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Interviste

Massimiliano Vado e “La Strategia del colibrì”: Tra diversità e ostacoli, si può raggiungere la pace nel mondo

Intervista a Massimiliano Vado regista dell’originale pièce teatrale “La Strategia del Colibrì”

Antonella Valente

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Una favola moderna, grottesca, frizzante ed attuale che risponde alla distanza della politica dei poteri occulti, dei meccanismi tradizionali con la forte e calda umanità di due persone comuni. Questo e molto altro è “La Strategia del Colibrì” spettacolo che andrà in scena il prossimo 17 gennaio ad Avezzano (AQ) in occasione della stagione di prosa indipendente targata Teatro Off Limits.

Regista della pièce che calcherà il palco del castello Orsini è Massimiliano Vado, anche attore e cantante italiano. Classe 1970, Vado ha alimentato da sempre la sua passione per la recitazione, ottenendo dopo il diploma al Teatro Stabile di Roma e gli studi al Teatro Stabile Carlo Goldoni, innumerevoli successi sia in televisione sia in teatro.

Roberta Calandra, autrice de “La Strategia del colibrì”, in un’intervista rivelò di aver voluto affrontare nel suo testo l’argomento della pace nel mondo, anche in maniera un pò grottesca e comica. Come sei riuscito a renderlo uno spettacolo?
Quando ho letto il testo non sapevo che pesci prendere (ride ndr). Era una roba molto letteraria. Quindi le ho chiesto se potessi intervenire ed ha acconsensito. Ho provato ad entrare nel cervello di Roberta e capire cosa ci fosse dentro. C’era una classificazione, anche un senso di colpa e una voglia di risoluzione. Quindi abbiamo messo questo temporale che Roberta trasmetteva ed è venuto qualcosa di completamente diverso. Dove c’è musica, si balla, ci si spoglia, ci si bacia, tutto tranne la dimensione “ufficio” per risolvere i problemi della pace nel mondo che aveva delineato Roberta. E’ un testo scritto talmente bene e prezioso che si poteva andare dovunque e l’abbiamo fatto.

Perchè “La Strategia del colobrì”?
E’ stata colpa mia! All’inizio si chiama “Lemuria” ma non avrebbe detto troppo. Questo titolo invece è molto più ruffiano. Ci piaceva fare qualcosa che avesse un ritorno immediato e abbiamo scelto una cosa completamente diversa che avesse attinenza con il testo, rappresentativa ma anche più sbrigativa nella comprensibilità. E’ bello lavorare con l’autore vivente, con Pirandello non lo posso fare (ride ndr). Con Roberta se c’è qualcosa che non va oppure di cui ritengo di non essere capace semplicemente se ne può discutere.

Qual è il messaggio che provate a trasmettere allo spettatore che viene a vedervi?
Roberta aveva scritto questo testo incentrato sulla pace nel mondo. Due persone diverse che scoprono che se possono andare d’accordo tra loro allora può farlo chiunque. Io, però, ho alzato l’asticella. Non solo le ho fatte andare d’accordo, ma le ho fatte andare ovunque per cui scoprono che alcuni loro limiti possono essere superati, sono più forti di quello che rappresentano. Poi alcune scelte registiche le ho un pò imposte altrimenti si rischiava di rimanere troppo fermi.

Perchè lo spettatore dovrebbe venire a vedervi a teatro?
In realtà non c’è un motivo! Se tu fossi uno spettatore dovresti andare a teatro e basta. Si dovrebbe andare a vedere tutto. Io sono un pò costrittivo da questo punto di vista. Ho dei miei decaloghi che pubblico su un certo tipo di teatro che ha allontanato il pubblico o su un certo tipo di pubblico che ha allontanato il teatro. Vorrei che le persone si riavvicinassero al teatro. Faccio un lavoro che può o meno piacere, non impongo un mio punto di vista, ma mi piace che ci sia. Sul palco ci sono due bravi attrici da vedere che danno l’anima, c’è un testo scritto con un’esigenza vera e non su commissione e un regista che si è fatto un mazzo (ride ndr).

