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Musica

22 anni senza Fabrizio De André: le nostre 10 canzoni preferite

Ha rivoluzionato il cantautorato italiano fermo da anni ai dogmi della “canzonetta”. Gli emarginati e tutti quelli messi all’angolo dalla società sono stati i protagonisti dei suoi testi.

Antonella Valente

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Era l’11 gennaio del 1999 quando alle ore 2 e 30 ci lasciava Fabrizio De André. Sono trascorsi 22 anni da quel giorno ma le sue ballate continuano ad accompagnare le nostre vite. Tra il mito e la realtà ha sfidato i canoni arroganti del suo tempo – ma anche del nostro – con ironia e un linguaggio sferzante e pungente. Ha rivoluzionato il cantautorato italiano fermo da anni ai dogmi della “canzonetta”. Gli emarginati e tutti quelli messi all’angolo dalla società sono stati i protagonisti dei suoi testi, fornendo una chiave di lettura della vita e dell’esistenza che fino ad allora l’Italia non conosceva.

The Walk of Fame omaggia Fabrizio De André riproponendo 10 di alcuni dei suoi grandi successi, consapevoli che tutte le eccellenze messe in musica dal grande Faber mai potrebbero far parte di un unico elenco.

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Il Testamento di Tito (1970)

Pezzo simbolo dell’album “La buona novella”, incentrato sulla figura di Gesù, considerato da Faber il più grande rivoluzionario della storia. Tito, a ben vedere, sarebbe uno dei ladroni crocifisso insieme a Cristo, però quello buono. In questo testo Tito ripercorre e analizza i dieci comandamenti, come se facesse un testamento, e riflette sul senso della legge di Dio. La visione di De André è una visione critica nei confronti di una legge divina in nome della quale si può anche uccidere un uomo senza averne pietà. Tito, sebbene peccatore, è l’unico che “prova dolore nel vedere un uomo che muore” e con quest’ultima strofa c’è il riscatto del peccatore che sembra essere l’unico ad aver “imparato l’amore”.

Bocca di Rosa (1967)

Uno dei brani più conosciuti nel panorama nazionale a tal punto che l’espressione “bocca di rosa” è entrata ormai nell’immaginario collettivo per indicare una persona “poco di buono”, una prostituta, anche se De Andrè, come precisò in un’intervista, non aveva intenzione di considerarla in quel modo, perché lei l’amore non lo faceva per soldi o per professione ma lo faceva con passione. Tante sono le ipotesi che si sono susseguite nel corso degli anni circa l’esistenza o meno di una Bocca di Rosa che lo avesse influenzato. C’è chi ritiene che si sia ispirato alla canzone francese “Brave Margot” di Brassens, chi ritiene che Bocca di Rosa fosse stata una ragazza istriana, come si evince dal suo unico romanzo, e infine chi pensa che fosse stata Liliana Tassio, scomparsa nel 2016, e che aveva sempre riferito di essere lei la donna di cui De André parlò.

Il Pescatore (1968)

Un pescatore si trova ad avere a che fare con un assassino che gli chiede del cibo e da bere. Senza opporre resistenza il pescatore esaudisce la richiesta e spezza il pane per chi ha sete e fame. Nonostante la stranezza dell’incontro, si tratta di un momento evocativo, pieno di calore, dai tratti cristiani, dove l’ha fa da padrone l’altruismo e il buon cuore. Un pescatore che difende un assassino.

La canzone dell’amore perduto (1974)

Si dice che i versi di questa canzone siano autobiografici. Infatti pare siano stati scritti da Fabrizio al culmine del matrimonio con la prima moglie Enrica Rignon, madre di Cristiano. La canzone ha due narratori: nella prima strofa un lui, mentre nella seconda una lei. Nonostante le diverse teorie sul perchè di una scelta tanto strana, alcuni ritengono che la prima strofa appartenga ad un momento in cui l’uomo dialoga con la donna rivelandole il suo finito amore, nella seconda invece, si può pensare che lui resti solo con sè stesso e i suoi pensieri.

