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“Free Bird”, il grido di libertà dei Lynyrd Skynyrd che richieggia nell’eternità

“Free Bird” rappresenta il grido di libertà dei Lynyrd Skynyrd. Un brano leggendario dalla durata di nove minuti, considerato tra i più simbolici del rock

Federico Falcone

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Coloro che nascevano negli Stati Uniti post seconda guerra mondiale avevano in mente un unico desiderio: libertà. Concetto, ideale, ambizione irrinunciabile, specialmente per chi proveniva dal sud degli States. Quello più tradizionalista e viscerale, per intenderci, ma anche più conservatore e contraddittorio, sia da un punto di vista sociale che da un punto di vista culturale. E di contrasti, in quegli anni, e in quei territori, ve ne erano di notevoli.

L’aria che in quel periodo si respirava a Jacksonville, Florida, era esattamente questa. Le contaminazioni non necessariamente rappresentato il progresso e il progresso non necessariamente rappresentava un qualcosa di positivo o ben visto. Gli anni ’60, poi, furono il periodo della piena esplosione hippie, quella sottocultura nata dalla Beat Generation che a colpi di margherite e messaggi di pace prendeva a calci i salotti dei benpensanti. Sesso, droga e rock n’roll non erano un mero e banale sinonimo di trasgressione, ma un vero e proprio stile di vita.

Un’avanguardia progressista elevata a credo

Alla metà degli anni ’60, tre sbarbatelli liceali, redneck nel dna e appassionati di blues, country e Rolling Stones, decisero di formare una band per ripercorrere le orme dei loro miti e uscire dall’anonimato di un distretto devoto alla mediocrità (come da loro stessi sottolineato in più di una occasione). Ronnie Van Zant, Allen Collins e Gary Rossington, questi i loro nomi, diedero vita a una delle band più folgoranti e influenti della storia del rock a stelle e strisce, i Lynyrd Skynyrd.

Il moniker del gruppo, impronunciabile per i più a causa di una non bene precisata dizione, nasce da una storpiatura del nome del professore di educazione fisica della scuola che i giovani frequentavano, la E.Lee High School. Ma perché proprio il povero Leonard Skinner? Semplice, odiava i capelloni. Cosa non rara da trovare in quel periodo. Da qui la presa in giro, innocente e divertente. Con l’insegnante i rapporti si sarebbero distesi col tempo, tanto da arrivare all’amicizia.

Il grido di libertà dei Lynyrd Skynyrd è ricorrente in tutta la discografia. Scorribande il sabato sera, corse con le macchine, serate di vizi e stravizi, ballate d’amore, celebrazioni nostalgiche e una forte devozione alla propria terra natia e agli usi e consuetudini del posto. Il trademark della band non è segnato solo dalle liriche che hanno reso il ritornello di “Sweet Home Alabama“, una delle hit rock per eccellenza, ma anche dalla presenza di tre chitarristi capaci di tessere trame stilistiche semplicemente uniche, per qualità e riconoscibilità delle stesse.

Di tutto ciò, “Free Bird“, ne è probabilmente l’antonomasia. Il brano, contenuto nell’album “Pronounced Leh-Nerd Skin-Nerd“, pubblicato nel 1973 per MCA Records, è senza ombra di dubbio il più identificativo della carriera, dello stile e della grandezza artistica della band. Nei suoi 9 minuti di durata, il pezzo si contraddistingue tanto per le sue liriche passionali e intense quanto per il suo ritmo crescente. La prima parte vede nella chitarra slide e nel pianoforte i suoi interpreti principali, con la voce di Ronnie Van Zant a intonare una delle metriche più riconoscibili di sempre:

“If I leave here tomorrow, would you still remember me? For I must be traveling on, now, cause there’s too many places I’ve got to see”

“But, if I stayed here with you, girl, things just couldn’t be the same, cause I’m as free as a bird now..and this bird you can not change “

Il lavoro più prezioso nel songwriting, durato circa due anni, è stato sicuramente quello del chitarrista Allen Collins, incessante e ostinato. “Aveva tutti gli accordi scritti e cercava di convincere Ronnie a scrivere dei testi. Lui, però, sosteneva che vi fossero troppi e continui cambi di accordo. Ci sono volute circa due o tre settimane in cui Allen li suonava continuamente per convincere Ronnie. Un giorno (Van Zant) disse semplicemente, ‘Ehi, suonalo di nuovo’ “, ha dichiarato tempo fa Gary Rossington – tra i fondatori della band – al programma radiofonico ‘Ultimate Classic Rock Nights

