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Interviste

“L’improbabile”, il romanzo d’esordio di Marco Capuzzo che misura il suono del vento nel deserto

Fabio Iuliano

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Racconti di viaggio zaino a spalla. Un crocevia nel deserto, babele di culture, etnie, spiritualità, arti e mestieri. Tensioni costanti in Nord Africa, rinnovate conflittualità di apparente ordine religioso, flussi migratori, terrorismo. Dinamiche troppo grandi per una normalissima famigliola tunisina, ben lontana da queste considerazioni globali e per lei convivenza con i diversi significa solo una cosa: intricati rapporti quotidiani. Storie di amicizia, di avversione, di odio, di amore, di soldi, di ideali, di cibo e di letto.

Il vento attraversa indifferentemente povertà e ricchezza, tirannie e rivoluzioni, siccità e climi temperati, zone di vita e territori di morte. Questo lo scenario di un romanzo come L’improbabile (Robin edizioni 2020), a firma di Marco Capuzzo. Una narrazione asciutta, ma al contempo immaginifica di questa anonima famiglia che nel suo quotidiano ingloba personaggi vicini e apparentemente lontani: un operatore canadese, un musicante brianzolo, un cognato jihadista, un volontario napoletano, una giovane punk irlandese, un giudice svizzero, una bambina orfana, un cugino rivoluzionario.

Di origini venete, Capuzzo si presenta come girovago senza patria, collezionista e “spacciatore” di cimeli vintage, anche nell’ambito musicale, ma anche musicista e direttore di produzioni. Periodicamente vive in Abruzzo, a due passi dalla costa ortonese, nella provincia di Chieti, non molto lontano dalla Costa dei Trabocchi e dai Ripari di Giobbe.

Come è arrivato a concepire un romanzo come L’improbabile?

Una scintilla in una serata come tante altre, qualche mese per alimentarla di fantasia, un’accurata ricerca storica e poi… una paginetta al giorno, né più né meno, senza aspettative, solo per il piacere di farlo.

Il suo è un vero e proprio racconto di viaggio. Si è trovato a consultare i suoi taccuini personali per costruire il contesto? Ossia, si è trovato a viaggiare nei posti che racconta?

Certo, più volte anche poco prima che scoppiasse la rivoluzione. Viaggi da fricchettone attempato, tassativamente solo e uno zaino come compagno. Il modo più rapido e producente per conoscere Culture così diverse.

La storia contiene dei riferimenti ben precisi dal punto di vista storico-geografico, dall’attentato di Djerba per mano di Al Quaeda del 2002 alle dinamiche che hanno preceduto gli anni della Primavera araba. Come è riuscito a sovrapporre istanze globali alle dinamiche di un’anonima famigliola?

Informandomi dettagliatamente sugli eventi che hanno segnato quel Paese in quel determinato periodo storico e poi immaginando come i personaggi del mio romanzo avrebbero potuto esserne stati influenzati e spesso direttamente coinvolti.

Marco Capuzzo

Oltre ai personaggi principali, nell’arco del romanzo compaiono dei figuranti improbabili come un volontario napoletano, una punk, una bambina o dei parenti rivoluzionari. Si tratta di personaggi frutto della fantasia o sono persone realmente esistite, incontrate magari in un contesto completamente differente, ma qui richiamate alla mente perché funzionali alla storia?

Ogni personaggio e anche ogni episodio è legato in qualche modo a eventi reali da me vissuti o di cui sono stato spettatore, poi piano piano… li ho cuciti insieme in una trama di fantasia e ho ambientato tutto in un remoto angolo di mondo che avevo la fortuna di conoscere e che mi ha sempre, nel bene e nel male, affascinato.

Non rinuncia alla dimensione onirica declinata attraverso i commenti degli antichi spiriti del Sahara. Che rapporto ha con la spiritualità?

