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Interviste

Lontano da schemi e convenzioni, Micol Harp e quell’arpa suonata per infrangere le regole della musica

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Ha trasformato uno strumento che nell’immaginario collettivo è sempre stato percepito come la quintessenza del classico e dell’antico, l’arpa, in un’ “arma” per suonare rock. Stiamo parlando di Micol Picchioni, meglio conosciuta come Micol Harp, che sabato 15 febbraio 2020 alle ore 21 farà tappa al Teatro dei Marsi di Avezzano (nell’ambito della stagione musicale dello stabile marsicano) con il suo Street Music Tour. In attesa dell’evento, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con l’artista genovese.

Quando hai capito di dover uscire dal tuo “habitat naturale” e provare ad andare altrove? E hai mai avuto paura che il percorso classico che avevi seguito prima non fosse stato quello giusto per te?

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Fin dagli albori della mia carriera mi sono sempre sentita diversa. Intendiamoci, amavo la classica ed ero felice di suonarla, tanto più con un mostro sacro come Riccardo Muti a dirigermi. Però… dentro di me, sapevo di voler “impazzire”, di voler fare qualcosa che nessuno si sarebbe aspettato. E poi ho sempre nutrito il desiderio di andare incontro alle persone, di assaggiare la strada. A un certo punto questo desiderio si è fatto così pressante da indurmi ad abbandonare tutto quello che avevo raggiunto fino a quel momento e a inseguire i miei sogni.

Quanto è stata importante l’esperienza da busker, da artista di strada, per definire il tuo stile e quali prospettive ti ha aperto, musicalmente parlando?

Fondamentale. In primo luogo perché quella dimensione mi ha fatto finalmente sentire me stessa al cento per cento. Ha innescato un crack emozionale che cercavo da tempo, regalandomi una percezione nuova del mio strumento, proprio quella che stavo cercando. È come se all’improvviso mi si fossero spalancate delle nuove porte di fronte, dandomi la possibilità di osare con degli arrangiamenti a dir poco inusuali rispetto a quelli che avevo sempre sperimentato e cambiando completamente anche la mia postura nell’esecuzione. Ho cominciato a suonare in piedi, con un cubicolo a fare da sostegno alla mia arpa che si è davvero trasformata in un mezzo di espressione diverso rispetto al passato.

Ecco, a proposito di questo: nei tuoi live, il rapporto che mostri avere con la tua arpa è molto fisico, sembri quasi un chitarrista con la sua sei corde tra le mani. Pensi che questo modo di viverlo ti sia in qualche modo sempre appartenuto o è venuto fuori soltanto quando hai scoperto la tua vera vocazione?

Ti dico la verità: non è che io soffrissi da normale musicista classica, ma sentivo che quell’approccio convenzionale, seduto anche metaforicamente talvolta, non poteva essere per sempre il mio. Avevo bisogno di altre possibilità, di altri orizzonti anche “fisici” rispetto allo strumento. E quando mi sono aperta all’ascolto del rock, in particolare ad alcuni fuoriclasse come Bruce Springsteen, Genesis e Led Zeppelin, ho capito dove volevo andare e ho preso una nuova strada. Una nuova strada dove le regole da seguire, anche quelle relative alla postura e al modo di suonare, sono mie, sono quelle che mi detta il mio cuore.

Come hai scelto le canzoni da coverizzare nel tuo esordio “Arpa Rock” del 2018? Sei stata guidata soltanto dal tuo gusto personale o ci sono state alla base anche delle motivazioni legate alle specificità tecniche dell’arpa?

No no, soltanto una questione di gusto personale. Tutto il mio repertorio è stato costruito partendo da quello che sentivo dentro, da quello che mi innescava le vibrazioni giuste. Che so, Fifth to fifth dei Genesis o Born to run del Boss, sono pezzi che ho sempre “abitato”. Per me è stata una conseguenza logica sceglierli, come pure tutti gli altri che potrete ascoltare.

Un giorno ascolteremo un album di Micol composto interamente da tuoi inediti?

