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Interviste

Le turbolenze dell’uomo moderno raccontate da David Szalay

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Come molti Italiani, anche io quest’estate ho scelto una lettura da ombrellone. Un termine quasi osceno per certi ambienti accademici, ma le temperature erano troppo alte per il Faust goethiano. Ho scelto quindi due libri di cui non avevo ancora sentito parlare, e francamente mi sfugge anche il modo in cui sia entrato in contatto con queste opere e con il loro straordinario autore. I libri sono “Tutto ciò che è un uomo” e “Turbolenza”, l’autore è David Szalay.

Canadese di origini ungheresi, ha girato il mondo. Un vero apolide che l’Europa se l’è vissuta tutta, la conosce fuori dai luoghi comuni e dagli stereotipi più diffusi, quelli che noi europei abbiamo imparato ad accogliere come verità indiscutibili. Questo è già un valido motivo per leggere Szalay: conoscerci. Come uomini e come abitanti, perché tutti ci siamo sentiti dispersi, disorientati, e abbiamo ritrovato un centro in una persona o in un luogo che ci sembrasse famigliare.

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Queste raccolte di racconti, che sono in realtà due grandi romanzi di crescita interiore, rappresentano il viaggio dell’uomo contemporaneo nel mondo aperto e connesso che stiamo vivendo. Ma sono anche storie di fragilità, della condizione precaria dell’uomo moderno. In Italia, Szalay – che ha pubblicato in lingue inglese anche tre romanzi, da noi ancora inediti – è pubblicato da Adelphi.

Leggendo “Tutto ciò che è un uomo” mi sembra che questi racconti vadano a formare un corpo unico, come una sola grande storia. Ci racconta com’è nata l’opera?

L’idea iniziale era di raccontare una serie di storie che riguardassero persone che viaggiavano per l’Europa dei nostri giorni, visto che c’è così poca letteratura che racconta davvero l’Europa contemporanea. Poi mi sono accorto che così facendo sarebbero venute fuori tante piccole storie distaccate, non un corpo unico. Qualche tempo dopo mi è saltata in mente l’idea che ogni racconto avrebbe avuto un protagonista maschile ogni volta più adulto, partendo dall’adolescenza e arrivando alla senilità. E credo e spero che disponendo così questi racconti, abbiano trovato una dimensione unica capace di raccontare qualcosa che, singolarmente, non sono capaci di dire. Per cui è un’opera unica, e fatta eccezione per una sola storia, tutti i racconti sono costruiti perché abbiano il loro spazio preciso al suo interno. L’eccezione è il terzo racconto, che però ho scritto per primo. Ho iniziato a lavorarci su come un’opera a sé stante per Granta, una rivista letteraria inglese. Mi sono divertito molto a scriverlo e ho pensato che sarebbe potuto diventare un romanzo, allungando un po’ la storia. Però poi mi sono reso conto che mi piaceva nella sua forma breve, mi divertiva il fatto che non si conoscesse nulla dei personaggi al di fuori della parentesi che veniva raccontata.

Nel suo libro sembra che i personaggi facciano sempre fatica a trovare un proprio centro nel mondo. Quanto c’è di autobiografico in questo senso di dispersione?

Credo che il contesto famigliare di ognuno di noi stabilisca la nostra identità, e trovarci in una situazione a noi aliena può spesso aprirci a domande su chi siamo davvero, in modi che spesso sono liberatori, alcune volte sono esilaranti, e anche spaventosi e confusi. Questo sentimento è al centro di molte delle storie in entrambi i miei libri. Di certo si viaggia molto più oggi che in passato – o almeno, questo era vero fino al 2019 – per cui questa sensazione di smarrimento è più comprensibile adesso. E in entrambi i libri credo che emerga come il mondo sia davvero piccolo. È difficile, in quest’epoca in cui tutto è connesso grazie alle moderne tecnologie di comunicazione, scappare da ciò che si è. E di sicuro c’è un elemento autobiografico, è un sentimento che mi riguarda direttamente.

Cosa le piace della scrittura?

