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Teatro

Il coraggio di essere indipendenti: il Teatro Off di Avezzano e la voglia di uscire dagli schemi

Federico Falcone

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Un anno di vita, con una stagione teatrale alle spalle e una in itinere, attesta il Teatro Indipendente Off (Limits) di Avezzano (Aq) come una tra le realtà artistiche emergenti più interessanti nel panorama abruzzese.

Una volontà precisa, quella di Alessandro Martorelli e Antonio Pellegrini, attori e ideatori del progetto culturale, di portare avanti un linguaggio specifico, settoriale e slegato dai contesti commerciali più ridondanti, al fine di garantire all’ars oratoria teatrale la dimensione di centralità che merita.

“E’ nata come scommessa”, spiega Alessandro Martorelli, “che nel giro di pochi mesi si è trasformata in una realtà consolidata. Attualmente la nostra stagione è una valida complementarità e non un’alternativa alla stagione di prosa del Teatro dei Marsi. I numeri degli abbonati e dei biglietti venduti per i singoli spettacoli ne sono una dimostrazione. Abbiamo presentato al popolo marsicano eventi di elevata caratura, realizzati da autori e attori, la maggior parte dei quali sconosciuti ai più, che non hanno nulla da invidiare ai nomi più blasonati del panorama teatrale/cinematografico italiano. Questo era il nostro obiettivo e siamo felici di averlo centrato”.

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Un feeling che nel corso dei mesi è aumentato, alimentando curiosità e interesse attorno a spettacoli non sempre conosciuti dal grande pubblico, dunque

La seconda stagione, infatti, ha visto un incremento sostanziale del numero di coloro che hanno sottoscritto l’abbonamento alla stagione di Teatro Off. “Stiamo parlando di circa un 30% in più di abbonati”, afferma con orgoglio Antonio Pellegrini, “numeri che dimostrano come lo scorso anno siamo riusciti a creare interesse attorno ai nostri spettacoli. Pertanto siamo pienamente soddisfatti, ma ciò non significa che siamo a un punto di arrivo: c’è ancora molto da fare! Un’altra grande soddisfazione è stata quella di aver stretto dei rapporti lavorativi con compagnie e artisti di tutta Italia, con cui è in atto una sorta di scambio culturale che ci permetterà di intensificare la nostra presenza come attori sul territorio nazionale”.

Tra i principali obiettivi da perseguire vi è sicuramente quello di incrementare l’attenzione su questa seconda stagione che, dopo “Richiesta d’Amicizia”, andato in scena lo scorso venerdì 13 dicembre, proseguirà con “La Strategia del Colibrì” (17 gennaio). Progetto cui entrambi incentrano il focus della nostra chiacchierata è relativo alla collaborazione con le scuole del territorio, verso le quali sono in atto delle vere e proprie produzioni. C’è, inoltre, la volontà di portare avanti una stagione estiva dal titolo “Alba Off“, che animerà il meraviglioso anfiteatro romano di Alba Fucens, sito archeologico tra i più apprezzati nel centro-sud Italia. “Il nostro intento è istituzionalizzare queste due stagioni affinché possano essere considerate come un punto fermo del panorama culturale marsicano e abruzzese”, affermano in coro.

Ma le difficoltà esistono, inutile nascondersi. Quando sei una realtà artistico-culturale appena nata, poi, sono ancora più evidenti e ingombranti.

“Quelle che abbiamo riscontrato in questi due anni di attività sono collegate all’apparente disinteresse verso il panorama teatrale nello specifico e culturale in generale. “Apparente” perché, in realtà, abbiamo constatato che non si tratta di disinteresse vero e proprio, quanto invece di pigrizia mentale”.

