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Netflix lancia “Luna Nera” e denuncia la violenza di genere. A Milano la video installazione

La serie tv italiana, come detto, arriverà sulla piattaforma di streaming digitale a partire da quest’oggi. Prodotta da Fandango e ambientata in un paesino del centro Italia del XVII sec. si articolerà in sei episodi.

Marielisa Serone

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Una installazione video nella quale si alternano insulti, offese, epiteti della peggior specie nei confronti delle donne. In questo consiste “Luna Nera“, in una denuncia sulla violenza di genere, in questo caso verbale e psicologica, per lanciare la nuova serie targata Netflix che andrà in onda a partire dal 31 gennaio.

Il parallelismo è quello con la caccia alle streghe e il rogo dove venivano bruciate. Internet, il web, il lessico comune sono un grande rogo che arde e si alimenta di misoginia, violenza di genere, pregiudizi e offese gratuite. L’installazione, presente in piazza XXV aprile a Milano, richiede la presenza di un adulto per i minori e mira dritta al cuore del problema: presentare il fenomeno per quello che realmente è, senza filtri o censure.

Come riportato dal Corriere della Sera, “Le parole e le frasi d’odio proiettate sono frutto della ricerca di un software dotato di intelligenza artificiale che ha rintracciato ed estratto più di 7.000 insulti – tra le decine di migliaia presenti nel web – verso le donne pubblicati sui principali social network”.

Oltre la metafora, “roghi contemporanei e roghi di un tempo che fu” ci aiutano a rivolgere lo sguardo vero quel punto di non ritorno che è l’odio verso il di-verso. L’iconografia intorno a quella che fu la caccia alle streghe appare come un monito, una punizione esemplare alle donne che osano disobbedire alle regole di una società rigidamente gerarchizzata. Ecco dove si invera questo metaforico parallelo. Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

La serie tv italiana, come detto, arriverà sulla piattaforma di streaming digitale a partire da quest’oggi. Prodotta da Fandango e ambientata in un paesino del centro Italia del XVII sec. si articolerà in sei episodi.

Filosofa, cineasta e femminista di montagna, incessantemente lotta e filosofeggia per riportare alla luce il valore fondante delle vulnerabilità. Vive nell’Abruzzo montano con 11 gatti, studia e lavora per la progettazione e le relazioni pubbliche della Peperonitto, agenzia di produzione esecutiva per l’audiovisivo e la comunicazione, che ha contribuito a fondare. E' filosofa e counselor filosofica. Nel 2018 viene coinvolta da Fabrice Olivier Dubosc nel gruppo di lavoro di Clinica della Crisi, dal quale, dopo un anno, viene fuori il progetto culturale prima e editoriale poi del “Lessico della Crisi e del Possibile”, edito da SEB27 – di cui è coautrice.

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Gianni Minà ricorda Maradona: leale e sincero, ha pagato il suo non essere omologato

Redazione

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Di Gianni Minà

Con Maradona il mio rapporto è stato sempre molto franco.

Io rispettavo il campione, il genio del pallone, ma anche l’uomo, sul quale sapevo di non avere alcun diritto, solo perché lui era un personaggio pubblico e io un giornalista. Per questo credo lui abbia sempre rispettato anche i miei diritti e la mia esigenza, a volte, di proporgli domande scabrose.

So che la comunicazione moderna spesso crede di poter disporre di un campione, di un artista soltanto perché la sua fama lo obbligherebbe a dire sempre di sì alle presunte esigenze giornalistiche e commerciali dell’industria dei media. Maradona, che ha spesso rifiutato questa logica ambigua, è stato tante volte criminalizzato.

Una sorte che non è toccata invece, per esempio, a Platini, che come Diego ha detto sempre no a questa arroganza del giornalismo moderno, ma ha avuto l’accortezza di non farlo brutalmente, muro contro muro, bensì annunciando, magari con un sorriso sarcastico, al cronista prepotente o pettegolo “dopo quello che hai scritto oggi, sei squalificato per sei mesi. Torna da me al compimento di questo tempo”.