Come è stato lavorare con tre attori come Valentina Ghetti, Barbara Mazzoni e Livio Beshir?
Dirigere attori importanti e con personalità staripanti, nel senso positivo del termine, a me piace. Una volta che ho diretto la Gerini, la Sandrelli, le Ladyvette, non mi spaventa più nulla, soprattutto in ambito femminile. Le donne le so dirigere bene. Loro erano tre attori con tre tipologie, esperienze e provenienze differenti, quindi la difficoltà è stata farli parlare la stessa lingua. E’ stata dura trovare un linguaggio comune, un incastro tra tre cose differenti. Andava ricalibrato tutto.

La regia di un tuo spettacolo quanto rispecchia la tua personalità?
Tanto. Non rispecchia cose di me ma cose che mi piacciono. Se leggo un testo e non mi vengono idee in mente alzo le mani e lascio stare. Come attore mi accade meno, ma come regista è più divertente. Da regista è un salto mortale perchè lo fai su tanti elementi contemporaneamente.

C’è un genere di spettacolo che può avvicinare la gente e le persone a teatro?
Qualche anno fa avrei risposto che gli spettacoli fatti bene di qualsiasi genere avvicinano lo spettatore. Adesso invece le cose stanno cambiando. Da registi soprattutto bisogna rendersene conto. Gli spettacoli con un certo tipo di linguaggio aulico non vanno più bene per un certo tipo di teatro e di spettatore. Vengono relegati ad un teatro storico. Il teatro si sta spostando ma bisogna capire dove. E’ rimasto fermo per tanto tempo, era una sicurezza. Ma adesso sta cambiando. Non essendoci più dinamiche di scambi tra teatri stabili e cose simili bisogna capire dove si sposta. Al momento è in movimento e non esiste uno spettacolo giusto o meno. Oggi si tratta solo di fortuna.

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

Interviste

Dario Vero firma la colonna sonora del nuovo Sushi Spaghetti Western: l’intervista

Antonella Valente

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Nel 1971 Sergio Leone regalava agli amanti del grande cinema, e non solo, il capolavoro di “Giù la Testa“, con le musiche di Ennio Morricone. Cinquant’anni dopo, il genere che ha contribuito a far conoscere al mondo il cinema italiano trova nuove forme nell’estremo oriente con il Sushi Spaghetti Western: un salto spazio temporale che segue, mezzo secolo dopo, la scia di grandi italiani con protagonisti ninja e samurai alle prese con scazzottate e fischiabotti.

Ultimo esempio delle nuove visioni del genere italo-western declinato in sushi, è The Ingloriuos Serf, che ha visto la produzione impegnata tra Giappone, Est Europa e Stati Uniti. A firmare le musiche è un italiano, il compositore Dario Vero, che per l’occasione ha diretto in presenza e a distanza un’orchestra internazionale di 88 elementi, con un’ospite d’eccezione: Tina Guo, violoncellista di Sherlock Holmes, Wonder Woman, Inception e altri grandi kolossal d’oltreoceano degli ultimi 20 anni.

The Ingloriuos Serf è una colonna sonora inusuale e originale di 42 tracce orchestrali e sinfoniche, in cui il mandolino incontra il koto, una sorta di arpa giapponese, le chitarra slide tipicamente western, i tamburi Taiko giapponesi, l’Erhu e lo scacciapensieri, di Morriconiana memoria, in combinazione della americanissima chitarra elettrica col wah wah nelle scene action.

Compositore, orchestratore e direttore d’orchestra, Dario Vero scrive musica per serie tv, film, animazione e video games. Si diploma e laurea in Italia, presso i conservatori di Santa Cecilia e Licino Refice e si specializza negli States e in Austria sotto la guida di Joe Kraemer (Mission: Impossibile Rogue Nation, Jack Reacher, The Way of Gun) e Conrad Pope (Star Wars, Jurassic Park, Harry Potter, The Matrix, Terminator). Vanta collaborazioni con società italiane e internazionali quali Discovery Channel, Toon Goggles, FilmUa, Rai, MondoTv Iberoamerica, Star Media, Casablanca Brazil, Animagrad, AudioWorkshop, Mediaset.