“Le persone sono ancora appassionate di cultura (i picchi di share di certe trasmissioni come quelle di Alberto Angela ne sono un lampante esempio) ma c’è come la sensazione che si stia sviluppando (a causa della facilità di reperimento di spettacoli teatrali in rete) una sorta di “apprendimento passivo”. Questo penalizza ovviamente il teatro che invece vive di respiri, di emozioni condivise e di interazione, ma abbiamo felicemente notato che questo trend, almeno per quanto ci riguarda, sta lentamente cambiando. Così come sta cambiando la considerazione che ad un nome blasonato corrisponda sempre e per forza un bello spettacolo”.

Il prossimo appuntamento è per venerdì 17 gennaio: “La Strategia del Colibrì”, Castello Orsini – Avezzano, ore 21.00. Per info e acquisto biglietti:
INFO: 366 65 55 303
E-MAIL: teatroffavezzano@gmail.com
PRESS OFFICE: ufficiostampateatrooff@gmail.com
Punto Info – Corso della Libertà
(Lun/Merc/Ven – 18.00/19.30)
– Libreria Ubik Avezzano

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Teatro

Teatro e catarsi

Giuseppe Tomei

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Teatro

Ecco come il sito dell’enciclopedia Treccani definisce la parola “Teatro”:

  1. Edificio o complesso architettonico costruito e attrezzato per rappresentazioni sceniche;
  2. a. Spettacolo, come singola rappresentazione teatrale; b. Il pubblico, gli spettatori che intervengono a uno spettacolo teatrale; c. Con senso più ampio e comprensivo, l’attività, l’ambiente, il complesso delle persone che operano nello spettacolo teatrale; d. Denominazione di alcuni organismi teatrali, formati in genere da compagnie fisse con attori professionisti, che hanno sede in determinate città il cui nome viene aggiunto alla qualifica generica, con il programma di allestire spettacoli di carattere culturale, spesso sperimentale e d’avanguardia.

Quindi luogo fisico, materiali, attori, testo, rappresentazione fino ad arrivare inevitabilmente al pubblico. Il pubblico come “attore inconsapevole”, definizione del mai troppo lodato Peter Brook, uno dei registi più importanti nella storia del teatro contemporaneo. L’attore che agisce sul palco è quello consapevole, sa che sta agendo con uno scopo, con un’intenzione; con questo attore consapevole si interfaccia quello inconsapevole cioè il pubblico.

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Una sorta di gioco di specchi per cui l’attore in platea riflette e risponde a ciò che sul palco avviene e viceversa continuando in questo “botta e risposta” virtuale lungo tutta la durata dello spettacolo. Quindi l’altra parola alla base del nostro concetto di Teatro è relazione, tra attori e soprattutto con gli ascoltatori. Si tratta in fondo della grande, fondamentale differenza tra Teatro e Cinema: il secondo può esistere con o senza qualcuno che lo veda, il primo no. Si potrebbe obiettare dicendo che con il Cinema ci emozioniamo altrettanto.

Tutto ciò è vero, ma quello che avviene è sottilmente diverso: al cinema ci si può riconoscere in un personaggio, si può entrare in empatia con esso e da lì ci si emoziona. Quanto avviene in teatro, invece, è uno scambio reciproco tra attori e pubblico di vere e proprie vibrazioni che rendono diversa ogni rappresentazione. Vedremo sempre lo stesso bellissimo film, ogni volta che vorremo; non assisteremo mai due volte di fila alla stessa rappresentazione di uno spettacolo teatrale. La presenza del pubblico diventa sostanziale: è esemplare come alcuni attori o comici non riescano a fare facilmente i loro monologhi senza la controparte in platea. E qui arriviamo per forza di cose a parlare di “catarsi”, facendo un salto temporale fino all’antica Grecia.