Verranno a chiederti del nostro amore (1973)

De Andrè racconta la fine di un’ amore ma indaga anche sulle cause che hanno condotto al culmine della storia. Si tratta di un mix di emozioni, tra dolore, sconforto e rammarico che confluiscono nella consapevolezza di non essere riusciti a cambiare le cose “non sono riuscito a cambiarti, non mi hai cambiato lo sai“. Ma dal testo si evince inoltre la necessità di continuare ad avere rispetto di una storia d’amore lunga nonostante la separazione.

Amore che vieni amore che vai (1968)

Qui l’amore è il vero protagonista. Faber ha sempre parlato dell’amore come sentimento travolgente, come una passione inappagabile, ma che è destinata a non durare nel tempo. Come dice il titolo, l’amore viene e va ed è innegabile il fatto che sia un inno alla caducità del sentimento stesso. In questo testo imperano le citazioni, soprattutto il riferimento alle Odi di Catullo. Tale composizione è da considerarsi alla stregua della poesia perché evoca e sintetizza, tra originalità e opportune citazioni, le qualità del sentimento che rende felici le nostre vite: l’amore. Anche se viene e va.

Crêuza de mä (1984)

Interamente in dialetto ligure, come l’intero disco dall’omonimo titolo. Se dovessimo fornire una traduzione si potrebbe parlare di “viottolo di mare”, ovvero la strada che delimita due proprietà e che porta sempre al mare. Nell’idioma genovese De Andrè riscopre un linguaggio antico, tra i più usati nel Mediterraneo nell’ambito della navigazione e degli scambi commerciali, arricchitosi nei secoli di innumerevoli influenze, con espressioni dal greco, dall’arabo, dal francese e dallo spagnolo. Protagonisti del testo sono i marinai e le loro vite da eterni viaggiatori, ma anche le loro sensazioni e le esperieze vissute sulla loro pelle. L’album omonimo è stato considerato una delle pietre miliari della musica degli anni ’80 e Byrne ha dichiarato a Rolling Stone che si tratta di di uno dei dieci dischi più importanti nel panormama internazionale musicale del decennio.

La guerra di piero (1968)

Frutto dei racconti di guerra dello zio materno Francesco, sopravivissuto alla campagna d’Albania. Si tratta del punto di vista di un semplice soldato che aveva vissuto il conflitto in prima persona. Un racconto dolce ma al contempo triste della contradditorietà e stupidità poste alla base della guerra. In questo testo tra la vita e la morte si innesta il tempo che a volte è un tramite a volte separazione.

Hotel Supramonte (1981)

Tra tutti i brani composti da Fabrizio De Andrè, questo forse è quello più emozionante per il significato che nasconde. Infatti il Supramonte è il posto della Sardegna in cui lui e la sua compagna Dori Ghezzi furono tenuti per 4 mesi a seguito del rapimento organizzato dalla malavita sarda nel 1979. Si tratta di uno dei luoghi più belli della regione, tra natura e buon cibo e per questo è facile trovarvi hotel e bar sparsi in tutto il territorio. Faber e la compagna furono liberati solo dopo il pagamento di un riscatto della somma di più di 500 milioni. Nel corso degli anni, l’artista genovese ha sempre sottolineato il lato umano dei rapitori, fornendo loro il suo perdono, cosa che invece non fece per i presunti mandanti del sequestro : “Ho perdonato loro [i sequestratori] perchè, potendoci fare del male, hanno scelto di trattarci bene. Vorrei che certi catoni, certa gente che mi dice ‘Dovevi prima impiccare e poi perdonare’, vivessero l’esperienza che abbiamo vissuto noi e provassero quanto è importante, in quelle condizioni, essere trattati con umanità”.

Don Raffaè (1990)

Il brigadiere Pasquale Cafiero che lavora nel carcere di Poggio Reale è il rpotagonista della ballata. Negli anni ha stretto amicizia con don Raffaè, un boss camorrista. Nella realtà don Raffaè era il boss della camorra Raffaele Cutolo che una volta venuto a conoscenza dell’esistenza del brano scrisse a De Andrè per congratularsi aggiungendo: “Non capisco come abbia fatto a cogliere la mia personalità e la mia situazione in carcere senza avermi mai incontrato”. In effetti nè Faber nè Massimo Bubola, coautore del brano, avevano avuto modo di informarsi precisamente sul personaggio prima della sua detenzione. Questa storia sottolinea le problematiche dei carceri e la corruzione diffusa tra le guardie e i boss. Particolare la scelta di utilizzare il dialetto napoletano ed il ritornello è, infatti, un rimando ad una canzone di Modugno del 1958 (‘O ccafè). Il resto della composizione individua una serie di pensieri in prima persona dello stesso brigadiere, che apre il giornale e inizia a discutere delle notizie che legge con don Raffaè, al quale chiede consigli e opinioni e – verso la fine – anche un lavoro per il fratello.

