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Interviste

“L’improbabile”, il romanzo d’esordio di Marco Capuzzo che misura il suono del vento nel deserto

Fabio Iuliano

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Racconti di viaggio zaino a spalla. Un crocevia nel deserto, babele di culture, etnie, spiritualità, arti e mestieri. Tensioni costanti in Nord Africa, rinnovate conflittualità di apparente ordine religioso, flussi migratori, terrorismo. Dinamiche troppo grandi per una normalissima famigliola tunisina, ben lontana da queste considerazioni globali e per lei convivenza con i diversi significa solo una cosa: intricati rapporti quotidiani. Storie di amicizia, di avversione, di odio, di amore, di soldi, di ideali, di cibo e di letto.

Il vento attraversa indifferentemente povertà e ricchezza, tirannie e rivoluzioni, siccità e climi temperati, zone di vita e territori di morte. Questo lo scenario di un romanzo come L’improbabile (Robin edizioni 2020), a firma di Marco Capuzzo. Una narrazione asciutta, ma al contempo immaginifica di questa anonima famiglia che nel suo quotidiano ingloba personaggi vicini e apparentemente lontani: un operatore canadese, un musicante brianzolo, un cognato jihadista, un volontario napoletano, una giovane punk irlandese, un giudice svizzero, una bambina orfana, un cugino rivoluzionario.

Di origini venete, Capuzzo si presenta come girovago senza patria, collezionista e “spacciatore” di cimeli vintage, anche nell’ambito musicale, ma anche musicista e direttore di produzioni. Periodicamente vive in Abruzzo, a due passi dalla costa ortonese, nella provincia di Chieti, non molto lontano dalla Costa dei Trabocchi e dai Ripari di Giobbe.

Come è arrivato a concepire un romanzo come L’improbabile?

Una scintilla in una serata come tante altre, qualche mese per alimentarla di fantasia, un’accurata ricerca storica e poi… una paginetta al giorno, né più né meno, senza aspettative, solo per il piacere di farlo.

Il suo è un vero e proprio racconto di viaggio. Si è trovato a consultare i suoi taccuini personali per costruire il contesto? Ossia, si è trovato a viaggiare nei posti che racconta?

Certo, più volte anche poco prima che scoppiasse la rivoluzione. Viaggi da fricchettone attempato, tassativamente solo e uno zaino come compagno. Il modo più rapido e producente per conoscere Culture così diverse.

La storia contiene dei riferimenti ben precisi dal punto di vista storico-geografico, dall’attentato di Djerba per mano di Al Quaeda del 2002 alle dinamiche che hanno preceduto gli anni della Primavera araba. Come è riuscito a sovrapporre istanze globali alle dinamiche di un’anonima famigliola?

Informandomi dettagliatamente sugli eventi che hanno segnato quel Paese in quel determinato periodo storico e poi immaginando come i personaggi del mio romanzo avrebbero potuto esserne stati influenzati e spesso direttamente coinvolti.

Marco Capuzzo

Oltre ai personaggi principali, nell’arco del romanzo compaiono dei figuranti improbabili come un volontario napoletano, una punk, una bambina o dei parenti rivoluzionari. Si tratta di personaggi frutto della fantasia o sono persone realmente esistite, incontrate magari in un contesto completamente differente, ma qui richiamate alla mente perché funzionali alla storia?

Ogni personaggio e anche ogni episodio è legato in qualche modo a eventi reali da me vissuti o di cui sono stato spettatore, poi piano piano… li ho cuciti insieme in una trama di fantasia e ho ambientato tutto in un remoto angolo di mondo che avevo la fortuna di conoscere e che mi ha sempre, nel bene e nel male, affascinato.

Non rinuncia alla dimensione onirica declinata attraverso i commenti degli antichi spiriti del Sahara. Che rapporto ha con la spiritualità?

Fra i vari posti del mondo in cui ho vissuto o soggiornato per lunghi periodi, un ruolo predominante lo detiene Napoli e lì ho imparato una cosa: “Non è vero però ci credo”

La scelta di affidare una nota di presentazione di Davide Dileo, per tutti Boosta, rivela un lungo rapporto di collaborazione con i Subsonica. Con loro ha lavorato per anni come tour manager. Tanto più che il suo sito personale www.tourmanager.it mette in evidenza questa esperienza professionale. Che vuol dire essere oggi road manager? Cosa conserva di quegli anni?