Credo proprio di sì. A breve, intanto, uscirà il mio nuovo album, “Play”, all’interno del quale convivranno sei canzoni scritte da me e sei cover. Tra quest’ultime, vorrei evidenziare la rivisitazione di uno dei classici per eccellenza della dance anni Novanta, Children di Robert Miles. Lo faccio perché, in qualche modo, rappresenta una sorta di ponte con l’umore che permea quello che sto buttando giù da un po’ di tempo a questa parte. Il rock mi ha “liberata”, adesso ho cominciato ad ampliare il respiro della mia musica anche ad altri ambiti, per concedere uno sfogo pressoché illimitato a tutte le mie fantasie, a tutti i miei mondi. Inoltre, amo tantissimo i ritmi caraibici e adoro ballare, perciò non volevo proprio fare a meno di dare ai miei pezzi un’impronta che potesse testimoniarlo. In sede di produzione artistica e di arrangiamenti, ho avuto poi la fortuna di poter lavorare con due grandi professionisti come Max Marcolini (produttore di Zucchero) e Fabrizio Simoncioni (già alle tastiere con i Litfiba). Spero che il disco possa piacere.

Il lancio della tua carriera, come spesso succede al giorno d’oggi, ha avuto un impulso fondamentale dal mondo dei social. Da musicista, quali pensi siano i vantaggi e gli svantaggi di questo canale promozionale rispetto a quelli più canonici dell’industria discografica “classica”?

Guarda, più che i social, io credo che per farmi conoscere sia stato fondamentale il passaparola delle persone che si trovavano a vedermi mentre mi esibivo in qualche piazza romana o nel resto d’Italia. È stata una cosa fantastica che poi, sì, si è sostanziata nella realtà dei social, regalandomi soddisfazioni enormi. Una su tutte: le 80.000 visualizzazioni giornaliere del video in cui suono Born to run. I social hanno capacità di creare reti impensabili, anche se, naturalmente, mi piacerebbe inserirmi anche in un contesto di promozione e di struttura più tradizionale come quello dell’industria discografica convenzionalmente intesa. Spero di riuscirci presto.

Al Teatro dei Marsi, salirai sul palco con la formazione per eccellenza del rock, il power trio. Credi sia questa la dimensione che ti aiuti meglio ad esprimerti dal vivo?

Sì, assolutamente, adoro i power trio che hanno fatto la storia della musica, come, che so, la Jimi Hendrix Experience. Con i miei compagni di avventura, Luca Amendola al basso e Manuel Moscaritolo alla batteria, si è creata l’alchimia perfetta per esprimermi. Ero stufa di suonare da sola, anche per un fatto di pura credibilità visiva. Non è facile fare rock da soli, senza un basso e una batteria, no? Con loro ho trovato la chiave di volta che cercavo e ho continuato anche a rompere gli schemi rispetto alla percezione standard riservata all’arpa. Arrivare a formare un power trio è stato un passo in avanti decisivo per me, sia in termini musicali che di appeal scenico.

Oltre al background classico che immagino abbia caratterizzato i tuoi primi ascolti, cosa ha sentito e cosa sente Micol nella sua vita?

La scoperta ad ampio raggio del rock mi ha cambiato in modo definitivo, come ho già detto, è quello che mi ha aperto il cuore, oltre alla mente. Springsteen, i Led Zeppelin, Jeff Buckley… li amo! Ma ho sempre avuto dentro di me anche il germe dell’onnivoro doc! Mi piacciono da morire i Massive Attack e il trip hop, per esempio, per non parlare della musica caraibica o di quella brasiliana. E sono una fan assoluta di Michel Camilo. Poi devi considerare che, oltre ad essere molto curiosa nei confronti della musica (a titolo di “documentazione”, ascolto anche tutto quello che va per la maggiore oggi, trap compresa), sono molto umorale negli ascolti, quindi in una singola giornata posso davvero dedicarmi a tanti generi diversi.

Suoni altri strumenti oltre l’arpa?

Sì, il pianoforte (con il quale tra l’altro apro i miei live prima di passare all’arpa). E mi diletto nel canto, anche se non uso la voce come una cantante propriamente detta, ma come se fosse uno strumento. Quando uscirà “Play” lo si capirà meglio, adesso fammi mantenere un po’ di mistero!