Dario, come ci si sente a dirigere 88 musicisti sparsi in tutto il mondo per un progetto così importante?

Ci si sente parte di qualcosa di grande. Essere stato scelto tra tantissimi compositori, in un panorama internazionale, mi ha molto lusingato. Dunque ho dato il massimo, cercando di divertirmi. Ma ho anche, come ovvio che sia, sentito la responsabilità sulle mie spalle. Il segreto è scindere. Da un lato le grandi responsabilità e dall’altro l’aspetto ludico. Devi saper gestire le scadenze, perché l’investimento che è a monte è enorme e i produttori ripongono la loro fiducia in te (e anche i tanti soldi investiti). Il tutto ricordandosi la sempre verde regola: “se non ti diverti non funziona!”

Come ti sei avvicinato al progetto che ha visto l’uscita del film “The Inglorious Serfs”?

Ero a Kiev con la crew audio/video di “Mavka the Forest Song”, un grosso progetto al quale sto lavorando da un po’. L’ingegnere del suono mi dice “Sai, sto lavorando al mix di una film unico nel suo genere”. Me ne ha parlato un po’. Mi ha fatto incuriosire. Poi mi ha chiesto di partecipare. I produttori mi volevano nel progetto e Max (il fonico di mix, appunto) è stato il link tra me e la produzione

Cosa pensi del “Sushi Spaghetti Western”? Pensi tenda ad emulare i vecchi Spaghetti Western o che ne rappresenti un omaggio?

Penso ci siano vari topoi in comune con “il vecchio western”. Ma al contempo c’è un che di nuovo, di fresco, in questo film. L’elemento Sushi ha dato una particolarissima svolta all’azione. Ci sono anche omaggi ai classici del genere naturalmente !

Hai composto musiche per molti progetti e lavorato con artisti importanti: c’è un progetto che ti ha visto coinvolto in maniera diversa? o che ricordi con maggiore affetto e legame?

Sono sempre molto coinvolto. Questo lavoro è cosi. Se un progetto non mi convince non posso sposarlo. Ricordo ogni dettaglio di ogni produzione. Direi che, per ragioni anche di carattere umano, il progetto che mi è più rimasto nel cuore è “The Stolen Princess”. Un lungometraggio di animazione internazionale uscito in 52 paesi (a breve anche in Italia, distribuzione Rai). Penso che anche ascoltando la colonna sonora (disponibile su internet e su tutte le piattaforme) si capisca quanto io mi sia divertito.

Vista la grande tradizione italiana in fatto (ovviamente) di spaghetti western, oltre ai film del duo Leone/Morricone ti sei ispirato a qualcuno in particolare?

Ho, ovviamente, ascoltato con enorme attenzione non solo la mia voce interiore, ma anche le idee del regista Roman Perfilyev ! Lui è uno specialista del “genere”. Ama molto l’horror e il thriller e conosce bene tutti i meccanismi che sono dietro questi film. Insieme abbiamo lavorato molto sulle “atmosfere” e sui suoni. Il lavoro invece svolto sul materiale tematico è nato spontaneamente e senza ispirarsi a qualcuno o qualcosa in particolare. È  chiaro che alcuni elementi sono proprio delle invenzioni di Ennio Morricone. Ad esempio la chitarra elettrica con tremolo e i castagnetti.

Al giorno d’oggi è ancora preferibile lavorare con orchestre? quanto sono cambiati i modo di lavorare, in quel settore,rispetto proprio a Ennio Morricone?

Io preferisco lavorare con l’orchestra. Non faccio parte della vecchia guardia per ragioni anagrafiche. Pero il mio workflow assomiglia molto a quello dei compositori del ‘900. Mi piace scrivere i temi, poi orchestrarli e infine eseguirli dal vivo. È un’altra cosa ! Mi piace anche sperimentare con l’elettronica. Ma quando lavoro con i suoni “veri”, con le persone, mi sento a casa.

