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Cinema

Ridley Scott ha scelto, sarà Lady Gaga la protagonista del film sull’omicidio Gucci

Lady Gaga torna sul grande schermo. Dopo il successo di A Star is Born, interpreterà Patrizia Reggiani nel film sull’omicidio Gucci

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Lady Gaga e il cinema, un amore che si rinnova. Dopo lo straordinario successo ottenuto con “A Star is Born” in compagnia del collega/amante/fidanzato e chi più ne ha più ne metta, Bradley Cooper, Stefani Joanne Angelina Germanotta ci ha preso gusto. Il grande schermo l’attrae e se l’esordio al cinema le ha consentito di portare a casa un premio Oscar per la “Miglior canzone originale” (Shallow) e una candidatura all’Oscar come “Migliore attrice protagonista“, allora non c’è motivo di pensare che il successo non possa replicarsi.

Anche Ridley Scott deve essere dello stesso avviso. Il regista britannico classe 1937, autore di alcuni dei più grandi capolavori della storia del cinema come Blade Runner, Il Gladiatore, Alien, Thelma & Louise, ha individuato in Lady Gaga l’attrice giusta per interpretare Patrizia Reggiani nel film che racconterà la storia e le vicende legate attorno all’omicidio Gucci, avvenuto a Milano nel 1995.

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Space Jam 2, è polemica sul film: bocciato dalla critica americana

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Da semplice voce di corridoio a realtà sempre più tangibile. Quello di Space Jam 2 o Space Jam: New Legacy è stato un percorso travagliato, fatto per lo più di rumors e dicerie varie. Ma alla fine è successo, ed il 16 luglio nelle sale americane (in Italia il 23 settembre) è uscito il secondo capitolo del celebre film del 1996 con Michael Jordan. Questa volta, dopo ben 25 anni, è toccato alla superstar dell’NBA LeBron James il ruolo di protagonista, affiancato come di consueto dai Looney Tones capeggiati da Bugs e Lola Bunny

Un sogno per tutti i ragazzi nati negli anni ’90 che finalmente hanno potuto immergersi nuovamente in quelle fantastiche animazioni, dove realtà e finzione si incrociano in quello che all’epoca fu una pellicola generazionale. Ma, ahinoi, non è tutto oro quel che luccica, soprattutto se trailer e pubblicità in generale presentavano un prodotto che al contrario si è rivelato essere un flop. Quantomeno per la critica. Dopo nemmeno una settimana dall’uscita negli USA, Space Jam 2 è stato letteralmente stroncato dai maggiori siti e critici, compreso il celebre Rotten Tomatoes:

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«Despite LeBron James’ best efforts to make a winning team out of the Tune Squad, Space Jam: A New Legacy trades the zany, meta humor of its predecessor for a shameless, tired exercise in IP-driven branding» (Nonostante l’impegno di James nel far vincere la Tune Squad, Space Jam 2 sostituisce lo humor demenziale del primo capitolo con un vergognoso e sfiancante esercizio di branding).

Ed è proprio la parola “branding” la vera protagonista (o antagonista, fate voi) all’interno del film. Ma cosa vuol dire? Per farla breve e semplice: il branding è una tecnica di marketing attraverso la quale si presenta un prodotto che si vuole vendere. Detto in altri termini: è la strategia per convincere un cliente a propendere per un marchio anziché un altro. Tutto ciò, direte voi, come si collega con Space Jam 2? La critica americana è stata molto chiara in merito, definendo il film di Malcolm D. Lee un nemmeno troppo velato becero tentativo di fare pubblicità a HBO Max, la piattaforma in streaming che distribuisce la pellicola.

NB, prima di continuare: il film ancora non lo abbiamo visto; ciò che leggerete è frutto di una summa delle critiche americane.

Il motivo che ha spinto molti a definirlo, gergalmente parlando, una “marchetta” è la grande differenza che si è ravvisata con il primo capitolo. Tolte le varie similitudini di trama, che vedono la Tune Squad contro gli alieni da una parte e il mondo virtuale dall’altra, il film del 1996 aveva un senso. Per quanto banale e fantastica potesse essere la narrazione, Space Jam una sua logica ce l’aveva e, soprattutto, faceva ridere. Il secondo, invece, preferisce strizzare continuamente l’occhio ad HBO Max e Warner Bros a dispetto di evidenti carenze. In generale il film con LeBron James risulta essere sovraccarico, un calderone nel quale sono stati buttati a caso la maggior parte dei personaggi la cui proprietà intellettuale appartiene a Warner Bros. Troveremo, tra i tanti, riferimenti a Mad Max, Game of Thrones, Harry Potter e perfino Casablanca del 1942.