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

Musica

“Rappresentanza unitaria senza pregiudizi ideologici”: come far ripartire il settore musica

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Questo testo è stato da pronunciato dal giornalista Paolo Romano il 1 maggio, poche ore prima della bufera scatenata dalla vicenda Fedez.

Partigianerie, arroccamenti, salamelecchi hanno invaso bacheche e media, con un grado di divisività che sorprende solo chi non segue il settore musicale. Resta chiaro un punto dalla vicenda: questa categoria ha bisogno di una rappresentatività ampia e fin qui sconosciuta. Senza di essa, si resterà esposti ai venti della polemica o al masaniello di turno e i problemi resteranno sul tappeto. (ndr, 4 maggio 2020)

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“Buon primo maggio. Che sia meno retorico possibile, che sappia svincolarsi dalla tentazione di elencare i diritti denegati e ridotti a parata di vetrine; che non si dissolva nella manfrina del rituale”. 

Qui a The Walk of Fame ci si prova con serietà e ringrazio il direttore Federico Falcone per avermi voluto concedere il privilegio di qualche considerazione sparsa; libera soprattutto, come dovrebbe essere ogni voce pubblica e privata in una democrazia compiuta. Siamo pronti ad ascoltare tante ore di musica, messe a disposizione dalla nostra piattaforma, con il contributo di artisti e gruppi felici di esserci. Oggi, insomma è una festa e prima di iniziare ad ascoltare e ad aprire le finestre del cuore ai suoni, mi permetto qualche osservazione, lo dico subito, non tra le più accomodanti… In questo seguendo la natura del rock, per sua natura anarchico e “contro”. 

“In questa testata si parla di musica e nell’ultimo anno abbiamo assistito al curioso paradosso per cui di musica si è scritto tanto, ma si è ascoltato poco, soprattutto nella sua vocazione elettiva che è la dimensione live. L’epidemia, è fin troppo noto, ha travolto un sistema fragile, fragilissimo come quello dei lavoratori del comparto degli spettacoli, che – speriamo di esserne finalmente tutti consapevoli – non è fatto solo dei grandi eventi, ma soprattutto di micro realtà composite che, specie nel nostro paese, contribuiscono a dare corpo alla civilizzazione e al progresso delle idee irrituali, quelle che scombinano e alterano, a volte con le necessarie sgrammaticature, le regole istituzionali della fissità”.

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“Una realtà, perdonatemi la divagazione, simile a quella del credito. Se c’è una motivazione per cui l’Italia ha sofferto, ma non è stata spazzata via dalla grande crisi finanziaria americana di Lehmann nel 2008 è perché il nostro sistema è fatto di piccoli risparmiatori, la colonna vertebrale che regge i muscoli è composita; vale nel credito vale nel settore delle produzioni musicali ed è una virtù, purché la si sappia governare e sfruttare. Resta il fatto che è grazie all’arte e ai grandi eretici di ogni segmento intellettuale che le società si trasformano e rinnovano la loro energia“.

Che cosa ha trovato la crisi e cosa è ragionevole che lasci sul campo?

“Questa è una domanda cruciale perché ci troviamo di fronte ad un anno zero per i musicisti e tutti i lavoratori dell’indotto, operatori culturali e giornalisti inclusi. Ed è a maggior ragione importante ricordarcela oggi, che dei diritti dei lavoratori dovrebbe esser la festa”.

