Little Bighorn, quando il sangue degli indiani sconfisse l’oro a stelle e strisce

Per indicare una disfatta in Italia è frequente sentire la frase “è stata una Caporetto”. La sconfitta dell’esercito italiano guidato da Cadorna nella Prima Guerra Mondiale è passata alla storia come una delle peggiori e umilianti capitolazioni dei soldati italiani. 

Sia il nome della località in cui avvenne la battaglia, che il nome del comandante, sono ancora oggi usati in accezione totalmente negativa.

MyZona

Oltre oceano stessa sorte è toccata al generale George Armstrong Custer. Nel 1876 era a comando del 7° cavalleria dell’esercito degli Stati Uniti d’America.

In quell’anno, precisamente il 25 giugno, il tenente-colonnello insieme a quasi 300 uomini perse la vita in quella che, probabilmente, è la peggior sconfitta delle truppe a stelle e strisce.

La battaglia di Little Bighorn contro gli indiani d’America, Lakota (Sioux), Cheyenne e Arapaho, è sinonimo di disfatta negli USA.

Gli antefatti e la battaglia

Era già un anno che tra nativi e statunitensi il conflitto sulle Black Hills era iniziato. Da una parte gli uomini guidati da Cavallo Pazzo e Toro Seduto non accettavano la presenza degli “uomini bianchi” sulle colline sacre ai Lakota. Dall’altra il governo americano, intenzionato a costruire la ferrovia Northern Pacific, prese la palla al balzo per attaccare gli indiani che crearono incidenti sui cantieri ritenuti illegali in quanto sui famosi territori “non ceduti”, quelle porzioni di terra che non erano sotto la giurisdizione, o meglio sovranità, di nessuno. Né dei pellerossa né degli americani.

Nel 1874 sulle “Colline Nere” fu scoperto una grande presenza d’oro. Ma al contempo era territorio della Gran Riserva Sioux. Le trattative ebbero esito fallimentare. Il governo statunitense lanciò un ultimatum dichiarando “nativi ostili” tutti coloro che non si fossero recati nelle agenzie delle riserve. Questo non fece che alimentare l’avversione da parte degli indiani che furono fomentati da capi carismatici come i due sopra citati.

Il primo errore commesso dall’esercito americano, guidato da George Crook, fu quello di pensare che le bande di nativi nomadi ostili fossero composte al più da 800 uomini.

Ma ritardando la campagna i gruppi di nomadi invernali si unirono a quelli estivi raggiungendo qualche migliaia di unità.

Il generale fu sconfitto, 8 giorni prima della battaglia di Little Bighorn, sul torrente Rosebud in quella che per Toro Seduto era la vittoria che il Grande Spirito gli aveva mostrato in una visione durante la Danza del Sole.

Gli indiani non sapevano che altri due generali guidavano truppe contro i loro accampamenti. 

Il tenente colonnello Custer si staccò dalla colonna del generale Terry per convergere da solo verso i nativi. 

Divise il suo esercito in 4 per contenere l’eventuale fuga del nemico. Ma nessuno si scappò. Anzi. Guidati dal capoguerriero Fiele, raggiunti da Cavallo Pazzo, gli indigeni sbaragliarono l’esercito a stelle e strisce. Furono quasi 300 le vittime, tra cui Custer. 

La sintesi perfetta di cosa fu quella battaglia è nelle parole del cheyenne Gamba di legno: «Abbiamo solo ucciso soldati che erano venuti a uccidere noi».

Little Bighorn tra cinema, fumetti e musica

La battaglia di Little Bighorn continua ad essere ricordata non solo nei libri di scuola. La disavventura del tenente colonnello Custer è diventata la protagonista di numerosi libri, film e fumetti.

Custer’s Last Fight“, regia di Francis Ford (1912), fu uno dei primissimi film a lui dedicati.

Il film “Il massacro di Fort Apache” (1948) di John Ford invece è un’ allusione alla battaglia.

Anche nel film di Arthur Penn, “Il piccolo grande uomo”, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Thomas Berger, il protagonista racconta la sua vita parlando del conflitto vinto dagli indiani.

Anche nel mondo dei fumetti Little Bighorn ha avuto parecchie citazioni. Come in “Tex”, o in “Storia del West” di Gino D’Antonio. La ricostruzione di quest’ultimo fu molto accurata e anche la rivisitazione di Claudio Nizzi vi prese spunto.

Impossibile, infine, non citare Fabrizio De Andrè e la sua passione per i nativi americani. L’album “L’indiano” in cui è contenuta “Fiume Sand Creek”.

Ma soprattutto “Coda di lupo” brano incentrato sulla figura di un giovane pellerossa al quale il nonno raccomandava di non credere mai “al dio degli inglesi”. Il ragazzo cresce assistendo anche all’arringa di un generale Custer dai capelli corti, in antitesi a quello storicamente esistito e sconfitto a Little Bighorn che i nativi chiamavano “Capelli lunghi”.

La leggendaria battaglia del 25 giugno del 1876 è tutt’ora un evento iconico. Simbolo della vittoria del sangue contro l’oro. Forse una vittoria inutile, col senno di poi. Ma che ha regalato agli indiani un posto nel pantheon degli eroi coraggiosi.

Photo by Karen Martinez on Unsplash

Da leggere anche

Federico Rapini
Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

Speciale multimedia

spot_img

Ultimi inseriti

esplora

Altri articoli