“L’improbabile”, il romanzo d’esordio di Marco Capuzzo che misura il suono del vento nel deserto

Racconti di viaggio zaino a spalla. Un crocevia nel deserto, babele di culture, etnie, spiritualità, arti e mestieri. Tensioni costanti in Nord Africa, rinnovate conflittualità di apparente ordine religioso, flussi migratori, terrorismo. Dinamiche troppo grandi per una normalissima famigliola tunisina, ben lontana da queste considerazioni globali e per lei convivenza con i diversi significa solo una cosa: intricati rapporti quotidiani. Storie di amicizia, di avversione, di odio, di amore, di soldi, di ideali, di cibo e di letto.

Il vento attraversa indifferentemente povertà e ricchezza, tirannie e rivoluzioni, siccità e climi temperati, zone di vita e territori di morte. Questo lo scenario di un romanzo come L’improbabile (Robin edizioni 2020), a firma di Marco Capuzzo. Una narrazione asciutta, ma al contempo immaginifica di questa anonima famiglia che nel suo quotidiano ingloba personaggi vicini e apparentemente lontani: un operatore canadese, un musicante brianzolo, un cognato jihadista, un volontario napoletano, una giovane punk irlandese, un giudice svizzero, una bambina orfana, un cugino rivoluzionario.

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Di origini venete, Capuzzo si presenta come girovago senza patria, collezionista e “spacciatore” di cimeli vintage, anche nell’ambito musicale, ma anche musicista e direttore di produzioni. Periodicamente vive in Abruzzo, a due passi dalla costa ortonese, nella provincia di Chieti, non molto lontano dalla Costa dei Trabocchi e dai Ripari di Giobbe.

Come è arrivato a concepire un romanzo come L’improbabile?

Una scintilla in una serata come tante altre, qualche mese per alimentarla di fantasia, un’accurata ricerca storica e poi… una paginetta al giorno, né più né meno, senza aspettative, solo per il piacere di farlo.

Il suo è un vero e proprio racconto di viaggio. Si è trovato a consultare i suoi taccuini personali per costruire il contesto? Ossia, si è trovato a viaggiare nei posti che racconta?

Certo, più volte anche poco prima che scoppiasse la rivoluzione. Viaggi da fricchettone attempato, tassativamente solo e uno zaino come compagno. Il modo più rapido e producente per conoscere Culture così diverse.

La storia contiene dei riferimenti ben precisi dal punto di vista storico-geografico, dall’attentato di Djerba per mano di Al Quaeda del 2002 alle dinamiche che hanno preceduto gli anni della Primavera araba. Come è riuscito a sovrapporre istanze globali alle dinamiche di un’anonima famigliola?

Informandomi dettagliatamente sugli eventi che hanno segnato quel Paese in quel determinato periodo storico e poi immaginando come i personaggi del mio romanzo avrebbero potuto esserne stati influenzati e spesso direttamente coinvolti.

Marco Capuzzo

Oltre ai personaggi principali, nell’arco del romanzo compaiono dei figuranti improbabili come un volontario napoletano, una punk, una bambina o dei parenti rivoluzionari. Si tratta di personaggi frutto della fantasia o sono persone realmente esistite, incontrate magari in un contesto completamente differente, ma qui richiamate alla mente perché funzionali alla storia?

Ogni personaggio e anche ogni episodio è legato in qualche modo a eventi reali da me vissuti o di cui sono stato spettatore, poi piano piano… li ho cuciti insieme in una trama di fantasia e ho ambientato tutto in un remoto angolo di mondo che avevo la fortuna di conoscere e che mi ha sempre, nel bene e nel male, affascinato.

Non rinuncia alla dimensione onirica declinata attraverso i commenti degli antichi spiriti del Sahara. Che rapporto ha con la spiritualità?

Fra i vari posti del mondo in cui ho vissuto o soggiornato per lunghi periodi, un ruolo predominante lo detiene Napoli e lì ho imparato una cosa: “Non è vero però ci credo”

La scelta di affidare una nota di presentazione di Davide Dileo, per tutti Boosta, rivela un lungo rapporto di collaborazione con i Subsonica. Con loro ha lavorato per anni come tour manager. Tanto più che il suo sito personale www.tourmanager.it mette in evidenza questa esperienza professionale. Che vuol dire essere oggi road manager? Cosa conserva di quegli anni?

In verità è stata una fase della mia vita, che non ritengo né più né meno importante delle altre, ho avuto un’esistenza parecchio movimentata, sempre nomade e “improbabile”, qualsiasi mestiere mi trovassi a fare. Comunque all’epoca ho lavorato con tanti artisti, da Patty Pravo a Mia Martini, da Edoardo Bennato ai 99Posse e poi Max Gazzè, Zampaglione, Cammariere e molti altri. Con i Subsonica non ho solo lavorato, abbiamo praticamente convissuto per 4 anni e questo crea un legame particolare, ora decisamente annacquato dal tempo, come sempre succede nella vita. Ho chiamato Boosta, dopo anni che non lo sentivo, conoscendo la sua attività (tra le tante) in veste di scrittore, gli ho mandato una bozza del romanzo, per avere un parere autorevole che tagliasse la testa al toro. Eravamo in pieno lockdown e lui era asserragliato in casa a Torino con le sue due bimbe. Mi ha risposto dopo una quindicina di giorni con un sms: “Un gran bel romanzo, Marco, ti scrivo io la presentazione in copertina”. Un vero amico rimane nel tempo.

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Fabio Iulianohttp://www.fabioiuliano.it
Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

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