“Un chitarrista italiano, Marco Manusso, alcuni anni fa scrisse uno spettacolo con un titolo molto ironico: Ma lei a parte la chitarra, che lavoro fa? Si potrebbe partire da questo. Quanti di chi ha un ruolo di governo centrale o locale, di chi è classe dirigente e giù giù fino a tanti cittadini comuni hanno chiaro il fatto che chi fa musica è un lavoratore, come un operaio, come un funzionario pubblico, come un medico, come chiunque svolga un’attività produttiva? E quanti sono consapevoli o saprebbero dire perché fare musica è un’attività produttiva? Certo, sono due domande tristemente retoriche, con una risposta scontata. Chi fonda un progetto rock o suona metal, facciamola ancora più provocatoria, ha gli stessi diritti sociali di un architetto? Sì! E allora perché no? 

Proviamo a fare un’analisi ragionevole, un bagno di realtà, che sarà contestata da ogni parte (a conforto di pescare qualcosa di vero) come capita ogni volta che ci si trova a discutere della più grande crisi del settore musicale e artistico di ogni tempo. Perché di questa catastrofe le responsabilità e le miopie vanno sciaguratamente divise. Vediamo, certo nel suo aspetto massimalista, qualche aspetto. 

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Sulle ragioni che vengono da lontanissimo sorvoliamo, per quello ci sono gli storici. Però, ragione e fatti vogliono che se quelli del musicista e degli operatori fossero lavori allora avrebbero chiarezza assoluta nel regime fiscale, contributivo, retributivo, pensionistico, impositivo. Così non è. Nessuna disciplina autonoma di un comparto che si trova appiccicato ora qua ora là il contesto normativo di professioni diverse. Se fosse un lavoro godrebbe di meccanismi di sostegno o di ammortizzatori che scatterebbero in automatico e ci sarebbe un fondo di riferimento nel bilancio dello Stato e poi nelle casse regionali per una distribuzione perequativa del welfare. 

Però un lavoro lo è e come e fa incassare allo Stato un bel bottino. Qualche esempio? L’aumento del turismo in occasione di rassegne musicali di rilievo con tutto ciò che questo porta all’economia, il florilegio delle scuole di musica, cui in molti casi è stato riconosciuto status parificato ai conservatori per il rilascio di titoli, che quindi portano soldi in tasse; gli eventi fanno lavorare l’indotto di operai, fonici, costumisti, tecnici delle luci e del suono e così via, aumentando la produttività economica complessiva. Questo riguarda, detto rapidamente, l’aspetto per così dire brutalmente materiale della faccenda: il movimento di soldi. Lo hanno ben chiarito pochi giorni fa quanti si sono ritrovati a Piazza del Popolo con i bauli e un hashtag: “governo ora ci vedi?” (che peraltro il bravo Fabio Iuliano ha seguito per il nostro giornale). Lo dico subito e senza equivoci: sono dalla loro parte. 

Epperò.  I musicisti? Tutti agnelli sacrificali di un sistema assurdo che li vessa? Nient’affatto. Si tratta, in effetti, di una categoria che ha approfittato della propria invisibilità in molti casi per lavorare indisturbatamente al riparo delle tasse e dei balzelli impositivi delle altre categorie. Sempre pronti a lagnarsi quando i pochi soldi non sono arrivati nelle tasche, sempre attenti ad agire per un profitto tutto personale nella rincorsa, un po’ mortificante, ad accaparrarsi per primi il tozzo di pane messo a disposizione. Gli effetti: una storica incapacità di organizzare i propri interessi in modo omogeneo e aggregante, in modo da porsi come controparte attendibile e credibile nei tavoli del governo; farsi, insomma, autorevole parte sociale. Con gran godimento di chi, dalle parti della politica decidente, ha tratto beneficio di una sterminata pletora di sigle e siglette improvvisate, incapaci di parlare una lingua comune, ma sempre pronti a screditare i colleghi per il proprio “particulare”, avrebbe detto Guicciardini. Torno per un attimo ai bauli di Roma: il Governo magari avrà visto, ma non sono certo che abbia capito. Qualcuno ha letto il numero di sigle che ha indetto il flashmob? Servirebbe qualcosa in più di un pallottoliere. Ed ecco il punto. 

