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Interviste

Lontano da schemi e convenzioni, Micol Harp e quell’arpa suonata per infrangere le regole della musica

Domenico Paris

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Ha trasformato uno strumento che nell’immaginario collettivo è sempre stato percepito come la quintessenza del classico e dell’antico, l’arpa, in un’ “arma” per suonare rock. Stiamo parlando di Micol Picchioni, meglio conosciuta come Micol Harp, che sabato 15 febbraio 2020 alle ore 21 farà tappa al Teatro dei Marsi di Avezzano (nell’ambito della stagione musicale dello stabile marsicano) con il suo Street Music Tour. In attesa dell’evento, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con l’artista genovese.

Quando hai capito di dover uscire dal tuo “habitat naturale” e provare ad andare altrove? E hai mai avuto paura che il percorso classico che avevi seguito prima non fosse stato quello giusto per te?

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Fin dagli albori della mia carriera mi sono sempre sentita diversa. Intendiamoci, amavo la classica ed ero felice di suonarla, tanto più con un mostro sacro come Riccardo Muti a dirigermi. Però… dentro di me, sapevo di voler “impazzire”, di voler fare qualcosa che nessuno si sarebbe aspettato. E poi ho sempre nutrito il desiderio di andare incontro alle persone, di assaggiare la strada. A un certo punto questo desiderio si è fatto così pressante da indurmi ad abbandonare tutto quello che avevo raggiunto fino a quel momento e a inseguire i miei sogni.

Quanto è stata importante l’esperienza da busker, da artista di strada, per definire il tuo stile e quali prospettive ti ha aperto, musicalmente parlando?

Fondamentale. In primo luogo perché quella dimensione mi ha fatto finalmente sentire me stessa al cento per cento. Ha innescato un crack emozionale che cercavo da tempo, regalandomi una percezione nuova del mio strumento, proprio quella che stavo cercando. È come se all’improvviso mi si fossero spalancate delle nuove porte di fronte, dandomi la possibilità di osare con degli arrangiamenti a dir poco inusuali rispetto a quelli che avevo sempre sperimentato e cambiando completamente anche la mia postura nell’esecuzione. Ho cominciato a suonare in piedi, con un cubicolo a fare da sostegno alla mia arpa che si è davvero trasformata in un mezzo di espressione diverso rispetto al passato.

Ecco, a proposito di questo: nei tuoi live, il rapporto che mostri avere con la tua arpa è molto fisico, sembri quasi un chitarrista con la sua sei corde tra le mani. Pensi che questo modo di viverlo ti sia in qualche modo sempre appartenuto o è venuto fuori soltanto quando hai scoperto la tua vera vocazione?

Ti dico la verità: non è che io soffrissi da normale musicista classica, ma sentivo che quell’approccio convenzionale, seduto anche metaforicamente talvolta, non poteva essere per sempre il mio. Avevo bisogno di altre possibilità, di altri orizzonti anche “fisici” rispetto allo strumento. E quando mi sono aperta all’ascolto del rock, in particolare ad alcuni fuoriclasse come Bruce Springsteen, Genesis e Led Zeppelin, ho capito dove volevo andare e ho preso una nuova strada. Una nuova strada dove le regole da seguire, anche quelle relative alla postura e al modo di suonare, sono mie, sono quelle che mi detta il mio cuore.

Come hai scelto le canzoni da coverizzare nel tuo esordio “Arpa Rock” del 2018? Sei stata guidata soltanto dal tuo gusto personale o ci sono state alla base anche delle motivazioni legate alle specificità tecniche dell’arpa?

No no, soltanto una questione di gusto personale. Tutto il mio repertorio è stato costruito partendo da quello che sentivo dentro, da quello che mi innescava le vibrazioni giuste. Che so, Fifth to fifth dei Genesis o Born to run del Boss, sono pezzi che ho sempre “abitato”. Per me è stata una conseguenza logica sceglierli, come pure tutti gli altri che potrete ascoltare.

Un giorno ascolteremo un album di Micol composto interamente da tuoi inediti?