Mi piace particolarmente raccontare il mondo in cui vivo. La descrizione del mio mondo personale, inteso come una trama emotiva, fisica e intellettuale, è ciò che mi affascina maggiormente. Questo riguarda sia i libri che amo leggere sia ciò che amo scrivere, motivo per cui mi annoiano i romanzi storici o fantascientifici, e non ne scriverei mai uno. La letteratura ha questa qualità unica rispetto alle altre arti di cogliere il significato intrinseco dell’essere vivi in questo preciso momento storico e in un preciso punto dello spazio, con tutte le sfaccettature che ne derivano.

In “Tutto ciò che è un uomo” c’è un centro di gravità maschile che viene spesso sconvolto dall’esperienza con l’altro sesso. Le donne nel libro sono corpulente e misteriose, ricordano molto i personaggi femminili di Federico Fellini. La sessualità la spaventava quando era ragazzo?

Forse sì, e potrebbe essere quasi il classico cliché dell’educazione inglese. È interessante che tu faccia il paragone con Fellini, non c’avevo mai pensato ma potresti aver ragione. E certamente credo che tu ci veda giusto quando dici che alcuni momenti di “Tutto ciò che è un uomo” sembrino girare attorno a un centro di gravità maschile, sconvolto dall’incontro con l’altro sesso. Questo elemento è molto presente in alcune storie, soprattutto in quella di Bernard a Cipro, e più debole in altre. Però in generale credo che i personaggi femminili del libro siano più attivi e sicuri di sé rispetto a quelli maschili.

Lei è nato in Canada ma è di origini ungheresi. Che rapporto ha con queste due terre così distanti?

Devo dire che non mi sento né perfettamente canadese né perfettamente ungherese. Forse mi sento inglese, prima di tutto. Però è difficile da credere, considerando anche che non vivo più in Inghilterra da anni ormai. Diciamo che sono cittadino del mondo, ma allo stesso tempo invidio molto chi ha un legame specifico con un solo posto del mondo, è una cosa molto bella ma anche strana per me, avendo passato la mia vita a girare per l’Europa. Anche i miei genitori hanno fatto così e forse questa cosa l’ho ereditata da loro. Quando ero piccolo la mia unica visione dell’Ungheria era quella di un paese comunista, e l’ombra delle atrocità del ventesimo secolo è ancora viva lì, però crescendo e vivendoci ho sviluppato un’idea più complessa ed elaborata di quel posto. Al contrario, quando sento parlare qualcuno del Canada sento sempre dire di un paese perfetto. Alcuni miei amici polacchi dicono che sia il paradiso, non ironicamente. Per me il Canada è solo un posto come un altro dove conservo dei ricordi, la mia famiglia, i miei cugini. Persone che cercano di vivere la loro vita, a volte con ottimi risultati, altre volte no. In generale, le persone esagerano molto nel paragonare varie parti del mondo molto distanti tra loro. Sono più le analogie che le differenze anche tra posti apparentemente distanti.

Parlando dell’ambientazione aerea di “Turbolenza” e della sua struttura a vasi comunicanti, che personaggi e che connessioni diverse ci offre rispetto all’opera precedente?

“Turbolenza” è stato commissionato dalla BBC per la radio. Volevano 12 storie che fossero in qualche modo connesse ma che allo stesso tempo potessero avere una loro dimensione individuale. Immagino che me l’abbiano chiesto alla luce del precedente “Tutto ciò che è un uomo”. Però mai avrei scritto un altro libro così simile, se non me l’avessero chiesto. E quindi per prima cosa ho pensato a come diversificarlo. Una prima cosa è che dei 12 protagonisti del libro, 7 sono donne, contro le zero presenti nel precedente libro. Un’altra differenza è come le storie si toccano tra di loro, perché qui ho voluto inserire percorsi incrociati, c’è una struttura narrativa più fitta. Le storie sono anche più brevi: la BBC è stata chiara in questo, volevano storie che potessero essere lette in radio in una quindicina di minuti. Non mi piace scrivere storie così brevi, non è da me probabilmente. Però è stata una sfida, un gioco. In “Turbolenza” passiamo molto meno tempo con i personaggi rispetto al mio lavoro precedente, abbiamo appena un assaggio delle loro vite, e questo è il punto: viviamo in un mondo in cui abbiamo incontri fugaci con le persone, le conosciamo per appena un attimo. Spero comunque che, come per “Tutto ciò che è un uomo”, le storie abbiano un loro filo conduttore evidente, completandosi e commentandosi a vicenda.

