Connect with us

Musica

E’ uscito “La foto ‘e pe’ la Porta”, nuovo singolo del cantautore Marco Malatesta

Federico Falcone

Published

on

Un regalo al suo paese d’origine, Carsoli. Un brano per rivivere e ripercorrere le atmosfere e le suggestioni del borgo marsicano, dove le radici della propria infanzia sono ancora robuste e dove sognare a occhi aperti è ancora possibile. E’ questa l’essenza di “La foto ‘e pe’ la Porta“, nuovo singolo del cantautore Marco Malatesta.

“Eccoci qui, a guardare qualche novità dallo smartphone, oggetto che non nego di usare molto ma che comunque fa nascere in me timori poco rassicuranti. Non curanti di ciò che vive intorno a noi ma incollati a ciò che non vive lì dentro. Allora mi sono chiesto: ma cosa ho di vero da godere? Ho alzato gli occhi verso la collina ed ho visto la Fortezza di Carsoli… il mio paese“, spiega Malatesta.

MyZona

“Un mondo si è aperto e sono tornati in mente i giorni del pallone “de sotto”con gli amici, le scorribande “a ju fiume” insieme ad uno sciame d’odori antichi che venivano a consolare la tristezza che quest’ultimo anno ha regalato tra virus e perdite. L’aria vecchia arrivava netta ed i sorrisi nostalgici creavano parole… il primo brano in dialetto per me che scrivo di tutto e di più da almeno 30 anni, all’inizio sembrava goliardico, ma poi, notavo che il quadro prendeva forma e lì ho deciso…

“Vabbè, faccio un regalu a Carsói”

Un enorme ringraziamento va alla magistrale ed amichevole interpretazione di Sauro Nazzarro, iconico monumento di bontà e verità, ai continui consigli di Mauro D’Angelo e dell’etichetta PopArt, alla fine regia e sceneggiatura di Fabrizio Catarinozzi e Laura Vetri, all’operatore drone, ma principalmente amico, Alessandro Mondo, alla disponibilità enorme di Annarita Eboli che ci ha dato la possibilità di invadere la sua casa meravigliosa dando forme antiche al video. Ringrazio, inoltre, il professor Angelo Bernardini e la sua grande pazienza per le sue ispiranti note storiche ed i continui consigli. Lorena Bernardi, elegante artista e fine creatrice dei dipinti di copertina, passati, presenti e futuri”.

A darci maggiori informazione su come si è sviluppato il processo di songwriting è lo stesso Malatesta che, con l’occasione, focalizza l’attenzione anche sul lavoro svolto dai musicisti coinvolti nel progetto. “Il brano è nato in una maniera molto particolare. Ho casa di famiglia nel centro storico di Carsoli (Aq) e stavo ricercando delle cose. Aprendo la finestra mi sono ritrovato praticamente sotto il torrione della Fortezza di Carsoli è da lì su è scesa una folata di vecchi odori e di ricordi. Il centro di Carsoli è ancora abitato e passeggiando ho ricordato i nonni e le loro storie. Mia madre ha poi ricucito aneddoti relativi alla parte vecchia e da quella fotografia è nata una cornice di parole”.

I musicisti sono stati parte integrante del processo d’arrangiamento, dunque. “Con Carlo Morgante suono da vent’anni , ma le nostre famiglie erano unite da una stretta amicizia anche in precedenza. Fanno parte della mia crescita musicale , tant’è che il disco precedente “Il burattino delle stelle” contiene brani totalmente arrangiati da Giuseppe Morgante, enorme musicista e fratello di Carlo. Tornando a Carlo, abbiamo provato e trovato suoni artigianali, creati con puff vuoti ed asciugamani, zippo che schioccavano sul microfono ect, oltre ovviamente a batterie e percussioni (tra le altre anche una Aton Drum di Domenico Schiariti creata su misura ed in collaborazione con Carlo Morgante dalla scelta dei legni alla sonorità voluta appositamente per l’album “Il burattino delle stelle”, praticamente come un vestito di un sarto). Insomma è stato importantissimo nel creare l’ambiente che cercavo”.

“Carlo Nazzarro lo conosco invece da trent’anni. Abbiamo creato tanti brani insieme ed il fatto che sia un carsolano doc ha aiutato non poco, non solo il processo musicale ma ha anche confermato spesso la direzione giusta nel creare l’immagine che si voleva dare.