In verità è stata una fase della mia vita, che non ritengo né più né meno importante delle altre, ho avuto un’esistenza parecchio movimentata, sempre nomade e “improbabile”, qualsiasi mestiere mi trovassi a fare. Comunque all’epoca ho lavorato con tanti artisti, da Patty Pravo a Mia Martini, da Edoardo Bennato ai 99Posse e poi Max Gazzè, Zampaglione, Cammariere e molti altri. Con i Subsonica non ho solo lavorato, abbiamo praticamente convissuto per 4 anni e questo crea un legame particolare, ora decisamente annacquato dal tempo, come sempre succede nella vita. Ho chiamato Boosta, dopo anni che non lo sentivo, conoscendo la sua attività (tra le tante) in veste di scrittore, gli ho mandato una bozza del romanzo, per avere un parere autorevole che tagliasse la testa al toro. Eravamo in pieno lockdown e lui era asserragliato in casa a Torino con le sue due bimbe. Mi ha risposto dopo una quindicina di giorni con un sms: “Un gran bel romanzo, Marco, ti scrivo io la presentazione in copertina”. Un vero amico rimane nel tempo.

Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

Interviste

Gli Aborym svelano Hostile: “Per la prima volta abbiamo scritto il disco da band”

“Suoniamo ciò che ci fa bene suonare, come se la musica fosse un medicinale per lenire il dolore. Per noi esiste solo questo”

Luigi Macera Mascitelli

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Il 12 febbraio 2021, i nostrani Aborym pubblicheranno Hostile, il loro ottavo album per Dead Seed Productions. Attiva da quasi trent’anni, la band industrial metal ha segnato un’importante solco nel panorama musicale italiano. Questa nuova fatica è certamente il lavoro più complesso ed ambizioso per i nostri. I ben noti elementi noise, rock, industrial ed elettronici, si arricchiscono ulteriormente, dando vita ad un’atmosfera psichedelica in cui la musica gioca un ruolo di assoluto dominio.

Il tutto accompagnato dall’inossidabile vocalist e frontman Fabrizio Giannese, in arte Fabban, al quale abbiamo avuto il piacere di fare qualche domanda in merito. Con lui, ad approfondire insieme il background di Hostile, il batterista Gianluca “Kata” Catalani. A loro i nostri ringraziamenti e a voi tutti una buona lettura!

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Il 12 febbraio pubblicherete “Hostile”, il vostro nuovissimo album. Cosa potete dirci a riguardo? Sarà un lavoro differente rispetto ai precedenti?

Fab: Preferirei che la gente lo ascoltasse e traesse le proprie conclusioni piuttosto che indirizzarla verso un punto di vista che sarebbe di parte. Quando leggo interviste di gruppi che si autocelebrano mi cadono le palle per terra. Lo trovo poco serio. Il 12 Febbraio verrà pubblicato un nuovo disco degli Aborym, l’ottavo ufficiale, e quando esce un nuovo album non sai mai cosa può succedere. Se verrà capito, se verrà apprezzato o demolito dalla critica… Di certo non vediamo l’ora di poterlo condividere con tutti.

È un disco che ha richiesto due anni di lavoro tra scrittura, pre-produzione, registrazioni, arrangiamenti e post produzione. Ci siamo trovati nell’ esplosione della pandemia proprio quando mancavano le voci su tre brani. Ho inserito le parti vocali in pieno lockdown e poi abbiamo dovuto modificare i nostri piani mixando il disco da remoto, tutti collegati via internet. Ci siamo affidati ad Andrea Corvo, il nostro consolidato sound engineer che ci segue sin dalle prime demo. Ha fatto un lavoro superbo. Dopo la morte di Guido Elmi, producer di Vasco Rossi che ha lavorato con noi su SHIFTING.negative, abbiamo affidato la produzione di Hostile a Keith Hillebrandt, che forse qualcuno ricorda per aver lavorato, tra gli altri, con Nine Inch Nails e David Bowie. Keith ha letteralmente elevato il livello, e per noi era un obiettivo essenziale. Siamo ottimi amici da un po’ di anni ormai e lavorare con un guru di quel calibro è come comprare una Maserati a scatola chiusa.

