Massimiliano Vado e “La Strategia del colibrì”: Tra diversità e ostacoli, si può raggiungere la pace nel mondo

Una favola moderna, grottesca, frizzante ed attuale che risponde alla distanza della politica dei poteri occulti, dei meccanismi tradizionali con la forte e calda umanità di due persone comuni. Questo e molto altro è “La Strategia del Colibrì” spettacolo che andrà in scena il prossimo 17 gennaio ad Avezzano (AQ) in occasione della stagione di prosa indipendente targata Teatro Off Limits.

Regista della pièce che calcherà il palco del castello Orsini è Massimiliano Vado, anche attore e cantante italiano. Classe 1970, Vado ha alimentato da sempre la sua passione per la recitazione, ottenendo dopo il diploma al Teatro Stabile di Roma e gli studi al Teatro Stabile Carlo Goldoni, innumerevoli successi sia in televisione sia in teatro.

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Roberta Calandra, autrice de “La Strategia del colibrì”, in un’intervista rivelò di aver voluto affrontare nel suo testo l’argomento della pace nel mondo, anche in maniera un pò grottesca e comica. Come sei riuscito a renderlo uno spettacolo?
Quando ho letto il testo non sapevo che pesci prendere (ride ndr). Era una roba molto letteraria. Quindi le ho chiesto se potessi intervenire ed ha acconsensito. Ho provato ad entrare nel cervello di Roberta e capire cosa ci fosse dentro. C’era una classificazione, anche un senso di colpa e una voglia di risoluzione. Quindi abbiamo messo questo temporale che Roberta trasmetteva ed è venuto qualcosa di completamente diverso. Dove c’è musica, si balla, ci si spoglia, ci si bacia, tutto tranne la dimensione “ufficio” per risolvere i problemi della pace nel mondo che aveva delineato Roberta. E’ un testo scritto talmente bene e prezioso che si poteva andare dovunque e l’abbiamo fatto.

Perchè “La Strategia del colobrì”?
E’ stata colpa mia! All’inizio si chiama “Lemuria” ma non avrebbe detto troppo. Questo titolo invece è molto più ruffiano. Ci piaceva fare qualcosa che avesse un ritorno immediato e abbiamo scelto una cosa completamente diversa che avesse attinenza con il testo, rappresentativa ma anche più sbrigativa nella comprensibilità. E’ bello lavorare con l’autore vivente, con Pirandello non lo posso fare (ride ndr). Con Roberta se c’è qualcosa che non va oppure di cui ritengo di non essere capace semplicemente se ne può discutere.

Qual è il messaggio che provate a trasmettere allo spettatore che viene a vedervi?
Roberta aveva scritto questo testo incentrato sulla pace nel mondo. Due persone diverse che scoprono che se possono andare d’accordo tra loro allora può farlo chiunque. Io, però, ho alzato l’asticella. Non solo le ho fatte andare d’accordo, ma le ho fatte andare ovunque per cui scoprono che alcuni loro limiti possono essere superati, sono più forti di quello che rappresentano. Poi alcune scelte registiche le ho un pò imposte altrimenti si rischiava di rimanere troppo fermi.

Perchè lo spettatore dovrebbe venire a vedervi a teatro?
In realtà non c’è un motivo! Se tu fossi uno spettatore dovresti andare a teatro e basta. Si dovrebbe andare a vedere tutto. Io sono un pò costrittivo da questo punto di vista. Ho dei miei decaloghi che pubblico su un certo tipo di teatro che ha allontanato il pubblico o su un certo tipo di pubblico che ha allontanato il teatro. Vorrei che le persone si riavvicinassero al teatro. Faccio un lavoro che può o meno piacere, non impongo un mio punto di vista, ma mi piace che ci sia. Sul palco ci sono due bravi attrici da vedere che danno l’anima, c’è un testo scritto con un’esigenza vera e non su commissione e un regista che si è fatto un mazzo (ride ndr).

Come è stato lavorare con tre attori come Valentina Ghetti, Barbara Mazzoni e Livio Beshir?
Dirigere attori importanti e con personalità staripanti, nel senso positivo del termine, a me piace. Una volta che ho diretto la Gerini, la Sandrelli, le Ladyvette, non mi spaventa più nulla, soprattutto in ambito femminile. Le donne le so dirigere bene. Loro erano tre attori con tre tipologie, esperienze e provenienze differenti, quindi la difficoltà è stata farli parlare la stessa lingua. E’ stata dura trovare un linguaggio comune, un incastro tra tre cose differenti. Andava ricalibrato tutto.

La regia di un tuo spettacolo quanto rispecchia la tua personalità?
Tanto. Non rispecchia cose di me ma cose che mi piacciono. Se leggo un testo e non mi vengono idee in mente alzo le mani e lascio stare. Come attore mi accade meno, ma come regista è più divertente. Da regista è un salto mortale perchè lo fai su tanti elementi contemporaneamente.

C’è un genere di spettacolo che può avvicinare la gente e le persone a teatro?
Qualche anno fa avrei risposto che gli spettacoli fatti bene di qualsiasi genere avvicinano lo spettatore. Adesso invece le cose stanno cambiando. Da registi soprattutto bisogna rendersene conto. Gli spettacoli con un certo tipo di linguaggio aulico non vanno più bene per un certo tipo di teatro e di spettatore. Vengono relegati ad un teatro storico. Il teatro si sta spostando ma bisogna capire dove. E’ rimasto fermo per tanto tempo, era una sicurezza. Ma adesso sta cambiando. Non essendoci più dinamiche di scambi tra teatri stabili e cose simili bisogna capire dove si sposta. Al momento è in movimento e non esiste uno spettacolo giusto o meno. Oggi si tratta solo di fortuna.

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Antonella Valente
Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

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