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Interviste

Street art, geometrie e working class: New York fotograta da Marco Cimorosi

Federico Falcone

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New York è una città, è un’opportunità, è un sogno. È l’alba di una seconda, terza, quarta vita. È il tramonto di una prima, seconda o terza esistenza. A New York accade tutto e il contrario di tutto. New York, infatti, è tutto e il contrario di tutto. E’ un’anima inquieta e ambiziosa, determinata e fragile.

La Grande Mela non sempre si può descrivere con parole o immagini e, in alcune circostanze, immortalare uno spaccato di vita attraverso uno scatto preciso e puntuale può contribuire a farsi un’idea di una tra le metropoli più affascinanti al mondo. Marco Cimorosi, fotografo abruzzese, lo sa bene. Ha da poco pubblicato “Fotografare New York City“, sottotitolando l’opera “Aritmiche visioni metropolitane“.

Un libro, una testimonianza della vita newyorkese, immortalata in quasi duecento pagine. Con i contributi di Saro Di Bartolo, Luca Maggitti e Paolo Di Vincenzo, la raccolta fotografica di Cimorosi è imprescindibile per chiunque ami la “città che non dorme mai”, la fotografia e soprattutto la vita di strada. Potremmo parlare per giorni di un lavoro così completo e paradigmatico della città simbolo degli Stati Uniti, del capitalismo esasperato e dell’indigenza assoluta. Abbiamo provato a raccontare il tutto attraverso quest’intervista.

Per usare le sue parole, “New York è talmente sorprendete che ormai non mi sorprende più“. Cosa, allora, continua a incuriosirla e ad affascinarla della Grande Mela?

Il principale motivo per cui vado a New York è perché mio figlio vive e lavora lì da undici anni. Le prime due volte che sono andato a NY ci voleva una guida che mi spiegasse tutto. In quelle circostanze fu mio figlio. Si resta imbambolati da un ritmo frenetico, ci si muove a ritmi assurdi e c’è voluto tempo per metabolizzare quel modo di vivere. Con gli anni questo stupore iniziare si è tramutato in un ambiente più famigliare. Quando sai come muoverti è tutto diverso e non ci vuole qualcuno che ti indichi cosa fare e come farlo. Sai anche cosa aspettarti. Di NY mi affascina il suo essere in continuo movimento, ogni volta che vado trovo qualcosa di nuovo e imprevisto che muta costantemente. Sulla scia di ciò, però, avendolo ormai compreso a fondo, riesco a muovermi meglio.

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Quanto conta l’essere preparati, il sapere cosa aspettarsi e quindi avere già idea di cosa fotografare e come farlo?

Per fotografare è essenziale essere preparati. Non si può essere sprovveduti e tirare fuori la macchinetta all’ultimo momento. Occorre avere un’idea, passo fondamentale per capire cosa e come fotografare. Se ad esempio vai a Time Square o sulla 5th Avenue è tutto frenetico e può accadere qualsiasi cosa da un momento all’altro. A Soho o nei quartieri più bassi, invece, è più tranquillo.

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Come scegliere quando scattare e quando no? Quale discrimen c’è alla base della scelta di immortalare un momento?

Faccio un esempio, di un episodio accaduto a Pescara. Andai a fare delle foto street al porto. Mi misi a chiacchierare con un pescatore che stava rammendando delle reti. Volevo immortalarlo con uno scatto. Alla fine non l’ho fatto, perché mi sono soffermato ad ascoltare le sue storie, le difficoltà dell’andare in mare, i periodi di magra. Sono rimasto rapito e affascinato e non ho scattato nulla, ho solo tenuto a mente quanto detto. La fotografia street è un piacere, non un obbligo. Se mi piace fare la fotografia la faccio subito, sono anche disposto a disturbare la quiete della persona ritratta. Altre volte no, preferisco lasciare la foto memorizzata in testa. A volte rimane nella memoria e quindi, se dovesse ricapitare un’esperienza simile, posso ripetere la storia di fare la foto come e quando voglio. Ma è una decisione immediata, frutto del momento. Se un qualcosa mi attira, scatto. Questo nella maggior parte dei casi.

Cosa non le piace fotografare?