L’incedere delle chitarre, soprattutto nella seconda parte della canzone, fa sì che, al momento della sua esecuzione dal vivo, sfoci addirittura in 14 minuti di durata. Il lunghissimo assolo che dopo la seconda strofa prende il largo, sfocia in un’euforia artistica sensazionale. Un mix di potenza e aggressività che, unito a un esercizio stilistico e compositivo di qualità straordinaria, attesta “Free Bird” come un lungo grido di libertà destinato a riecheggiare nell’eternità. Esattamente come il nome Lynyrd Skynyrd, che in questi mesi intraprenderanno l’ultimo tour di una carriera straordinaria.

Fondatore e direttore editoriale del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Pink Floyd a Venezia, quel concerto leggendario tra polemiche bigotte e cumuli di rifiuti

Federico Falcone

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Stime ufficiali parlano di duecentomila persone, ma la verità è che quel giorno, a Venezia, avere reale contezza degli spettatori presenti era pressoché impossibile. Gli spazi, gestiti e organizzati in modo tale da ospitare la folla, però, non potevano tenere conto di chi si affacciava dai balconi, di chi era sui tetti, di chi, a bordo della propria imbarcazione, anche se distante, fissava con occhi estasiati il palco, consapevole di vivere un momento irripetibile. Quel 15 luglio del 1989, i Pink Floyd scrissero una delle pagine più belle della loro storia.

La band inglese, al tempo guidata dal chitarrista David Gimour ma orfana di Roger Waters, uscito dal gruppo quattro anni prima, non ha mai nascosto la profonda attrazione per le bellezze artistiche e archeologiche del nostro paese. Antonomasia di ciò è il live a Pompei, concerto capace di trascendere la mera esibizione musicale per consegnarsi alla storia come uno dei momenti più emozionanti ed esaltanti mai immortalati dal grande schermo. Uno show a tratti surreale, quasi onirico. La classe dei Pink Floyd al cospetto dell’anfiteatro romano più conosciuto al mondo, secondo solo, per fama, al Colosseo di Roma.

Dall’uscita di Waters all’esibizione a Venezia i Floyd registrarono un album, il controverso “A Momentary Lapse of Reason“, in cui però l’assenza del cantante e bassista si avvertiva come un macigno sullo stomaco, e pubblicarono un live, “Delicate Sound of Thunder” (da cui fu tratto anche un video). Se da un lato, quello creativo, si manifestava una brusca frenata, da un’altro, quello dell’appeal sul pubblico, la band inglese non risentì del tutto dell’uscita del suo naturale leader. E’ vero, l’assenza di Waters ridimensionò l’immagine del gruppo e certamente non contribuì a favorirne gli apprezzamenti da parte dei fan di ultima data, ma gli autori di quei capolavori senza tempo chiamati “The Wall” o “The Dark Side of the Moon“, giusto per citarne due a caso, erano in possesso di talmente tanta qualità, anche in chiave live, da richiamare folle oceaniche.

David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright lo sapevano, ne erano certi. Quel giorno, a Venezia, stupirono tutti, confermando il loro status di divinità musicali viventi con un concerto memorabile. Il costo del biglietto? Zero mila lire. Il concerto fu gratuito. E poi lo stage, su una piattaforma galleggiante. Qualcosa di folle, geniale, magistrale. Non stupisce, quindi, che in decine di migliaia si riversano su una delle città più belle del mondo per assistere all’ultima tappa del tour italiano della band inglese.

Ma non andò tutto liscio. Già dai giorni precedenti all’esibizione era chiaro che vi sarebbero stati dei problemi di ordine pubblico. Non vi era un percorso predefinito e chi conosce Venezia sa perfettamente che tra le sue caratteristiche non vi è quella degli spazi aperti. Inevitabilmente si crearono ingorghi, con lunghe file di gente incanalata che tentava di avanzare facendosi spazio tra i piccoli vicoli della meravigliosa città lagunare. Piazza San Marco venne presa d’assalto.