Credo proprio di sì. A breve, intanto, uscirà il mio nuovo album, “Play”, all’interno del quale convivranno sei canzoni scritte da me e sei cover. Tra quest’ultime, vorrei evidenziare la rivisitazione di uno dei classici per eccellenza della dance anni Novanta, Children di Robert Miles. Lo faccio perché, in qualche modo, rappresenta una sorta di ponte con l’umore che permea quello che sto buttando giù da un po’ di tempo a questa parte. Il rock mi ha “liberata”, adesso ho cominciato ad ampliare il respiro della mia musica anche ad altri ambiti, per concedere uno sfogo pressoché illimitato a tutte le mie fantasie, a tutti i miei mondi. Inoltre, amo tantissimo i ritmi caraibici e adoro ballare, perciò non volevo proprio fare a meno di dare ai miei pezzi un’impronta che potesse testimoniarlo. In sede di produzione artistica e di arrangiamenti, ho avuto poi la fortuna di poter lavorare con due grandi professionisti come Max Marcolini (produttore di Zucchero) e Fabrizio Simoncioni (già alle tastiere con i Litfiba). Spero che il disco possa piacere.

Il lancio della tua carriera, come spesso succede al giorno d’oggi, ha avuto un impulso fondamentale dal mondo dei social. Da musicista, quali pensi siano i vantaggi e gli svantaggi di questo canale promozionale rispetto a quelli più canonici dell’industria discografica “classica”?

Guarda, più che i social, io credo che per farmi conoscere sia stato fondamentale il passaparola delle persone che si trovavano a vedermi mentre mi esibivo in qualche piazza romana o nel resto d’Italia. È stata una cosa fantastica che poi, sì, si è sostanziata nella realtà dei social, regalandomi soddisfazioni enormi. Una su tutte: le 80.000 visualizzazioni giornaliere del video in cui suono Born to run. I social hanno capacità di creare reti impensabili, anche se, naturalmente, mi piacerebbe inserirmi anche in un contesto di promozione e di struttura più tradizionale come quello dell’industria discografica convenzionalmente intesa. Spero di riuscirci presto.

Al Teatro dei Marsi, salirai sul palco con la formazione per eccellenza del rock, il power trio. Credi sia questa la dimensione che ti aiuti meglio ad esprimerti dal vivo?

Sì, assolutamente, adoro i power trio che hanno fatto la storia della musica, come, che so, la Jimi Hendrix Experience. Con i miei compagni di avventura, Luca Amendola al basso e Manuel Moscaritolo alla batteria, si è creata l’alchimia perfetta per esprimermi. Ero stufa di suonare da sola, anche per un fatto di pura credibilità visiva. Non è facile fare rock da soli, senza un basso e una batteria, no? Con loro ho trovato la chiave di volta che cercavo e ho continuato anche a rompere gli schemi rispetto alla percezione standard riservata all’arpa. Arrivare a formare un power trio è stato un passo in avanti decisivo per me, sia in termini musicali che di appeal scenico.

Oltre al background classico che immagino abbia caratterizzato i tuoi primi ascolti, cosa ha sentito e cosa sente Micol nella sua vita?

La scoperta ad ampio raggio del rock mi ha cambiato in modo definitivo, come ho già detto, è quello che mi ha aperto il cuore, oltre alla mente. Springsteen, i Led Zeppelin, Jeff Buckley… li amo! Ma ho sempre avuto dentro di me anche il germe dell’onnivoro doc! Mi piacciono da morire i Massive Attack e il trip hop, per esempio, per non parlare della musica caraibica o di quella brasiliana. E sono una fan assoluta di Michel Camilo. Poi devi considerare che, oltre ad essere molto curiosa nei confronti della musica (a titolo di “documentazione”, ascolto anche tutto quello che va per la maggiore oggi, trap compresa), sono molto umorale negli ascolti, quindi in una singola giornata posso davvero dedicarmi a tanti generi diversi.

Suoni altri strumenti oltre l’arpa?

Sì, il pianoforte (con il quale tra l’altro apro i miei live prima di passare all’arpa). E mi diletto nel canto, anche se non uso la voce come una cantante propriamente detta, ma come se fosse uno strumento. Quando uscirà “Play” lo si capirà meglio, adesso fammi mantenere un po’ di mistero!

Il posto dove vorresti suonare e la collaborazione che sogni ad occhi aperti.

New York, senza alcun dubbio. Spero di riuscirci presto, che sia un’arena prestigiosa o anche una più underground. Per quanto riguarda invece la collaborazione, nessun dubbio: Bruce Springsteen. Dividere il palco con lui anche solo per pochi minuti sarebbe un’emozione lavorativa e umana insuperabile.

Domani sei costretta a fuggire su isola deserta e puoi portare con te, oltre al lettore cd (con batterie solari, certo!), soltanto cinque dei tuoi dischi. Quali porteresti?