Com’è nato il disco? Volete parlarci del processo di songwriting?

Fab: Per la prima volta nell’arco di quasi trent’anni abbiamo scritto il disco da band, che per definizione è una combo di vari elementi. Ho finalmente avuto modo di lavorare con musicisti professionali, nonché ottimi amici. Ormai suoniamo da un po’ di anni e ci conosciamo molto bene. Siamo polistrumentisti, ognuno sa cosa fare, e il disco è nato dalle mani di tutti. In passato invece scrivevo tutto da solo. Purtroppo mi sono trovato a lavorare con gente che mi farciva il cervello di promesse e proclami, per poi ritrovarmi a constatare che i fatti erano zero. Ho dovuto chiudere le porte a tanti fattucchieri purtroppo.

Ora sembra che le cose funzionino in modo molto organico. Innanzitutto non c’è più un compositore principale, e ognuno ha lavorato molto sugli arrangiamenti. Siamo partiti da lontano, mettendo le mani su alcune demo. In due anni abbiamo smontato e rimontato tutto fino ad ottenere circa una ventina di canzoni in pre-produzione. Keith ha poi definito quali voleva registrassimo -che poi sono quelle presenti nel disco- e nella sequenza da lui delineata. 

Abbiamo un metodo di lavoro abbastanza trasversale in fase di songwriting. In alcuni casi i brani nascono dalle idee di chitarra di Tommy o sono stati costruiti sul basso. In altri partiamo da un testo e dalle metriche di voce, oppure iniziamo a montare direttamente su sistema modulare o midi su un sequencer. Il processo è schizofrenico, tutto muta e si evolve: i pezzi suonano in un modo e due mesi dopo vengono completamente smembrati e riassemblati diversamente. Una singola canzone ha avuto mesi di gestazione. Credo che per fare musica a certi livelli il tempo giochi un ruolo fondamentale, così come la conoscenza degli strumenti, l’applicazione e lo studio di ciò che non si conosce bene. Siamo tutti decisamente “nerd” in questo.

Kata: Abbiamo iniziato in modo del tutto spontaneo. Eravamo reduci da alcuni concerti in giro per l’Europa e Fab aveva già parecchie idee in cantiere. Abbiamo iniziato a scambiarci file e a lavorarci su in totale autonomia, essendo ognuno attrezzato con il proprio home studio. È stata una vera macchina: i brani uscivano uno dopo l’altro ed erano tutti validissimi. Una vera magia. Abbiamo poi inviato tutto a Keith il quale ci ha dato degli ottimi consigli su come migliorare alcune parti e quali secondo lui fossero i brani più forti. Sai, l’orecchio esterno del producer è veramente prezioso e ti fa rendere conto di cose di cui non avresti mai immaginato. Leggo spesso da parte di sedicenti criticoni musicali della domenica (soprattutto nell’ambito della musica estrema) che le band si fanno scegliere i brani dal produttore limitandone la libertà artistica. Ecco, inviterei gli stessi a studiare come funzionano le cose prima di blaterare.

Nel corso degli anni il vostro sound si è evoluto arricchendosi sempre di nuovi elementi. Ciò è dovuto ad un bagaglio culturale maggiore o alla necessità di dire di più con la vostra musica?

Kata: Direi entrambe le cose. Col passare degli anni si acquisiscono sempre più nuove competenze, si fa esperienza e nel nostro caso, essendo dei veri e propri nerd dei nostri strumenti, investiamo tanto tempo e soldi per acquistare ed imparare a padroneggiare nuove macchine. Nel caso di Fab l’ambiente dei synth modulari, nel mio caso l’integrazione dell’elettronica nella batteria acustica tradizionale etc. Tutto questo fa si che il nostro sound si evolva sempre album dopo album, caratteristica poi che è sempre stata una costante negli Aborym.

Fab: È il DNA di questa band e delle persone che ne fanno parte. Non è un lavoro per noi. Non dobbiamo prostituirci artisticamente per gonfiare le tasche di qualche discografico e di conseguenza facciamo come vogliamo. Suoniamo ciò che ci fa bene suonare, come se la musica fosse un medicinale per lenire il dolore. Per noi esiste solo questo.