Il mio stile fotografico non contempla il ritrarre i disagi gratuitamente. E’ un mio modo di vedere la fotografia. Se mai dovessi realizzare un servizio commissionato sugli homeless, ad esempio, le foto le farei. Ma se c’è uno scopo. Per un motivo nobile. Altrimenti no, mi disturba, non mi piace fotografare il dolore.

New York ha tante identità e tante anime e, proprio per questo, forse non ne ha una ben precisa. Che idea ti sei fatto di ciò? Quale credi che sia l’anima della città?

Ve ne sono tante. Ma è talmente vasta che è difficile raffigurare NY con un solo scatto. Non si può, non ci si riesce. Non c’è un’immagine che potrebbe raffigurare interamente la mentalità newyorkese. C’è molta tolleranza. Ad esempio per quanto riguarda le foto in strada le persone sono abituate a fotografi che ti scattano fotografie. E non si lamentano, non dà fastidio. Un giorno andai per strada, a una signora al mio fianco cadde un qualcosa vicino al suo cagnolino. Mi abbassai con lei, le faccio la foto, mi rialzo, lei non batte ciglio. Impassibile. Questo mi ha destabilizzato, non mi aspettavo tanta tranquillità. Per raffigurare NY forse serve immortale la frenesia.

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Tra le classi sociali più identitarie della città, troviamo gli appartenenti alla working class e alla street art…

La street art è nata come simbolo di protesta, iniziata dal ceto più basso, quello più popolare che aveva necessità di urlare la propria voce. Poi è stata accolta, si è evoluta, non dava più fastidio e questo ha fatto si che potesse attecchire anche in altri quartieri. Magari a Manhattan è complessa da realizzare, ha altre caratteristiche. Ma a Brooklyn, ad esempio, ne è pieno. Gli artisti necessitano di posti simbolo e una volta che hanno elaborato la propria opera possono svilupparla e consolidarla all’interno della città e della società. Anche i padroni delle abitazioni che vedono i propri muri graffiati, sono più tolleranti. Inoltre, se commissionata, è pienamente legale. Riguardo la working class: mio figlio abita nel New Jersey devo attraversare il ponte Washinghton e poi andare verso Manhattan e oltre per girare. Ogni volta mi trovo assieme a pendolari di tutte le classi sociali, dagli operai con i caschi sporchi di vernice a persone con la ventiquattrore che si recanoin ufficio. Negli States il lavoro è sacro, viene prima di tutto il resto. Con il covid è uguale. Il contagio è alto perché il lavoro è primario, non si chiude così facilmente come da noi. Nell’ufficio con mio figlio c’era un dipendente con il covid, così come il suo datore di lavoro. Per loro è normalità, il lavoro viene prima di tutto. Il lavoro è l’anima di New York.

New York è un set cinematografico a cielo aperto, lo sappiamo. Quali sono, però, gli angoli più nascosti o gli scorci meno rappresentativi che comunque l’hanno particolarmente colpita?

In questi anni mi sono imbattuto in diversi set cinematografici. Sai cosa fanno? Se il set è grosso bloccano interi quartieri. Letteralmente. Magari vedi che si incolonnano camion di attrezzature o barriere. Capita di frequente. Di posti inusuali ce ne sono, anche se non li abbiamo visti tutti quanti. Se si vanei quartieri più a sud si trovano edifici e costruzioni più bassi e contenuti in termini di altezza e grandezza, non ci sono più i grattacieli di Manhattan ma posti più caratteristici. Ci sono case in mattoni, basse, con piccole scalette con ai bordi cancelli in ferro battuto e sono tutte alberate. Se venissi proiettato in quel luogo a occhi chiusi, non crederesti di essere a New York, è molto diversa dal caos che uno immagina.

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La fotografia cattura l’attimo e lo consegna alla storia. Rivedendo i propri scatti, però, le è mai capitato di cambiare la percezione di quei momenti?