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Era sicuro, l’ironico francese, che non solo il suo interlocutore assalito dall’imbarazzo non avrebbe replicato, ma che la Juventus lo avrebbe protetto da qualunque successiva polemica.

A Maradona questa tutela a Napoli non è stata concessa, anzi, per tentare di non pagargli gli ultimi due anni di contratto, malgrado le tante vittorie che aveva regalato in pochi anni agli azzurri, nel 1991 gli fu preparata una bella trappola nelle operazioni antidoping successive a una partita con il Bari, in modo che fosse costretto ad andarsene dall’ Italia rapidamente. Eppure nessuno, né il presidente Ferlaino, né i suoi compagni (che per questo ancora adesso lo adorano) né i giornalisti, né il pubblico di Napoli, hanno mai avuto motivo di dubitare della lealtà di Diego.

Io, in questo breve ricordo, a conferma di questa affermazione, voglio segnalare un semplice episodio riguardante il nostro rapporto di reciproco rispetto.

Per i Mondiali del ’90, con l’aiuto del direttore di Rai Uno Carlo Fuscagni, mi ero ritagliato uno spazio la notte, dopo l’ultimo telegiornale, dove proponevo ritratti o testimonianze dell’evento
in corso, al di fuori delle solite banalità tecniche o tattiche. Questa piccola trasmissione intitolata “Zona Cesarini”, aveva suscitato però il fastidio dei giovani cronisti d’assalto (diciamo così…) che occupavano, in quella stagione, senza smalto, tutto lo spazio possibile ad ogni ora del giorno e della notte.

La circostanza non era sfuggita a Maradona ed era stata sufficiente per avere tutta la sua simpatia e collaborazione. Così, nel pomeriggio prima della semifinale Argentina-Italia, allo stadio di Fuorigrotta di Napoli, davanti a un pubblico diviso fra l’amore per la nostra nazionale e la passione per lui, Diego, mi promise per telefono: “Comunque vada verrò al tuo microfono a darti il mio commento. E tengo a precisare, solo al tuo microfono”.

La partita andò come tutti sanno. Gol di Schillaci e pareggio di Caniggia per un’uscita un po’ avventata di Zenga. Poi supplementari e calci di rigore con l’ultimo, quello fondamentale, messo a segno proprio da quello che i napoletani chiamavano ormai “Isso”, cioè Lui, il Dio del pallone.
L’atmosfera rifletteva un grande disagio. Maradona, per la seconda volta in quattro anni, aveva riportato un’Argentina peggiore di quella del Messico, alla finale di un Mondiale che la Germania, qualche giorno dopo, gli avrebbe sottratto per un rigore regalato dall’arbitro messicano Codesal, genero del vicepresidente della Fifa Guillermo Cañedo, sodale di Havelange, il presidente brasiliano del massimo ente calcistico, che non avrebbe sopportato due vittorie di seguito dell’Argentina, durante l’ultima parte della sua gestione.

C’erano tutte le possibilità, quindi, che Maradona disertasse l’appuntamento. E invece non avevo fatto a tempo a scendere negli spogliatoi, che dall’enorme porta che divideva gli stanzoni
delle docce dalle salette delle tv, comparve, in tenuta da gioco, sporco di fango e erba, Diego, che chiedeva di me, dribblando perfino i colleghi argentini.

C’era, è vero, nel suo sguardo, un’espressione un po’ ironica di sfida e di rivalsa verso un ambiente che in quel Mondiale, non gli aveva perdonato nulla, ma c’era anche il suo culto per la lealtà che, per esempio, lo aveva fatto espellere dal campo solo un paio di volte in quasi vent’anni di calcio.

