.

“Non ho mai smesso di andare in apprensione prima di uno spettacolo, ogni volta è come se fosse l’esordio. Negli anni ho imparato a gestire le emozioni, non sono più terrorizzata come un tempo. Prima mi procuravo anche del dolore fisico, pur di spostare l’attenzione del cervello su altri fattori rispetto all’ansia. Non mi sento mai appagata, ogni pubblico è diverso e l’alchimia che si crea è sempre singola. Ora viviamo una fase in cui gli spazi sono diversi, l’approccio al palco ha subìto un contraccolpo e siamo in attesa di un qualcosa che potrebbe accadere come non accadere mai. Non sappiamo praticamente nulla del futuro e cerchiamo di dare il meglio in ogni show.

Ridere aiuta a vivere meglio. Il sorriso e la risata sono medicine e antidoti ai tempi grigi che stiamo vivendo. “Recital 20 di Risate” è un’occasione, dunque, non solo per trascorrere una piacevole serata di svago e intrattenimento, ma anche per riflettere su alcune tematiche di stretta attualità che non sempre trovano le giuste attenzioni all’interno della nostra società. Come la stessa artista tiene a precisare, non c’è volontà di pontificare ma solo di portare in scena tutte le idiosincrasie dell’essere umano. “Mi metto in prima linea con autoironia e sdogano la presa in giro di tutto e tutti, ma non della persona. Dissacro le dinamiche interpersonali dell’essere umano, maschile e femminile. C’è rispetto per l’individuo e, mettendo in gioco i suoi difetti, porto sempre avanti i suoi valori. Il pensiero espresso acquisisce significato diverso anche col passare del tempo. Non voglio che le persone tornino a casa stanche, bensì leggère e appagate, ma con un piccolo retropensiero che è appunto un ‘non facciamoci del male'”.

Femminismo, sessualità e apertura mentale sono temi portanti del Recital. Ma gli italiani sono ancora spaventati da essi? Li vedono ancora come tabù? “Direi di si, di pregiudizi ce ne sono ancora moltissimi, come quelli verso l’amore Lgbtq+, e i preconcetti sono duri a morire. La critica – ammesso che sia normale rivolgerla verso l’intimità altrui – è tale se non è offensiva o ingiuriosa, e anche questa è una prassi difficile da sradicare. Da questo punto di vista direi che lo spettacolo si commenta da sé per i valori in grado di esprimere e per gli spunti di riflessione che lascia nel pubblico una volta che questi è tornato a casa. Le critiche delle donne mi fanno incazzare ancora di più. C’è anche chi ha paragonato l’amore tra due persone dello stesso sesso che vogliono mettere su famiglia a quello dei rapporti con animali. Ma di cosa stiamo parlando? Davvero facciamo sul serio? Vogliamo davvero tornare nel Seicento? Così se una donna esprime valori di libertà e rispetto per il prossimo la puoi bruciare viva come una strega. Mi sconvolgo perché il nostro politico più mediatico e va detto meno concreto di tutti: Matteo Salvini lotta come una furia per impedire che venga approvata la legge contro il reato di omofobia ma dichiara apertamente che il revenge porn è una scelta sessuale! E’ un’aberrazione e non si può più tollerare. E’ ora di finirla”.

Prima di chiudere l’intervista, il discorso scivola inevitabilmente verso la politica che sta tessendo le sorti della nostra società. E qui, Debora, fa fatica a trattenersi. La verità, però, è che non vuole farlo perché vuole urlare al mondo il suo dispiacere e la sua rabbia per la deriva intellettuale e culturale che i nostri rappresentanti istituzionali hanno intrapreso. Dispiacere e rabbia, ma anche preoccupazione. “Salvini sta capitanando una propaganda pericolosissima che sta fomentando odio con fake news quotidiane e che, per questo, dovrebbe andare in galera. Ecco cosa dovremmo approvare subito una legge che condanni chi promuove, crea e divulga notizie false. Perché modificano il tuo modo di percepire la realtà e hanno il potere di cambiare il tuo pensiero”.

“C’è un tema sconvolgente di cui pochi si occupano, quello di chat agghiaccianti di pedopornofilia con omicidi, con gruppi di bambini che ne uccidono, stuprano e violentano altri”. il tutto gestito da minorenni. ( ricordo a tutti che la pedofilia è una piaga che ha una portata a livello mondiale). “I femminicidi sono passati di moda nei loro discorsi ma sotto lockdown moltissime donne sono state costrette a stare a casa con i loro aguzzini. Quando una donna viene stuprata da un extracomunitario ci si occupa tantissimo del criminale, se è italiano ci si preoccupa di come era vestita la vittima se era ubriaca etc… e con questo credo di aver detto tutto”.

I fascisti, chiamiamoli col loro nome, sono persone che si nascondono dietro una falsa ideologia. Se hai bisogno di falsare la realtà per affermare di avere ragione significa che hai torto! Ma si tutelano a vicenda, da Salvini a Trump. Quest’ultimo ha messo al bando gli antifascisti come fossero terroristi. Sta uscendo lo schifo più assoluto. La maggior parte delle persone nel mondo non la pensa così, bisogna cambiare”. Il fascismo non è un opinione è un reato. E aggiungo per fugare ogni dubbio che sul vocabolario il contrario di fascista è democratico”.