Fra i vari posti del mondo in cui ho vissuto o soggiornato per lunghi periodi, un ruolo predominante lo detiene Napoli e lì ho imparato una cosa: “Non è vero però ci credo”

La scelta di affidare una nota di presentazione di Davide Dileo, per tutti Boosta, rivela un lungo rapporto di collaborazione con i Subsonica. Con loro ha lavorato per anni come tour manager. Tanto più che il suo sito personale www.tourmanager.it mette in evidenza questa esperienza professionale. Che vuol dire essere oggi road manager? Cosa conserva di quegli anni?

In verità è stata una fase della mia vita, che non ritengo né più né meno importante delle altre, ho avuto un’esistenza parecchio movimentata, sempre nomade e “improbabile”, qualsiasi mestiere mi trovassi a fare. Comunque all’epoca ho lavorato con tanti artisti, da Patty Pravo a Mia Martini, da Edoardo Bennato ai 99Posse e poi Max Gazzè, Zampaglione, Cammariere e molti altri. Con i Subsonica non ho solo lavorato, abbiamo praticamente convissuto per 4 anni e questo crea un legame particolare, ora decisamente annacquato dal tempo, come sempre succede nella vita. Ho chiamato Boosta, dopo anni che non lo sentivo, conoscendo la sua attività (tra le tante) in veste di scrittore, gli ho mandato una bozza del romanzo, per avere un parere autorevole che tagliasse la testa al toro. Eravamo in pieno lockdown e lui era asserragliato in casa a Torino con le sue due bimbe. Mi ha risposto dopo una quindicina di giorni con un sms: “Un gran bel romanzo, Marco, ti scrivo io la presentazione in copertina”. Un vero amico rimane nel tempo.

Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

Interviste

Parla Giovanni Gastel, il fotografo dell’anima

Antonella Valente

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Se la fotografia racchiude l’essenza di un luogo, una persona o un gesto e se la moda è sembianza, forma e immaginazione, Giovanni Gastel ci ha viziati con inconfondibili scatti ai quali accostarsi ora con stupore, ora con disincanto. Una tavolozza di emozioni si sprigiona dall’eleganza delle inquadrature, dalla scala dei toni e dalla nitidezza della relazione con il soggetto” (Giovanna Melandri, Presidente della Fondazione MAXXI di Roma)

Intenso, magico, profondo, ma allo stesso tempo delicato ed elegante, Giovanni Gastel è uno dei fotografi ritrattisti più famosi degli ultimi decenni. Il suo nome compare nelle riviste specializzate insieme a quello di altri suoi colleghi quali Oliviero Toscani, Giampaolo Barbieri, Ferdinando Scianna, o affiancato a quello di Helmut Newton, Richard Avedon, Annie Leibovitz, Mario Testino e Jürgen Teller. Classe 1955, Gastel nasce a Milano il 27 dicembre e negli anni ’70 si avvicina al mondo della fotografia fino al momento di svolta, nel 1981, quando incontra Carla Ghiglieri, che diventa il suo agente e lo avvicina al mondo della moda.

Attualmente è presidente dell’Associazione Fotografi Professionisti, membro del Consiglio di Amministrazione del Museo di Fotografia Contemporanea, partner istituzionale della Triennale di Milano e membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione IEO-CCM.

Quando nasce la sua passione per la fotografia, tanto da trasformarla in un lavoro?

Prima di appassionarmi alla fotografia, verso i 12 anni, facevo l’attore in una compagnia di teatro sperimentale e, all’incirca cinque anni dopo, iniziai a pubblicare le mie prime raccolte di poesie. Avrei voluto fare il poeta. Fu solo quando una mia fidanzata mi fece notare che facevo foto molto belle che nacque l’amore immenso per la fotografia. I miei primi scatti risalgono agli anni ’70.  A 19 anni ho aperto il mio primo studio fotografico, in quel periodo facevo fotografie di ogni tipo: matrimoni, accessori, piccole riviste, la classica gavetta.

C’è un fotografo cui si è ispirato nei suoi lavori o che ha ammirato di più nel corso della sua carriera?

Il mio è stato essenzialmente un percorso da autodidatta: ho cercato di sviluppare il mio stile personale in un continuo confronto con me stesso sul campo, senza scuole o punti di riferimento imprescindibili. Però ricordo che, da ragazzo, rimasi molto affascinato dagli scatti di Irving Penn e Richard Avedon che trovavo su Vogue, a cui mia madre era abbonata.