Ci sono degli scatti a cui tengo più di altri, questo si. Mi hanno fatto riflettere molto. Alcuni esempi: quello di una signora seduta dentro al ristorante (una delle prime del libro) mi è rimasto particolarmente nel cuore. Ciò che incoraggio a fare, quando si fanno fotografie di questo tipo, è fantasticare. Immaginare, farsi venire in mente delle cose diverse dall’evidenza. In quella foto non sono andato via con un senso di tristezza, perché ho comunque visto la volontà di andare avanti. La volontà di integrarsi, vedere posti e gente è più forte della condizione attuale che si vive. E’ una foto molto impattante che porto nel cuore. Le foto sono come figli, ognuna ha una sua storia. C’è il clochard con un carrellino con un cartello con scritto “persone stupide governano il mondo”. Mi guardava, ma non potevo fare a meno di fotografarlo. Oltretutto era in una via affollatissima. Un messaggio umile di una persona che dice molto della verità che ci circonda.

Altre foto impattanti sono quelle che ritraggono le proteste di piazza…

Le proteste di piazza aprono un altro capitolo. Non è che mi rimangio le parole scritte nel libro, ma gli ultimi avvenimenti mi hanno fatto riflettere (si riferisce ai fatti di Capitol Hill, a Washington, nda). Lì ero in una piazza, era tranquillo ed è andato tutto bene. Ma vedendo quello che è accaduto a Washington d’ora in avanti andrò sempre con un approccio diverso perché gli stupidi sono ovunque. Qualsiasi manifestazione può degenerare. NY è la città delle manifestazioni, tutte molto tranquille per la verità. Sono rimasto un po’ meravigliato anche dai cartelli che vengono realizzati, spesso casarecci, fatti sul momento, scambiati, sono tutti molto spontanei. In queste foto che ho raffigurato gli autori li mettevano raccolti in piazza, ognuno li poteva prendere e usarli per protestare, erano a disposizioni di tutti. Mi è rimasta impressa anche la protesta animalista, dove hanno unito delle registrazioni di animali che stavano morendo. E’ stata forte, difficile da digerire. A un certo punto c’è stato il silenzio con l’audio degli animali morenti. Sono rimasto frastornato. Ho ripreso a fotografare solo dopo aver trovato il coraggio. Una manifestazione pacifica è sempre impattante. Ma la violenza no.

Quale criterio adotta per pubblicare una foto in bianco e nero oppure a colori?

Di alcune ho realizzato più versioni, ma va molto in base alla sensazione di dove voglio che la foto vada. Anche rispetto ai colori che sono dentro. Il colore purtroppo ha il difetto che non sempre è abbinabile. Magari una persona e i suoi oggetti sono di colore differenti e messe in un fotogramma potrebbe stonare, distorcere il messaggio che si vuole mandare attraverso la fotografia. Ovviamente da un punto di vista tecnico. A volte la scelta del bianco e nero è quasi obbligata. La foto della signora che viene coperta dal giornale è in bianco e nero perché a colori non garantirebbe lo stesso effetto. Vi è una dissonanza che distorce il messaggio e il valore delle scatto.

La fotografia “geometrica”, invece, l’appassiona?

La fotografia geometrica porta a essere per forza precisi. La precisione passa in secondo piano in alcuni momenti, come la street art dove l’azione di ciò che sta facendo la persona è preponderante rispetto a ciò che fa. Ma nella fotografia geometrica la precisione è tutto. L’architetto che elabora i progetti intende lanciare anche un certo messaggio e la difficoltà di scattare una foto a quei soggetti è proprio quella di cogliere il messaggio. E’ difficilissimo, ma è altrettanto stimolante. Dietro lo scatto c’è un ragionamento quasi matematico.

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Emozioni e suggestioni sono alla base della fotografia?

E’ ciò che mi auguro! Solo con la tecnica non si va da nessuna parte, servono emozioni e sensazioni, capire cosa una situazione trasmette e lasciarsi trasportare. Le questioni tecniche devono essere talmente acquisite che devono uscire fuori in automatico.

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Astol, un teen idol da disco d’oro: “Grazie ai social ho fatto conoscere la mia musica”

Alessio Di Pasquale

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Dal 10 dicembre è disponibile in radio e su tutte le piattaforme streaming Vediamoci Stasera” il nuovo singolo di Astol con LDA e Robledo.