La colonna sonora di The Bodyguard di Whitney Houston, Selling England by the pound dei Genesis, One more once di Michel Camilo, Nevermind dei Nirvana e un disco qualsiasi di salsa per poter ballare un po

Interviste

Dittico Noir, suspence e ironia tra penna e sigaro: intervista a Giuseppe Tomei

Fabio Iuliano

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Giri la copertina e sei già sulla scena del delitto. “L’uomo si muove veloce e silenzioso come un rettile, scivola tra i vicoli sfiorando appena i muri, sfruttando i coni d’ombra dei fiochi lampioni; non ha tentennamenti, prosegue dritto verso il suo obiettivo, sicuro di sé: il passo è lungo, forte e deciso, il respiro non tradisce il minimo affanno”. Così parte L’Uomo, il primo dei due racconti del Dittico Noir di Giuseppe Tomei, tra i primi contributi della collana Geyser, nuovo percorso editoriale della casa editrice Progetto Cultura a cura di Antonello Loreto.

Per scelta editoriale, la collana non indugia su uno specifico genere letterario che, di solito, lega tra loro le opere raccolte in una collana: infatti, l’impronta di Geyser è già nella parola. Il Geyser è un fenomeno naturale che nasce in silenzio, sotto terra, e il suo “incipit” è una semplice bolla d’acqua: attraverso la spinta della sua anima la bolla monta sempre di più, si gonfia all’estremo fino a scoppiare in un fragoroso rumore. Una descrizione che ben dà linfa a una selezione narrativa di nuove voci: un tempo, appunto, li si poteva chiamare autori esordienti o emergenti.

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Così viene presentato il progetto editoriale dietro Dittico Noir. Nonostante le premesse, a chi conosce Giuseppe Tomei sin dalle sue prime pubblicazioni, questo volume appare più che altro una prova di maturità. Insegnante, direttore artistico, autore e attore teatrale, nonché speaker radiofonico, in Dittico Noir raccoglie e mette a frutto l’esperienza di oltre vent’anni alla ricerca della parola. Lo vedi sia nella costruzione delle due storie, che non prescindono dai cliché tipici dei gialli, ma solo per farli a pezzi pagina dopo pagina, descrizione dopo descrizione. Lo vedi anche nella descrizione, a tratti maniacale, ma solo per portare il lettore sulla scena. Lo vedi nella narrazione e nella meta-narrazione. Perché in entrambi i racconti c’è anche quella.

La copertina

Gli ingredienti sono tanti, in una costruzione in cui fanno breccia anche alcune immagini di Nietzche. Si diceva dei cliché. Quelli tipici di due storie “noir” che non risparmiano elementi forti e, allo stesso tempo, richiamano anche il vecchio giallo “all’italiana”. La penna di Tomei descrive le vicende di due investigatori – collaudati o improvvisati, non importa – che non nascondono tutta la profonda malinconia dei solitari cronici, più per necessità che per scelta. Il cliché finisce mentre i protagonisti iniziano a raccontarsi con grande tenerezza nel loro essere sempre fuori luogo, mentre fingono di respingere, e invece bramano, accettazione e normalità.

E poi, irrompono sul palcoscenico quelle femmes più o meno fatales (altro cliché) che conducono il gioco accendendo il desiderio. Ma è la stessa narrazione che poi vira su scelte inaspettate mentre scorre tra le pagine una galleria di personaggi variopinti, ritratti nelle loro umane e disumane debolezze, mentre ruotano attorno alle sorti dei protagonisti. Così Anselmo Cafarella, il portiere del complesso residenziale. Così Nicola Anzani, lombardo figlio di lombardi a loro volta figli e nipoti di lombardi. Così EuGenio Malfatti. Così il signor Questore. Certo signor Questore, che interagisce con il viceispettore Ugo Nardi mentre è sulle tracce della donna rientrata tra i sospetti delle indagini. Questo per il primo racconto.

Il secondo, La filosofia del somaro (il perché dello strano titolo si scopre solo all’ultima pagina), viene da più lontano nel tempo. Si tratta di un racconto che Tomei ha rielaborato ed è ambientato in un’epoca pre-euro e pre-sisma in un luogo sovrapponibile all’Aquila, la sua città natale. Attorno all’io narrante, questa volta in prima persona, ruotano la bella Eleonora, ‘Cardo, Felix, Gianna, Gerolamo la vedova Piera Giannini. E il vicequestore aggiunto Pascasi. “I personaggi inizialmente erano di più”, spiega Tomei, “ma abbiamo deciso di modificare alcune strutture in fase di editing, eliminando quelli non più fuzionali alla costruzione narrativa che volevamo ora dargli. Un tessuto che avrebbe visto alcuni di questi come figure anacronistiche”.