Cominciammo l’intervista, la più ambita al mondo in quel momento, da qualunque network.
Era un programma registrato che doveva andare in onda mezz’ora dopo, perché più di trent’anni di Rai non mi avevano fatto “meritare” l’onore della diretta, concessa invece al cicaleggio più inutile.
Ma a metà del lavoro eravamo stati interrotti brutalmente non tanto da Galeazzi (al quale per l’incombente tg Diego concesse un paio di battute) ma da alcuni di quei cronisti d’assalto che già
giudicavano la Rai cosa propria e che pur avendo una postazione vicina ai pullman delle squadre, volevano accaparrarsi anche quella dove io stavo intervistando Maradona.

El Pibe de Oro fu tranciante: “Sono qui per parlare con Minà. Sono d’accordo con lui da ieri. Se avete bisogno di me prendete contatto con l’ufficio stampa della Nazionale argentina. Se ci sarà tempo vi accorderemo qualche minuto.”

Aspettò in piedi, vicino a me, che terminasse l’intervista con un impavido dirigente del calcio italiano, disposto a parlare in quella serata di desolazione, poi si risedette, battemmo un nuovo ciak e terminammo il nostro dialogo interrotto. Quella testimonianza speciale, di circa venti minuti, fu richiesta anche dai colleghi argentini, e andò in onda (riannodate le due parti) dopo il telegiornale della notte. Fu un’intervista unica e giornalisticamente irripetibile, solo per l’abitudine di Diego Maradona a mantenere le parole date.

Lo stesso aveva fatto per i Mondiali americani del ’94 quando aveva accettato per due volte di ritornare all’attività agonistica in nazionale prima per assicurare la partecipazione alla querida Argentina nel match di spareggio contro l’Australia e poi giocando tre partite all’inizio dei Mondiali stessi, prima che lo fermassero. Eppure, val la pena ricordarlo, nel momento in cui, con un’accusa ridicola era stato sospeso per doping dopo le prime due partite.

La Federazione del suo amato paese non aveva mandato nemmeno un avvocato a respingere legalmente l’imputazione che non stava in piedi: “Hanno preferito trafiggere con un coltello il cuore di un bambino” aveva commentato Fernando Signorini, il suo allenatore e consigliere, quando la mattina dopo ci eravamo incontrati. L’intervista da un motel dove aveva soggiornato con i parenti l’avevo ottenuta io. I giapponesi l’avevano mandata in diretta e i francesi in differita, un po’ di ore dopo, non credendola possibile.

Così, insomma, questo modo di comportarsi da grande e da piccino lo ha portato a superare ogni avversità e pericoli – anche quelli che sembravano impossibili – della sua esistenza. Dalla polvere di Villa Fiorito, nella provincia di Buenos Aires, dove è cominciata la sua avventura di più grande calciatore mai nato alla militanza politica nei partiti progressisti latinoamericani per i quali ha dato molte volte la propria faccia.

Nessun calciatore è mai arrivato a tanto.

Diego, per una ironia del destino, se n’è andato da questo mondo lo stesso giorno di un altro gigante, Fidel Castro.

Alla fine li rimpiangeremo, come succede a chi ha lasciato una traccia indelebile nel gioco del calcio e della vita.

E ora silenzio.

Il suo prezzo al mondo del pallone lo ha pagato da tempo.

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El Pibe de Oro, l’antitesi dell’ipocrita morale

Domenico Paris

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I fisici scolpiti, i metri e novanta abbondanti e pettoruti, le velocità siderali da raggiungere sempre e comunque, il verticale superboostato di Klopp, le pubblicità delle mutande con pacco siffrediano, l’allenamento maniacale come religione. Le giacchette e le cravattine e lo stile spersonalizzato della supposta eleganza, le parolacce che non si dicono in campo figuriamoci fuori, i probi valori da promulgare perché si è sotto i riflettori, il contegno di piombo da avere in televisione.

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Il come essere sempre buoni, i vizi da far finta che non sussistano, il pallone che non esiste perché la cultura, del calcio e del superblob generale, è più importante, le scorrettezze che non si fanno perché vogliamo lo sport pulito (o Sacra Mano de Dios!), la grande squadra che sempre ci vuole intorno per vincere, il collettivo che deve essere necessariamente più importante del singolo.