L’aspetto più importante delle rappresentazioni teatrali in questo periodo era pressoché uno: la capacità di creare una simbiosi vera e propria tra attori e spettatori i quali andavano a vivere un’esperienza unica che provocava il cosiddetto fenomeno della “catarsi”, appunto, da intendersi come una sorta di purificazione dell’anima. Il tutto avveniva prevalentemente tramite il genere della tragedia, la quale suscitava nello spettatore la riflessione necessaria per “rinascere puro” offrendogli l’occasione di liberarsi dagli impulsi, dalle passioni che provocavano inciviltà, ingiustizie, vessazioni.

Leggi anche: Spazio Rimediato, la catarsi nei piccoli teatri

La rappresentazione di storie nelle quali i protagonisti finivano per morire o “sopravvivere” con sensi di colpa, rimorsi, angosce, conseguenze di scelte irrazionali, offrivano allo spettatore la possibilità di lasciarsi coinvolgere dagli stessi “peccati”, di immedesimarsi e perciò di non viverli nella realtà quotidiana. Ad ampliare le sensazioni di tormento del protagonista ci pensava la maschera, fondamentale mezzo di riconoscimento del personaggio stesso in quanto costituita da caratteri distintivi, lacrime per la tragedia e sorriso per la commedia, oltre che un mezzo di amplificazione della voce, vista la distanza tra attore e pubblico.

Nel corso del tempo, sono stati fatti numerosi tentativi di dare conto del significato specifico in ambito teatrale, e in generale si è concordato nel ritenere che il fenomeno della catarsi, in qualunque modo si verifichi, è il risultato di un’esperienza tramite cui lo spettatore è alleviato da un carico emozionale potenzialmente nocivo. Non si è dubitato neppure che l’effetto sia provocato da una esperienza emozionale diretta, benché il punto controverso sia stato – e sia tuttora – la relazione tra le emozioni alleviate nello spettatore e quelle rappresentate dai personaggi, ovvero se esse siano identiche o meno.

Poiché generalmente si concorda anche sul fatto che sono mediate dalla rappresentazione, sembra prevalere l’idea che ci sia un rapporto di affinità, ma non di identità.

Leggi anche: De Filippo il teatro che porta alla vita e la vita che porta al teatro

Aristotele nella Poetica scrive che “la tragedia è l’imitazione di un’azione seria e compiuta in se stessa, di una certa estensione, in un linguaggio adorno di vari abbellimenti, applicati ciascuno a suo luogo nelle parti diverse, rappresentata da personaggi che agiscono e non narrata, la quale mediante una serie di casi che suscitano pietà e terrore, ha per effetto di sollevare e purificare l’animo da siffatte passioni “.

Lo spettatore, dalla visione del dramma, era cioè sottoposto ad un effetto di ‘catarsi’, di purificazione: s’interrogava sul senso della vita, sul mistero della morte, sulla presenza del male, della colpa, del dolore, sul destino individuale e collettivo. Quei sentimenti quali l’amore, l’odio, la vendetta, la pietà che dominavano negli eroi tragici, una volta proiettati sulla scena, venivano razionalizzati e come espulsi, liberati, dagli strati più profondi della coscienza.

Al giorno d’oggi potremmo dire che l’autore teatrale non vuole più creare uno stato d’animo ma stimolare sentimenti, un allentamento della tensione che si accompagna al piacere della visione di uno spettacolo, sempre lo stesso, in continuo muliebre mutamento ad ogni nuova replica.

Cosa che succede ogni volta che viene a crearsi quel momento magico in cui un attore teatrale dà vita ad un personaggio e cerca di coinvolgere il pubblico, di trascinarlo con sé entro un’altra dimensione coscienziale.

Photo by Thomas Kinto on Unsplash

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Teatro

Teatro Belli di Roma, 15 e 16 maggio debutta “Il Manifesto”

Federico Rapini

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Il Manifesto debutta al Teatro Belli di Roma

Debutta in prima assoluta al Teatro Belli di Roma, sabato 15 e domenica 16 maggio, “Il Manifesto”, spettacolo scritto e diretto da Paolo Roberto Santo, interpretato da Francesco Bonaccorso.