Il posto dove vorresti suonare e la collaborazione che sogni ad occhi aperti.

New York, senza alcun dubbio. Spero di riuscirci presto, che sia un’arena prestigiosa o anche una più underground. Per quanto riguarda invece la collaborazione, nessun dubbio: Bruce Springsteen. Dividere il palco con lui anche solo per pochi minuti sarebbe un’emozione lavorativa e umana insuperabile.

Domani sei costretta a fuggire su isola deserta e puoi portare con te, oltre al lettore cd (con batterie solari, certo!), soltanto cinque dei tuoi dischi. Quali porteresti?

La colonna sonora di The Bodyguard di Whitney Houston, Selling England by the pound dei Genesis, One more once di Michel Camilo, Nevermind dei Nirvana e un disco qualsiasi di salsa per poter ballare un po

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Ruben Coco: “La musica? Una salvezza. La comicità? Una sorta di reazione”. L’intervista

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Musica e comicità. Due mondi apparentemente lontani, posti quasi sempre in contrasto tra loro: come se l’una escludesse l’altra e viceversa. Eppure per Ruben Coco, cantautore e musicista di Avezzano, non è così. Classe 1979 e con una propensione sin da piccolo per l’espressione artistica, Ruben si è fatto conoscere a livello nazionale in primis per la sua musica. Un lungo percorso fatto di studi e concorsi che lo portarono ad aprire, nel 2010, il concerto del leggendario B.B. King all’Auditorium Parco della Musica. E poi ancora la partecipazione al Festival Dei Due Mondi e a Umbria Jazz ed il secondo posto al Premio Lucio Dalla. Insomma, quella del marsicano Ruben Coco è una carriera professionale fatta di tanti traguardi e successi, tanto da essere ora un affermato maestro di canto.

Ma, come dicevamo all’inizio, c’è anche un lato comico e più goliardico che ha reso Ruben Coco famoso e conosciuto. Tutto è iniziato con dei brevi video comici in dialetto avezzanese. Poi la svolta con il programma Propaganda Live che più volte ha mandato in onda alcuni suoi video dove ridoppiava, cantandoli, dei volti noti della politica. Una formula semplice ed efficace attraverso la quale il cantautore ha coniugato il suo lato musicale con quello goliardico, reinventando di fatto un modo di fare comicità.

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Questa, chiaramente, è solo la punta dell’iceberg, poiché dietro il percorso artistico di Ruben Coco c’è molto di più. Proprio per questo motivo abbiamo scambiato con lui due chiacchiere per cercare di capire meglio il suo background. Quindi, senza indugiare oltre, vi lasciamo all’intervista. Buona lettura.

Leggi anche: “Io e Te: il nuovo singolo del cantautore Ruben Coco

Ruben Coco: musicista, cantautore, diplomato al CET di Mogol ed anche insegnante di canto e pianoforte. Una vita intera dedicata alla musica. Com’è nato questo amore viscerale e cosa poi ti ha spinto a dedicartici così attivamente?

L’amore è nato per una caratteristica innata. Non ho dovuto studiare per fare canto, perché era una cosa che già mi riusciva naturalmente. Da piccolo ho iniziato a studiare pianoforte, mentre il canto l’ho perfezionato semplicemente provando e suonando con gli amici. In conservatorio ho poi ampliato i gusti e gli stili. Inoltre c’è da dire che l’amore per la musica è nato anche grazie alla mia situazione a casa. Mio padre suonava l’armonica, mia madre invece cantava sempre, mio nonno suonava la fisarmonica… Insomma, in famiglia la musica c’è sempre stata.

La tua è una carriera che ha portato grandi traguardi, come l’apertura del concerto di B.B King, la presenza come cantante nello spot della Puma o la partecipazione ad Umbria Jazz. Quanto sono state importanti queste esperienze nella tua formazione professionale e come persona?

Beh sicuramente mi hanno fatto assaporare un po’ di professionalità. La mia carriera in generale è sempre stata di alti e bassi. Questo settore non è un mondo facile, anche per chi, come me, ha avuto la fortuna di fare queste esperienze. Però sono comunque piccoli traguardi che ti fanno capire che se ad una cosa lavori bene i risultati arrivano.