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Non avere autorevolezza rappresentativa ha significato anche non saper individuare possibili effetti vulneranti di una sospensione delle attività, quello che per la Costituzione è lo sciopero. Messe così le cose, la dirò brutalmente, uno sciopero dei musicisti non avrebbe alcun effetto, se non quello di scatenare ironie e qualche sorriso furbo. A chi nuocerebbe? A nessuno. E un’astensione collettiva che non faccia danno non è uno sciopero. Quello, si direbbe polemicamente, lo fanno i lavoratori.

È questo, grossolanamente, lo scenario sul quale ha impattato la pandemia. Un settore sventrato di interessi individuali, incapacità di aggregazione, mancato ascolto del governo, inadeguatezza dell’apparato normativo. Attenzione, era già così! Si reggeva in piedi come un morto che cammina in attesa di un alito di vento, figuriamoci con la bufera in corso. Si è trattato, quindi, di una crisi largamente annunciata, come un palazzo di cento piani, mai ispezionato e dalle fondamenta marce. Ha fatto male lo Stato, hanno fatto male i lavoratori. Spiace, ma questo è quello che si vede. 

Ed è sempre questo l’anno zero, l’occasione irripetibile se si vuole ripensare ad un futuro del professionismo musicale organizzato come categoria produttiva. Finendola, finalmente, con la retorica delle presunte sale piene, concerti gremiti, incassi mancati, quando i primi a mancare alle esibizioni dei loro colleghi sono proprio i musicisti e quando gli eventi, non trainati da grandi nomi, sono naufragati spesso e volentieri in flop di imbarazzo e applausi di zie e cugini. Se si vuole essere protetti dal mercato, bisogna essere presenti nel mercato e saper parlare la legge del mercato, senza – alla bisogna – rifugiarsi nel Parnaso dell’idealismo di facciata. Serve, insomma, che gli artisti convergano su pochi e chiari punti di confronto, in una rappresentanza orientativamente unitaria e senza pregiudiziali ideologiche

Fatto sta che, come ho accennato all’inizio, in questo ultimo anno si è scritto tanto e si è ascoltato poco. Ma attenzione: si è scritto tanto ma male. E questo porta dritti al cuore di un problema strettamente collegato a quanto detto sin qui: l’assoluta, radicale, disarmante assenza di giornalisti musicali nelle testate. E allora la faccenda dei diritti che oggi si celebrano si complica un bel po’, perché l’abisso di precariato che vive il giornalismo, produce ricattabilità nel modo di raccontare le notizie, privando il lettore del diritto di informarsi adeguatamente. Insomma, due diritti negati in un sol colpo, niente male. 

Parrà una banalità, ma il giornalista musicale è una professione che richiede un altissimo grado di specializzazione, perché comporta competenze di natura tecnica (come il settore scientifico, matematico, tecnologico o economico) e di conoscenza storica. Non può essere in alcun modo delegato all’improvvisazione, perché funziona, avrebbe detto Galilei, iuxta propria principia, con regole precise che perimetrano l’interpretazione della creatività. L’idea che di musica si occupi un fantomatico giornalista culturale, vuol dire che il malcapitato potrebbe occuparsi indifferentemente di libri, filosofia, hard rock, poesia, balletto o cinema. 

Il racconto della musica, lo dirò chiaramente, sulle grandi testate si riduce troppo spesso a un gigantesco mercato, in cui le grandi firme comprano le indulgenze dalle major, diciamo così … che dunque occorra una svolta “luterana” per scardinare il sistema appare ovvio. E sia detto per inciso, se il crollo delle vendite e degli incassi riguarda molto di più le testate generaliste che non quelle “tecniche”, il motivo è spesso anche nella qualità offerta, talmente imbarazzante (talvolta) da metter tristezza. Chi ama la musica la legge sulle testate di settore, che – come questa – mettono un grado di passione, professionismo e serietà ben oltre il comune. 

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Ma torniamo alla musica. Poco fa abbiamo lasciato in sospeso, volutamente, il discorso sulla produttività economica. Ma tutte le volte che si parla di arte c’è qualcosa di molto, molto più grande in gioco. Si tratta di un bene immateriale senza il quale le società soffocano e implodono in sé stesse. Riccardo Muti, a ottobre, scrisse questo all’allora Presidente del Consiglio: Le chiedo, sicuro di interpretare il pensiero non solo degli Artisti ma anche di gran parte del pubblico, di ridare vita alle attività teatrali e musicali per quel bisogno di cibo spirituale senza il quale la società si abbrutisce. 

