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Little Bighorn, quando il sangue degli indiani sconfisse l’oro a stelle e strisce

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Little Bighorn Fabrizio De Andrè

Per indicare una disfatta in Italia è frequente sentire la frase “è stata una Caporetto”. La sconfitta dell’esercito italiano guidato da Cadorna nella Prima Guerra Mondiale è passata alla storia come una delle peggiori e umilianti capitolazioni dei soldati italiani. 

Sia il nome della località in cui avvenne la battaglia, che il nome del comandante, sono ancora oggi usati in accezione totalmente negativa.

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Oltre oceano stessa sorte è toccata al generale George Armstrong Custer. Nel 1876 era a comando del 7° cavalleria dell’esercito degli Stati Uniti d’America.

In quell’anno, precisamente il 25 giugno, il tenente-colonnello insieme a quasi 300 uomini perse la vita in quella che, probabilmente, è la peggior sconfitta delle truppe a stelle e strisce.

La battaglia di Little Bighorn contro gli indiani d’America, Lakota (Sioux), Cheyenne e Arapaho, è sinonimo di disfatta negli USA.

Gli antefatti e la battaglia

Era già un anno che tra nativi e statunitensi il conflitto sulle Black Hills era iniziato. Da una parte gli uomini guidati da Cavallo Pazzo e Toro Seduto non accettavano la presenza degli “uomini bianchi” sulle colline sacre ai Lakota. Dall’altra il governo americano, intenzionato a costruire la ferrovia Northern Pacific, prese la palla al balzo per attaccare gli indiani che crearono incidenti sui cantieri ritenuti illegali in quanto sui famosi territori “non ceduti”, quelle porzioni di terra che non erano sotto la giurisdizione, o meglio sovranità, di nessuno. Né dei pellerossa né degli americani.

Nel 1874 sulle “Colline Nere” fu scoperto una grande presenza d’oro. Ma al contempo era territorio della Gran Riserva Sioux. Le trattative ebbero esito fallimentare. Il governo statunitense lanciò un ultimatum dichiarando “nativi ostili” tutti coloro che non si fossero recati nelle agenzie delle riserve. Questo non fece che alimentare l’avversione da parte degli indiani che furono fomentati da capi carismatici come i due sopra citati.

Il primo errore commesso dall’esercito americano, guidato da George Crook, fu quello di pensare che le bande di nativi nomadi ostili fossero composte al più da 800 uomini.

Ma ritardando la campagna i gruppi di nomadi invernali si unirono a quelli estivi raggiungendo qualche migliaia di unità.

Il generale fu sconfitto, 8 giorni prima della battaglia di Little Bighorn, sul torrente Rosebud in quella che per Toro Seduto era la vittoria che il Grande Spirito gli aveva mostrato in una visione durante la Danza del Sole.

Gli indiani non sapevano che altri due generali guidavano truppe contro i loro accampamenti. 

Il tenente colonnello Custer si staccò dalla colonna del generale Terry per convergere da solo verso i nativi. 

Divise il suo esercito in 4 per contenere l’eventuale fuga del nemico. Ma nessuno si scappò. Anzi. Guidati dal capoguerriero Fiele, raggiunti da Cavallo Pazzo, gli indigeni sbaragliarono l’esercito a stelle e strisce. Furono quasi 300 le vittime, tra cui Custer. 

La sintesi perfetta di cosa fu quella battaglia è nelle parole del cheyenne Gamba di legno: «Abbiamo solo ucciso soldati che erano venuti a uccidere noi».

Little Bighorn tra cinema, fumetti e musica

La battaglia di Little Bighorn continua ad essere ricordata non solo nei libri di scuola. La disavventura del tenente colonnello Custer è diventata la protagonista di numerosi libri, film e fumetti.

Custer’s Last Fight“, regia di Francis Ford (1912), fu uno dei primissimi film a lui dedicati.

Il film “Il massacro di Fort Apache” (1948) di John Ford invece è un’ allusione alla battaglia.

Anche nel film di Arthur Penn, “Il piccolo grande uomo”, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Thomas Berger, il protagonista racconta la sua vita parlando del conflitto vinto dagli indiani.

