Connect with us

Interviste

Lucio Leoni si racconta: “Con le mie canzoni voglio stimolare la vostra curiosità. Mai dare nulla per scontato”

Brillante, eclettico e visionario. Intervista a Lucio Leoni che spazia con ironia e fantasia, dal teatro canzone al rap, dal folk alla canzone d’autore

Antonella Valente

Published

on

Brillante, eclettico e visionario, Lucio Leoni spazia, con ironia e fantasia, dal teatro canzone al rap, dal folk alla canzone d’autore, approdando a uno stile proprio e riconoscibile che sintetizza poesia e sperimentazioni sonore.

Nel 2017 è uscito”Il Lupo Cattivo” che lo ha portato in giro per l’Italia in un tour di 60 concerti. Ora l’artista romano è tornato sulla scena musicale con un nuovo lavoro discografico. “Dove sei pt.1” che rappresenta, infatti, il primo capitolo di un disco doppio che vedrà il suo secondo rilascio nei mesi autunnali.

Leoni presenta i primi otto brani di un corpus di sedici, che si immergono nel dove del tempo e dello spazio. Una sorta di capitolo finale di una trilogia iniziata con “Lorem Ipsum (gli spazi comunicativi)” seguito da“Il “Lupo Cattivo (il bosco da attraversare)”e che conclude adesso con “Dove sei”, un lavoro che si presenta già dal titolo senza punti interrogativi né esclamativi, bensì solo con la consapevolezza di essere qui e adesso.

Buongiorno Lucio! Come stai? Come stai trascorrendo queste giornate?
Nei limiti del possibile bene, siamo privilegiati. Abbiamo un tetto sopra le nostre teste, non ci si può lamentare. E’ stata dura e probabilmente lo sarà ancora di più.

L’8 maggio scorso è uscita la prima parte di “Dove sei”. Lucio Leoni dov’è adesso?
Bella domanda! (ride ndr) Sto cercando di capirlo. Questo disco, con quel titolo, che con la pandemia ha anche cambiato un pò senso, racconta il fatto che mettere punti di domanda dopo “dove sei” è pericoloso così come non metterli. Cercarsi è una strada complicata. Ad essere onesti non ho la più pallida idea di dove sono.

Come nasce questo progetto e perchè decidi di rilasciare il disco in due momenti dell’anno differenti?
Nasce da un lavoro molto lungo, di due anni, tra scrittura e lavoro in sala. In realtà quando si lavora ad un disco lo si fa per eccesso, si accumula tanto materiale e poi durante le registrazioni qualcosa si perde, qualcosa non viene bene oppure diminuisce di valore mentre lo ascolti. Quindi da un numero cospicuo di canzoni ne viene fuori un embrione del disco diverso da quello primordiale. Questa volta, invece, alla fine della lavorazione ci siamo accorti che c’e erano 16 brani che ci piacevano alla stessa maniera e quindi non ci andava di lasciare indietro nulla. Invece di tenere materiale per lavori futuri, abbiamo deciso di creare il classico doppio disco, come si faceva negli anni ’90. Poi siccome ho un approccio un pò prolisso alla scrittura, per non essere troppo antipatici, abbiamo separato le canzoni dando loro maggiore respiro.

Che differenza c’è tra Lucio Leoni del 2017 con “Lupo cattivo” e quello di oggi?
Per quanto riguarda la parte lavorativa credo di essere cambiato con riferimento all’ascolto. Questa volta ho fatto un lavoro molto più collettivo degli altri, sono stato molto più in ascolto dei musicisti e del gruppo di lavoro che ho scelto per sviluppare questo disco. Precedentemente arrivavo in sala con le idee molto chiare e proponevo delle soluzioni agli altri. In questo caso le soluzioni le abbiamo trovate insieme. La scrittura anche è stata completamente diversa. Di solito lavoro sulla prima bozza, invece in questo caso c’è stato un lungo lavoro di rifinitura dei testi. Sono tornato più volte a revisionarli, a cambiarli e anche a lavorare sulla singola parola. Cosa che fino ad oggi non avevo mai fatto. Non so se è l’anzianità che è entrata in gioco a farmi lavorare con più lentenzza e in maniera più certosina (ride ndr).