Col passare delle ore la tensione aumentò, fino a sfociare nelle cariche della polizia contro diverse decine o centinaia di ragazzi affollati, impazziti di fronte alla possibilità di vedere un concerto che non avrebbe mai più avuto un seguito. Un evento unico a cui tutti volevano assistere ma che avrebbe generato qualcosa come 400 tonnellate di immondizia e rifiuti di vario genere. Ci vollero giorni per ripulire completamente la città. La band, però, entusiasta all’idea di esibirsi il giorno del Redentore, cioè il giorno che a Venezia simboleggia la fine della peste e che si tiene il secondo sabato di luglio, partecipò di proprie tasche alle spese sostenute per mettere in piedi il concerto. Ripetiamo: i Pink Floyd finanziarono un loro concerto. Pelle d’oca.

Artefice dell’appuntamento, in principio identificato con un banale e generico “Venice, the lagoon“, fu Francesco Tomasi che, dopo aver portato i Pink Floyd per tre date all’Arena di Verona, due a Livorno e due a Cava dei Tirreni (fantastico, ndr), ebbe il lampo di genio – più una visione a dire il vero – di allestire un palco galleggiante di fronte a San Marco. Roba che solo a pensarla mette i brividi. Dio benedica i sognatori. Ma, anche qui, non andò tutto per filo e per segno, perché l’evento non fu originariamente pensato per essere realizzato nella Laguna, bensì sulla terra ferma, sull’isola della Giudecca. Dai rilievi dei tecnici e della commissione sulla sicurezza, emersero chiaramente criticità sulla sicurezza pubblica e sulla gestione dell’evento. Scattò quindi il piano B, quello che conosciamo.

Abbiamo citato i grossi cumuli di rifiuti e l’incredibile calca che non si riuscì a gestire in modo coordinato, ma non si possono non tenere in considerazione le scarse condizioni di igiene o di sicurezza oppure il formidabile lavoro di chi si preoccupò di allestire il palco, montare l’impianto audio-luci e quindi fare gli allacci della corrente. Il tutto su una piattaforma galleggiante lunga 97 metri, larga 27 metri e alta 24 metri. Un’impresa macroscopica, anche quella di tenere a freno lo humour contrastante della popolazione locale. Tra chi lamentava che tutto ciò avrebbe snaturato la festa del Redentore e chi tentò di boicottarlo fino all’ultimo, c’era anche chi, addirittura, ipotizzava che i volumi avrebbero causato il crollo del campanile.

Per la cronaca: la Soprintendenza alle Belle Arti stabilì il limite massimo di 60 decibel, non uno di più. Sempre la stessa Soprintendenza, però, non acconsentì all’utilizzo dei bagni chimici. Il motivo? “Decoro pubblico“. Secondo le stime dell’epoca, il concerto costò qualcosa come due miliardi di lire. Circa la metà di questa somma fu investita dalla Sacis, una società che vendette al resto del mondo i diritti televisivi per trasmettere il concerto in diretta per conto di mamma Rai. Grossi incassi li ebbero i commercianti, molti dei quali, in virtù dell’appuntamento, alzarono i prezzi dei propri prodotti in maniera spropositata.

La giunta comunale, di concerto con il Prefetto, valutò addirittura l’opportunità di annullare l’evento ma poi, ragionando con il cervello anziché con altre parti del corpo, ritenne più giusto che lo stesso si svolgesse. Non parliamo di settimane precedenti, ma di ore prima. Fino all’ultimo è stata valutata questa possibilità. Resta un mistero come lo avrebbero comunicato ai duecentomila spettatori senza che questi insorgessero.

Già, ma il concerto? Andò tutto relativamente bene, nel senso che venne portato a termine in modo del tutto indolore anche se, a causa degli stacchi pubblicitari della diretta, venne chiesto – e ottenuto – che Gilmour riducesse i suoi assoli. L’esibizione dei Pink Floyd durò solamente novanta minuti. La band suonò quattordici brani. A conclusione dello show si tennero gli immancabili giochi pirotecnici, tipici della festa del Redentore.