Un monologo ironico e malinconico, che parte dall’esperienza personale del protagonista, Tommaso. Un viaggio nel contemporaneo e una riflessione sui sogni e le ambizioni di un giovane uomo, sul lavoro, sulla vita o meglio sul mestiere di vivere.

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Tommaso, fuorisede sui venticinque anni, dopo aver conseguito la laurea in “Scienze della Comunicazione” si barcamena come può per trovare un lavoro e dare uno scopo alla sua vita.
Un pomeriggio come tanti, dopo innumerevoli colloqui rivelatisi delle clamorose fregature, arriva l’occasione giusta, o quantomeno l’unica. Un lavoro come cartellone umano per pubblicizzare il nuovo, rivoluzionario modello di carta igienica contenente al suo interno uno strato di sapone solidificato. La mansione consiste nel diventare un vero e proprio manifesto umano.

Tommaso dovrà vagare per la città indossando il cartellone pubblicitario, nella speranza che qualcuno lo noti.

IL MANIFESTO E LA RIFLESSIONE INTROSPETTIVA

Nelle sue lunghe passeggiate il ragazzo osserva le persone, cerca di capire qualcosa sugli altri e su sé stesso. Si domanda il motivo per cui, per avere una minima prospettiva di vita, debba andare in giro con un cartellone addosso. E soprattutto si chiede perché, con o senza cartellone, venga continuamente ignorato dal resto del mondo. L’aspetto fisico, il carattere, le parole non dette, quelle che avrebbe fatto meglio a dire, e quelle che non avrebbe mai dovuto pronunciare. Sono questi i pensieri che scatenano in lui una lunga riflessione che lo porterà a mettere in discussione tutta la sua vita.

“Il Manifesto” è un monologo teatrale caratterizzato da una messa in scena minimale ed essenziale, esaltata da proiezioni video con cui l’attore entra in relazione.  Il protagonista si muove in uno spazio semi vuoto dove il gioco teatrale prende vita attraverso luci ed ombre con cui il protagonista si ritrova a dialogare e quindi a rapportarsi. L’ambiente si fa metafora di passanti incontrati per strada o ombre di fantasmi interiori.

Come Tommaso è apparentemente immerso nella sua solitudine, così l’attore mette alla prova le sue capacità espressive e interpretative. Trae forza da un allestimento privo di orpelli.
Momenti brillanti si fondono con altri più intimi ed introspettivi a intessere un “manifesto” della contemporaneità, di una generazione, del cosa voglia dire per un giovane inseguire un sogno oggi. Tra ambizione, delusione, coraggio.

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Teatro

Spazio Rimediato: Max Paiella segna la riapertura del teatro aquilano

Antonella Valente

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Un atto di amore e di incoscienza” ha dato vita 5 anni fa a “Spazio Rimediato“, uno scrigno di arte e cultura alle porte del centro storico dell’Aquila. Oggi, però, quello “spazio” rappresenta un punto di riferimento non solo come teatro ma anche come luogo intriso di cultura attraverso la programmazione di corsi di scrittura, ma anche di musica e fotografia.

Il progetto di Giuseppe Tomei ha superato il terremoto, la ricostruzione e due chiusure dovute alla pandemia, ma riuscirà a cavarsela anche questa volta. Infatti “Spazio Rimediato” riaprirà le sue porte al pubblico il prossimo 8 maggio con un ospite d’eccezione, Max Paiella e il suo spettacolo “Il territorio va in scena”. Per l’occasione le singolari poltroncine verdi, del cinema Don Bosco e sopravvissute al sisma del 2009 e ad un incendio, ospiteranno 30 spettatori, esattamente la metà della capienza dell’intera sala. Tutto è pronto, però, anche per la stagione estiva che, con 8 appuntamenti, si svolgerà all’aperto.

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Servizio di Antonella Valente
Montaggio di Fabio Iuliano

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