E poi, ancora, il terzo tempo con le manine strette come nella “palla schiorta”, il sistema-di gioco e di vita- che deve sempre trionfare perché “uno non è nessuno, ma un centomila del cazzo“, l’idea che deve essere fottuta forte dal metodo, la gente che non può più avere eroi ma solo modelli, il sogno di un assolo pazzesco partendo da centrocampo assassinato dalla densità imprescindibile per fare muraglia e, soprattutto, per non far volare la mente…

Grazie di averci salvato tanti anni da tutto questo, o irripetibile Diego Armando. Un abbraccio per aver incarnato, tra gli ultimi al massimo grado di grandezza, il Mondo Nostro che sta scomparendo.
El Pibe De Oro!

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Le donne della galleria Patty’s Art Gallery: intervista a Patrizia Stefani

Dietro le opere delle artiste della Patty’s Art Gallery, prestigiosa galleria online d’Arte Contemporanea

Redazione

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Nell’ambito della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999, abbiamo deciso di sviluppare una maggiore sensibilizzazione sul tema attraverso le parole della gallerista Patrizia Stefani in un’intervista dedicata alle opere delle artiste della Patty’s Art Gallery, prestigiosa galleria online d’Arte Contemporanea.

La Patty’s Art Gallery dà spazio ad undici artiste (e a diciotto artisti). Qual è la più diffusa peculiarità della creatività delle appartenenti al sesso femminile?

La peculiarità della creatività femminile è senza dubbio la ricerca interiore e di amore, la forte passione e spesso pure il desiderio di protezione che quindi le donne trasmettono nell’elaborato. In ogni caso, attraverso l’immagine, il fulcro di ogni loro rappresentazione è sempre il sentimento. Le opere per lo più nascono da un impulso profondo, liberatorio; sono gesti, emozioni cromatiche in tutte le tonalità del rosso acceso, nei vari toni del colore del giallo e del nero soprattutto.

Ognuna delle pittrici, fotografe, scultrici esposte nella galleria si caratterizza per accenti ben marcati e specifici. Un focus su ognuna di loro?

Questa domanda la trovo perfino molto divertente e la risposta è dunque immediata! Manuela Andreoli  è l’emblema della consapevolezza interiore. Anna Actis Caporale è descrittiva, una vera reporter. Silvia Castelli viene mossa e muove dalla ricerca di sé, in contrapposizione al mondo esterno, è introspettiva. Maria Beatrice Coppi esprime femminilità, eleganza e grazia sebbene forgi il marmo e ogni tipo di materiale – anche il più avverso. Gioia Lolli rappresenta la passione e la libertà. Giulia Quaranta Provenzano rispecchia l’analisi, va dritta al significato intrinseco e punta al dunque d’ogni situazione. Laura Ruggero lavora sulla spiritualità, e non è mai banale bensì vuole davvero trovare l’anima del soggetto.

Claudia Salvadori si connota per l’espressività resa attraverso la materia per una donna colta in tutte le sue molteplici sfaccettature, dalla bellezza eterea alla sensualità, dalla debolezza alla forza. Caterina Spatafora mi ricorda un autentico pentagramma musicale, ricca di buoni sentimenti.  Carla Tomatis è una ricercatrice instancabile e lo fa per mezzo della tecnica, è senza sosta in continua sperimentazione con colori e materiali. Simona Zecca è pittrice dello sguardo, del particolare che non si può facilmente interpretare perché è unico, personale e profondo in ogni individuo ed estremamente realistico.

Amy Winehouse, Audrey Hepburn, Marilyn Monroe, Mina Anna Maria Mazzini, Sharbat Gula, Sophia Loren dipinte da Simona Zecca sono tutte donne che si sono distinte a dispetto di tutto e di tutti. Com’è – ed è possibile – essere oggi figlie, mogli, compagne, madri, lavoratrici ed artiste che non rinunciano a sé per la cura e l’attenzione all’altro a cui specie secoli fa ed in alcune realtà geografiche specialmente sono state votate?