Anche nel mondo dei fumetti Little Bighorn ha avuto parecchie citazioni. Come in “Tex”, o in “Storia del West” di Gino D’Antonio. La ricostruzione di quest’ultimo fu molto accurata e anche la rivisitazione di Claudio Nizzi vi prese spunto.

Impossibile, infine, non citare Fabrizio De Andrè e la sua passione per i nativi americani. L’album “L’indiano” in cui è contenuta “Fiume Sand Creek”.

Ma soprattutto “Coda di lupo” brano incentrato sulla figura di un giovane pellerossa al quale il nonno raccomandava di non credere mai “al dio degli inglesi”. Il ragazzo cresce assistendo anche all’arringa di un generale Custer dai capelli corti, in antitesi a quello storicamente esistito e sconfitto a Little Bighorn che i nativi chiamavano “Capelli lunghi”.

La leggendaria battaglia del 25 giugno del 1876 è tutt’ora un evento iconico. Simbolo della vittoria del sangue contro l’oro. Forse una vittoria inutile, col senno di poi. Ma che ha regalato agli indiani un posto nel pantheon degli eroi coraggiosi.

Photo by Karen Martinez on Unsplash

Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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Mondovisione, come i limiti di tempo e spazio si sono assottigliati

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mondovisione spazio tempo limiti

I limiti di tempo e spazio vengono giorno abbattuti. Ogni evoluzione scientifica e tecnologica, contribuisce a questa relativizzazione di questi concetti.

I primi ad abbattere queste barriere invisibili furono i messaggeri. Coloro che per mezzo dei propri piedi (vedere la storia della battaglia di Maratona, in occasione anche dell’inizio delle Olimpiadi) o tramite animali o altri mezzi di trasporto, trasportavano notizie. Fatti realmente accaduti e importanti a tal punto da portarne un resoconto altrove.

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Il bisogno di comunicare è alla base dell’abbattimento dei concetti spazio-temporali. Questa necessità sommata all’evoluzione tecnologica ha cominciato a scalfire le idee di lontananza e incomunicabilità. Chi sembrava irraggiungibile era ad un tratto più vicino. E ancora. E ancora.

Il 23 luglio del 1962 ci fu un fatto storico di importanza incredibile. Il primo scambio di immagini in mondovisione.

«Buonasera! Fra pochi minuti ciascuno di noi potrà partecipare, come testimone e come spettatore, alla nascita della televisione mondiale: per la prima volta nella storia delle telecomunicazioni, gli Stati Uniti e l’Europa si accingono a scambiarsi il primo programma televisivo attraverso un satellite artificiale». Con queste parole,in diretta sulla RAI, il telecronista Luca Di Schiena annunciò il primo collegamento televisivo via satellite tra USA ed Europa.

La possibilità di scambiare notizie, di comunicare da una parte all’altra del mondo in contemporanea si stava pian piano realizzando.

In questi campi è stata sicuramente la TV a dare grande impulso. Programmi televisivi in continua evoluzione ed espansione con sempre più collegamenti con il resto del mondo. 

La diffusione su larga scala dei reporter, degli inviati. Ma soprattutto la sempre più crescente richiesta di informazioni da quelli che sembravano altri mondi.

Le parole e le fotografie dei libri, della carta stampata furono affiancati, e in molti casi superati, dalle immagini video della televisione. Televisione che nei decenni ha preso sempre più piede. Divenendo un bene di consumo quasi per tutti. 

Leggi anche “Le prime Olimpiadi moderne – Storia, cultura e filosofia del corpo”

Ad alta richiesta corrispose una vasta offerta. Prodotti sempre più eterogeni. E soprattutto che rendevano, grazie alla diffusione del mezzo, i vecchi concetti limitanti di spazio e di tempo obsoleti.

Fu un continuo superarsi. Arrivò poi il telefono cellulare, i pc, i tablet, gli smartphone, i social, la messaggeria istantanea, le videochiamate, le call, le videoconferenze, lo smartworking.