E poi la magia di Mauro Menegazzi musicista di un livello enorme. Mano fatata ma cuore ancor più denso d’ispirazione e bontà… il suo folk ha messo il timbro finale e geniale al brano. Tutto è stato coordinato insieme a Mauro D’Angelo e l’etichetta PopArt. Anche lui link trentennale e persona meravigliosa capace di capire tutto di quel che faccio. Senza di lui poco avrei fatto.

Un brano influenzato dal periodo storico che stiamo vivendo. L’emergenza sanitaria in itinere, quella dettato dal coronavirus, ha ormai raggiunto numeri preoccupanti anche in Italia. Inevitabile che influenzasse l’umore dell’autore del singolo. “Ha indirizzato la creazione, più che altro. Oggi molte persone stanno perdendo l’orizzonte ed i supporti vitali. Ciò che questo virus non potrà mai mettere in dubbio sono le radici e quelle in questo brano ho cantato. Guardare ciò che abbiamo con altri occhi crea sempre nuovi orizzonti anche alla distanza di un singolo metro”, spiega Malatesta.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Musica

“Rappresentanza unitaria senza pregiudizi ideologici”: come far ripartire il settore musica

Redazione

Published

on

Questo testo è stato da pronunciato dal giornalista Paolo Romano il 1 maggio, poche ore prima della bufera scatenata dalla vicenda Fedez.

Partigianerie, arroccamenti, salamelecchi hanno invaso bacheche e media, con un grado di divisività che sorprende solo chi non segue il settore musicale. Resta chiaro un punto dalla vicenda: questa categoria ha bisogno di una rappresentatività ampia e fin qui sconosciuta. Senza di essa, si resterà esposti ai venti della polemica o al masaniello di turno e i problemi resteranno sul tappeto. (ndr, 4 maggio 2020)

MyZona

Leggi anche: “Eduardo De Filippo e il teatro che “porta alla vita e la vita porta al teatro”

“Buon primo maggio. Che sia meno retorico possibile, che sappia svincolarsi dalla tentazione di elencare i diritti denegati e ridotti a parata di vetrine; che non si dissolva nella manfrina del rituale”. 

Qui a The Walk of Fame ci si prova con serietà e ringrazio il direttore Federico Falcone per avermi voluto concedere il privilegio di qualche considerazione sparsa; libera soprattutto, come dovrebbe essere ogni voce pubblica e privata in una democrazia compiuta. Siamo pronti ad ascoltare tante ore di musica, messe a disposizione dalla nostra piattaforma, con il contributo di artisti e gruppi felici di esserci. Oggi, insomma è una festa e prima di iniziare ad ascoltare e ad aprire le finestre del cuore ai suoni, mi permetto qualche osservazione, lo dico subito, non tra le più accomodanti… In questo seguendo la natura del rock, per sua natura anarchico e “contro”. 

“In questa testata si parla di musica e nell’ultimo anno abbiamo assistito al curioso paradosso per cui di musica si è scritto tanto, ma si è ascoltato poco, soprattutto nella sua vocazione elettiva che è la dimensione live. L’epidemia, è fin troppo noto, ha travolto un sistema fragile, fragilissimo come quello dei lavoratori del comparto degli spettacoli, che – speriamo di esserne finalmente tutti consapevoli – non è fatto solo dei grandi eventi, ma soprattutto di micro realtà composite che, specie nel nostro paese, contribuiscono a dare corpo alla civilizzazione e al progresso delle idee irrituali, quelle che scombinano e alterano, a volte con le necessarie sgrammaticature, le regole istituzionali della fissità”.

Guarda: il Live Streaming sul nostro magazine.

“Una realtà, perdonatemi la divagazione, simile a quella del credito. Se c’è una motivazione per cui l’Italia ha sofferto, ma non è stata spazzata via dalla grande crisi finanziaria americana di Lehmann nel 2008 è perché il nostro sistema è fatto di piccoli risparmiatori, la colonna vertebrale che regge i muscoli è composita; vale nel credito vale nel settore delle produzioni musicali ed è una virtù, purché la si sappia governare e sfruttare. Resta il fatto che è grazie all’arte e ai grandi eretici di ogni segmento intellettuale che le società si trasformano e rinnovano la loro energia“.

Che cosa ha trovato la crisi e cosa è ragionevole che lasci sul campo?

“Questa è una domanda cruciale perché ci troviamo di fronte ad un anno zero per i musicisti e tutti i lavoratori dell’indotto, operatori culturali e giornalisti inclusi. Ed è a maggior ragione importante ricordarcela oggi, che dei diritti dei lavoratori dovrebbe esser la festa”.