Setlist:

Shine On You Crazy Diamond (Part I-V)
Learnint to Fly
Yet Another Movie
Round and Around
Sorrow
The Dogs of War
On the Turning Away
Time
The Great Gig in the Sky
Wish You Were Here
Money
Another Brick in the Wall (Part 2)
Comfortably Numb
Run Like Hell

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Buon compleanno Terence Hill: da Trinità a Don Matteo, sempre al fianco degli italiani

Quello sguardo, quegli occhi di ghiaccio, non smetteranno mai di entusiasmare i suoi fan. Non tramonterà mai quel sorriso così coinvolgente e carismatico. Sarà impossibile dimenticare le innumerevoli battute dei suoi film leggendari

Federico Falcone

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“Mio nonno mi ha insegnato il segreto per avere una lunga vita: non fare niente per accorciarla”

Chissà che questa battuta, pronunciata da Trinità nel celebre film “Continuavano a chiamarlo Trinità” non avesse un fondamento di verità. E scusate la rima. Il protagonista della celebre pellicola, interpretato da Mario Girotti – meglio noto come Terence Hill – evidentemente deve aver fatto bene i compiti e preso alla lettera quanto rivelatogli dal nonno stesso. A distanza di 49 anni dall’uscita nelle sale cinematografiche del film che lo ha consacrato, infatti, si diverte ancora come un bambino e oggi, da eterno sognatore quale è sempre stato, si trova a spegnere 81 candeline che coincidono in gran parte con una bellissima carriera.

Alzi la mano chi non ha mai visto un suo film in compagnia del compianto e mai troppo amato Carlo Pedersoli, alias Bud Spencer. Quasi sicuramente questo appello non vedrà alcun braccio sollevato. Nel caso in cui, però, così non dovesse essere, allora si tratterà di qualcuno che molto probabilmente ha vissuto sulla luna negli ultimi 60 anni. E, in questo caso, sarà giustificato. Niente cazzottone a martello sulla testa.

Per quelli della mia generazione (30/40 anni) Terence Hill e Bud Spencer sono stati come dei padri spirituali, delle guide che, nel corso degli anni dell’adolescenza, ci hanno affiancati nei momenti bui e nei momenti di felicità. Nel bene o nel male loro c’erano e sapevi che potevi sempre contare su quella comicità che li ha resi i migliori; mai volgari, mai sopra le righe, mai altezzosi, mai costruiti. Trinità e Bambino, per chiamarli con i nomi di due dei loro personaggi più amati di sempre, sono stati più di comuni attori. Nonostante le due carriere spesso e volentieri abbiano viaggiato sugli stessi binari, anche da soli hanno lasciato il segno.

Per Hill vale sicuramente il discorso con Don Matteo che da un decennio a questa parte tiene incollati allo schermo milioni di telespettatori. Un format riuscito alla grande che non vuole saperne di cedere il passo alle serie tv più moderne, più complesse nelle trame, più cool, più dispendiose. Dove c’è il personaggio amato – e Terence lo è per davvero – c’è il successo. Dettato, quest’ultimo, da qualcosa che, al netto del talento e delle idee, non si può comprare: l’amore del pubblico, la cosidetta famiglia allargata. Con Bud Spencer il legame si è definitivamente interrotto il 27 giugno 2017, quando l’ex campione di nuoto è volato in cielo. Insieme hanno promosso la diffusione dello spaghetti-western, genere di punta della produzione italiana degli anni ’70.

Terence Hill è ancora oggi uno tra gli attori italiani più amati in assoluto

Quello sguardo, quegli occhi di ghiaccio, non smetteranno mai di entusiasmare i suoi fan. Non tramonterà mai quel sorriso così coinvolgente e carismatico. Sarà impossibile dimenticare le innumerevoli battute dei suoi film leggendari. Sarà impossibile smettere di volergli bene, di sentirlo uno di famiglia e di volerlo accanto sempre e in ogni circostanza. Perché, caro Trinità, per chi è cresciuto guardandoti allo schermo, non c’è Hollywood che tenga, non ci sono supereroi Marvel che possano sostituirti, non ci può essere western dei fratelli Coen capace di far passare in secondo piano i tuoi. La saga di Trinità, “Chi trova un amico trova un tesoro”, “Dio perdona…io no”, “…Piu forte, ragazzi”, “Altrimenti ci arrabbiamo”, “Pari e dispari”, “Il mio nome è Nessuno”, “Renegade, un osso troppo duro”, “Lucky Luke”, sono solo alcuni dei suoi film immortali. Anche tra 100, 200, 300 anni, si parlerà di te, dei tuoi film e del tuo fratellone Bud. Buon compleanno!