Insomma, sembra proprio che 25 anni dopo le cose siano cambiate in peggio. Non che il primo capitolo fosse esente dal discorso del marketing, ma come del resto qualunque produzione cinematografica. Era logico all’epoca come oggi che Warner Bros volesse tirare acqua al suo mulino. Tuttavia ciò che ha fatto arrabbiare fan e critici sono le modalità con cui è stato fatto. Space Jam 2 è stato visto come una presa in giro nei confronti del fruitore che si è sentito un mero oggetto al soldo del colosso americano. Una critica ed un controsenso ben espressi da Bilge Ebiri su Vulture: il film con una mano accarezza e con l’altra accoltella. Da una parte critica il tentativo di un colosso di inglobare il classico, ma dall’altra fa esattamente questo.

Onde evitare di aprire un’illegale diatriba tra i fan di Miacheal Jordan e LeBron James, ci limitiamo a dire che non è sbagliato inserire un personaggio famoso in un film che non sia propriamente un attore. Dalle pubblicità agli sponsor è dall’alba dei tempi che i volti noti vengano usati come testimonial. Ma è altresì vero che le modalità fanno la differenza. Michael Jordan era arrivato quasi a fine carriera, tant’è che il film venne girato durante il periodo di ritiro. Ma aveva comunque una fama a livello planetario. Alla fine dei conti l’ex giocatore risultò più un contorno, un valore aggiunto al film anziché una figura di marketing. Con James invece è stato esattamente l’opposto, e pubblico e critica americani lo hanno capito al volo.

Ai posteri l’ardua sentenza dunque. Il film lo vedremo perchè si tratta pur sempre di Space Jam, ma sicuramente faremo attenzione a questi dettagli rilevanti che sono emersi in questi giorni.

Photocredits by Wikipedia

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Cinema

Gus Van Sant: la metafora del male banale e il potere del realismo in “Elephant”

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Nato a Lousville (Kentucky) il 24 luglio 1952, il regista indipendente Gus Van Sant è senza dubbio uno degli artisti che è riuscito a descrivere al meglio un gigantesco vuoto generazionale, una realtà arida e un male banale, consumato spesso per noia facendo leva su un cinema semplice, privo di colpi scena e di drammaticità esasperata.

Nella sua carriera venne nominato due volte agli Oscar per la Miglior regia, nel 1998 per “Will Hunting – Genio ribelle” e nel 2009 per “Milk”.

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“ELEPHNAT” E LA STRAGE DELLA COLUMBINE HIGH SCHOOL

Un realismo spiazzante emana da ogni fotogramma di “Elephant”, la pellicola del regista che nel 2003 trionfò al Festival di Cannes, la quale vinse la Palma d’oro per il Miglior film e il premio per la Miglior regia.

Partendo da un fatto di cronaca nera realmente accaduto il 20 aprile 1999 in una scuola del Colorado, la Columbine High School, all’interno della quale due studenti non ancora maggiorenni uccisero, impugnando un mitra, un professore e dodici ragazzi per poi suicidarsi, Gus Van Sant creò una pellicola spiazzante, un vero pugno nello stomaco intrisa di un realismo devastante.

Leggi anche: ““La ragazza con il braccialetto”: il courtroom drama di Stéphane Demoustier da agosto al cinema”

Ed è proprio in questa caratteristica che risiede il potere di “Elephant, pellicola della durata di 80 minuti nella quale il regista ricostruì una normale e comune giornata all’interno della scuola americana. Nulla di straordinario, nulla di epico. Dialoghi normali e comuni tra adolescenti, ripresi attraverso lunghissimi piani sequenza, alle prese con i mille problemi tipici dell’adolescenza.

Molti registi che si sono cimentati in lavori di questo tipo, partendo da eventi di cronaca così macabri, hanno spesso cercato di dare una sorta di spiegazione -per quanto questa possa esistere- alle azioni scellerate delle persone interessate. Gus Van Sant no. E questo è un altro degli assoluti punti di forza di “Elephant”, e cioè il fatto che il regista scelse di non fornire una spiegazione, una logica o una qualche motivazione concreta sul perché due adolescenti potessero aver commesso un gesto così estremo.