“Un chitarrista italiano, Marco Manusso, alcuni anni fa scrisse uno spettacolo con un titolo molto ironico: Ma lei a parte la chitarra, che lavoro fa? Si potrebbe partire da questo. Quanti di chi ha un ruolo di governo centrale o locale, di chi è classe dirigente e giù giù fino a tanti cittadini comuni hanno chiaro il fatto che chi fa musica è un lavoratore, come un operaio, come un funzionario pubblico, come un medico, come chiunque svolga un’attività produttiva? E quanti sono consapevoli o saprebbero dire perché fare musica è un’attività produttiva? Certo, sono due domande tristemente retoriche, con una risposta scontata. Chi fonda un progetto rock o suona metal, facciamola ancora più provocatoria, ha gli stessi diritti sociali di un architetto? Sì! E allora perché no? 

Proviamo a fare un’analisi ragionevole, un bagno di realtà, che sarà contestata da ogni parte (a conforto di pescare qualcosa di vero) come capita ogni volta che ci si trova a discutere della più grande crisi del settore musicale e artistico di ogni tempo. Perché di questa catastrofe le responsabilità e le miopie vanno sciaguratamente divise. Vediamo, certo nel suo aspetto massimalista, qualche aspetto. 

Leggi anche: “Il fascino immortale di Audrey Hepburn a 92 anni dalla sua nascita

Sulle ragioni che vengono da lontanissimo sorvoliamo, per quello ci sono gli storici. Però, ragione e fatti vogliono che se quelli del musicista e degli operatori fossero lavori allora avrebbero chiarezza assoluta nel regime fiscale, contributivo, retributivo, pensionistico, impositivo. Così non è. Nessuna disciplina autonoma di un comparto che si trova appiccicato ora qua ora là il contesto normativo di professioni diverse. Se fosse un lavoro godrebbe di meccanismi di sostegno o di ammortizzatori che scatterebbero in automatico e ci sarebbe un fondo di riferimento nel bilancio dello Stato e poi nelle casse regionali per una distribuzione perequativa del welfare. 

Però un lavoro lo è e come e fa incassare allo Stato un bel bottino. Qualche esempio? L’aumento del turismo in occasione di rassegne musicali di rilievo con tutto ciò che questo porta all’economia, il florilegio delle scuole di musica, cui in molti casi è stato riconosciuto status parificato ai conservatori per il rilascio di titoli, che quindi portano soldi in tasse; gli eventi fanno lavorare l’indotto di operai, fonici, costumisti, tecnici delle luci e del suono e così via, aumentando la produttività economica complessiva. Questo riguarda, detto rapidamente, l’aspetto per così dire brutalmente materiale della faccenda: il movimento di soldi. Lo hanno ben chiarito pochi giorni fa quanti si sono ritrovati a Piazza del Popolo con i bauli e un hashtag: “governo ora ci vedi?” (che peraltro il bravo Fabio Iuliano ha seguito per il nostro giornale). Lo dico subito e senza equivoci: sono dalla loro parte. 

Epperò.  I musicisti? Tutti agnelli sacrificali di un sistema assurdo che li vessa? Nient’affatto. Si tratta, in effetti, di una categoria che ha approfittato della propria invisibilità in molti casi per lavorare indisturbatamente al riparo delle tasse e dei balzelli impositivi delle altre categorie. Sempre pronti a lagnarsi quando i pochi soldi non sono arrivati nelle tasche, sempre attenti ad agire per un profitto tutto personale nella rincorsa, un po’ mortificante, ad accaparrarsi per primi il tozzo di pane messo a disposizione. Gli effetti: una storica incapacità di organizzare i propri interessi in modo omogeneo e aggregante, in modo da porsi come controparte attendibile e credibile nei tavoli del governo; farsi, insomma, autorevole parte sociale. Con gran godimento di chi, dalle parti della politica decidente, ha tratto beneficio di una sterminata pletora di sigle e siglette improvvisate, incapaci di parlare una lingua comune, ma sempre pronti a screditare i colleghi per il proprio “particulare”, avrebbe detto Guicciardini. Torno per un attimo ai bauli di Roma: il Governo magari avrà visto, ma non sono certo che abbia capito. Qualcuno ha letto il numero di sigle che ha indetto il flashmob? Servirebbe qualcosa in più di un pallottoliere. Ed ecco il punto. 

Leggi anche: “Wuhan, dalla militarizzazione per il covid a concerti con 11 mila spettatori. E in Italia?

