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“Free Bird”, il grido di libertà dei Lynyrd Skynyrd che richieggia nell’eternità

Federico Falcone Posted On 4 Gennaio 2020
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Lynyrd Skynyd e quell’inno alla ribellione chiamato “Free Bird“. La libertà era il desiderio primario e irrinunciabile di coloro i quali nascevano negli Stati Uniti del periodo immediatamente successivo alla conclusione della Seconda Guerra Mondiale. Un concetto e un ideale, specialmente per chi proveniva dal sud degli States, la parte più viscerale e conservatrice del Paese, spesso contraddittoria per dinamiche sociali e culturali.

Di contrasti, in quegli anni, e in quei territori, ve ne erano molti, e tutti piuttosto eclatanti laddove non concretamente gravi.

Questa era l’aria che si respirava in quel periodo anche a Jacksonville, Florida. Le contaminazioni non necessariamente rappresentavano il progresso e il progresso non sempre veniva considerato in termini positivi. A taluni, di guardare avanti, agli orizzonti del nuovo mondo, non interessava affatto. Gli anni ’60, poi, furono il periodo della piena esplosione hippie, la sottocultura nata dalla Beat Generation che a colpi di margheritine e messaggi di pace prendeva a calci i salotti dei benpensanti e del ceto borghese. Sesso, droga e rock’n’roll non furono un mero pretesto per lasciarsi andare ai fumi della trasgressione, ma uno stile di vita da portare avanti con coerenza e perseveranza.

Leggi anche: “Skid Row”: Sebastian Bach celebrerà il 35° anniversario dell’album d’esordio della band

Un’avanguardia progressista elevata a credo

Alla metà dei Sixties tre sbarbatelli liceali, redneck nel dna e appassionati di blues, country e Rolling Stones, decisero di formare una band per ripercorrere le orme dei loro miti e uscire dall’anonimato di un distretto devoto alla mediocrità (come da loro stessi sottolineato in più di una occasione). Ronnie Van Zant, Allen Collins e Gary Rossington, questi i loro nomi, diedero vita a una tra le band più folgoranti e influenti della storia del rock a stelle e strisce, i Lynyrd Skynyrd.

Il moniker del gruppo, impronunciabile per i più a causa di una non bene precisata dizione, nacque dalla storpiatura del nome del professore di educazione fisica della scuola che i giovani frequentavano, la E.Lee High School. Ma perché proprio il povero Leonard Skinner? Semplice, odiava i capelloni. Cosa non rara in quel periodo. Da qui la presa in giro, innocente e divertente. Con l’insegnante i rapporti si sarebbero distesi col tempo, tanto da arrivare all’amicizia.

Il grido di libertà dei Lynyrd Skynyrd è ricorrente in tutta la loro discografia. Scorribande il sabato sera, corse con le macchine, serate di vizi e stravizi, ballate d’amore, celebrazioni nostalgiche e una forte devozione alla propria terra natia e agli usi e consuetudini del posto. Il trademark della band non è segnato solo dalle liriche che hanno reso il ritornello di “Sweet Home Alabama” una delle hit rock per eccellenza, ma anche dalla presenza di tre chitarristi capaci di tessere trame stilistiche semplicemente uniche, per qualità e riconoscibilità delle stesse.

Di tutto ciò, “Free Bird“, ne è probabilmente l’antonomasia. Il brano, contenuto nell’album “Pronounced Leh-Nerd Skin-Nerd“, pubblicato nel 1973 per MCA Records, è senza ombra di dubbio il più identificativo della carriera, dello stile e della grandezza artistica della band. Nei suoi 9 minuti di durata, il pezzo si contraddistingue tanto per le sue liriche passionali e intense quanto per il suo ritmo crescente.

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La prima parte vede nella chitarra slide e nel pianoforte i suoi interpreti principali, con la voce di Ronnie Van Zant a intonare una delle metriche più riconoscibili di sempre:

“If I leave here tomorrow, would you still remember me? For I must be traveling on, now, cause there’s too many places I’ve got to see”

“But, if I stayed here with you, girl, things just couldn’t be the same, cause I’m as free as a bird now..and this bird you can not change “

Il lavoro più prezioso nel songwriting, durato circa due anni, è stato sicuramente quello del chitarrista Allen Collins, incessante e ostinato. “Aveva tutti gli accordi scritti e cercava di convincere Ronnie a scrivere dei testi. Lui, però, sosteneva che vi fossero troppi e continui cambi di accordo. Ci sono volute circa due o tre settimane in cui Allen li suonava continuamente per convincere Ronnie. Un giorno (Van Zant) disse semplicemente, ‘Ehi, suonalo di nuovo’ “, dichiarò Gary Rossington – tra i fondatori della band – al programma radiofonico ‘Ultimate Classic Rock Nights‘

L’incedere delle chitarre, soprattutto nella seconda parte della canzone, fa sì che, al momento della sua esecuzione dal vivo, sfoci addirittura in 14 minuti di durata. Il lunghissimo assolo che dopo la seconda strofa prende il largo, sfocia in un’euforia artistica sensazionale.

Un mix di potenza e aggressività che, unito a un esercizio stilistico e compositivo di qualità straordinaria, attesta “Free Bird” come un lungo grido di libertà destinato a riecheggiare nell’eternità.

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