In un’idea quasi di annullamento dello spazio e del tempo. Come se qualsiasi cosa, anche luogo, possa essere trasportato all’interno di uno schermo più o meno grande. Strumenti spesso criticati ma ormai beni imprescindibili. Che riducono praticamente a zero le distanze. Che in un periodo di distanziamenti cercano di essere un palliativo.

Manifestazioni come gli Europei di calcio, le Olimpiadi che hanno inizio oggi, sono eventi che uniscono in un’unica direzione persone di ogni parte del mondo. Ad ogni latitudine. Ad ogni fuso orario c’è qualcuno che starà guardando un atleta rappresentante la sua bandiera. E quell’atleta potrà essere visto in tutto il mondo. Ad ogni coordinata.

Grazie alla mondovisione. Che oggi celebra il suo 58esimo anniversario.

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Il cielo di luglio: il Leone di Nemea e il superamento di sé

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Il 23 luglio entriamo ufficialmente nel segno del Leone. Questa  costellazione è posizionata abbastanza lontano dalla Via Lattea, ed è possibile osservare al suo interno tantissime altre galassie: M65, M66, NGC 3628, M95, M96, NGC 2903, NGC 3193, NGC 3607. Sono presenti anche diversi sistemi di pianeti, ad esempio quello della stella gigante arancione HD 102272, attorno alla quale orbitano due pianeti simili a Giove, o quello della stella nana rossa Gliese 436, attorno alla quale orbita un pianeta la cui massa somiglia a quella di Nettuno.

Il Leone di Nemea nel mito

Nella mitologia, la costellazione del Leone rappresenta la prima delle dodici fatiche di Eracle/Ercole. Euristeo re di Micene, ordina ad Eracle di uccidere il famigerato leone dalla pelle così dura che risulta essere invulnerabile a qualsiasi arma, che vive in una grotta vicino la città di Nemea, in Argolide.

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Allora, Ercole, per sconfiggerlo, ricorre a un furbo stratagemma. Prende la sua clava di legno e corre verso il leone, agitando l’arma per aria. La bestia, colta di sorpresa, arretra e si rintana nella sua vicina grotta; Questa grotta aveva due uscite e se l’eroe fosse entrato da una delle due, il leone sarebbe potuto uscire facilmente dall’altra, arrivandogli alle spalle, intrappolandolo e uccidendolo. Ercole allora sigilla una delle due scappatoie con delle pietre, entra fulmineo e si scaglia sul leone; poiché non può ucciderlo con la clava o con le frecce, gli circonda il collo con le braccia e lo stringe, fino a soffocarlo. 

Dopo una terribile lotta, l’eroe riesce quindi ad annientare la belva strangolandola. Utilizzando gli stessi artigli del leone, Ercole lo scuoia e da allora utilizzerà sempre la sua pelle durissima come invincibile armatura. Dopo la battaglia l’eroe solleva la carcassa e la porta da Euristeo che, terrorizzato, gli ordina di lasciare da quel momento in poi le prove dei suoi successi di fronte alle porte della città. Il re fifone, impaurito dei terribili mostri che Ercole avrebbe portato con sé, attendeva quindi l’arrivo dell’eroe nascosto in un’urna di bronzo.

Le dodici fatiche compiute da questo mitico eroe rappresentano il cammino “iniziatico” dell’ uomo verso la consapevolezza di sé, fino all’ autorealizzazione finale. I 12 segni zodiacali rappresentano ognuno una diversa caratteristica dell’uomo che viene acquisita dopo il superamento di ognuno di questi ostacoli.