Si legge con curiosità, ci si appassiona alla storia, si ride e ci si emoziona.

Giuseppe Tomei, nato a l’Aquila nel 1971, è insegnante, direttore artistico, autore e attore teatrale da oltre venti anni. Fra le sue tante opere teatrali ricordiamo Nati con la camicia (di forza) (2015), Mysterium Christi (2018), 700 e non sentirli (2019) oltre allo spettacolo beckettiano All’Umor non si comanda che ha visto la luce qualche settimana fa grazie al progetto del Teatro Stabile d’Abruzzo, “L’arte non si ferma”. Come attore, ha recitato fra l’altro nella commedia musicale Traviata, nel radiodramma L’elefante di Raffaello e nello spettacolo La notte del gran rifiuto, la sua ultima performance. Dittico Noir è il suo secondo lavoro letterario, che fa seguito al romanzo breve Io non c’ero edito da Aurora Edizioni (2018).

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Interviste

Elena Arvigo: Atlantide, fucina di talento e libertà artistica, nato per creare il futuro

Domenico Paris

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Tra le attrici più ammirate del panorama teatrale italiano degli ultimi dieci anni, Elena Arvigo, in questo difficile e ormai apparentemente interminabile periodo di forzata assenza dalle scene, non è rimasta certo con le mani in mano, dedicandosi con la solita passione e con la professionalità che la contraddistingue a curare il suo “giardino” di creazione ed esuberanza.

L’abbiamo raggiunta al telefono per fare un po’ il punto della situazione sulle sue attività, con un occhio di riguardo per il progetto Atlantideun contenitore indipendente on line abitato da artisti della scena e delle arti contemporanee (tra i quali Elena Gigliotti, Monica Nappo, Simone Falloppa, Giovani Arezzo) di cui è l’animatrice.

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Partiamo dall’attualità, dal progetto Atlantide: quando è nato e perché?

L‘idea di Atlantide è nata una notte di gennaio, riflettendo sul periodo storico che stiamo vivendo e sulla scorta di una serie di riflessioni che riguardano il presente e il futuro del teatro. Spesso in questi mesi si è posto l’accento sulla funzione “consolatoria” di quello che noi attori, registi, uomini di spettacolo facciamo, sottolineando quanto sarà importante, non appena sarà possibile tornare su un palco, quello che potremo fare per il pubblico. Però, mi è sembrato che si parlasse poco di certe nostre esigenze, in primo luogo di quelle legate alla libertà di poter creare, di poter esprimere qualcosa che possa soddisfare anche noi stessi, oltre chi ci sta di fronte. Ecco, Atlantide risponde proprio a questo tipo di aspettative, mettendo insieme una serie di professionisti del settore che in questo luogo-non luogo offrono il proprio contributo che spazia dal teatro alla poesia, fino ad arrivare alle arti visive e alla performance in un’atmosfera di libertà. Quando ci riuniamo su zoom per decidere per decidere il da farsi, sembra quasi di essere in un camerino non in una dimensione asettica e virtuale! Atlantide è la mia, la nostra reazione a un certo stato di cose che ci sta facendo soffrire, ma che non spegnerà il nostro fuoco.

Il tuo primo contributo al progetto è stato 4.48 Psychos da Sarah Kane, che da tanti anni lascia esterrefatto il tuo pubblico per l’intensità con la quale lo interpreti. Come ci si misura con un testo così “abissale” e come si sopravvive ad esso?