Secondo lei come mai le raccolte di racconti fanno così fatica ad imporsi nei concorsi letterari contro i romanzi? C’è una forma di pregiudizio?

Capisco il tuo dubbio e sono perfettamente consapevole della minor fortuna delle raccolte di racconti, però non ragiono mai in questi termini. Entrambi i libri sono stato pubblicati come “romanzi”, e come dicevo non considero nessuna delle due opere come raccolte di racconti, ma devo anche ammettere che mentre scrivo non ci penso molto. Penso che sia l’opera a definire lo stile e non il contrario.

ENGLISH VERSION

Like many Italians, I’ve choose a summer reading. An almost obscene term for some academic circles, but the temperatures were too high for Goeth’s Faust. I therefore chosed two books that I had not yet heard of, and frankly, the way in which I came in contact with these works and their extraordinary author also escapes me. The books are “All that is a man” and “Turbulence“, the author is David Szalay.

Canadian of Hungarian origins, he has traveled the world. A true traveler who has thoroughly scrutinized Europe, knows it outside the commonplaces and the most widespread stereotypes, those that we Europeans have learned to accept as indisputable truths. This is already a valid reason to read Szalay: to know us. As men and as inhabitants, because we all felt dispersed, disoriented, and we found a center in a person or place that seemed familiar to us.

These collections of short stories, which are actually two great novels of inner growth, represent the journey of contemporary man into the open and connected world that we are experiencing. But they are also stories of fragility, of the precarious condition of modern man. In Italy, Szalay – who has also published three novels in English, still unpublished by us – is published by Adelphi.

Reading “All the man is” it seems to me that in this collection the short stories are combined together to form a unique bigger narrative structure. Can you talk about the genesis of the work?

Well it was always intended that it should be a single organic work rather than a collection of short stories. All the stories, with one exception, were written to fit into their specific place in the structure of the book. The one exception was the story that is now the third in the book, which was written first, and initially conceived as a stand-alone piece for Granta, the English literary magazine. I enjoyed writing it and was happy with it, and I wondered whether to make it the basis of a longer work. Obviously one way of doing this would be to expand it – but that didn’t appeal to me somehow: I liked the way it was a self-contained drama, the way that we didn’t know much about the characters beyond their parts in the action. My first idea was to write a series of stories that were each about someone travelling within contemporary Europe. I had not seen much written that seemed to me to capture the essence of contemporary Europe and that one thing that I wanted to write about. But it quickly became clear to me that that would still be simply a collection of stories. It would not really be a single indivisible work. Soon after that I had the idea that each story would be about a slightly older male protagonist, starting with a teenager and ending with a man in his seventies. Each one is simply part of an organic whole. I hope that taken together they are able to say things that, taken individually, they would not be able to say.

In your book there is a strong sense of uprooting and a sense of confusion of the characters in finding their centre in the World. How autobiographical is there?

I think there is certainly a sense in which the basic feeling of being unsure of where one’s ‘centre’ is might be said to be autobiographical, in that this is a feeling that I do have myself. And it’s true that in both ‘All That Man Is’ and ‘Turbulence’ it is indeed something that characterises many of the characters – that is almost hard-wired into the books, since they are both about people undertaking actual journeys, and therefore often finding themselves away from ‘home’. Because often I think it is a familiar context that tells us who we are – who we are is fixed by our context, perhaps, more than by anything ‘inside’ us – and finding ourselves in an alien environment can often seem to open the question of who we are, in ways that are at once liberating, even exhilarating, and also of course frightening and confusing. This feeling is at the heart of many of the stories in both books. Of course more people travel now than have ever done so before (or at least that would have been true in 2019…) so this experience might be more common than in the past. But at the same time we tend, thanks to modern communications technology, to take more of ourselves with us when we travel then we ever did the past as well. There is a sense in which both books are about how small the world is now. It is harder now to run away than it ever has been before.