Non avere autorevolezza rappresentativa ha significato anche non saper individuare possibili effetti vulneranti di una sospensione delle attività, quello che per la Costituzione è lo sciopero. Messe così le cose, la dirò brutalmente, uno sciopero dei musicisti non avrebbe alcun effetto, se non quello di scatenare ironie e qualche sorriso furbo. A chi nuocerebbe? A nessuno. E un’astensione collettiva che non faccia danno non è uno sciopero. Quello, si direbbe polemicamente, lo fanno i lavoratori.

È questo, grossolanamente, lo scenario sul quale ha impattato la pandemia. Un settore sventrato di interessi individuali, incapacità di aggregazione, mancato ascolto del governo, inadeguatezza dell’apparato normativo. Attenzione, era già così! Si reggeva in piedi come un morto che cammina in attesa di un alito di vento, figuriamoci con la bufera in corso. Si è trattato, quindi, di una crisi largamente annunciata, come un palazzo di cento piani, mai ispezionato e dalle fondamenta marce. Ha fatto male lo Stato, hanno fatto male i lavoratori. Spiace, ma questo è quello che si vede. 

Ed è sempre questo l’anno zero, l’occasione irripetibile se si vuole ripensare ad un futuro del professionismo musicale organizzato come categoria produttiva. Finendola, finalmente, con la retorica delle presunte sale piene, concerti gremiti, incassi mancati, quando i primi a mancare alle esibizioni dei loro colleghi sono proprio i musicisti e quando gli eventi, non trainati da grandi nomi, sono naufragati spesso e volentieri in flop di imbarazzo e applausi di zie e cugini. Se si vuole essere protetti dal mercato, bisogna essere presenti nel mercato e saper parlare la legge del mercato, senza – alla bisogna – rifugiarsi nel Parnaso dell’idealismo di facciata. Serve, insomma, che gli artisti convergano su pochi e chiari punti di confronto, in una rappresentanza orientativamente unitaria e senza pregiudiziali ideologiche

Fatto sta che, come ho accennato all’inizio, in questo ultimo anno si è scritto tanto e si è ascoltato poco. Ma attenzione: si è scritto tanto ma male. E questo porta dritti al cuore di un problema strettamente collegato a quanto detto sin qui: l’assoluta, radicale, disarmante assenza di giornalisti musicali nelle testate. E allora la faccenda dei diritti che oggi si celebrano si complica un bel po’, perché l’abisso di precariato che vive il giornalismo, produce ricattabilità nel modo di raccontare le notizie, privando il lettore del diritto di informarsi adeguatamente. Insomma, due diritti negati in un sol colpo, niente male. 

Parrà una banalità, ma il giornalista musicale è una professione che richiede un altissimo grado di specializzazione, perché comporta competenze di natura tecnica (come il settore scientifico, matematico, tecnologico o economico) e di conoscenza storica. Non può essere in alcun modo delegato all’improvvisazione, perché funziona, avrebbe detto Galilei, iuxta propria principia, con regole precise che perimetrano l’interpretazione della creatività. L’idea che di musica si occupi un fantomatico giornalista culturale, vuol dire che il malcapitato potrebbe occuparsi indifferentemente di libri, filosofia, hard rock, poesia, balletto o cinema. 

Il racconto della musica, lo dirò chiaramente, sulle grandi testate si riduce troppo spesso a un gigantesco mercato, in cui le grandi firme comprano le indulgenze dalle major, diciamo così … che dunque occorra una svolta “luterana” per scardinare il sistema appare ovvio. E sia detto per inciso, se il crollo delle vendite e degli incassi riguarda molto di più le testate generaliste che non quelle “tecniche”, il motivo è spesso anche nella qualità offerta, talmente imbarazzante (talvolta) da metter tristezza. Chi ama la musica la legge sulle testate di settore, che – come questa – mettono un grado di passione, professionismo e serietà ben oltre il comune. 

Leggi anche: “Sensazionale scoperta in Polonia: trovata per la prima volta la mummia di una donna incinta

Ma torniamo alla musica. Poco fa abbiamo lasciato in sospeso, volutamente, il discorso sulla produttività economica. Ma tutte le volte che si parla di arte c’è qualcosa di molto, molto più grande in gioco. Si tratta di un bene immateriale senza il quale le società soffocano e implodono in sé stesse. Riccardo Muti, a ottobre, scrisse questo all’allora Presidente del Consiglio: Le chiedo, sicuro di interpretare il pensiero non solo degli Artisti ma anche di gran parte del pubblico, di ridare vita alle attività teatrali e musicali per quel bisogno di cibo spirituale senza il quale la società si abbrutisce. 