Qual è, per voi, quell’elemento che funge da marchio di fabbrica degli Aborym?

Kata: A mio avviso la sperimentazione, il voler continuamente cambiare pelle senza piegarsi mai alla logica dei generi musicali. Facciamo sempre quello che ci passa per la testa, non ci interessano le mode né stiamo ad inseguire ciò che “funziona” e che quindi fa vendere. Siamo coscienti che se gli Aborym riprendessero in mano la macchina che erano 20 anni fa noi tutti ne trarremmo un beneficio economico enorme. Ma non avrebbe alcun senso. Diffidiamo sempre delle band che fanno uscire dischi tutti uguali. Non posso credere che a 50 anni qualcuno si senta ed agisca come quando ne aveva 20. Capisci cosa voglio dire? A mio avviso la curiosità e la voglia di mettersi in discussione è la base dell’essere creativi.

Fab: Siamo agitatori stilistici (ride, n.d.r.). Mettiamo sempre in difficoltà chi deve scrivere di noi, recensire un nostro disco o la nostra fanbase. I generi musicali li creiamo e li modifichiamo, per poi divertirci a leggere le varie classificazioni che la gente tenta di fare con la musica, non solo con la nostra. È divertente, quanto inutile. Ma tant’è.

Il periodo di quarantena è stato in qualche modo utile per conoscervi meglio durante la lavorazione al nuovo album?

Kata: È stato difficile ma di contro anche molto motivante. L’inizio della quarantena ha coinciso esattamente con l’inizio delle sessioni di mixing dell’album. I primi tempi c’è stato un momento di sconforto perché era chiaro che sarebbe slittato tutto rispetto al planning originale. Ci siamo armati quindi di spirito di abnegazione e siamo riusciti (facendo i salti mortali) a portare tutto a termine, oltretutto con risultati ben al di sopra delle aspettative. Questo sicuramente ci ha resi più forti e coesi di prima, nonché più sicuri dei nostri mezzi.

Fab: Il lockdown, come dicevo prima, ha rallentato la nostra tabella di marcia e abbiamo dovuto modificare i nostri piani. Anche ora siamo in quarantena e stiamo subendo una serie di rallentamenti per via delle restrizioni dei vari DPCM, che rispettiamo tutti. Lo scorso week-end ad esempio non abbiamo potuto fare prove. Inizia a snervarmi tutto questo. Il disco era previsto per il 2020 ed è già tanto che stia uscendo a febbraio 2021. Per mesi e mesi il mondo ha smesso di funzionare e tutt’ora che siamo a gennaio non mi pare che le cose stiano tornando alla normalità.

Ad ogni modo il lockdown non è certo servito per conoscerci meglio. A me ha solo fatto capire che, in fondo, non è cambiato molto nelle persone intorno. Sono sempre stato parecchio distante dalla gente. Sto bene con la mia famiglia, con gli altri della band e con pochi amici. Sono in “distanziamento sociale” dal 1990 circa. Non uso il termine “misantropia” perché non sono un misantropo e queste cazzate le lascio agli adoratori di Satana e al black metal.

Sono uno che meno persone ha intorno e meglio si sente. E non credo molto a ciò che spesso leggo sui giornali, del tipo “questo virus ha avvicinato le persone” o “le persone dopo il covid saranno migliori” e cazzate del genere. Credo esattamente nel contrario. Con la differenza che quando la pandemia sarà finita la gente, oltre che peggiorata a livello sociale, sarà anche incazzata e avrà fame. In molti saranno con le pezze al culo. Mi auguro solo che in tutto questo enorme caos quel pupazzo di Renzi non faccia cadere il governo. Non vorrei ritrovarmi in piena pandemia con Salvini, Berlusconi e la Meloni alla guida. Sarebbe come avere dieci Trump tutti insieme. E non ho nessuna voglia di vaccinarmi facendomi bucare con una dose di disinfettante.

Come pensate sarà tornare in tournée dopo questo blocco mondiale? Avete già in mente un piano per sponsorizzare il disco?