Prova ad immaginare il te stesso di anni fa, magari quando eri ancora indeciso su cosa fare e con mille progetti in mente. E poi al Ruben Coco di oggi. Oltre ad una sana dose di motivazione, e magari un pizzico di fortuna, quale pensi sia stato l’ingrediente segreto della tua crescita artistica e professionale?

Sicuramente la mia famiglia che mi ha educato con la libertà: ero sempre libero di scegliere. Anche se dietro alle libere scelte, oltre le eventuali gioie, c’è sempre la possibile fregatura. Come si suol dire: oneri e onori. Quando in quel momento fai una precisa scelta pensi che sia quella migliore, altrimenti ne faresti un’altra. Ma comunque, senza scadere nella filosofia spicciola, ciò che mi porto da sempre dietro è la libertà. Ho visto gente dell’età mia che ha dovuto abbandonare il proprio sogno, quindi mi ritengo molto fortunato.

Oltre al lato musicale tu sei conosciuto anche a livello comico. Su Facebook posti spesso video in dialetto avezzanese goliardici. Come hai scoperto di avere questa capacità di far ridere? E cosa ti ha spinto, poi, a condividerla con gli altri?

La capacità di far ridere è nata già alle medie. All’epoca non ero l’uomo bellissimo che sono ora (ride, n.d.r.). Di base, fisicamente parlando, ero tutto l’opposto dei parametri estetici che magari una ragazzina guardava. Consapevole di ciò, mi sono dovuto sforzare di fare breccia con altre qualità: è stata una sorta di reazione. Chiaramente devi esserci anche un po’ portato ed avere la creatività che ti permette poi di far ridere.

Una domanda che ti avranno fatto in tantissimi: com’è nata la collaborazione con Propaganda Live?

Ho cominciato guardando i video geniali di Fabio Celenza e da lì ho preso lo spunto: fare una cosa simile in chiave musicale. Mettevo una melodia di base e cantavo sopra il labiale dei politici. Poi tutti mi hanno consigliato di iscrivermi su Twitter, perché Propaganda è molto attiva lì. Prima non avevo mai usato questo social, anzi lo snobbavo un pochino. Ho iniziato a postare i miei video e a taggarli, e con un po’ di fortuna sono arrivato a loro, grazie anche alle tante segnalazioni degli utenti.

La svolta, e la gran botta di fortuna, ci fu con il video di Letta quando divenne il nuovo segretario del PD. All’epoca il partito non se la passava bene e lui venne visto un po’ come una cura. Così ho usato la melodia de “La Cura” di Battiato sotto le parole di Letta. Oltre ad essere stato il punto di svolta con Propaganda è stata anche un po’ la mia condanna perché tutti volevano altri video. Comunque, stavo sempre sul pezzo per monitorare le varie svolte e aggiornamenti politici e creare poi il contenuto più adatto. Dopo un mese mi hanno chiamato e da allora tutti i video che avete visto mi sono stati commissionati.

Pensi che musica e comicità possano convivere o cerchi sempre di tenere questi due lati separati? Cioè: da una parte il Ruben Coco artista e compositore, dall’altro il Ruben più comico e goliardico. Che rapporto c’è tra questi aspetti?

È sempre stato un conflitto fino a poco tempo fa. Poi mi sono reso conto che erano due aspetti talmente forti che farli contrastare era controproducente. Inutile farsi la guerra, e quindi ho iniziato ad integrarli. Se sto facendo un live di brani miei sicuramente non mi limito se mi scappa una battuta o un momento più goliardico. Diciamo che in cantiere c’era anche l’idea di portare uno spettacolo musicale comico, ma non è così semplice. Adesso comunque i due lati viaggiano insieme, basti vedere i video dei politici che sono sia comici che musicali.

Cos’è per te la musica? Cosa vuoi comunicare con essa?

La musica è espressione. Ognuno la usa come può: per guadagno, per divertimento, per esprimersi al 100%. La musica non è solamente di chi la fa, ma anche di chi l’ascolta. È un’entità che ha un utilizzo così soggettivo che non la si può inquadrare in uno schema o con qualche aggettivo. Per me è stata una salvezza che mi ha aiutato ad uscire dal guscio, dato che da piccolo ero timido ed insicuro.