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Dennis Rodman, cioè la follia al servizio del basket. Dal cinema alla musica, dal wrestling alle mode, ritratto di un precursore a tutto tondo

Appassionato di moda, musica , wrestling e cinema. Il suo essere istrionico e consapevolmente lontano dall’ordinarietà, lo resero uno tra i personaggi più indecifrabili degli anni ’90 e 2000. In una sola parola: inimitabile

Federico Falcone

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“Metterò cinque milioni di dollari in banca, vivrò di interessi e mi sballerò di feste”

Era il 1995 e Dennis Rodman, in riferimento al contratto appena firmato, utilizzò queste parole per presentarsi ai tifosi dei Chicago Bulls, squadra con la quale si sarebbe consacrato come uno dei migliori rimbalzisti di tutti i tempi grazie ai circa 12.000 raccolti. Fu di parola, mantenendo fede alle sue intenzioni. L’ex stella dei Detroit Pistons, team nel quale militò per sette stagioni assieme ad altri Bad Boys del calibro di Bill Laimbeer, Isaiah Thomas e Joe Dumars, era appena entrato sotto l’ala protettrice di Michael Jordan, semplicemente il giocatore più forte della storia del basket.

Il Verme“, così era soprannominato il nativo del New Jersey, andò a comporre un nuovo, straordinario, Big Three assieme a Scottie Pippen e, appunto MJ23. Come racconta Roland Lazenby nel libro “Micheal Jordan, la vita“, Rodman si presentò a Chicago con i “capelli tinti di un rosso-Bulls e un toro nero sulla nuca, le unghie erano smaltate con i colori sociali“.

Nella città dei gangstar movie per eccellenza tutti si innamorarono del Verme. Il suo ingresso in campo era accompagnato da ovazioni e lui, per tutta risposta, finita la partita si guardava intorno, individuava uno spettatore e gli regalava la sua maglietta. Nel 99,99% dei casi si trattava di donne. Estroso, folle, imprevedibile, esaltante, coinvolgente, tutto ciò non basterebbe per descrivere appieno l’uomo e il giocatore. Sul parquet era atletico e dinamico oltre modo, ma anche intimidatorio sotto canestro, competitivo e carismatico come pochi altri colleghi. Lontano dal campo da gioco, invece, era una miscela esplosiva di esaltazione e timidezza.

“Il 50% della vita nella Nba è sesso. L’altro 50% è denaro”

No, non è una contraddizione, perché se Rodman appariva esaltante (ed esaltato), anche quando non indossava la divisa da gioco, i compagni di squadra giudicavano i suoi atteggiamenti come una risposta a un carattere fragile, spesso in balia di un ruolo che si era cucito addosso. Una vita di eccessi che spesso lo avrebbe cacciato nei guai, complice l’assenza di una figura paterna e un tentativo – fortunatamente non andato a buon fine – di suicideio nel 1993. La vita del Verme non era solamente la palla a spicchi. Appassionato di moda (interscambiabile tra maschile e femminile), musica , wrestling e cinema. Il suo essere istrionico e consapevolmente lontano dall’ordinarietà, lo resero uno tra i personaggi più indecifrabili degli anni ’90 e 2000. In una sola parola: inimitabile.

I cinque titoli Nba e il premio come miglior rimbalzista della lega per ben sette volte lo classificano nettamente come un vincente nato. Ma nel curriculum di Rodman c’è di più. Come dimenticare il sodalizio con Hulk Hogan nella stable della Nwo nell’allora Wcw di wrestling? Il primo incontro avvenne nel 1997, in pieno periodo Bulls (quelli del secondo three peat). L’anno successivo arrivò a scontrarsi sul ring con Karl “Il Postino” Malone, glorioso avversario degli Utah Jazz (quelli delle finali Nba dell’anno precedente) e tutt’ora tra i massimi realizzatori di ogni epoca. Un appeal commerciale, quello del Verme, che, dal suo approdo a Chicago, esplose esponenzialmente.