What gives you satisfaction when you write?

I take a particular pleasure in depicting the world I live in myself. The depiction of my own world in an entirely literal sense – the actual physical, emotional, intellectual texture of it – is what fascinates me. This is true of books I like to read as well as books I like to write. (And so, I have no interest in historical novels, fantasy, science fiction – many genres and literary subcultures are in that sense closed to me, as a reader and a writer.) I think that fiction has a unique ability to capture every aspect of what it means to be alive in a particular time and place, all the facets of human existence – it can do that, I think, in a more complete and ultimately more intense way than any other art form. 

In ‘All that man is’ there is a male centre of gravity that is often shaken by the experience with the opposite sex. Women are corpulent and mysterious figures, very reminiscent of the female characters of Federico Fellini. Did sexuality scare you when you were younger? 

Probably yes, in what might seem an almost cliched English way. It’s interesting that you make the Fellini comparison – it’s not one that I have thought of myself but there might be something in it. And certainly, I think you’re right that the sections of ATMI often seem to be about ‘a male centre of gravity shaken by the experience with the opposite sex’. Some of the stories obviously leave a stronger impression on readers in this respect than others, particularly perhaps the second about Bernard’s adventures in Cyprus. I do think there are also more nuanced depictions of female characters in the book, but it seems that they are not so vivid and memorable. (Which in itself says something of course.) Generally speaking, I think the female characters in the book are depicted as being more proactive and more sure of themselves than the male characters.

You were born in Canada but you are of Hungarian descent. What relationship do you have with these two worlds so distant?

In fact, I feel neither truly Canadian nor truly Hungarian – I feel British more than anything but even that is complicated, especially as I have not lived there for some years now. I suppose the result is that I have a certain detachment from the whole concept of nationality. At the same time, I envy people who have a clear sense of being rooted in a particular place – I think that is a nice thing to have, but perhaps only in theory because I seem to be restless by nature and have spent quite a lot of my adult life moving around Europe. My parents are like that too (they now live in Bahrain) and perhaps it was something I picked up from them – that that was somehow a ‘normal’ thing to do, not to be too attached to any one place. My childhood conception of Hungary was dominated by the fact that it was a Communist country – that was really its defining characteristic for me at that time (and I visited it almost once a year while I was growing up.) Of course, having lived there for a while, I now have a much more complex sense of the place but as with all the countries of the region, the traumatic experiences of the 20th century have cast a long shadow over them. In marked contrast, people often talk about Canada as some sort of perfect country – I was in Poland last week and it was described by some of my Polish hosts without irony as ‘paradise’. But my own way of seeing Canada is through the prism of my family there. Seen from this personal angle it is just another group of people trying to live their lives in a way that makes them happy, sometimes successfully, often not so successfully. On the whole, people exaggerate the differences between countries – and of course the differences are obvious and on the surface – but in deeper ways all countries are more alike than they are different, I think.

About the “aerial” setting of “Turbulence” and the device of communicating vessels that bind the stories: what different characters does it give us compared to those of “All that is a man”? How different is the inner drift you describe in the two books?

‘Turbulence’ started off as a commission for BBC radio. They wanted 12 stories that were strongly linked and yet definitely individual. I suppose they asked me to do this precisely because I had already done something similar in ATMI. And had it not been for this commission I probably wouldn’t have written something quite so similar as my next book. Of course, I was keen not simply to repeat myself so from the beginning I thought about how I could make ‘Turbulence’ different. One clear difference is that of the 12 protagonists in the book 7 are women, compared with zero in ATMI. The way the characters are connected to each other is also different, in that there are literal narrative connections, actual crossed paths. And the stories are of course very much shorter – this was also a requirement of the radio format – they wanted stories that would take 15 minutes to read on the radio, so that they also all had to be more or less exactly the same length. I would not normally write such short stories, I don’t think. It was a challenge. This gives the book a very different sort of texture to ATMI, which is more than four times longer – we spend much less time with each of the characters, we really get no more than a glimpse (or two or three glimpses) of each other. This of course was part of the point, part of what the book is trying to ‘say’ – that we live in a world where we tend to have short encounters with many people, and perhaps fewer deeply engaged relations with a small number of people than might have been normal in the past. (When there were fewer opportunities, either physical or virtual, of getting away from the people who physically surrounded you.) But similarly to ATMI I would hope that there is meaningful interaction between the stories of ‘Turbulence’ as well – that the stories as it were comment on each other, enlarge each other.