Partiamo dalla base: quest’opera è un capolavoro immortale, senza tempo. La sua è una scrittura che oserei definire scolpita, sembra un lavoro di Michelangelo, privo di sbavature. E queste sue caratteristiche sono tanto più evidenti quante più volte lo si porta in scena, perché è in grado di dimostrarsi perfetto come i migliori testi classici e come loro dimostra tutta la generosità di chi lo ha scritto. Sarah Kane era un’autrice in grado di portare il suo cuore in mano al pubblico, niente di meno. E se è vero che ci vuole coraggio ad interpretarlo, nondimeno ci vuole anche coraggio per vederlo, perché è in grado, se non di cambiarti, quantomeno di connetterti con la dimensione più profonda e sensibile della tua anima, impedendoti di barare con certe riflessioni personali. In questo senso, trovo sia molto funzionale il fatto che non si caratterizzi in uno spazio fisico ben preciso, ma lasci molte possibilità interpretative, trasformandosi quasi in un “appuntamento” con se stessi in un posto sempre diverso, in un perenne “fuori”. E comunque, nonostante l’argomento trattato, nonostante si parli di gravi disagi della psiche e sofferenza, è anche un testo in grado di regalare speranza, secondo me. Il finale, per esempio, con la sua richiesta di luce (“Per favore aprite le tende”) che arriva dopo due pagine di silenzio totale, è emblematico. Difficile immaginare una metafora bella e commovente come questa, no?

Prima abbiamo accennato al futuro del teatro, permettimi di infilare il dito nella piaga: in questo anno abbondante di chiusura, ti sei molto spesa sui social e nelle interviste per difendere la categoria attoriale e dei lavoratori dello spettacolo in genere. Le istituzioni avrebbero potuto far di più per alleggerire la vostra crisi e cosa ti aspetti in vista delle auspicate riaperture?

Una cosa, innanzitutto, che non viene mai rimarcata abbastanza: i teatri non sono tutti uguali. Ci sono quelli sovvenzionati dal FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) che non hanno certo accusato gli stessi problemi di chi si regge con la sua sola attività e con l’incasso al botteghino. È bene che questo si sappia, soprattutto affinché, quando sarà ora e tempo, vengano fatti discorsi e ripartizioni eque. Soldi a disposizione per fare delle buone cose ce ne sono e non sono pochi, ma bisognerà impegnarsi a salvaguardare tante realtà. Per questo è auspicabile che chi lavora in questo settore sappia fare rete comune e, soprattutto, che di questo settore sappia difendere l’integrità, rifiutando certe logiche di clientelismo che, non nascondiamoci dietro un dito, hanno creato “figli e figliocci” prima della pandemia. Non sarà facile.

Per quanto mi riguarda, posso dirti che ho riscontrato difficoltà quasi insormontabili nel dovermi rapportare con certe realtà. Per un motivo molto semplice: non si può impazzire nel tentativo di stabilire un dialogo con chi parla una lingua diversa dalla tua. Dovrebbe essere invece come in amore, dove non si implora qualcosa, la si riceve. Senza “preghiere”.

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Già che ci siamo, una domanda da un milione di dollari: quale sarà la funzione rieducatrice del teatro, se possiamo definirla così, dopo questo lungo dramma di isolamento sociale? Quali saranno, se ci saranno, i nuovi obiettivi?

Vedi, il teatro nel corso della sua storia ultramillenaria si è sempre dovuto adeguare ai cambiamenti e ai grandi eventi che hanno segnato la storia, quindi ha in sé, nella sua stessa essenza, il germe spontaneo del cambiamento. Io penso che servirà da un lato rinnovare il patto tra pubblico e attori, che ha sempre sostanziato, affidandosi a grandi testi, ad opere di profondo respiro in grado di rendere di nuovo tangibili certe emozioni, anzi, certi scambi di emozioni tra attori e pubblico; ma, nello stesso tempo, sarà anche necessario andare incontro al futuro senza demonizzare, ad esempio, certi aspetti tecnologici della nostra civiltà. Pensiamo allo streaming, alle piattaforme social: è vero che non sono la scena, ma consentono comunque ad un pubblico molto più giovane di approcciare con il nostro mondo. È una forma di prossemica che va conosciuta meglio prima di essere “censurata” senza appello. Sfruttandolo in un certo modo, per esempio di notte come farò per le letture per i 200 anni dalla nascita di Baudelaire (appuntamento il 9 aprile sulla piattaforma di Atlantide sui social, cercatela! Ndr), si può creare una forma di intimità differente ma non per questo meno importante. Io penso che l’unica condizione che vada sempre rispettata per la creazione di un “luogo-teatro” sia quella dell’unità di tempo, quindi della diretta. Per il resto, si può e si deve lavorare in un’ottica di introiettare nel discorso “teatro” certe nuove possibilità offerte dalla tecnologia. E non dimenticarsi mai, mai, di andare sempre incontro alla gente.