Bisogna capire bene a cosa si riferisce il Maestro quando parla di abbrutimento, perché è qualcosa con la quale abbiamo a che fare tutti i giorni e della quale ci lamentiamo tutti i giorni. Quante volte negli ultimi mesi ci è capitato di dire che sono tutti arrabbiati, cupi, aggressivi, polemici? Abbiamo dato la colpa ai lockdown. Ma quella smania che produce cattiverie, smanie e furie sui social, rimbalza nelle giornate, scava nella parte più buia degli uomini ha un nome e cognome precisi: è la mancanza di bellezza con la quale vivere a contatto. Quella bellezza è determinata dall’arte, dalla sua capacità di centrifugare il dato comune e restituirlo con un aspetto tutto nuovo e non considerato. Questo è quello che fanno artisti e musicisti. Privarsi ostinatamente di quella possibilità porta a rattrappirsi in piccoli pensieri con orizzonti corti. Società senza concerti, spettacoli, performances di varia natura diventano tristi e cattive, favoriscono un discorso autoreferenziale e brutalmente materiale, che conduce a forme di tirannia o dittatura del presente, degli indici, dei numeri. Ecco quindi che il “cibo spirituale” di Muti è qualcosa di molto più concreto e meno retorico del suo aspetto, ecco che l’abbrutimento diventa una cattiva prassi cui ci stiamo assuefacendo in tempi dannatamente rapidi. Questo, soprattutto, bisogna impedire. Questo è il motivo per cui oggi è una giornata di festa per il giornale e per chi si spende senza risparmiare energia ogni giorno nel nome di questi valori partecipati e aggreganti. Questo è l’obiettivo con cui oggi The Walk ha organizzato, non senza sacrificio, questa opportunità da condividere: portare musica fatta per bene nei cuori e nelle case. 

Leggi anche: “Festival e grandi concerti: se ne riparla forse nel 2023. La previsione di Claudio Trotta

“Da qui bisogna ripartire, perché no, non è tutto nero. Non per noi che la musica la amiamo. E quindi, per chiudere, e non lasciare l’impressione del buco nero senza redenzioni, credo sia giusto e bello spendere qualche parola sulla magnifica iniziativa di Twof che per il secondo anno celebra il primo maggio dando spazio a voci nuove o che più difficilmente possono accedere ad iniziative di condivisione. Per il secondo anno, si crea un grande palco, per ora necessariamente virtuale, in cui ascolteremo la musica di chi ama musica in ogni sua declinazione e linguaggio: il rock, la canzone d’autore, il folk e così via diventano affluenti di un unico grande fiume. Un corso inesorabile di energia che è preposto a mettere semi e raccogliere frutti sperabilmente nuovi, differenti, propositivi. Perché dietro ogni parola o considerazione la musica la portano avanti loro, artisti giovani e meno giovani che tentano l’azzardo dell’inaudito. 

“Lo sentirete e ci darete ragione: la musica in Italia sta bene, molto bene. Abbiamo idee e competenze, passione e professionalità. Fatela entrare, lasciatevene contagiare. Il rock è lì, duro e resiste, perché come diceva Neil Young: rock and roll will never die! “

Continue Reading

Musica

Rey Willy si racconta: “Drop Top è il dialogo interno tra la mia persona e il mio alter ego”

Luigi Macera Mascitelli

Published

on

Rey Willy, all’anagrafe Guglielmo Mattafirri , classe 2000, è un giovane artista toscano. Figlio d’arte, cresce con l’ascolto della chitarra paterna fin dai primi mesi di vita con uno stile blues, fusion, rock. Inizia a suonare batteria e chitarra fin da piccolo e successivamente si appassiona al mondo rap facendo beatbox e freestyle. Tra le numerose tracce da lui composte, una soprattutto spicca, Drop Top, uscita lo scorso 16 aprile su tutte le piattaforme. Un brano che, come spiegato dallo stesso Rey Willy, nasce da un senso di insoddisfazione: insicurezza e malessere legati al quotidiano, a quel vortice di monotonia. Per l’occasione abbiamo scambiato con l’artista qualche parola, cercando di esplorare insieme la sua musica e i temi da lui trattati. Ecco a voi la nostra intervista a Rey Willy. Buona lettura!