Bisogna capire bene a cosa si riferisce il Maestro quando parla di abbrutimento, perché è qualcosa con la quale abbiamo a che fare tutti i giorni e della quale ci lamentiamo tutti i giorni. Quante volte negli ultimi mesi ci è capitato di dire che sono tutti arrabbiati, cupi, aggressivi, polemici? Abbiamo dato la colpa ai lockdown. Ma quella smania che produce cattiverie, smanie e furie sui social, rimbalza nelle giornate, scava nella parte più buia degli uomini ha un nome e cognome precisi: è la mancanza di bellezza con la quale vivere a contatto. Quella bellezza è determinata dall’arte, dalla sua capacità di centrifugare il dato comune e restituirlo con un aspetto tutto nuovo e non considerato. Questo è quello che fanno artisti e musicisti. Privarsi ostinatamente di quella possibilità porta a rattrappirsi in piccoli pensieri con orizzonti corti. Società senza concerti, spettacoli, performances di varia natura diventano tristi e cattive, favoriscono un discorso autoreferenziale e brutalmente materiale, che conduce a forme di tirannia o dittatura del presente, degli indici, dei numeri. Ecco quindi che il “cibo spirituale” di Muti è qualcosa di molto più concreto e meno retorico del suo aspetto, ecco che l’abbrutimento diventa una cattiva prassi cui ci stiamo assuefacendo in tempi dannatamente rapidi. Questo, soprattutto, bisogna impedire. Questo è il motivo per cui oggi è una giornata di festa per il giornale e per chi si spende senza risparmiare energia ogni giorno nel nome di questi valori partecipati e aggreganti. Questo è l’obiettivo con cui oggi The Walk ha organizzato, non senza sacrificio, questa opportunità da condividere: portare musica fatta per bene nei cuori e nelle case. 

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“Da qui bisogna ripartire, perché no, non è tutto nero. Non per noi che la musica la amiamo. E quindi, per chiudere, e non lasciare l’impressione del buco nero senza redenzioni, credo sia giusto e bello spendere qualche parola sulla magnifica iniziativa di Twof che per il secondo anno celebra il primo maggio dando spazio a voci nuove o che più difficilmente possono accedere ad iniziative di condivisione. Per il secondo anno, si crea un grande palco, per ora necessariamente virtuale, in cui ascolteremo la musica di chi ama musica in ogni sua declinazione e linguaggio: il rock, la canzone d’autore, il folk e così via diventano affluenti di un unico grande fiume. Un corso inesorabile di energia che è preposto a mettere semi e raccogliere frutti sperabilmente nuovi, differenti, propositivi. Perché dietro ogni parola o considerazione la musica la portano avanti loro, artisti giovani e meno giovani che tentano l’azzardo dell’inaudito. 

“Lo sentirete e ci darete ragione: la musica in Italia sta bene, molto bene. Abbiamo idee e competenze, passione e professionalità. Fatela entrare, lasciatevene contagiare. Il rock è lì, duro e resiste, perché come diceva Neil Young: rock and roll will never die! “

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Rey Willy si racconta: “Drop Top è il dialogo interno tra la mia persona e il mio alter ego”

Luigi Macera Mascitelli

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Rey Willy, all’anagrafe Guglielmo Mattafirri , classe 2000, è un giovane artista toscano. Figlio d’arte, cresce con l’ascolto della chitarra paterna fin dai primi mesi di vita con uno stile blues, fusion, rock. Inizia a suonare batteria e chitarra fin da piccolo e successivamente si appassiona al mondo rap facendo beatbox e freestyle. Tra le numerose tracce da lui composte, una soprattutto spicca, Drop Top, uscita lo scorso 16 aprile su tutte le piattaforme. Un brano che, come spiegato dallo stesso Rey Willy, nasce da un senso di insoddisfazione: insicurezza e malessere legati al quotidiano, a quel vortice di monotonia. Per l’occasione abbiamo scambiato con l’artista qualche parola, cercando di esplorare insieme la sua musica e i temi da lui trattati. Ecco a voi la nostra intervista a Rey Willy. Buona lettura!