La tua lunga e variegata formazione nel mondo della danza non ti ha mai spinto a considerare l’ipotesi di confrontarti con tradizioni teatrali diverse da quella occidentale o, comunque, più legate alla performance rispetto all’oralità? Questo sia da un punto di vista attoriale che registico.

Sì, ma solo come appassionata, in termini di studio della materia. Non mi sentirei a mio agio in vesti sceniche completamente diverse da quelle che “indosso” da quando faccio questo mestiere. Certamente nutro un grande interesse nei confronti dei teatri orientali, specialmente il Nō, o verso quelli di performance. Ad esempio, amo la clownerie, ho seguito diversi seminari in materia e sono certa di aver arricchito la mia gestualità scenica tenendo presente certe sue caratteristiche. Nutro poi un interesse profondo anche nei confronti della psicologia, ho frequentato l’intero corso di laurea facendo tutti gli esami, prima di scegliere un’altra strada. Normale che anche in questo caso mi siano rimaste dentro tante cose. Come “studentessa”, nonostante la mia formazione classica al Piccolo di Milano, mi sento molto open minded.

Più volte hai dichiarato che non ti cimenterai mai nella drammaturgia. Non è che il COVID 19 ti ha fatto cambiare idea, regalato qualche spunto in grado di farti fare marcia indietro?

Mhm, no, non ancora perlomeno. Io amo molto le parole degli altri pur facendole ovviamente mie quando recito. In un certo senso faccio drammaturgia “sistemandole” per le mie interpretazioni, affinché siano funzionali quando sono in scena. Però, ecco, se scrivessi tutto io, non so come andrebbero le cose. È un mio modo di manifestare il mio personale pudore quello di esimermi dalla scrittura. Perlomeno fino ad ora lo è stato.

Girare un film, invece, potrebbe interessarti?

Oh sì, mi piacerebbe tantissimo! Da semplice attrice, con il passare del tempo, sono diventata una “teatrante”, nel senso che oltre a curare alcune regie dei miei spettacoli, mi sono cominciata ad occupare un po’ di tutti gli aspetti, dalle luci all’allestimento dello spazio scenico fino ad alcune questioni più…materiali, legate ai budget e all’organizzazione. Non sono diventata una “politecnica”, sia chiaro, ma ho scoperto che è molto gratificante essere dentro e comprendere tutti i meccanismi del tuo lavoro. E affronterei il cinema con lo stesso spirito, sarebbe una sfida bellissima e non avrei paura del cambio di mezzo espressivo. Chissà…

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Nella seconda parte del 2020 hai fatto parte del cast di due film tv di prossima uscita, La scuola cattolica di Stefano Mordini (dal romanzo di Edoardo Albinati, con Valeria Golino, Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca) e Il Boemo di Petr Václav, sul compositore settecentesco Josef Mysliveček. Che esperienze sono state, quali difficoltà soprattutto? E, sempre rimanendo a quello che hai fatto quest’anno, che ci dici della tua partecipazione al Festival di Venezia dello scorso anno?

Abbastanza diverse tra loro: nel film di Mordini, infatti, ho praticamente girato solo interni con pochi personaggi in scena e tutto è stato piuttosto semplice, mentre per il film di Václav, che è una produzione internazionale e ha molti set all’aperto con numerosi attori e comparse contemporaneamente davanti all’obiettivo, le cose sono state molto meno facili, sia in termini di allestimento che in fase di coordinazione. Decisamente non è semplice lavorare nel cinema in questo periodo, comunque. Ci sono tanti problemi pratici e non solo che speriamo possano presto finire.

Per quanto riguarda Venezia, invece, è stata un’esperienza molto gratificante, grazie anche al ruolo di protagonista che mi è stato affidato da Giorgio Diritti in Zombie, un cortometraggio molto bello nel quale si fa una riflessione secondo me molto profonda sui traumi infantili e sui rapporti interfamiliari.

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Interviste

Dalla & Pallottino: lo storico sodalizio artistico nel nuovo libro di Massimo Iondini

Antonella Valente

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A nove anni dalla sua morte, Lucio Dalla continua a raccontare di sé attraverso le parole del giornalista Massimo Iondini che lo fa protagonista anche del suo secondo libro “Dice che era un bell’uomo… – Il genio di Dalla e Pallottino” (Edizioni Minerva). Anche il primo, “Paola e Lucio – Pallottino, la donna che lanciò Dalla“, dato alle stampe nel 2020, si concentrava sul cantautore bolognese e sul rapporto con Paola Pallottino, colei che ha scritto alcuni dei testi più famosi di Dalla come “4 marzo 1943”, “Un uomo come me”, “Il gigante e la bambina” e “Anna Bellanna”. E proprio a distanza di cinquant’anni dalla pubblicazione di “4/3/1943” il giornalista, anch’esso bolognese, decide di “aggiungere un altro tassello” alla bibliografia Dalliana e racconta un periodo ben preciso della carriera di Lucio e una particolare collaborazione, quella con Paola Pallottino.