Essendo un maestro di canto e pianoforte hai a che fare con ragazzi di tutte le età, che magari sperano di farsi conoscere un giorno per la loro arte. Cosa ti sentiresti di dire loro per il futuro?

Gli direi che se vogliono dedicare la loro vita alla musica devono impegnarsi al massimo. Ma di tenere presente anche che ci troviamo in un mondo, e in una nazione, dove spesso va più avanti l’immagine che la creatività. Però l’immagine è qualcosa di artificiale e se non rispetta più determinati standard la si può modificare fino ad un certo punto. Più che cercare il successo bisogna cercare il valore, perché il primo te lo danno gli altri. Se hai 100mila followers e poi il giorno dopo Instagram crasha o si decide che il social non è più il parametro per il successo, di quei numeri non te ne fai più nulla. Però magari hai il valore, e quello resta: potrai sempre suscitare qualcosa negli altri con la tua musica. Deve essere più una ricerca interna che esterna. E soprattutto, bisogna spaziare e sapersi adattare alle situazioni. Fate sempre tante cose e siate competitivi.

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Addio a Calasso, Adelphi perde la sua colonna portante

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roberto calasso

Scomparso a Milano, all’età di 80 anni, lo scrittore ed editore Roberto Calasso, presidente e consigliere delegato della casa editrice Adelphi. Soffriva da tempo di una malattia. Saggista e narratore, nel 1962, a soli 21 anni, entrò a far parte di un piccolo gruppo di persone che, insieme a Roberto Bazlen e Luciano Foà, stava elaborando il programma di una nuova casa editrice: sotto la sua guida, Adelphi è diventata uno dei marchi più importanti nell’editoria di qualità.

Proprio oggi escono in libreria i suoi ultimi due libri, “Bobi” e “Memé Scianca”. Fin dalla fondazione, Calasso è stato l’animatore di Adelphi, diventandone nel 1971 direttore editoriale e nel 1990 consigliere delegato. Dal 1999 era anche presidente della casa editrice.

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Niccolò Fabi, emozioni che scivolano tra parole e musica sperimentale

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paesaggi sonori

Tra tutte le arti, la musica sembra quella più effimera: in teoria cessa di esistere quando chi suona si ferma. In pratica, continua dentro di noi, mostrando forza nella sua fragilità, col suo potere di seminare domande, speranze, sogni e inquietudini. Ne è ben consapevole Niccolò Fabi, la cui sfida è quella di dare alle sue canzoni la forza evocativa del racconto, in un equilibrio da cercare tra un testo e una coda strumentale sperimentale che lasci il tempo a chi ascolta di dare un proprio significato alle parole.

Sullo sfondo i paesaggi al tramonto del sito archeologico di Peltuinum, nell’area di Prata d’Ansidonia (L’Aquila), in Abruzzo, in occasione di quello che forse è l’appuntamento più atteso di Paesaggi sonori, il festival che dissemina musica tra le rovine con diverse location mozzafiato, una rassegna di concerti che, talvolta, prevede anche un’escursione in trekking fino a raggiungere i teatri naturali dove la musica viene proposta in piena sintonia con l’ambiente circostante.

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Venerdì 30, il “Tradizione e Tradimento Tour 2021” porterà il cantautore romano proprio a suonare in questa scenografia divenuta ormai uno dei simboli del festival, tra le mura dell’antica città vestina fondata tra il I e il II secolo a.C., incorniciata a nord dal massiccio del Gran Sasso d’Italia e a sud dal gruppo montuoso Sirente-Velino. Un luogo che lo stesso Fabi definisce un “amplificatore di emozioni”.