Al MAXXI di Roma possiamo apprezzare la mostra “The People I Like”. Tra i diversi personaggi ritratti ce ne è uno cui è particolarmente legato?

La mostra, come afferma il titolo stesso “The People I like” racconta delle persone che mi hanno toccato -in qualche modo- l’anima. Ognuna di loro mi ha lasciato qualcosa ed ognuna di loro mi piace, per questo è difficile scegliere. Posso, però, dire che abbiamo deciso di dedicare la mostra a Germano Celant a cui devo moltissimo: è stato per me un amico-mentore. Un uomo che ho profondamente ammirato, scomparso da poco. E’ lui che ha deciso di portare la mia prima personale in mostra alla Triennale ed è sempre lui che una volta mi ha detto ”dovresti smetterla di definirti un fotografo di  .. (qualcosa). Tu sei un fotografo. Punto. Poi sta a te fotografare quello che vuoi”.

Può raccontarci un aneddoto particolare degli incontri e shooting avuti con i personaggi ritratti?

Quando incontrai Vasco Rossi, mi resi conto che non aveva alcuna voglia di venire ritratto. Continuava a chiedermi insistentemente cosa dovesse fare ed io, con tranquillità, gli risposi di fare qualsiasi cosa avesse voglia di fare. Allora lui: “Ma se voglio stare seduto posso stare seduto?” , ed io: “Stai seduto” “Ma se voglio sdraiarmi?” “E sdraiati” “E in piedi?” “Stai in piedi”… Dopo un po’ di questo botta e risposta Vasco si interruppe, si girò verso i suoi collaboratori e disse “Ue, mi piace questo qui!”.

C’è anche un bellissimo sorriso di Obama… cosa ricorda di quel momento?

Io e Barack Obama ci siamo incontrati ad un cocktail durante un convegno sulla nutrizione. Quando gli chiesi: “Ma come hanno fatto gli Stati Uniti a eleggere questo presidente dopo di lei?”, lui scoppiò in questa risata, quasi liberatoria. Per fortuna avevo con me la macchina fotografica. Obama ha detto: “C’è la storia del popolo nero in questa ritrovata felicità”. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Le sue foto sono senza tempo?

Dico sempre che le fotografie si dividono in due gruppi: nel primo ci sono quelle che documentano un momento e che quindi ‘finiscono nel tempo’, sono strettamente legate ad esso e dipendenti alla circostanza. Nel secondo, ci sono, invece, le fotografie che colgono quell’unicità, quell’anima profonda in grado di superare, uscire dal tempo e diventare opere d’arte. E’ raro arrivare a fare delle fotografie che travalichino il tempo, ma sicuramente quello deve essere l’obiettivo. Non so dire se e quando riesco a raggiungerlo, ma è senza dubbio ciò a cui tendo sempre.

Ha iniziato lavorando nella moda: cosa è cambiato in questo settore rispetto ad allora?

Quando ho cominciato negli anni Settanta era, in generale, un periodo di crisi economica terribile. Nelle agenzie di pubblicità si diceva ai vari stilisti che non era possibile trovare una serie di parametri fissi per un mercato in continuo cambiamento come quello della moda. La svolta c’è stata solo con Lucchini e Borioli, che avevano fondato appena “Donna” e “Mondo Uomo”. Fu allora che si decretò l’inizio di una nuova filosofia nel settore. Si decise che l’obiettivo non sarebbe stato più quello di soddisfare direttamente le esigenze dell’acquirente ma, piuttosto, quello di creare un’estetica definitiva in grado di esprimere una bellezza, eleganza, sensualità senza tempo. Oggi le cose sono ancora diverse. Le varie manovre politiche hanno peggiorato le condizioni della classe media e i mercati che hanno più potere d’acquisto sono quello cinese, russo… la pubblicità di conseguenza sta modificando nuovamente i parametri per soddisfare le esigenze di questi acquirenti.