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E’ stata lei a dare vita al capolavoro di “4/3/1943”, in origine “Gesubambino”, attraverso un testo molto personale che contiene, nonostante alcune censure e modifiche in corso d’opera per permettere a Lucio di partecipare a Sanremo, anche un tema decisamente sentito all’epoca dell’uscita del brano, nel 1971. Tanto sentito che all’indomani dell’esecuzione all’Aristorn, arrivò all’organizzazione del Festival una lettera di una ragazza madre che ringraziò Lucio Dalla e gli organizzatori per il coraggio dimostrato per aver toccato un tema così scottante. “Evidentemente le ragazze madri in quel periodo non erano pochissime – spiega a The Walk of Fame Massimo Iondini – il conflitto era terminato non da così tanto tempo per cui i figli della guerra in quel periodo avevano 25 anni...”

Il suo primo libro uscito lo scorso anno si intitola “Paola e Lucio – Pallottino, la donna che lanciò Dalla”. Da poco è uscito il nuovo libro sempre incentrato sulla figura del cantautore bolognese. Come mai questa affezione nei suoi confronti?

Perchè credo che sia il più “grande” di tutti, ma del resto lo diceva anche Fabrizio Dè Andrè che diceva che Dalla era quello che meglio di tutti e più di tutti aveva sintentizzato “l’alto” e il “popolare”. Sapeva conciliare in maniera perfetta e sintetica questa doppia aspirazione che tutti hanno: quella di essere qualitativamente “alti” nella loro espressione artistica e musicale e quella di essere allo stesso tempo “popolare”. Lucio ha ben sintetizzato tutto ciò. A fronte di alcuni dischi che possiamo definire “impervi e molto intellettualistici”, come quelli fatti con Roversi tra il ’73 e il ’76, ci sono poi dischi più popolari e fruibili. Arrivo al centro della domanda e al perchè io abbia realizzato questo libro: perchè racconta un periodo limitato e una specifica collaborazione. È il Dalla delle origini in cui sono già presenti in noce tutti i temi e semi che poi svilupperà successivamente. La collaborazione con Paola Pallottino è poi al centro della mia attenzione perchè, di tutta la nutrita bibliografia Dalliana, su questo non c’era nulla, per cui con questo lavoro aggiungo un tassello che mancava e che non poteva mancare.

Quando scatta la scintilla artistica tra Lucio e Paola?

Il loro primo disco pubblicato è dell’aprile del ’70 quindi hanno iniziato a frequentarsi alla fine del ’69, in modo abbastanza casuale e fortuito. Lei si dilettiva a scrivere ma era un’illustratrice di fiabe e poi è diventata la più grande storica dell’illustrazione italiana e storica dell’arte. Lucio invece era un musicista: due mondi artistici sì, ma lontani. Si sono avvicinati quando il critico jazz Umberto Santucci ha proposto a Paola di far leggere i suoi testi a Lucio Dalla. Lei era a Bologna perchè il marito architetto aveva vinto un concorso al comune. Così l’ha chiamato e glieli ha fatti leggere. Lucio rimase subito colpito dalla novità che avevano questi testi. Lui, all’epoca, era già un personaggio. A Bologna si era fatto conoscere attraverso il jazz ed era entrato giovanissimo nella Rheno Jazz Band dove c’era anche Pupi Avati. Poi ha iniziato a cantare e aveva anche una coppia di autori fidati: Gianfranco Baldazzi e Sergio Bardotti della RCA. Lucio per la sua vena così originale e per la sua curiosità era la persona più adatta ad intercettare questi testi così metaforici, visionari e ricchi di spunti anche onirici, letterari e fiabeschi. Per cui è stato molto interessante questo connubio ed è stato preparatorio rispetto alla successiva collaborazione con Roberto Roversi, i cui testi erano di uno spessore assolutamente unico, però molto più politici.

Massimo Iondini

4/3/1943: il primo momento di successo per Lucio Dalla, negli anni precedenti cosa non aveva funzionato?

