Trentuno anni fa The Wall a Berlino: Roger Waters buttò giù il Muro

Il 21 luglio del 1990 il muro di Berlino fu abbattuto. Anzi, forse sarebbe il caso di dire polverizzato. Per lo meno a colpi di musica. Roger Waters, portò in scena una tra le rock opera meglio riuscite di tutti i tempi, “The Wall“, in quel di Potsdamer Platz, luogo simbolo de capitale tedesca, passato alla storia come simbolo di divisione e conflitti sociali. Quel concerto divenne a tutti gli effetti il primo segnale di ricucitura culturale tra le due Germanie.

Erano circa trecentocinquantamila gli spettatori presenti sotto al palco. Durante lo show venne eretto un muro di polistirolo lungo 165 metri. Fu fatto crollare, tra l’estati del pubblico, dopo l’esecuzione di “The Trial”. Brividi. Pelle d’oca. Non si trattò di un semplice concerto, ma di un vero e proprio evento celebrativo della caduta del muro, accelerata mesi prima da una domanda ben piazzata dall’allora corrispondente Ansa a Berlino, Riccardo Ehrman. E come tale venne trattato e gestito anche dai mass-media. Cinquantadue paesi collegati da tutto il mondo trasmisero lo show in diretta televisiva. In Italia se ne occupò Canale 5 (pur se con una leggera differita – il live partì dalle 22) sotto la conduzione di Red Ronnie.

MyZona

Solo due anni prima, nel 1988, il dj Redbeard chiese a Roger Waters se avesse mai avuto intenzione di portare in scena The Wall. Questa fu la risposta del musicista: “Non penso. Sicuramente non al chiuso, sarebbe troppo dispendioso. E poi, visto che The Wall è anche un attacco alla natura lucrosa di tutti i grandi tour negli stadi, sarebbe sbagliato farlo anche all’aperto in uno stadio. A pensarci bene potrei farlo all’aperto se buttassero giù il muro di Berlino”. Mantenne la parola.

Non tutti sanno, però, che allestire lo show non fu per niente facile. E non semplicemente per le solite prassi burocratiche – amministrative che impongono ristrettezze di ogni genere e tipo, ma anche e soprattutto perché nei giorni precedenti all’evento furono ritrovate, nei pressi della piazza, sotto di essa, negli edifici antistanti, una quantità incredibile di bombe, proiettili, vario materiale bellico e addirittura alcuni bunker sotterranei delle SS. In quegli istanti la consapevolezza di lasciarsi alle spalle il passato per aprire al presente e a un futuro più roseo e diverso, diventò concreta. I Pink Floyd spianarono la strada alla Germania attuale, quella con una forte identità nazionale ma aperta a moltissime contaminazione etniche e culturali. Un paese moderno. La musica contribuì a edificarne le basi.

La precisazione che tutti, però, avreste voluto leggere nelle righe sopra riguardava proprio il moniker dell’artista/degli artisti cui attribuire la paternità dello show. Il rapporto tra i Pink Floyd e Roger Waters era cessato nel 1985. Il nome della band era rimasto a David Gilmour, mentre Water si presentò a Berlino come solista. Ma il 1990 non è il 2020 e in quei giorni il binomio Floyd-Waters era ancora inscindibile. Non sorprende, quindi, che nell’immaginario popolare il concerto di “The Wall” sia da attribuire alla band anziché al suo cantante e bassista. E’ un errore comune, cui ancora oggi, a distanza di trenta anni da quel giorno, in molti incappano. La paternità artista del concerto era solo ed esclusivamente di Roger Waters. E su questo non c’è nulla da obiettare.

Quel giorno, a Berlino, accadde qualcosa di straordinario. Il concerto non solo magistralmente eseguito, ma l’adrenalina presente nell’aria era palpabile, incandescente, soave, verrebbe da dire. La sensazione che da quel momento in avanti nulla sarebbe più stato come prima, prese piede fin dai giorni precedenti all’evento stesso. Il mondo stava cambiando, e la musica contribuì a renderlo migliore. Roger Waters contribuì a renderlo migliore.

Da leggere anche

Fabio Iulianohttp://www.fabioiuliano.it
Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

Speciale multimedia

spot_img

Ultimi inseriti

esplora

Altri articoli