In che modo la poesia e la fotografia si conciliano nella sua vita?

Ho scelto la fotografia perché sapevo che non avrei potuto vivere di sola poesia. Le poesie oggi non le legge più nessuno, il ché è paradossale visto che la forma concisa, sintetica delle poesie sarebbe il compromesso perfetto per un’epoca in cui nessuno ha più tempo per leggere. In ogni caso, quello che penso è che passerò i miei ultimi giorni su questa terra scrivendo poesie. Ma è anche vero che la fotografia è diventata molto più di un lavoro per me. Mi ha completamente rapito il cuore: è diventata un’esigenza, una necessità. Non riesco ad addormentarmi tranquillo se non ho fatto qualche fotografia, risolve ogni mio conflitto interiore.

Lo scorso 8 ottobre è stato presentato anche il cortometraggio “Ninfe” realizzato con Franco Curletto. Come è nata la vostra collaborazione? Che significa per lei “la bellezza”?

Mi ricollegherò al discorso di prima riguardo alle fotografie in grado di travalicare il tempo. Se una fotografia supera la dimensione temporale, del caduco e dell’effimero, allora accede al mondo della bellezza. Io credo che il bello non sia semplicemente qualcosa che provoca in noi piacere, ma piuttosto un ponte, un aggancio che ci collega con una realtà superiore, che ci eleva nel profondo. Quando siamo di fronte ad un’opera d’arte è come se avessimo una visione: estetico ed estatico si fondono. La mia collaborazione con Franco Curletto affonda le sue radici proprio in questo. Abbiamo un comune modo di intendere la bellezza, la concepiamo entrambi nella sua forma più autentica. “Ninfe” nasce dal nostro tentativo di dar voce ad un’eleganza e grazia eterne attraverso acconciature, poesia e fotografia. E’ una produzione corale.

Cosa consiglierebbe a chi vuole intraprendere questa strada?

Una volta Flavio Lucchini mi disse che, in primis, la fotografia deve servire per vendere la moda, il vestito, l’accessorio… se poi si riesce a fare delle fotografie che sono anche belle, allora si è dei grandi fotografi. Mi sento allora di dire che il più importante traguardo da perseguire è: riuscire ad abbattere il muro tra quello che si è e quello che si fa, conciliare il proprio lavoro e la propria soggettività, unicità.

Si ringrazia per la collaborazione Laura Aurizzi

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Interviste

La ricezione artistica di Halloween: intervista all’illustratrice Diana Gallese

Sophia Melfi

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Cosa rende la festa di Halloween così intrigante? Forse, come per la gran parte degli eventi e dei culti popolari, è il sentimento che si ha verso di essi e l’immaginario creatosi nel tempo ad incuriosire maggiormente le persone. E sono proprio sentimenti ed immaginari a scatenare la fantasia di scrittori, artisti e musicisti che negli anni hanno avuto modo di trasmettere attraverso testi, tele e sinfonie la propria idea di Halloween.

Mi lascio fluire ed ispirare dalle fasi lunari, dal suono del vento, dal contatto con la natura, dall’energia che rilascia un momento appena trascorso che assimilo per poi liberarlo su carta, con pennelli e colori.

Questa è la ricezione artistica dell’illustratrice editoriale Diana Gallese che, da sempre, attinge ad un immaginario noir, gotico e decadente, fonte inesauribile d’ispirazione per le sue rapsodie di colori e grafite.

Halloween si avvicina e non potevamo non incuriosirci alle tue illustrazioni gotiche dalle atmosfere grandguignolesche. Com’è nata la passione per questo tipo di arte?

“C’era una volta…una bambina che non riusciva a smettere di disegnare…cose strane!”, ecco direi che nasce da qui. Sono cresciuta tra gli odori di pagine di libri, tra poesie decadenti e fiabe nere, con le mani sempre piene di colori e grafite, pervasa dal desiderio continuo di voler donare un segno al suono delle parole che leggevo. La mia testa è da sempre un mosaico di immagini, nel loro continuo vortice, a cui sento il bisogno di donare una quiete, un corpo di carta e colore.