Che tipo di messaggio si percepisce dall’ascolto dei tuoi brani?
Non so se c’è un messaggio vero e proprio. C’è un consiglio, una spinta a continuare a porsi domande. Non dare mai nulla per scontato, non accettare la forma per come ci viene esposta ma guardare sempre dietro le tende. Quello che mi interessa è stimolare la curiosità più che mandare un messaggio.

Secondo te, questo invito che rivolgi, in relazione al periodo che viviamo, può assumere un significato diverso?
Io non so se questo periodo che stiamo vivendo cambierà in qualche modo l’essere umano. Non sono molto ottimista a dire il vero, non credo che due mesi di stop cambino qualcosa in positivo.

Interessante è il rapporto che hai con il teatro e la recitazione. Come incide questo mondo con quello musicale?
Credo parecchio. Ovviamente è qualcosa di cui non mi accorgo. E’ qualcosa che ho dentro come formazione anche se poi mi sono allontanato da quei palchi. La recitazione incide nella scrittura e nel lavoro del disco perchè contribuisce a darmi un focus costante su un centro narrativo e sul mantenere sempre attivo il fatto che stiamo raccontando storie e che c’è bisogno sempre di uno sfondo, delle quinte per contestualizzare quello che stai dicendo. Ovviamente il teatro mi aiuta anche quando lavoro sulla performance del concerto, che vivo come un vero e proprio spettacolo.

Durante la tua carriera hai mai pensato di lasciar stare la musica e concentrarti sulla recitazione?
L’ho pensato quando ero più giovane. In verità è stato un percorso opposto. Quando ero giovane ho pensato fosse meglio concentrarsi sulla musica perchè non ero così bravo come attore.

Come ti sei avvicinato alla musica?
Come tutti i bambini avevo voglia di imparare uno strumento. Mi piaceva la batteria ma la scuola dove mi iscrissi non ce l’aveva e quindi sono finito a suonare la chitarra classica. All’inizio mi divertiva, poi col passare del tempo mi ha annoiato. Allora mi sono rifiutato di andare avanti e ho lasciato stare. Studiando drammaturgia e teatro in qualche modo mi sono riavvicinato alla musica. A 17 anni sono stato folgorato da un concerto che mi ha dato il senso di cosa volesse dire stare sù un palco e far divertire le persone. Da lì mi sono riavvicinato piano piano.

Cosa pensi di quello che vive oggi il mondo della musica, in piena crisi sanitaria?
Il mondo dello spettacolo è abbandondato a se stesso già da prima della pandemia. Vive in condizioni disastrose da un punto di vista delle tutele e delle garanzie. Quello che ha fatto la pandemia è stato mettere in luce tutta una serie di falle molto grandi per cui non credo che sia utile ora un piagnisteo sull’assenteismo dello Stato. Questo è il momento del confronto di tutte le parti in causa. Forse è l’ora di riorganizzarsi da un certo punto di vista. Lo Stato non si è mai occupato di noi, ma bisogna dire che anche noi siamo stati un pò passivi. Questa di oggi è un’opportunità.

Cosa ti è mancato di più della normalità?
Gli amici e il confronto. Abbiamo fatto due mesi ad ascoltare notizie sul virus che in fin dei conti erano sempre le stesse. Tutti i voli che si fanno con la testa non hanno mai uno sfogo, un momento di liberazione. Quindi ci sono giorni in cui ti senti un superuomo e giorni invece che hai l’umore sotto i piedi. Appena possibile organizzerò un pranzo con gli amici, un pranzo di quelli belli, domenicali, anche se a distanza.

ph. Simone Cecchetti

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

Interviste

Angelique Cavallari inedita: la musica, il silenzio e un’Italia da scoprire con il cinema d’autore

Eleonora Lippa

Published

on

Intervistata in esclusiva da The Walk Of Fame, Angelique Cavallari, attrice italo – francese mette a nudo emozioni e ambizioni, passioni e prospettive per un futuro positivo, dove l’emergenza Coronavirus sarà solo un ricordo. Nel mentre, però, è stata arrestata la produzione de “La Nuit”, cortometraggio che la vede protagonista e che mira a lanciarla verso il cinema italiano che conta.