In your opinion, why do collections of short stories find so difficult to impose themselves on novels in literary competitions? Is there still a prejudice towards this literary form? 

I suppose I don’t really think in terms of these categories. Both ATMI and Turbulence were published and marketed as ‘novels’, no doubt for the reasons you allude to – the relative lack of prestige of the short story form. I have to say again that I do not consider either of them to be ‘collections of short stories’ as such, but a sort of hybrid form. But I don’t really think too much about it while I’m working – I think the works define the form rather than the other way around.

Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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Franco J. Marino: “cerco di esprimere la bellezza e la poesia di un vissuto sincero”. L’intervista

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Solare, energico e con la musica nel DNA. Franco J Marino è certamente tra gli artisti italiani di maggior rilievo, grazie ad una proposta musicale che non si vergogna di sperimentare ed osare. Napoletano di nascita ma romano di adozione, un mix di blues, latin, soul ed, ovviamente, il calore della sua città natale. Non deve stupire se Franco J Marino abbia alle spalle una carriera ricca di importanti traguardi, come le collaborazioni con Lucio Dalla o Andrea Bocelli ed un premio AFI per l’attività compositiva.

Con “Immagina il mondo che vuoi“, singolo uscito il 4 giugno, Franco J Marino ha raggiunto la sua maturità artistica. Sound corposo, vintage e raffinato. Un brano il cui videoclip è stato girato tra i colli bolognesi. Bologna, ha spiegato, è una città molto importante poiché fonte di ispirazione e luogo familiare grazie alla lunga amicizia con il produttore Mauro Malavasi.

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Roma, Napoli, Bologna. Il viaggio e l’esperienza come guide ed una sincera ricerca della propria identità musicale. Tutti ingredienti che confluiscono nell’ultimo inedito pubblicato, che si configura come una summa della carriera dell’artista: un invito a guardare avanti, oltre lo stato delle cose, e sognare un futuro migliore. Se volete saperne di più, vi proponiamo di seguito una breve intervista con Franco J Marino attraverso la quale cercheremo di approfondire meglio il suo background musicale. Buona lettura.

Leggi anche: “Rockin’1000 Party, musica e cinema con il supergruppo all’Arena Lido di Rimini

Ciao Franco e benvenuto su The Walk Of Fame Magazine, è un piacere. Lo scorso 4 giugno è uscito “Immagina il mondo che vuoi”, il tuo nuovo singolo. Vuoi parlarcene? Di cosa tratta il brano e a cosa ti sei ispirato questa volta?

Buongiorno e piacere mio. L’ispirazione è figlia del desiderio e io desidero un mondo meno veloce, “slowlife”, per comprendere e godere della bellezza che ci circonda. Questo è il mondo che immagino.

La tua è una proposta musicale molto singolare. Unisci sonorità melodiche napoletane, la tua terra d’origine, al blues, latin e soul. È stato difficile per te, negli anni, trovare questo equilibrio stilistico?

È stato molto naturale lo spunto, ” l’invenzione”. Poi per arrivare alla precisione ci sono voluti quasi due anni. “Napolatino” è un progetto unico e rappresenta il mio stile anche grazie a Mauro Malavasi che lo ha prodotto e arrangiato.

Franco, tu vieni da Napoli ma vivi da tanto a Roma, una seconda casa a tutti gli effetti. C’è in qualche modo nelle tue canzoni un richiamo alle due città?

Roma è una città bellissima e unica al mondo ma non mi ha dato spunti per scrivere. Napoli la sento nelle vene e ogni volta che ci torno (spesso), mi emoziona e mi regala l’ispirazione che mi serve.