Fab: Al momento no. Per ora ci concentriamo sulle prove dei brani di questo disco, restrizioni e DPCM permettendo, e su una setlist. Siamo già al lavoro su nuove tracce ma non abbiamo idea di quando sarà possibile anche solo iniziare a parlare di concerti. Spero di sbagliarmi, ma credo che il 2021 non sarà poi così diverso dal 2020. Spero davvero di sbagliarmi! Nel frattempo cerchiamo tutti di rispettare le regole, di stare a distanza di sicurezza, di usare quelle cazzo di mascherine, di lavarci spesso le mani e, soprattutto, vacciniamoci quando sarà il nostro turno.

Kata: È prematuro ora parlare di tournée. Come tutti sappiamo bisogna navigare a vista. L’obiettivo adesso è promuovere l’album nel migliore dei modi e nel frattempo lavoreremo affinché possa essere suonato anche live non appena ci sarà di nuovo un barlume di normalità. Di certo tornare a calcare un palco dopo una situazione come questa sarà ancor più stimolante. Speriamo di ritrovarci presto di persona proprio durante un concerto.

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Interviste

Solisumarte: il duo bresciano alla ricerca di una nuova dimensione spazio-musicale

Domenico Paris

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Nati a Brescia nel 2019, i Solisumarte sono un duo formato da Daris Bozzoni e Nicolas Pelleri, entrambi reduci da lunghe e variegate esperienze personali, che hanno unito le loro forze con l’intento di proseguire il loro viaggio musicale in un’avventura in grado di regalargli una nuova prospettiva e nuove suggestioni a sette note.

Dopo il grande riscontro di critica e ascolti ottenuto con “Quella volta sul mare”, ci riprovano con il nuovo singolo “Stare lucido” (uscito il 4 dicembre scorso per Leindie Music/ Artist First), un brano dal ritmo e dall’umore a dir poco catchy, con il quale sperano di rafforzare l’alto indice di gradimento ottenuto finora e prepararsi al meglio per una nuova stagione che, passata l’emergenza covid, possa regalargli prestigiose ribalte.

Dopo “Quella volta sul mare”, ecco “Stare lucido”, un’altra canzone che sembra avere tutte le carte in regola per ripeterne il successo, cambiandone però la formula musicale. Ci raccontate come è nata?

Hai colto nel segno, tramite “Stare Lucido” abbiamo voluto introdurre all’interno dei nostri brani alcune influenze che stanno caratterizzando i nostri ascolti in questo periodo. La canzone è nata in un momento particolare, ci sentivamo davvero annegare tra lavoro, progetti e vita privata, così abbiamo cercato di fotografare quegli istanti e percorrere una strada nuova e ricca di stimoli.

In che modo dobbiamo porci di fronte al nuovo brano: un invito a ragionare e a evitare le “buche” o la semplice constatazione che, nella vita, nessun freno può evitare che succedano certe cose e si creino poi i rimpianti?

“Stare Lucido” è una presa di coscienza sul fatto che le cose nella vita succedono e basta. Guardandoci indietro, è normale vedere opportunità perse, obiettivi mancati, strade sbagliate, ma poco importa. Quello che conta davvero è dove siamo ora, sopravvissuti anche ai mille anni di sfiga augurati da quella maledetta catena del 2007.

Solisumarte è un progetto del 2019 che segue una lunga serie di diverse esperienze che avete accumulato singolarmente. Perché avete deciso di unire le vostre forze e, da quello che avete potuto vedere fino ad ora, la gestione di un duo è più semplice rispetto a quella di un gruppo convenzionale?

Abbiamo deciso di iniziare questo viaggio insieme perché ci siamo trovati al posto giusto nel momento giusto, entrambi soli, con il morale sottoterra, ma con la voglia di risalire e di fare qualcosa che ci rendesse veramente felici. La gestione di un duo è nettamente più lineare e immediata rispetto a quella di una band. Mettere insieme le idee in due già non è scontato, mettere d’accordo quattro o cinque teste spesso può diventare un’impresa impossibile.

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In che modo nasce la vostra musica? Lavorate in sinergia o si tratta di un assemblaggio che fate dopo aver sviluppato separatamente le rispettive idee?

Il vero segreto del nostro sound e del nostro lavoro è che c’è molta cooperazione. Non siamo il producer e il cantante da vedere separatamente, tutte le fasi fino alla creazione del prodotto finale vengono viste e riviste insieme. Crediamo che questo modo di operare sia ideale per proporre un prodotto omogeneo e che rispecchi pienamente la nostra prospettiva musicale.