Leggi anche: “Fedez ne ha per tutti, bordate sulla Lega e su Draghi: dal ddl Zan al tentativo di censura Rai

MyZona

1. Ciao Rey e benvenuto su The Walk Of Fame Magazine. Il 16 aprile è uscito Drop Top, il tuo nuovo singolo. Puoi dirci di più in merito? Come ti è nata l’idea di questa nuova traccia?

Drop Top nasce dall’idea di rappresentare il dialogo interno tra Guglielmo e Rey Willy, tra la mia persona giornaliera che affronta la routine quotidiana e poi Rey Willy, il mio alter ego interiore che esamina con cura tutti i miei pensieri dandogli un giusto suono. Drop Top è un punto di arrivo, un traguardo ma allo stesso tempo un punto di partenza per ogni volta che si deve raggiungere un obbiettivo.

2. Il brano nasce da un senso di insoddisfazione personale, quasi un’angoscia. Che cosa in particolare crea in te questo malessere?

Nasce dal mio carattere. Sono una persona che non si accontenta facilmente mai di nulla. Questo è un grosso vantaggio che mi spinge a cercare sempre la perfezione e a migliorare costantemente in tutto. Ma allo stesso tempo è anche uno svantaggio perché non mi dà il tempo di godermi ciò che ho e soprattutto apprezzarlo. Spero un giorno di riuscire a equiparare questi opposti.

3. Possiamo dire che Drop Top sia una sorta di via di fuga o comunque uno sfogo per dare forma alle tue paure?

Si certamente, è proprio il riconoscere le nostre paure, debolezze e incertezze a darci poi la spinta a migliorarci. Io le canto le mie paure: possiamo dire che mi metto a nudo. Quando lo faccio mi sento meglio con me stesso quindi continuerò finché ne avrò voglia e bisogno.

4. La pandemia ha in qualche modo influito sui tuoi stati d’animo e sulla tua musica in generale?

La pandemia ha influenzato tantissimo i miei stati d’animo e la mia musica. Ma nonostante questo, suonando un genere musicale molto mentale e particolare, sono riuscito a isolarmi in questi mesi in studio. È stato molto triste, lo ammetto, ma contemporaneamente una valvola di sfogo per la mia musica che mi ha portato a concentrarmi su ciò che faccio e su tematiche a me care.

5. Quali sono le tue maggiori influenze musicali? C’è qualche artista o magari un genere in particolare a cui ti rifai?

Le mie influenzi musicali principali sono essenzialmente l’hip hop e la trap ma anche il rock leggero. Non mi ispiro però a nessun artista in particolare, mi piace spaziare tra molti generi musicali e non ne sento uno mio in particolare. Sento la possibilità di poter decidere quale genere musicale adottare in base al messaggio che voglio veicolare e al beat che mi ispira in un determinato periodo o situazione.

6. Hai intenzione di pubblicare un album completo nell’immediato futuro?

Certo che si, ci sono un sacco di brani ancora inediti che non vedo l’ora di far uscire e spero prossimamente di uscire con EP o con un progetto ancora più grosso.

Leggi anche: ““Greenlights”: una lettera d’amore alla vita di Matthew McConaughey

Continue Reading

Musica

Radio Indie Music Like, Vasco Brondi fa breccia nella top 20

Fabio Iuliano

Published

on

Anche per questo lunedì torna in radio la classifica degli indipendenti nello storico format Radio Indie Music like prodotto da Paolo Tocco e Giulio Berghella. Si parte con Rachele Bastreghi feat. Silva Calderoni con il singolo “Penelope” per Warner che si posiziona al gradino 18.

E un play subito dopo, al gradino 17 c’è Frah Quintale con “Sì può darsi” (Undamento). Sale alla tredicesima posizione Franco126 con “Che senso ha” (Bomba Dischi). Fa il suo ingresso anche Vasco Brondi al nono gradino con il singolo “Ci abbracciamo” (Cara Catastrofe). A lambire il podio ascoltiamo Madame stabile al gradino 5 con il singolo “Voce” per Sugar.

MyZona

Terza posizione per questa classifica settimanale troviamo Gazzelle con “Un po’ come noi” per Maciste Dischi. In testa restano stabili Colapesce & Dimartino con il sinolo “Musica leggerissima” per Sony. Appuntamento alle 20 su www.rtradioterapia.it e spazio anche all’intervista telefonica con Ysè con il singolo “A folk song” che sale al gradino 35 della classifica di questa settimana.

Continue Reading

In evidenza