Nel corso della tua carriera hai avuto modo di collaborare con grandi artisti, come ad esempio Lucio Dalla o Andrea Bocelli. Come sono nati questi progetti che ti hanno portato a scrivere con il primo “Non vergognarsi mai” e per il secondo “Domani”?

Ho sempre avuto una grande stima nei confronti del maestro Malavasi con il quale collaboro da molti anni. Feci ascoltare alcuni miei brani a lui che lo colpirono molto, poi li ascoltarono Lucio e Andrea che mi vollero conoscere, e da quel momento si instaurò un bel feeling da cui sono nati i brani che ho scritto per loro.

Domanda semplice, ma con la quale vogliamo entrare più nel dettaglio. Cosa vuoi esprimere con la tua musica? Chi è Franco J Marino nelle sue canzoni?

Desidero sempre esprimere la bellezza e la poesia legate da un vissuto sincero.

Come mai hai aspettato fino al 2011 per pubblicare il tuo primo album? Avevi bisogno in un certo senso di trovare la tua strada stilistica prima di addentrarti nella stesura di un disco completo?

Certamente. Il percorso di un artista è complesso e non basta solo il talento. Nel mio caso, poi, prima del 2011 ho scritto per altri artisti importanti.

Prima di salutarci, se possibile, vorremmo qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri. Cosa hai mente di fare ora che si potrà nuovamente suonare dal vivo? Tornerai a calcare i palchi o magari stai lavorando ad un nuovo progetto discografico?

Spero di fare tutte e due le cose!

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Finaz e Cicatrici, l’album per guardare al futuro. E sulla Bandabardò…

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“Cicatrici” è il terzo capitolo dell’avventura musicale solista di FINAZ, il virtuoso chitarrista della Bandabardò. Il nuovo album è stato anticipato dal singolo “Heart Of Stone” feat. Alex Ruiz -che è stato in première su Billboard Italia- ed uscirà il prossimo 18 giugno per Rivertale Productions. Il nuovo progetto discografico “Cicatrici” segue l’iperacustico Guitar Solo del 2012 e la ricerca elettronica applicata alla chitarra di GuitaRevolution (2016). Con questo nuovo lavoro il musicista toscano si concentra su ciò che maggiormente rappresenta storicamente la sua creatività: la composizione di vere e proprie canzoni e il “travestimento” della sua chitarra acustica per raggiungere sonorità fantasiose e incredibili. Proprio per questo definisce questa nuova sfida come il disco della propria maturità solista.

Dopo un album iperacustico (Guitar Solo) e un secondo di sperimentazione elettronica applicata alla chitarra, siamo arrivati a Cicatrici, che tipo di disco è questa volta?

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Un saluto a tutti i lettori di The Walk of Fame magazine. Cicatrici è una sorta di compendio delle mie esperienze umane e artistiche. Ci sono appunto le mie cicatrici, non necessariamente tutte dolorose ma comunque tutte indimenticabili. Non è un lavoro, come dire, uniforme. E’ un disco assolutamente eterogeneo, cosa che io considero non un difetto ma un grande pregio, in questa epoca di uniformità!

Trovi la proposta musicale odierna un po’ piatta?

Ti rispondo così: viva la diversità!

Possiamo definire Cicatrici come il disco della tua maturità?

Penso proprio di sì, dopo trenta anni di carriera ci si trovano dentro tutti gli stili che mi hanno influenzato e formato; blues, rock, reggae, sperimentale e una cover di Modugno che io ho sempre ascoltato fin da ragazzo anche in famiglia, che ho iniziato a suonare live nel 2017 a un festival a Parigi e non avevo mai inciso. Questo era il momento di farlo.

Il brano che apre il lavoro è invece una collaborazione con Petra Magoni…

Sì, una cara amica da tanti anni, abbiamo già collaborato nello spettacolo teatrale “Equilibrismi” ma questa è la prima volta che componiamo insieme una canzone! Mi sembrava giusto che fosse proprio quel brano la prima traccia da ascoltare

Un’altra tua amica verrà presto a suonare qui a L’Aquila, il 7 agosto, si tratta di Carmen Consoli…

Hai ragione, ci conosciamo e abbiamo collaborato in molte circostanze. Ho suonato spessissimo con lei nei suoi concerti ma non in studio. Mai dire mai, comunque. Comunque sarò con lei il prossimo 25 agosto a Verona per il concerto che festeggerà i suoi primi 25 anni di carriera!