Lucio piaceva tantissimo agli addetti ai lavori, ai discografici e ai musicisti ma non aveva intercettato il grande pubblico perchè le sue canzoni erano difficili, non erano immediate e di facile ascolto, per il modo di cantare e per certe sue soluzioni armoniche. Poi Lucio vestiva malissimo, era un antidivo, lo faceva apposta. Non aveva di certo un fisic du role perchè basso di statura, non bello e si presentava male di proposito, quasi per esaperare questa sorta di “scherzo della natura” che era da un punto di vista anche fisico. A differenza invece del suo amico Gianni Morandi che incarnava il divo musicale. Paola gli scrisse questa canzone anche a modi “risarcimento” nelle intenzioni, perchè lui era rimasto orfano dall’età di 7 anni . Lei voleva costruirgli questa canzone che fosse un pò biografica. Doveva essere una canzone sul padre ma poi è diventata una canzone sulla madre. La canzone è stata censurata, poi, sia nel titolo sia nel testo. Ma in un certo sento ha contributo a fare la sua fortuna, tant’è vero che nel libro prendo ad esame anche i quotidiani di quei giorni, durante il Festival, e tutti ne parlavano. La canzone non ha vinto ma è diventata la vincitrice morale della competizione e il testo della Pallottino è stato anche premiato da una speciale commissione presieduta dal grande Mario Soldati.

All’interno del suo libro ci sono testimonianze esclusive illustri da Gino Paoli a Gianni Morandi, che ne ha curato l’introduzione, Pupi Avati, Renzo Arbore, Ron, Maurizio Vandelli, Angelo Branduardi e tanti altri: qual è quella che ricorda particolarmente con maggior sentimento?

Beh quella di Arbore contiene un bel ricordo, familiare e intimo, di quando la mamma di Dalla con il piccolo Lucio andava tutte le estati in Puglia. Lei faceva la modista e andavano a vendere capi d’abbigliamento. Una delle clienti della signora Iole (mamma di Lucio Dalla ndr) era la signora Arbore. Renzo, più grande di Lucio di circa 7 anni, mi aveva raccontato che giocava con lui, lo intratteneva e lo teneva sulle ginocchia mentre le signore erano intente a scegliere i capi. Quando poi si videro per la prima volta in RCA negli anni ’70, Lucio chiese a Renzo “Tu sei il figlio della signora Arbore che comprava i vestiti da mia mamma?” Poi Arbore è stato un gran tifoso di Dalla fin dagli inizi, infatti quando conduceva insieme a Gianni Boncompagni “Biandera Gialla” metteva sempre le canzoni di Dalla, mentre Boncompagni diceva “questo qui non venderà mai nulla”! (ride ndr). Cos’altro accomunava Renzo e Lucio? la matrice jazzistica. Un altro bel ricordo è quello di Gino Paoli che è stato lo “scopritore” del Dalla cantante. Litigarono anche, nel 1967, quando Dalla partecipò al suo secondo Sanremo. Quell’edizione particolare si ricorda perchè morì Luigi Tenco, e Gino Paoli, qualche tempo dopo, si arrabbiò con Lucio perchè si aspettava da lui che si rendesse promotore di qualche iniziativa, addirittura quella della sospensione del Festival, perchè era scomparso un partecipante della competizione. Paoli, anni dopo, mi ha confessato che si rendeva conto che in quel momento era difficile avere la lucidità di prendee una decisione di quella portata.

Nel libro scrive “Nato per essere solo: questo era l’assioma esistenziale di Lucio”. Era proprio così?

Questo era quello che lui avvertiva nel profondo della sua anima. Quel verso è tratto da una canzone contenuta nell’album “Ciao”, alla quale ha voluto mettere un titolo in inglese: “Born to be alone”. Anche il fatto di averla voluta dire in inglese è un mascheramento, è una confessione a se stesso che però detta in inglese è un pò camuffata. Lucio, in effetti, ha sempre sofferto potentemente l’essere diventato orfano troppo presto, sofferenza aumentata poi anche dal fatto che madre natura gli aveva giocato un brutto scherzo facendolo crescere troppo poco. Poi uno scherzo glielo fece sua mamma che, vedendolo sviluppare poco in altezza, durante il periodo della pubertà lo mandò da un endocrinologo infantile. Il risultato fu una cura ormonale che lo riempì di peli più di quelli che già aveva.

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