Paesaggi sonori ha fatto il suo debutto ad Alba Fucens con il concerto di Ramon Moro e proseguirà domenica 8 con Alicia Edelweiss all’Altopiano del Voltigno (Villa Celiera). Sabato 21 sarà la volta di Shigaraki e Stefano Pilia – live al Cratere del Sirente – Secinaro. Dunque, Paolo Angeli sabato 28 al parco archeologico di Ocriticum di Cansano. Tutte le località si trovano in Abruzzo. Il festival vede la direzione artistica di Flavia Massimo e la direzione logistica di Massimo Stringini. Sul palco con Fabi anche i compagni di viaggio Roberto Angelini, Pier Cortese, Alberto Bianco, Daniele “mr Coffee” Rossi e Filippo Cornaglia. Il concerto si propone come una vera e propria esperienza in cui immergersi, lasciandosi trasportare da 2 ore ininterrotte di musica. Un movimento continuo in cui le parole e il suono si mescolano.

Un viaggio tra i sentimenti con cui Niccolò Fabi, muovendosi con totale libertà artistica libero da schemi e generi di appartenenza, mette in scena le verità raccontate attraverso le sue canzoni. Un crescendo continuo di emozioni che passa attraverso i racconti di brani come “Evaporare”, “Una somma di piccole cose”, “Filosofia Agricola”, “Elementare”, fino ad arrivare a “Una buona idea”, “Diventi Inventi”, “Il negozio di antiquariato”, e “Lasciarsi un giorno a Roma…” solo per citarne alcune. Un percorso che arriva fino all’ultimo album in studio “Tradizione e Tradimento” del 2019.

Niccolò Fabi (foto di Melania Stricchiolo)

Com’è stato tornare in tour?
È una gioia vedere la macchina ripartire, trovare spettatori felici di poter rivivere questo momento così simbolico dell’aggregazione emotiva e fisica che è il concerto. Personalmente sono abituato a trascorrere del tempo lontano dal palcoscenico, alle pause, e penso che gli artisti, o almeno i più famosi, possano permettersi anche economicamente uno stop e farlo risultare fruttuoso. Ma per un fonico da palco, per un backliner, non c’è creatività nello stare fermi, è solo una menomazione, una preoccupazione. Ritrovarci in giro insieme è stato come risentire il sangue che circola nelle nostre vene alla giusta velocità.

Come ha vissuto questo periodo da un punto di vista personale e artistico. Cosa è mancato di più?
Personalmente l’aspetto che è mancato meno è proprio quello del musicista, perché non vivo di solo palco e anche in passato mi è capitato di fare lunghe pause tra un tour e l’altro. È indubbio che veniamo tutti da un inverno molto lungo, e adesso c’è bisogno di un po’ di primavera. Ciò che è mancato più di ogni altra cosa è la condivisione. Adesso c’è il desiderio di riappropriarci, emotivamente e fisicamente, della dimensione che ci fa stare l’uno accanto all’altro: la rappresentazione storica più antica dello “stare insieme”. È sicuramente un momento molto difficile e non sappiamo a livello macroscopico le reali conseguenze che questa pandemia lascerà. Come cittadino del mondo sono preoccupato. Artisticamente, invece, non ho trovato questo periodo molto ispirante. Devo aspettare qualche mese per capire cosa è rimasto dentro di me di questa esperienza e se può o meno diventare un racconto. In questo momento non noto nessuna traccia di quello che abbiamo vissuto, ma non c’è stata ispirazione forse anche perché venivo da una fase della vita in cui volevo dedicarmi ad altro. Era appena cominciata la tournée invernale del tour di Tradizione e Tradimento (ultimo disco uscito ad ottobre 2019), il momento della riflessione era alle spalle, volevo aprirmi, e questa invece è stata un ulteriore esperienza di chiusura e di preoccupazione.

Tra recuperi del tour precedente, sospeso dal Covid, e nuove date, ha davanti un’agenda molto fitta..
Sì, siamo impegnati tutta l’estate con oltre trenta date. È un gran risultato, perché non ho fatto Sanremo, né promozione, non ho usato i social, eppure siamo riusciti a mettere insieme un tour con tanti concerti. Forse esprimo uno stato d’animo che può essere di conforto, credo ci sia bisogno di attraversare le proprie difficoltà, e noi siamo qui per questo.