Le donne rappresentate da Simona Zecca hanno tutte una forte identità, sono donne che hanno dimostrato con determinazione di avere carattere e di sapersi destreggiare anche in situazioni difficili e controverse, emergendo per quelle doti e caratteristiche che la natura ha loro donato. Non è facile essere figlia, mamma, moglie, compagna, professionista allo stesso tempo. Tutte noi, però, diamo il meglio di noi stesse. Ne sono un esempio proprio le donne di Simona, diventate icone, a dimostrazione della caparbietà ed intelligenza che permette perfino di riscattarsi e conquistare una rilevante propria posizione sociale. Penso che per alcuni aspetti (come intuito e praticità) la donna abbia superato il mondo maschile, ma sono altrettanto consapevole che la strada per la parità di diritti sia ancora lunga da percorrere.

Silvia Castelli pare dipingere donne attraenti quanto, secondo alcuni luoghi comuni che vogliono la donna guardiana del focolare domestico, sfrontate,  che non hanno timore di fare ed essere ciò che sentono, senza nascondersi per paura di giudizio alcuno. Spesso alle appartenenti al sesso femminile viene quasi rimproverata la loro avvenenza, come se l’essere belle e mettere in risalto la propria beltà fosse una colpa, fosse la causa scatenante della violenza. Tu cosa ne pensi?

Partendo dal presupposto che un uomo violento, per come la penso io, è un malato come tale va curato o rinchiuso… Ciò detto, la donna deve essere libera di essere sempre se stessa.

Sei dell’idea che siano valevoli le categorizzazioni aprioristiche legate al sesso e al genere per cui, ad esempio, le donne in quanto tali dovrebbero essere amorevoli come se la dolcezza fosse un connotato di genere ad identificare il sesso (vale a dire, per banalizzare, se sei forte sei lesbica, se sei sensibile sei gay)?

Che la femmina per essere donna debba essere tenera e remissiva, il maschio per essere uomo debba dimostrarsi gagliardo e vigoroso sono affermazioni che capita di sentire in quanto pensieri di tal genere sono ancora comuni. La donna tuttavia oggi si è evoluta e sa essere dolce e accondiscendente e non di meno, quando serve, apertamente  decisa e determinata. Non credo cioè nelle generalizzazioni, a priori.

In che modo si può conciliare, senza che vi sia una tensione distruttiva e logorante, un’anima più marcatamente economica e commerciale con quella artistica e fantasiosa, come è accaduto per Anna Actis Caporale?

Anna Actis Caporale da sempre è votata alla curiosità, alla ricerca del sapere e proprio attraverso i suoi viaggi ha affinato altresì la propria sensibilità. Nei suoi dipinti emerge il giusto compromesso ed un rapporto molto stretto fra la sua quotidianità, fra la vita reale rappresentata con una qual certa struttura ed equilibrio e il suo interiore mondo poetico. In essi vive Anna in tutta la sua completezza di e quale donna.

Vi è una donna alla quale ti sei ispirata nella tua vita quotidiana e lavorativa, e perchè?

Il mio carattere sicuramente è stato forgiato dall’educazione impartita da mia mamma, una donna molto forte e determinata.             

Quale artista donna della storia ammiri in particolare?

Numerose sono le donne che posso citare come esempi di vita, e forza di volontà e carattere …Coco Chanel, Margherita Hack e poi senza ombra di dubbio Frida Kahlo. Ognuna di loro ha saputo sfruttare, con astuta capacità e caparbietà, le proprie doti e predisposizioni nonostante le più dure avversità in cui sono incorse – lasciando un segno indelebile nella storia.

Un augurio per le donne di oggi?

L’augurio che faccio alle donne di oggi è di tentare di dare sempre voce alla propria interiorità, di essere sempre se stesse. Auguro loro di saper e riuscire ad abbandonare le paure, cercando e trovando la propria individualità libere nel pensiero e nell’espressione.

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