Dopo esservi aggiudicati la copertina di “Scuola di indie” su Spotify con “Quella volta al mare”, avete rilevato un’impennata di gradimento considerevole rispetto al passato? Quanto sono realmente importanti questi riconoscimenti per una band come la vostra e, più in generale, che idea vi siete fatti dei canali sui quali viaggia la musica oggi?

Essere stati copertina di “Scuola Indie” ed essere all’interno di “Indie Italia” per noi è veramente una figata. Chiaramente sappiamo benissimo che questo è solo un punto di partenza, la strada è ancora molto lunga, ma sicuramente questi risultati rappresentano un ottimo feedback su ciò che abbiamo fatto fino ad ora. I canali su cui viaggia la musica oggi, non c’è bisogno di dirlo, sono cambiati e a nostro avviso è giusto sapersi adattare: Spotify è un ottimo punto di partenza da utilizzare per far sentire le proprie canzoni a più persone possibili.

Immagino che, appena sarà possibile, vogliate suonare dal vivo. Avete già immaginato quale sarà un live standard dei Solisumarte (formazione, set, ecc)? E quanto pensate che la dimensione di un locale e/o di un altro contesto concertistico possa cambiare l’esecuzione dei vostri pezzi?

Non crediamo che ci sia un luogo più o a meno adatto per ciò che vogliamo proporre, sicuramente adatteremo il nostro live a seconda dei contesti in cui ci dovremo esibire. Se dovessimo suonare in un locale importante, probabilmente aggiungeremo al set un batterista per dare più energia e potenza al tutto. Se la situazione dovesse essere invece più intima e il locale meno attrezzato, organizzeremo un set in acustico. No problem!

Nonostante oggi si tenda a procedere per singoli, vi piacerebbe un giorno pubblicare un album per fare un discorso, testuale o musicale, più ampio? E, se sì, quando dobbiamo aspettarcelo?

Assolutamente, l’idea di un album sta già attraversando le nostre menti da tempo. Arriverà il momento giusto, ne siamo certi. Per ora andremo avanti con i singoli che stiamo terminando e quando capiremo che le cose saranno mature per un’uscita sulla “lunga distanza”, ci faremo trovare pronti per raccontarvi qualcos’altro di noi!

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Interviste

Dario Vero firma la colonna sonora del nuovo Sushi Spaghetti Western: l’intervista

Antonella Valente

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Nel 1971 Sergio Leone regalava agli amanti del grande cinema, e non solo, il capolavoro di “Giù la Testa“, con le musiche di Ennio Morricone. Cinquant’anni dopo, il genere che ha contribuito a far conoscere al mondo il cinema italiano trova nuove forme nell’estremo oriente con il Sushi Spaghetti Western: un salto spazio temporale che segue, mezzo secolo dopo, la scia di grandi italiani con protagonisti ninja e samurai alle prese con scazzottate e fischiabotti.

Ultimo esempio delle nuove visioni del genere italo-western declinato in sushi, è The Ingloriuos Serf, che ha visto la produzione impegnata tra Giappone, Est Europa e Stati Uniti. A firmare le musiche è un italiano, il compositore Dario Vero, che per l’occasione ha diretto in presenza e a distanza un’orchestra internazionale di 88 elementi, con un’ospite d’eccezione: Tina Guo, violoncellista di Sherlock Holmes, Wonder Woman, Inception e altri grandi kolossal d’oltreoceano degli ultimi 20 anni.

The Ingloriuos Serf è una colonna sonora inusuale e originale di 42 tracce orchestrali e sinfoniche, in cui il mandolino incontra il koto, una sorta di arpa giapponese, le chitarra slide tipicamente western, i tamburi Taiko giapponesi, l’Erhu e lo scacciapensieri, di Morriconiana memoria, in combinazione della americanissima chitarra elettrica col wah wah nelle scene action.

Compositore, orchestratore e direttore d’orchestra, Dario Vero scrive musica per serie tv, film, animazione e video games. Si diploma e laurea in Italia, presso i conservatori di Santa Cecilia e Licino Refice e si specializza negli States e in Austria sotto la guida di Joe Kraemer (Mission: Impossibile Rogue Nation, Jack Reacher, The Way of Gun) e Conrad Pope (Star Wars, Jurassic Park, Harry Potter, The Matrix, Terminator). Vanta collaborazioni con società italiane e internazionali quali Discovery Channel, Toon Goggles, FilmUa, Rai, MondoTv Iberoamerica, Star Media, Casablanca Brazil, Animagrad, AudioWorkshop, Mediaset.