Era prevista l’uscita del cortometraggio di Stefano Odoardi “La Nuit”, che ti vedeva coinvolta ma a causa dell’emergenza Coronavirus è stato tutto rimandato. Come hai accolto questo cambio di programma?

E’ il corso della vita. Alcune cose sono inevitabili, come questa pandemia ad esempio, e quindi ho accolto questo cambio con pazienza.

“La Nuit” è stato girato tra Foggia, Lucera e Pescara. Cosa ti ha colpito di più di questi luoghi?

Foggia mi ha colpito soprattutto la notte. Avendo girato una scena su di un terrazzo la vista sulla citta con le sue sue luci era molto suggestiva e metafisica. A Lucera abbiamo girato la scena del primo concerto al meraviglioso Teatro Garibaldi, un bijoux della storia italiana, meraviglioso. A Pescara c’è una grande contemporaneità, gallerie, artisti d’avanguardia, un fermento di ricerca. Questa a mio parere è una grande risorsa per il nostro paese.

Nel corto interpreti Lelè, una cantante e compositrice di musica elettronica e realmente i brani sono stati composti e scritti da te. Quanta importanza dai alla musica? Che ruolo svolge nella tua vita?

Moltissima. La musica è parte integrante e quotidiana della mia vita e paradossalmente sono anche una grande amante del silenzio. La musica, in primis da ascoltatrice. Spazio senza limiti tra generi antichi e nuove scoperte. Mi piace moltissimo questo viaggio tra le vibrazioni sonore, è diretto all’anima, senza i filtri della ragione. Per quanto riguarda la composizione, la esploro da qualche anno sia da sola che con dei collaboratori, è un universo ricchissimo e senza confini.

Hai collaborato con Stefano Odoardi anche nei primi due capitoli della trilogia “Mancanza”. “Inferno”, il primo, è stato girato tra le macerie de L’Aquila. “Purgatorio”, il secondo, è ambientato in Sardegna. Qui sei protagonista di un viaggio verso l’ignoto, dove tutto appare lontano dalla realtà. Ti è mai capitato di sentirti così nella vita?

Paradossalmente essere “lontani dalla realtà ” è un concetto discutibile, come lo è anche il concetto di realtà.. Partendo dal fatto che ognuno ha un approccio molto intimo e personale con la realtà che vive e vede e che ha uno sguardo tutto proprio sulle cose e che muta con il tempo. Oltretutto posso affermare di essere una persona alquanto lucida, concreta e oggettiva ma anche percettiva ed intuitiva allo stesso tempo e la sublimazione della realtà, l’esserne “lontani” per me è semplicemente una visione altra. Una scelta in più e diversa, uno sguardo che permette altre chiavi di lettura. 

Ti abbiamo vista in “Seguimi” (2017) diretta questa volta da Claudio Sestieri. È un film molto particolare, di quelli che non siamo abituati a vedere tra le proposte del nostro cinema e per questo ti chiedo: come è stato vestire i panni di Marta?

E’ stato molto arricchente. Per interpretare Marta sono dovuta andare a cercare lontano da quel che già conoscevo di me e ho esplorato i meandri di questo personaggio con molta attenzione e cura. E’ un po’ quello che ogni attore spera di poter fare nella propria carriera. Marta è un personaggio cosi delicato e sofferente, abbandonato totalmente a sé stesso. Cosi estremo e silenzioso al tempo stesso e con un bisogno d’amore cosi disperato. Per Marta ho approfondito anche lo studio della malattia mentale. Ho vissuto questa esperienza in maniera viscerale e con molto amore, ma è un po’ cosi per ogni cosa che intraprendo in fin dei conti…

Cosa ti ha colpito di più del suo personaggio?

Il suo meccanismo inconscio ed inconsapevole di difesa e di sopravvivenza all’estremo dolore che sta vivendo. Un dolore senza fondo, purtroppo. Chissà quante persone soffrono cosi tanto, nell’indifferenza comune. Quando penso a Marta serbo in cuore per lei una grande tenerezza.