Certo, la tristezza si avverte, una violenza latente si percepisce e la solitudine anche. Ma queste caratteristiche sono sufficienti a dare allo spettatore una sorta di motivazione sull’accaduto? No, anche per il fatto che la psicologia dei personaggi è sviluppata in maniera, volutamente, superficiale e non si ha la possibilità di “conoscerli” in maniera più approfondita.

L’AGGHIACCIANTE “BANALITÀ DEL MALE”

Un male banale direbbe la filosofa Hanna Arendt. Un male non delineato, vuoto, privo di senso e inesplicabile. E per questo ancora più agghiacciante. Per mettere in scena il realismo puro a cui aspirava, Gus Van Sant scelse tutti attori non professionisti, i quali in “Elephant” vengono pedinati e osservati, ma mai giudicati, nell’arco di circa mezza giornata tra i corridoi e le stanze della scuola.

IL PROVERBIO DELL’ELEFANTE NELLA STANZA

E il titolo? Il regista scelse “Elephant” rifacendosi al proverbio dell’elefante nella stanza, il quale indica una verità che per quanto ovvia sia, viene ignorata. Un elefante in una stanza sarebbe impossibile da non notare, ma se tutti faranno finta che questo non esista, il problema ai loro occhi sparirà, pur essendo ancora presente in maniera evidente.  

UNO SGUARDO PROFONDO SULL’ADOLESCENZA

E se “Elephant” è la perla del regista americano, questi ha regalato alla settima arte altri gioielli. Ricordiamo “Will Hunting – Genio ribelle” del 1997 in cui il regista raccontò la commovente e profonda storia di amicizia e formazione con protagonista un giovanissimo Matt Damon, al fianco di uno straordinario Robin Williams, il quale si aggiudicò l’Oscar come Miglior attore non protagonista.

MATT DAMON (WILL) E ROBIN WILLIAMS (SEAN) IN “GENIO RIBELLE”

Nel 2007 presentò “Paranoid Park”, tratto dall’omonimo romanzo di Blake Nelson. In questo lavoro il regista diede prova di saper trattare ed esaminare in maniera notevole e profonda il tema delicato dell’adolescenza, quasi a volerla preservare e custodire all’interno di un mondo adulto nichilista e distratto.

GABE NEVINS (ALEX) IN “PARANOID PARK”

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“La ragazza con il braccialetto”: il courtroom drama di Stéphane Demoustier da agosto al cinema

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Presentato con successo in Piazza Grande al Festival di Locarno e Vincitore del Premio César per la Miglior Sceneggiatura non originale per i suoi dialoghi tesi e avvincenti, “La ragazza con il braccialetto” diretto dal francese Stéphane Demoustier (Terra battuta, Cléo & Paul) arriva finalmente nelle sale italiane, distribuito da Satine Film, a partire dal 26 agosto.

Al centro del film, la vita di Lise, un’ enigmatica adolescente accusata dell’ omicidio della sua migliore amica e costretta, in attesa del giudizio in Corte d’ Assise, a portare alla caviglia un braccialetto elettronico. I suoi genitori la sostengono, cercando la maniera migliore di far fronte al dramma che ha colpito la famiglia, ma, durante il processo, emergono aspetti della personalità di Lise inattesi e sconcertanti, che rendono difficile anche per loro discernere la verità.

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CHI È DAVVERO LISE? CONOSCIAMO DAVVERO CHI AMIAMO?

La Ragazza con il Braccialetto” è un courtroom drama incalzante e appassionante per i toni del dibattimento con cui difesa e pubblico ministero sostengono e dipanano le reciproche argomentazioni.

Leggi anche: ““A Classic Horror Story”: il nuovo film Netflix tra sacrifici e leggende popolari”

Al tempo stesso, il suo racconto apre uno squarcio sul mondo inquieto dell’ adolescenza, interrogandosi su quanto un giudizio morale possa essere condizionante nella società attuale, che sembra non comprendere più i giovani e i loro comportamenti. 

LA TRAMA DEL FILM, TRA ACCUSE E DIFESE

Lise ha 18 anni e un braccialetto elettronico alla caviglia. Accusata due anni prima del presunto omicidio della sua migliore amica, attende il processo a casa dei genitori, Bruno e Céline che la sostengono, ciascuno a suo modo, interrogandosi sulla maniera migliore di fare fronte al dramma familiare. Bruno è un padre protettivo, Cèline una madre bloccata davanti al destino della figlia. Un destino che si gioca in tribunale tra accuse e difese, confessioni e testimonianze che finiscono per rivelare una vita intima dell’imputata inattesa e sconcertante, e rendono difficile discernere la verità.

IL POSTER DEL FILM

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