Tutto è divenuto più concreto, nel 2019, quando la mia tesi di laurea all’Accademia di Belle Arti di Macerata è stata adottata dalla casa editrice Officina Milena, ed è iniziata ufficialmente la mia carriera da illustratrice editoriale. Non mi sento di definire l’arte “la mia passione”, in realtà è molto di più: è il mio modo di esprimermi, l’unica lingua che io riesca davvero a parlare.

Sfogliando le tue pagine social, ho notato che associ spesso i tuoi lavori ad altre forme d’arte quali la poesia e la musica. Puoi parlarci dei progetti in cui sono confluite queste collaborazioni?

Calliope ed Euterpe, sono da sempre le mie Muse, a cui volgo lo sguardo quando sento il bisogno di far fluire un’immagine, o viceversa quando ho già un’immagine che necessita di essere accompagnata. Edgar Allan Poe, W. B. Yeats, Edgar Lee Masters sono i poeti che più di altri accompagnano le mie visioni, spesso create sulle dolci note nere di Ólafur Arnalds, dei Nox Arcana o sui suoni spettrali dei Cradle of Filth.

Sono devota alla commistione tra le arti, al dialogo fluido che può nascere dal loro incontro, quando la matita sfiora un suono e riesce a darne forma.

Nelle mille strade che percorro ogni giorno, ho avuto il piacere di incontrare delle anime  con cui condividere modi di sentire e visioni; tra queste c’è Maurizio Di Berardino, musicista elettronico e compositore: la nostra è una collaborazione giocosa fatta di copertine di libri, dischi, e disegnini, accompagnata dal nostro motto “è sempre l’ora del tè e di nuovi progetti!” Per lui ho realizzato le illustrazioni di copertina delle trascrizioni di “ Barcarola Op. 19” di F. Mendelsohnn, “The snow is dancing” di Debussy per vibrafono e marimba, di “Two studies for Marimba” e dei suoi due ultimi manuali di programmazione “Introduzione a PureData”, e “Organelle”, tutti disponibili su Amazon.

Stiamo anche ultimando “Quarantine sound diary”, il nostro diario pandemico composto da suoni quotidiani e linee di carboncino che avrà presto modo di approdare in uno spazio fisico oltre che virtuale. Sulla stessa strada ho incrociato l’animo elegante di Roberto Bisegna, chitarrista, compositore e didatta; per lui ho realizzato la copertina di “Circles”, il suo ultimo album musicale. Il nostro è un dialogo onirico-metafisico che vedrà presto nuove luci.

Infine, i miei passi hanno sfiorato i magici sentieri di Alberto Nemo, artista e musicista rodigino; un intrico di parole, suoni e visioni ha dato vita a “Didì disegna Nemo”: una serie di illustrazioni nate dalla necessità di voler disegnare un suono. Per lui ho realizzato l’illustrazione di copertina del suo trentanovesimo album “Aspidistra”, uscito il 15 Ottobre e prodotto da MayDay.

Il tuo stile ha un background horror, macabro ma anche onirico e astratto. A quale immaginario o contesto ti ispiri maggiormente?

Ritrovo parti di me stessa nell’ immaginario fiabesco dei fratelli Grimm, nelle vecchie leggende irlandesi, nei canti ossianici, nei racconti popolari di streghe e fantasmi, nello “Sturm und drang”, nei “fiori del male” di Baudelaire.


Mi lascio fluire ed ispirare dalle fasi lunari, dal suono del vento, dal contatto con la natura, dall’energia che rilascia un momento appena trascorso che assimilo per poi liberarlo su carta, con pennelli e colori.
Echi fiabeschi e romantici sono i miei ingredienti preferiti, e sono presenti anche nella mia prima pubblicazione “La Leggenda di Sleepy Hollow”, edito con Officina Milena: sfogliandolo potreste essere galoppati “a spron battuto sulle ali del vento” in groppa al tenebroso Cavaliere senza testa, diretti verso la valle incantata e finire così preda di “estasi e visioni”. Alcune delle mie illustrazioni sono citazioni, elogi a grandi maestri d’arte, esse si staccano dalla loro immobilità di “olio su tela” e fluiscono nella narrazione illustrata.