E’ tempo di salutarci, ma prima di farlo, mi preme chiederle un parere su una mia curiosità: perché la stand up comedian stenta ad affermarsi nel nostro Paese? “Perché copia quella americana e perché non è radicata nella nostra cultura. Dovremmo rifarci a Gaber, a Dario Fo e a Paolo Rossi. Va detto che Paolo Rossi si è ispirato tantissimo agli stand up comedian americani ma li ha miscelati col proprio sangue. Spesso e volentieri ci sono contenuti molto moderni ma poco nostri. Anche se riconosco molte nuove leve davvero brave, Sofia Gottardi e Frank Gramuglia che è più scrittore che attore ma da tenere d’occhio. Comunque sono giovani e stanno cercando la loro strada e so che la troveranno di sicuro”. Non dimentichiamoci dei nostri artisti però. Ripartiamo anche da qui, allora, dalla riscoperta della nostra arte comica, che non è seconda a nessun’altra.

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Interviste

Storie di periferia e ribellione, di amore e desideri: Ballad 2020 segna il ritorno de La Scelta

Federico Falcone

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Dopo l’ottimo riscontro del precedente “Ho guardato il cielo” (feat. Mirko Frezza), la band romana torna con un brano che affronta le contraddizioni, la precarietà di relazioni e l’instabilità lavorativa di questo periodo storico. “Ci siamo formati nel 2006. All’inizio suonavamo tutti in vari locali, avevamo diverse cover band, poi ci siamo uniti perché volevamo creare qualcosa di nostro. Scegliere di formare una band e durare nel tempo è un compito difficile ma allo stesso tempo molto affascinante. C’è chi nasce solista e chi nasce per far parte di una band, in questo caso ci si riconosce immediatamente, è una questione di empatia e intelligenza di sapersi ritagliare un ruolo

Da pochi giorni è uscito “Ballad 2020”, vostro nuovo singolo. È un concentrato di emozioni e spunti circa il periodo che stiamo vivendo. Vogliamo parlarne nel dettaglio, anche con riguardo al processo di songwriting?

“Ballad 2020” è stato scritto la scorsa estate, ma è rimasto nel cassetto fino a qualche settimana fa, ci sembrava questo il momento adatto per tirarlo fuori dal guscio. Durante l’ascolto è come se scorressimo un album fotografico fatto di immagini quotidiane. In un periodo storico così ingarbugliato, tanto frenetico quanto instabile, l’amore e la passione possono trasformare le nostre intenzioni in decisioni determinanti e azioni concrete.

Accennate alla ribellione e alla normalità. Ma cosa sono per voi questi fattori? Quanto condizionano la vostra vita?

Le nostre canzoni descrivono le nostre esperienze. Storie di periferia, racconti di chi spesso si trova ai margini della società e vuole rilanciarsi nel mondo, cercando un respiro di “normalità”. La ribellione è intesa come un’azione di pensiero nuova, moderna, contro il pregiudizio di chi non riesce a guardare oltre il proprio naso; parliamo di integrazione, conoscenza delle diversità per abbattere le differenze, tutti concetti che fanno parte del nostro essere individui prima che musicisti.

Come è cambiata, dal 2006 a oggi, la scena musicale capitolina?

Sono emerse tantissime realtà musicali indipendenti, specie negli ultimi anni, e questo è un segnale sorprendente. Roma è una fucina di talenti che gravitano nell’underground, stanno nascendo molti locali che danno spazio alla musica indipendente.

Se doveste, invece, descrivere il vostro percorso, come lo giudichereste? Avreste potuto fare di più? Roma è una città che può dare validi sbocchi?

Avremmo potuto sicuramente fare di più, o anche meno. Siamo soddisfatti del percorso fatto sin qui, abbiamo alle spalle esperienze indimenticabili come Sanremo, tantissimi concerti, produzioni e canzoni.

Quali, tra le vostre collaborazioni, vi è rimasta più nel cuore? Con riguardo al futuro, invece, ce ne sono altre in cantiere? Con chi vi piacerebbe collaborare?

Sicuramente quella con Ron è stata la nostra collaborazione più duratura e importante. È senza dubbio l’artista con cui abbiamo condiviso esperienze musicali uniche, momenti divertenti , un’amicizia che resta. Lo scambio artistico è sempre stato fondamentale per la nostra crescita, fa parte del nostro DNA. C’è una lunga lista di grandi artisti con i quali ci piacerebbe condividere la nostra musica, per adesso non ci poniamo limiti.

Lascio a voi le ultime parole per salutare i nostri lettori

Un grande saluto a tutto il popolo di “The Walk Of Fame”, seguiteci sulle nostre pagine social con l’augurio di incontrarci prestissimo durante i nostri Live in giro.

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