L’esordio nel wrestling determinò anche la sua scalata all’esposizione mediatica lontano dal basket. Da quel momento in avanti furono numerose le apparizioni televisive dove si presentava conciato nella maniera più eccentrica immaginabile (a volte anche contro ogni immaginazione). Precursore di mode e stili (piercing, tatuaggi e acconciature semplicemente folli e imbarazzanti), Rodman scrisse anche un’autobiografia, contenente alcune delle sue più memorabili gesta, dal titolo “Bad as I wanna be“. Il giorno della presentazione – era il 1996 – si presentò con un abito da sposa. Un titolo, un programma, insomma. Per non parlare delle donne, poi, vera croce e delizia della sua vita. Fra le varie centinaia che si è ventato di aver avuto, vale la pena citare su tutte la bellissima Carmen Electra con la quale è stato spostato dal novembre 1998 all’aprile del 1999. Dev’essere stato un periodo lunghissimo per entrambi.

Capitolo a parte è quello relativo al suo rapporto con Madonna. Nel 1994 fecero coppia per qualche mese. Lo scorso autunno Rodman ha rilasciato un’intervista al The Breakfast Club nel quale ha dichiarato: “Madonna mi ha detto che se l’avessi messa incinta mi avrebbe dato 20 milioni. Se il bambino fosse nato ovviamente. Una volta mi ha chiamato per dirmi che stava ovulando. Lei era a New York, a casa sua, io in un casinò di Las Vegas a giocare a dadi. Le ho detto che sarei arrivato: ha mandato un aereo a prendermi all’aeroporto, sono andato a casa sua, ho fatto quello che dovevo e sono tornato a Las Vegas a giocare a dadi. E’ stata una cosa passeggera ma intensa. Ci siamo trovati nel momento perfetto: la sua carriera al tempo era in una fase di stallo mentre io ero in ascesa. Ci siamo motivati a vicenda, riuscendo per un po’ ad andare nella stessa direzione”.

E poi il cinema, altro amore del Verme. Fra le varie pellicole ricordiamo “Double Team – Gioco di squadra” con Jean Claude Van Damme. La sua incredibile prestazione dietro lo schermo gli valse il poco ambito premio del Razzie Awards nella categoria “Peggior Coppia“, ma anche in quella di “Peggior Esordiente“. Un double niente male, se consideriamo che nel 1997 oltre a vincere titoli Nba si dedicava a una carriera parallela sul grande schermo. In “The Minis” Rodman guida una squadra di basket composta da…nani. E niente, fa già ridere così. In “Cutaway” recita al fianco di Tom Berenger e Stephen Baldwin. Gira “Superagente speciale” e “Superagente Simon“, presta il suo volto a cartoni animati e serie tv, b-movie e svariate altre comparsate sparse qua e là. Nel 1998 esce “No Limits, la vera storia di Dennis Rodman“, racconto di chi o cosa era il Verme in quegli anni, all’apice del successo Bulls.

Le sue incursioni nel campo musicale sono, se possibile, ancora peggiori e disarmanti di quelle cinematografiche. Appassionato di rap ha provato in più di un’occasione e con risultati non esattamente positivi a mettersi dietro un microfono per dare sfogo alla sua creatività. Ecco, diciamo che poteva fare di meglio. Non solo rap, anche grunge. Come quando, non molto tempo fa, raggiunse i Pearl Jam durante un loro concerto a Chicago. Una volta sul palco si è preoccupato di consegnare un ukulele a divertito Eddie Vedder. Prima di lasciare il palco ha affermato: “Ci sono due gruppi di persone che mi hanno sempre supportato, Corea del Nord (lasciamo da parte questo capitolo, ndr) e Chicago. Voi persone qui siete le uniche persone su questo pianeta Terra che mi ha dato supporto. So una cosa: il giorno della mia morte, mi assicurerò di essere sepolto a Chicago“.

Insomma, non basterebbero fiumi di inchiostro per raccontare tutta l’aneddotistica che circonda Dennis Rodman. Se dovessimo giudicarlo sulla base delle sue qualità espresse nelle attività in cui si è lanciato, dovremmo fermarci – per evidenti ragioni – al basket, sport nel quale a lunghi tratti è stato dominante. Ma no, i numeri sono volgari e insufficienti per descrivere la portata del personaggio. Come detto, precursore di mode e stili, sempre proiettato sullo scandalo, mai fine a se stesso ma sempre incline a lasciare traccia, l’ex 91 dei Bulls ha lasciato un’impronta indelebile negli anni ’90. Fra le varie “cose belle” che lo circondano, ce n’è una in particolare, però: il non sapere mai cosa aspettarci da lui. Chissà quante altre ne vedremo in futuro…

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