Dopo il grande successo del romantico tormentone estivo “Sangria” con Emma Muscat, certificato oroAstol, con la fine dell’estate, ha posto le basi per il suo nuovo progetto discografico. Ha dato vita così, a partire da un ritornello scritto a quattro mani con Francesco “Francis” Conteddu, a “Vediamoci Stasera”, brano unico, innovativo e caratterizzato da sonorità spiccatamente reggaeton, genere di cui Astol, tra gli esponenti italiani, è uno dei principali protagonisti.

Classe 1995, Pasquale Giannetti, in arte Astol è nato in provincia di Napoli, ma romano d’adozione. Inizia la propria carriera artistica nel 2013 pubblicando su YouTube i suoi primi brani, seguiti da videoclip che attualmente contano milioni di visualizzazioni. Nel 2018 partecipa, insieme ai principali influencer italiani, al The Hottest Summer 2018 a Malta e successivamente al The Hottest Winter 2019 a Canazei, contest trasmessi su Real Time.

Nel 2018 pubblica l’album di debutto “Astol”, che sancisce il suo debutto ufficiale per l’etichetta Believe, sotto la produzione di Jeremy Buxton. Un concept album che suona fresco, con strumentali inspirate al pop d’Oltreoceano, dalle influenze latino-americane, frutto del lavoro di Astol insieme al suo producer. Nel 2019 Astol dà vita, insieme all’artista Daniel, al duo reggaeton DASTOL.

Gli artisti diventano in breve tempo dei veri e propri teen idol collezionando milioni di streaming su Spotify. Il primo singolo del duo è “Fuoco”, connubio perfetto tra trap e reggaeton, seguito da “Proibito”, “Fulmine” e “Momenti”, brani dagli oltre 17 milioni di stream su Spotify. Dopo il duo con Daniel, Astol ritorna al proprio progetto collaborando con Don Joe nel brano “Jingle Bell Trap” e pubblicando i singoli “Princesa”, “Diabla”, “Mondo” e “Sangria” che è stata un’indiscussa hit dell’estate 2020. Sta attualmente lavorando al nuovo album di cui “Vediamoci Stasera” è il primo singolo.

Chi è Astol? come si avvicina a questo mondo?

Un romantico amante. Ho iniziato tra i banchi di scuola, in realtà penso di essere sempre stato un cantante, o almeno, anche da piccolo in qualche modo sognavo che un giorno avrei dovuto esserlo. Inizio ufficialmente a provare a realizzare il mio sogno pubblicando in maniera indipendente le mie canzoni nel 2016.

Se potessi descriverti usando un solo aggettivo quale sceglieresti, e perché?

Galante. Il modo di fare è il nostro biglietto da visita

“Vediamoci stasera, ti porto sulla luna”. Come hai vissuto e come stai vivendo invece questa privazione della libertà di uscire anche solo di casa senza portarti dietro l’autocertificazione?

Con responsabilità e speranza. Rispetto le regole e sogno il momento in cui questo momento finisca. Cerco sempre di confortare le persone che ho intorno, di star loro vicino nei loro momenti più delicati. 

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Cosa significa per te fare musica? È una forma di espressione di te stesso, una semplice valvola di sfogo personale o entrambe?

È il modo per esprimermi, spesso è stata uno sfogo, è il mio modo per raccontare la mia storia.

Sei seguitissimo sui social, che rapporto hai con questi?

Ho tanta gratitudine verso chi mi segue, cerco di coinvolgere i miei fans in tutto ciò che faccio e vorrei fare sempre di più. Con i social ho iniziato a far conoscere la mia musica. I social sanno essere il posto ideale dove poter costruire un percorso, ovviamente con tanti sacrifici e determinazione, fondamentale è per me la qualità dei contenuti e la passione che metto in tutto ciò che faccio.

Hai un certo magnetismo sui giovani. Quali consigli ti senti di dare a questi ultimi che come te che stanno affrontando questo difficile momento storico, per aiutarli a superarlo?

Di informarsi su ciò che accade nel mondo, di utilizzare il tempo per imparare cose nuove, di non arrendersi mai, di impegnarsi per realizzare i propri sogni. Nell’attesa del momento in cui potremo di nuovo abbracciarci. Non vedo l’ora!

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