A quale attore o attrice ti ispiri?

Nutro profonda stima per Romy Schneider,  Setsuko Hara, Charlize Theron, Renée Jeanne Falconetti.

L’emergenza che stiamo vivendo ha colpito tutti noi e in particolar modo il mondo del cinema. Come viene percepito ed elaborato tutto questo caos da parte di un’attrice? 

Personalmente sono fiduciosa in una ripresa ed in un netto miglioramento su molti aspetti che riguardano l’argomento cinema in Italia.  Una nuova visione da parte di tutti i reparti che compongono il settore cinema e una grande e profonda rimessa in discussione di valori che forse avevano bisogno di una rinfrescata per una costruttivo miglioramento globale

Continue Reading

Interviste

Hi-tech e aridità di sentimenti, Ganoona lancia “Bad Vibes” per invertire la rotta

Federico Falcone

Published

on

Cantante, rapper e songwriter italo-messicano. La sua musica è un mix perfetto tra sonorità black, latin e hip hop, accompagnata da liriche intense e originali. Ganoona ci parla del nuovo singolo, tra preoccupazioni, speranze e necessità di vivere una società diverse da quella attuale…

“Bad Vibes” è influenzato dalla realtà distopica di una tecnologia capace di condizionare la vita dell’essere umano e della sua presenza sulla terra. Come nasce questo singolo?

Nasce dal bisogno di sfogo. Ho scritto il testo in un momento complicato, in cui mi sentivo solo e insoddisfatto. L’ho scritta al pianoforte, voce e accordi, nuda e cruda. In generale Bad Vibes parla del senso di inadeguatezza, e del bisogno di contatti umani sinceri in un mondo sempre più inaridito dalla tecnologia e dai social.

Ci sono stati episodi che ti hanno particolarmente colpito?

L’episodio che mi ha spinto a scrivere il pezzo è il momento in cui mi sono reso conto che la prima cosa che facevo appena sveglio era guardare il telefono, prima ancora di dare un bacio a chi mi dormiva vicino. Mi sono veramente chiesto se la dovevo considerare una dipendenza… e ho pensato che molte persone si sarebbero rispecchiate in questa sensazione.

La realtà che stiamo vivendo, quella della crisi sanitaria causata dal Coronavirus, è altrettanto distopica. Meno futuristica ma più reale e di stretta attualità. Potrà mai essere materiale di spunto per i tuoi brani?

Al momento credo sia troppo presto. Ho bisogni di far sedimentare le esperienze nel mio cuore prima di metterle in una canzone. Sono uscite un sacco di canzoni sul tema, quindi non sento la priorità di unirmi al coro… Se però sentirò di averne bisogno, di raccontare come ho vissuto questo periodo, forse lo farò.

Nel brano parli di isolamento. Viene spontaneo chiederti le differenze tra ciò che hai immaginato e ciò che hai vissuto in queste settimane…

Purtroppo non solo a causa di una pandemia sperimentiamo la solitudine e l’isolamento. Ci sono persone che avevano già situazioni difficili alle spalle, per cui questa situazione è stata veramente la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Io mi sentivo così quando ho scritto il pezzo e avevo bisogno di parlarne, non potevo immaginare che da li a qualche mese molte persone avrebbero provato quelle sensazioni…

Nella tua musica ti metti a nudo e sveli il lato più intimo della tua arte. Per un artista con la tua sensibilità questo dramma mondiale che stiamo vivendo quando può essere impattante?

Molto, come ogni esperienza della vita, soprattutto per chi è sensibile ed è una “spugna” delle emozioni. Però non mi sono fatto sopraffare, ho lavorato molto su di me, sulla mia musica e sulla mia interiorità. In realtà mi ha anche giovato questo periodo. Ogni cosa ci cambia nel modo in cui noi le permettiamo di farlo…

Nell’era in cui lo streaming e il digitale hanno preso il sopravvento, per un artista tour e concerti restano l’ultima opportunità per guadagnare con la propria musica. Ora che non abbiamo contezza di quando si ripartirà, quale è lo scenario che ti sei fatto per i prossimi mesi?