Quanto il tempo che abbiamo trascorso incide sullo spettacolo che la gente viene a vedere?
I miei concerti vivono un orizzontale coinvolgimento emotivo. Si tratta di un viaggio musicale emotivo fatto insieme a persone con cui condivido tutto. Tutti noi abbiamo vissuto (e stiamo vivendo) un’esperienza straordinaria, ma nella stesura della scaletta del concerto non sento l’esigenza di guardare ai miei brani in quest’ottica. Le mie canzoni vivono una dimensione che è più onirica e simbolica. Ho anche la fortuna di avere un repertorio che nel suo complesso si occupa di smarrimenti, di perdite di equilibrio. Per me forse è più facile rispetto ad altri misurarmi con una situazione in cui le persone devono assistere ad un concerto sedute. Mi rendo conto che altri generi musicali e altri artisti che contano molto più sull’intrattenimento, sul contatto fisico e sul ballo, sono più penalizzati di me. Io sono abituato a fare un concerto che viene vissuto intimamente, non devo stravolgere il mio racconto. Poi, certo, lo sto costruendo in maniera diversa per dare elementi di sorpresa a chi mi ascolta, insieme a quei momenti di conforto che magari si aspettano e che è giusto ci siano. Come artista non so cogliere l’emozione del mentre, sono più bravo nelle sfumature del poi. Forse più avanti saprò testimoniare questo psicodramma che abbiamo e stiamo ancora vivendo. Ho paura che a causa del virus il vecchio mondo ce lo siamo lasciati alle spalle. Come sarà quello nuovo proprio non lo so, ma non sono ottimista.

Due ore ininterrotte di musica in cui le parole e il suono si mescolano andando a creare una condizione “spirituale” ed “emotiva”..
Sarà un viaggio fatto del mio linguaggio, della mia quotidianità. La musica dà senso alle mie giornate, come utente e come lavoratore della musica, ha dato la cadenza a tutta la mia vita negli ultimi 30 anni. Le canzoni sono solo canzoni, testimonianza di quello che ho vissuto. E poi sono uno strumento molto potente, ma da vivere in maniera serena, che può lasciare al pubblico un momento di commozione, un sorriso o suscitare un ricordo. Questo perché cambiamo noi, non le canzoni. Un anno un concerto ti può regalare qualcosa, e l’anno successivo dell’altro. Dipende dallo stato d’animo con cui il pubblico si approccia. Non ci saranno grandi effetti speciali, ma qualche piccola sorpresa. Ci sono un paio di pezzi che non faccio da molto tempo, alcuni che non ho mai realizzato dal vivo prima e altri che si ripetono, ma arrangiati in modo diverso. Per il resto il mio concerto vive di equilibri emotivi che non si possono stravolgere. Ci deve essere la giusta misura tra sorpresa e rassicurazione. Sia per chi ascolta che per chi suona. Come piccola sorpresa c’è una pausa, chiamiamola così, durante la quale passo la palla ai tre validi cantautori con cui condivido il palco (Roberto Angelini, Pier Cortese e Alberto Bianco – la band è composta anche dal batterista Filippo Cornaglia e dal tastierista Daniele “Mr Coffee” Rossi). Loro continueranno il mio racconto con una canzone a testa. È qualcosa che non avevo mai fatto e funziona, è proprio un bel momento.

Il suo ultimo album “Tradizione e Tradimento” è del 2019..
Già, è uscito da un anno e mezzo ormai e le sue canzoni sono finite in quel “grande cassetto” da cui attingo cose senza stare a guardare l’anagrafe. Ecco perché il concerto non si focalizza particolarmente sul solo repertorio di Tradizione e Tradimento, ma si concentra un po’ su tutta la mia produzione.

La scaletta cambia di data in data?
A me non piace cambiare. Una volta che ho trovato un racconto, è come uno spettacolo teatrale: non è che dici “dai, oggi nel secondo atto togliamo questa parte e ne mettiamo un’altra”. La mia problematica è trovare nella scaletta il giusto equilibrio, ecco perché magari nelle prime date faccio degli aggiustamenti. Ma poi il viaggio resta uguale e l’emozione si rinnova comunque ogni sera.

Peltuinum: foto di Fabrizio Giammarco per Paesaggi Sonori

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