Hai qualche progetto in cantiere per Halloween? Cosa rappresenta per te questa festa dal punto di vista artistico?

“Nella notte di Samain ci sono più anime in ogni casa che granelli di sabbia in riva al mare”, recita un antico proverbio bretone riguardante la notte di Halloween. Samhain, il vero nome di Halloween, è da sempre la mia festa preferita, ed ogni anno ho creato eventi artistici a tema, esposizioni per adulti o presentazioni di libri con laboratori creativi per i bambini.

A causa dell’emergenza coronavirus, non sono previsti eventi in presenza, ma sto lavorando ad una presentazione virtuale, che uscirà proprio il 31 Ottobre dove parlerò dell’ultimo libro per ragazzi che ho illustrato: “I misteri di Pianodoro”, di Mariagrazia Giuliani edito da Officina Milena.

Se potessi reincarnarti in un artista del passato chi sceglieresti e perché?

Odilon Redon, per divenire parte del suo Nero.

Bisogna rispettare il nero. Nulla può corromperlo. Non piace agli occhi e non risveglia alcuna sensualità. E’ un agente dello spirito molto più che il più bel colore della tavolozza o del prisma.

REDON A FRONTFROIDE, SETTEMBRE 1910

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Interviste

Maximilian Nisi è Giuda, l’uomo dal cuore nero

“Giuda era un uomo, non era Dio, e in quanto tale era imperfetto, egoista, limitato. Accettare quest’idea potrebbe essere un modo per capirlo”

Antonella Valente

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Mancano pochi giorni alla messa in scena di “Giuda“, monologo di Raffaella Bonsignori, a cura di Maximilian Nisi, che dal 29 ottobre al 1 novembre sarà al Teatro Lo Spazio di Roma.

Un testo sul cattivo biblico per eccellenza, l’uomo che l’umanità ha messo sotto accusa e che esce allo scoperto per dare la sua versione dei fatti. “Giuda”, interpretato dallo stesso Nisi, racconta la sua verità, riscrivendo i confini del suo rapporto con Cristo.

Ne abbiamo parlato con il protagonista, l’attore e regista teatrale Maximilian Nisi.

Giuda rappresenta la parte peggiore dell’uomo o quella più naturale?

Giuda è per antonomasia il traditore, l’infedele, il figlio della perdizione, l’uomo dal cuore nero, il bugiardo orgoglioso ed ambizioso, la persona di cui non ci si può fidare. Io credo che sia stato certamente un peccatore e che sicuramente ha sbagliato, commettendo il suo peccato nel modo più eclatante possibile, ma chi può dire di non aver mai, in vita propria, tradito qualcuno o qualcosa? Gli studi psicologici e criminologici hanno rivelato che, in ognuno di noi, esiste una parte primordiale che non è né bene né male, semplicemente “è” e segue il proprio egoismo, il proprio piacere, la propria sopravvivenza. Giuda è un uomo e, come tale, è un contenitore di contraddizioni: amore e peccato, azioni giuste ed errori. Ovviamente, il suo tradimento non è solo una risposta alle istanze primordiali, poiché è determinato dalla volontà, dal libero arbitrio. Ha scelto. Ma cosa ha scelto? Ha scelto di tradire Gesù, di vederlo morire? O ha scelto, in modo errato e balordo, di aiutarlo a realizzare il suo disegno divino? Giuda è un insieme di domande senza risposte.

Qual è il limite che Giuda incontra nell’esercitare il suo amore? Nell’interpretare questo ruolo, la tua visione sulla sua figura è mutata o è rimasta inalterata rispetto a prima?