Dario, come ci si sente a dirigere 88 musicisti sparsi in tutto il mondo per un progetto così importante?

Ci si sente parte di qualcosa di grande. Essere stato scelto tra tantissimi compositori, in un panorama internazionale, mi ha molto lusingato. Dunque ho dato il massimo, cercando di divertirmi. Ma ho anche, come ovvio che sia, sentito la responsabilità sulle mie spalle. Il segreto è scindere. Da un lato le grandi responsabilità e dall’altro l’aspetto ludico. Devi saper gestire le scadenze, perché l’investimento che è a monte è enorme e i produttori ripongono la loro fiducia in te (e anche i tanti soldi investiti). Il tutto ricordandosi la sempre verde regola: “se non ti diverti non funziona!”

Come ti sei avvicinato al progetto che ha visto l’uscita del film “The Inglorious Serfs”?

Ero a Kiev con la crew audio/video di “Mavka the Forest Song”, un grosso progetto al quale sto lavorando da un po’. L’ingegnere del suono mi dice “Sai, sto lavorando al mix di una film unico nel suo genere”. Me ne ha parlato un po’. Mi ha fatto incuriosire. Poi mi ha chiesto di partecipare. I produttori mi volevano nel progetto e Max (il fonico di mix, appunto) è stato il link tra me e la produzione

Cosa pensi del “Sushi Spaghetti Western”? Pensi tenda ad emulare i vecchi Spaghetti Western o che ne rappresenti un omaggio?

Penso ci siano vari topoi in comune con “il vecchio western”. Ma al contempo c’è un che di nuovo, di fresco, in questo film. L’elemento Sushi ha dato una particolarissima svolta all’azione. Ci sono anche omaggi ai classici del genere naturalmente !

Hai composto musiche per molti progetti e lavorato con artisti importanti: c’è un progetto che ti ha visto coinvolto in maniera diversa? o che ricordi con maggiore affetto e legame?

Sono sempre molto coinvolto. Questo lavoro è cosi. Se un progetto non mi convince non posso sposarlo. Ricordo ogni dettaglio di ogni produzione. Direi che, per ragioni anche di carattere umano, il progetto che mi è più rimasto nel cuore è “The Stolen Princess”. Un lungometraggio di animazione internazionale uscito in 52 paesi (a breve anche in Italia, distribuzione Rai). Penso che anche ascoltando la colonna sonora (disponibile su internet e su tutte le piattaforme) si capisca quanto io mi sia divertito.

Vista la grande tradizione italiana in fatto (ovviamente) di spaghetti western, oltre ai film del duo Leone/Morricone ti sei ispirato a qualcuno in particolare?

Ho, ovviamente, ascoltato con enorme attenzione non solo la mia voce interiore, ma anche le idee del regista Roman Perfilyev ! Lui è uno specialista del “genere”. Ama molto l’horror e il thriller e conosce bene tutti i meccanismi che sono dietro questi film. Insieme abbiamo lavorato molto sulle “atmosfere” e sui suoni. Il lavoro invece svolto sul materiale tematico è nato spontaneamente e senza ispirarsi a qualcuno o qualcosa in particolare. È  chiaro che alcuni elementi sono proprio delle invenzioni di Ennio Morricone. Ad esempio la chitarra elettrica con tremolo e i castagnetti.

Al giorno d’oggi è ancora preferibile lavorare con orchestre? quanto sono cambiati i modo di lavorare, in quel settore,rispetto proprio a Ennio Morricone?

Io preferisco lavorare con l’orchestra. Non faccio parte della vecchia guardia per ragioni anagrafiche. Pero il mio workflow assomiglia molto a quello dei compositori del ‘900. Mi piace scrivere i temi, poi orchestrarli e infine eseguirli dal vivo. È un’altra cosa ! Mi piace anche sperimentare con l’elettronica. Ma quando lavoro con i suoni “veri”, con le persone, mi sento a casa.

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