Il leone nello specifico è il simbolo del superamento del sé individuale; la belva feroce, infatti, allude alla personalità dominatrice che l’eroe deve uccidere, abbandonando l’egoismo. L’allegoria della grotta compare in molti racconti mitologici ed in molti testi sacri: lo stesso Cristo è nato in una di esse attenderà la sua resurrezione. Insomma questa prova consiste nel superare la fierezza orgogliosa e l’istintiva ostinazione di cui il leone è da sempre simbolo e raggiungere uno stadio “nobile” della forza e della grandezza. Dobbiamo uccidere e superare il leone della nostra personalità, domare la bestia che vorrebbe comandarci ed eliminarne la parte più nociva e tossica, utilizzando slamemte la parte sicura, utile e controllata.  La pelle del leone vinto d’ora in avanti costituirà la “divisa” di Eracle, la “corazza” che servirà a difenderlo e a ricordargli di controllare la bestia dentro di lui. Solo così sarà in grado di affrontare le nuove prove.

copertina: Rubens – Ercole E Il Leone Nemeo

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22 luglio 776 a.C.: i primi Giochi Olimpici

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Ci siamo. Domani si celebra la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Tokyo 2021 ma in antichità, i primi giochi olimpici, si tennero nel 776 a.C. a Olimpia, in Grecia. Come ci ricorda il poeta Pindaro, vissuto nella stessa nazione tra il 500 e il 400 a.C., sono proprio queste le manifestazioni atletiche più importanti tra i cosiddetti “giochi panellenici”: Giochi Olimpici, Istmici, Pitici, Nemei.

Come l’acqua è il più prezioso di tutti gli elementi, come l’oro ha più valore di ogni altro bene, come il sole splende più brillante di ogni altra stella, così splende Olimpia, mettendo in ombra tutti gli altri giochi.

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Indubbiamente, molti secoli prima dell’inizio dei giochi dell’antica Grecia, esisteva già un’attività agonistica che era generalmente praticata. In Mesopotamia, in Egitto, per gli Ittiti. Centinaia di ritrovamenti archeologici attestano per tutta l’antichità la pratica del pugilato, della corsa dei cavalli e persino di giochi con la palla. Ma è in Grecia che l’agonismo si esprime in stretta connessione con la religione e con l’importanza dell’addestramento militare. Ogni cittadino greco doveva essere pronto a scendere in battaglia – l’esito dei conflitti dipendeva maggiormente dalle qualità fisiche- pertanto ci si allenava di conseguenza. La corsa potenziava la velocità e la resistenza; il salto l’agilità; i lanci potenziavano i muscoli e a lotta e il pugilato addestravano agli scontri corpo a corpo. Sono i greci che per primi istituiscono manifestazioni sportive con cadenza temporale regolare: ogni quattro anni si svolgevano gli agoni, il tempo tra i due eventi si chiamava Olimpiade. Tecnicamente e organizzativamente complessi, i Giochi non potevano certo esistere senza l’impianto rituale che vi era connesso.

I giochi atletici si svolgevano già in occasione dei funerali, specie se di personaggi importanti, eroi, la cui memoria viveva attraverso le imprese degli atleti; uno dei primi esempi sono proprio i giochi fatti in onore del defunto Patroclo a cui prendono parte tutti i mitici eroi greci, compreso Achille, raccontati nell’Iliade. Vita e morte erano due facce della stessa medaglia, in continua relazione dialettica tra loro. Gli atleti che partecipavano ai giochi traevano la forza proprio dagli eroi scomparsi, in onore dei quali si svolgevano le competizioni. Nell’Altis, il recinto di Olimpia, ardeva costante la fiamma sacra, simbolo della luce e della vita. Da qui nascono i culti agonistici che metteva in contatto il mondo della religione con quello dell’atletica. Per questo motivo (almeno inizialmente) i luoghi che ospitavano i principali giochi panellenici erano generalmente sede dei più noti luoghi religiosi. Durante lo svolgimento delle gare non si combattevano battaglie e non si dichiarava guerra. Sin dall’origine della manifestazione tutti i re acconsentivano a vivere in un periodo pacifico: la calma olimpionica.

Anche i romani organizzeranno dei Giochi Olimpici, Nerone ne indirà alcuni a cui tutti gli atleti dell’impero romano – compreso lui stesso- presero parte. La rapida cristianizzazione dell’Impero a partire dal IV secolo ebbe un’influenza determinante nel declino dei Giochi e alla loro inevitabile scomparsa. Nel 393 d.C., l’imperatore Teodosio I soppresse per sempre questi agoni pagani, che ormai non avevano più motivo di esistere.

Copertina; anfora con pentatleti da Leida

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