Ho studiato il testo che Raffaella ha scritto per me, ma ho anche ragionato con lei sui libri che entrambi abbiamo letto e che ci hanno fatto viaggiare verso questo meraviglioso personaggio. In questo modo ho creato un mio legame con lui. Ho sempre desiderato capire il motivo per cui Giuda ha tradito. Le Scritture parlano di tradimento, è vero, ma il finale è aperto, subordinato al libero arbitrio. Non penso che l’abbia fatto per bramosia di denaro, era ricco non ne aveva bisogno, credo invece che abbia agito così perché incapace di accettare un regno che non appartenesse al mondo terreno e che non fosse in grado di comprendere la grandezza della parola di Cristo. Ha tradito per metterlo alla prova, per stimolare reazioni che infine ci sono state, ma non come le avrebbe volute lui, ovviamente. Ha decretato, così, la fine dell’amico, dell’amato maestro e la propria condanna eterna. 

“Giuda come emblema delle fragilità dell’uomo moderno”: quest’ultimo, per non incorrere nel peccato, di cosa avrebbe bisogno?

Di comprensione. So che è un assurdo ma questa potrebbe esser una via. Amare è difficile. Chi tradisce, spesso, lo fa per paura, per infelicità, per incapacità di provare dei sentimenti, per sofferenza, insicurezza o disperazione. A volte si tradisce per cercare di far qualcosa di buono che infine non riesce. Giuda era un uomo, non era Dio, e in quanto tale era imperfetto, egoista, limitato. Accettare quest’idea potrebbe essere un modo per capirlo. Credo che anche l’uomo contemporaneo abbia bisogno di questo. In questo difficile momento che tutto il mondo sta attraversando a causa della pandemia, ho sentito spesso dire che l’uomo sarebbe diventando migliore, eppure è molto facile vedere quanta aggressività ci sia in giro, quanto desiderio non già di giudicare gli altri, ma di condannarli senza alcun processo. Non dico che non si debbano far notare gli errori a chi sbaglia, ma chi non perdona è incapace di amare. Dio è misericordia infinita, infatti, e nella sua misericordia sono convinto che riposi anche Giuda.

Siamo tutti Giuda, secondo te?

Beh, sì. Nessuno di noi è Dio, anche se molti la pensano diversamente. Certo, non tutti agiamo come ha agito Giuda, per fortuna, ma un lato oscuro appartiene a tutti noi. Conoscere la parte imperfetta che alberga nella nostra anima è importante, ci dà modo di tenerla a bada. Nutrirla è la via per evitare di esserne infine fagocitati.

Tu personalmente credi nella redenzione dal peccato?

La redenzione è composta da due elementi essenziali: pentimento e perdono. In una dimensione divina, al pentimento consegue necessariamente il perdono. Papa Ratzinger, ne “La vita di Gesù”, ha scritto che Giuda, nel momento in cui ha restituito i 30 denari, si è pentito e, dunque, ha avuto accesso al perdono divino. La sua colpa, dunque, alberga solo nella mancanza di fede successiva, che lo porta alla disperazione del suicidio. Nella nostra misera dimensione terrena, invece, le cose si complicano. Diventa difficile parlare di “redenzione”. L’uomo è spesso incapace di perdonare; a volte dimentica, ma non perdona. E questo, se ci pensi, è una cosa innaturale, insomma la primavera arriva per tutti, non ha mai escluso nessuno. Gesù predicava l’amore universale, Giuda non fu in grado di capirlo e forse per questo lo tradì, ma anche noi, se continuiamo a condannarlo per il suo tradimento, dimostriamo di non essere molto diversi da lui. 

Perché hai scelto di rappresentare questo personaggio così emblematico?

Quando ho letto il testo di Raffaella è stato semplice decidere di farlo. Ho adorato la poesia che conteneva, l’armonia delle parole dalle quali scaturivano vita e sentimenti. Interpretare Giuda avvolto nel buio gelido, lontano dalla luce di Dio, in compagnia delle sue tenebre che maledice tutti all’infuori di sé stesso vi assicuro può essere estremamente liberatorio. È un mondo che meritava di essere esplorato e questo viaggio l’ho fatto non solo in compagnia di Raffaella ma anche di Stefano De Meo che ha curato le splendide musiche e di Marino Lagorio, l’artefiche delle immagini evocative che ogni sera mi accompagnano

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