Sono terre inesplorate, quindi, come sempre, saranno l’occasione per qualcuno e la tragedia per qualcun altro. Io cercherò di cogliere ogni occasione, e per certi versi il poter organizzare solo live piccoli, con poche persone, potrebbe essere un vantaggio per gli artisti emergenti come me.

Quali sono i tuoi progetti per i prossimi mesi e, soprattutto, per il futuro?

A brevissimo uscirà un nuovo singolo, ed entro l’estate un EP. Stiamo organizzando anche i prossimi appuntamenti live, in sicurezza ovviamente, ma si deve ripartire.

Continue Reading

Interviste

Wavy è il nuovo singolo di Malcky G: intervista al giovane rapper italo americano

Antonella Valente

Published

on

Malcky G, il giovane rapper italo americano, dopo aver pubblicato alcuni singoli che gli hanno permesso di farsi conoscere dal pubblico e dagli addetti ai lavori, ha da poco rilasciato il nuovo singolo inedito “Wavy” con l’amico e collega Mambolosco.

Il brano è prodotto da Andry The Hitmaker, tra i produttori più apprezzati dalla scena e già al fianco di trapper come Boro Boro (il singolo “NENA” è tra i più ascoltati in queste settimane), GIAIME e Vegas Jones.

Malcolm Reeves, questo il vero nome dietro a Malcky G, è un italo-americano figlio d’arte: il papà Mohamed Reeves (nativo del South Bronx), è stato un ballerino internazionale ed ha lavorato con Michael Jackson e da lui e dalla mamma italiana, entrambi appassionati di rap e non solo, Malcky G ha ereditato la passione per la musica, che se per i genitori era il Rap ora, semplicemente per motivi anagrafici, è la trap.

Benvenuto Malcolm, come stai? Come hai trascorso i mesi di chiusura forzata dovuti alla pandemia?
I primi giorni è stata dura, poi è diventata un’abitudine. Ho cercato di essere produttivo, lavorare e scrivere, ma mi sono anche svagato.

Due giorni fa è uscito “Wavy”, che hai realizzato insieme a Mambolosco. In pochissimo tempo ha già ottenuto migliaia di ascolti e visualizzazioni. Come nasce questo brano e questo testo?
Sono andato in studio da Andry. Io avevo già il testo e avevo delle idee di suono, così lui ha
preparato la base. Stavano bene insieme. Poi l’abbiamo mandata a Mambo.

Come ha reagito il mondo della trap, a tuo parere, alla crisi di questo periodo?
Ho avuto modo di vedere come ha reagito la gente e devo dire che secondo me le persone chiuse in casa hanno e stanno ascoltando molta più musica.

Sei comunque figlio d’arte. Come ha condizionato questa cosa la tua crescita personale e artistica?
Ha influenzato molto. Essendo una passione di famiglia, sono proprio cresciuto immerso nella cultura hip hop. Anche i miei cugini in America facevano rap, anche se non “ufficialmente” ma da appassionati…

Sebbene giovanissimo, hai raggiunto tanto successo con i tuoi singoli. Non hai paura di non avere più nulla da dire o bruciare le tappe?
Nonostante la mia età e sebbene abbia iniziato da poco, ho ancora molto da comunicare e da raccontare.

Come hai conosciuto Mambolosco e quanto è stato prezioso per la realizzazione del singolo?
Ci siamo conosciuti in un backstage di un concerto, siamo diventati molto amici e abbiamo deciso di collaborare. Mambo è stato molto importante per la realizzazione di Wavy. La sua strofa è molto forte e bella. Devo dire che è uscito un bel lavoro.

Cosa ti è mancato di più durante questa quarantena e cosa ti aspetti dal futuro?
Mi è mancato tanto uscire con gli amici e divertirmi. Prima del lockdown andavamo sempre ai concerti. Durante la quarantena comunque non mi sono mai fermato, ho cercato di essere produttivo perché il mio obiettivo è di migliorarmi sempre di più.

ph. Andrea Bianchera

Continue Reading

In evidenza