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1. Ciao Rey e benvenuto su The Walk Of Fame Magazine. Il 16 aprile è uscito Drop Top, il tuo nuovo singolo. Puoi dirci di più in merito? Come ti è nata l’idea di questa nuova traccia?

Drop Top nasce dall’idea di rappresentare il dialogo interno tra Guglielmo e Rey Willy, tra la mia persona giornaliera che affronta la routine quotidiana e poi Rey Willy, il mio alter ego interiore che esamina con cura tutti i miei pensieri dandogli un giusto suono. Drop Top è un punto di arrivo, un traguardo ma allo stesso tempo un punto di partenza per ogni volta che si deve raggiungere un obbiettivo.

2. Il brano nasce da un senso di insoddisfazione personale, quasi un’angoscia. Che cosa in particolare crea in te questo malessere?

Nasce dal mio carattere. Sono una persona che non si accontenta facilmente mai di nulla. Questo è un grosso vantaggio che mi spinge a cercare sempre la perfezione e a migliorare costantemente in tutto. Ma allo stesso tempo è anche uno svantaggio perché non mi dà il tempo di godermi ciò che ho e soprattutto apprezzarlo. Spero un giorno di riuscire a equiparare questi opposti.

3. Possiamo dire che Drop Top sia una sorta di via di fuga o comunque uno sfogo per dare forma alle tue paure?

Si certamente, è proprio il riconoscere le nostre paure, debolezze e incertezze a darci poi la spinta a migliorarci. Io le canto le mie paure: possiamo dire che mi metto a nudo. Quando lo faccio mi sento meglio con me stesso quindi continuerò finché ne avrò voglia e bisogno.

4. La pandemia ha in qualche modo influito sui tuoi stati d’animo e sulla tua musica in generale?

La pandemia ha influenzato tantissimo i miei stati d’animo e la mia musica. Ma nonostante questo, suonando un genere musicale molto mentale e particolare, sono riuscito a isolarmi in questi mesi in studio. È stato molto triste, lo ammetto, ma contemporaneamente una valvola di sfogo per la mia musica che mi ha portato a concentrarmi su ciò che faccio e su tematiche a me care.

5. Quali sono le tue maggiori influenze musicali? C’è qualche artista o magari un genere in particolare a cui ti rifai?

Le mie influenzi musicali principali sono essenzialmente l’hip hop e la trap ma anche il rock leggero. Non mi ispiro però a nessun artista in particolare, mi piace spaziare tra molti generi musicali e non ne sento uno mio in particolare. Sento la possibilità di poter decidere quale genere musicale adottare in base al messaggio che voglio veicolare e al beat che mi ispira in un determinato periodo o situazione.

6. Hai intenzione di pubblicare un album completo nell’immediato futuro?

Certo che si, ci sono un sacco di brani ancora inediti che non vedo l’ora di far uscire e spero prossimamente di uscire con EP o con un progetto ancora più grosso.

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Radio Indie Music Like, Vasco Brondi fa breccia nella top 20

Fabio Iuliano

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Anche per questo lunedì torna in radio la classifica degli indipendenti nello storico format Radio Indie Music like prodotto da Paolo Tocco e Giulio Berghella. Si parte con Rachele Bastreghi feat. Silva Calderoni con il singolo “Penelope” per Warner che si posiziona al gradino 18.

E un play subito dopo, al gradino 17 c’è Frah Quintale con “Sì può darsi” (Undamento). Sale alla tredicesima posizione Franco126 con “Che senso ha” (Bomba Dischi). Fa il suo ingresso anche Vasco Brondi al nono gradino con il singolo “Ci abbracciamo” (Cara Catastrofe). A lambire il podio ascoltiamo Madame stabile al gradino 5 con il singolo “Voce” per Sugar.

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Terza posizione per questa classifica settimanale troviamo Gazzelle con “Un po’ come noi” per Maciste Dischi. In testa restano stabili Colapesce & Dimartino con il sinolo “Musica leggerissima” per Sony. Appuntamento alle 20 su www.rtradioterapia.it e spazio anche all’intervista telefonica con Ysè con il singolo “A folk song” che sale al gradino 35 della classifica di questa settimana.

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