Come sta la Bandabardò dopo la morte di Erriquez?

Stiamo cercando una nuova formula che renda giustizia a lui, alla Banda e al nostro pubblico. Non sarà facile ma ci riusciremo. La perdita è enorme, incommensurabile a livello artistico e umano.

Ultima domanda, dopo tante presenze al concertone del prima maggio, cosa ne pensi della polemica Rai-Fedez?

Che è assurdo che in un paese civile si discuta un decreto legge come quello in questione. Abbiamo forse la più bella Costituzione del mondo, basterebbe rispettarla.

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Marco Bonadei: “Salvatores? Una vera guida. Recitare? Per me la ricerca della verità” (Intervista)

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Marco Bonadei è sicuramente uno dei volti emergenti nel panorama artistico italiano. Attore teatrale genovese, classe 1986, e con una spiccata predisposizione alla recitazione. Dal 2010 collabora con la compagnia del Teatro dell’Elfo di Milano recitando in diverse produzioni. Nello stesso anno, inoltre, Marco Bonadei dà il via al progetto Il Menù della Poesia con cui diffonde, assieme alla sua equipe, la poesia ed il teatro in giro per l’Italia. Una carriera votata alla recitazione, tanto da entrare nel cast del film Comedians di Gabriele Salvatores, uscito il 10 giugno nelle sale italiane. Per l’occasione abbiamo scambiato qualche parola con Marco Bonadei cercando di esplorare il suo background, la sua passione per la recitazione e i progetti futuri. Buona lettura!

Il 10 giugno è uscito Comedians, film di Gabriele Salvatores tratto dall’omonimo dramma di Trevor Griffiths. Per te che vieni dal mondo del teatro è stato difficile approcciarsi alla recitazione in un film?

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È stata un’esperienza unica. Gabriele Salvatores sa accompagnarti per mano, come una vera guida. Le difficoltà riscontrate sul set sono state molte ma Gabriele riesce a guidarti come se tu fossi un funambolo, senza farti sbilanciare né troppo da un lato (un eccesso di teatralità) né dall’altro (un naturalismo spinto), tenendoti in bilico ed impedendoti di cadere.

La tua è una carriera interamente votata alla recitazione e alla cultura. Come è nata questa passione, o forse è meglio dire vocazione, che hai poi trasformato in lavoro?

Mi sono avvicinato da bambino al palcoscenico per gioco e mi è piaciuto. Poi ho scoperto che ero portato per recitare. Il tempo, l’impegno e la fortuna hanno fatto il resto.

Dal 2010 dirigi il progetto Il Menu della Poesia attraverso il quale diffondete la poesia e il teatro con l’imprescindibile convinzione che la cultura possa essere il vero collante di una società sana. Da semplice format itinerante ad un’associazione vera e propria. Cosa ti ha spinto ad iniziare un progetto così ambizioso e, se vogliamo, innovativo?

Una sfida alla celeberrima affermazione “con la cultura non si mangia“. Ma una sfida che abbiamo vinto. Dopo ci siamo resi conto dell’interesse che il progetto destava nelle persone, e ci siamo detti -io e il gruppo di colleghi attori con cui ho iniziato questa avventura- che era il caso di dargli un futuro e di farlo crescere. oggi c’è un team di seri professionisti che se ne sta occupando e che dà valore e forza al Menu della poesia.

Vittorio Gassman diceva: «L’attore è un bugiardo al quale si chiede la massima sincerità». Quindi: recitare come via di fuga dalla realtà che ci circonda o come interpretazione e manifestazione della stessa. Sei d’accordo con questa affermazione? Cosa provi quando ti cali nei panni di un personaggio?

Recitare per quanto mi riguarda è la ricerca di una costante verità, una verità ultima, una verità altra. Recitare è tutt’altro che mentire. È mettersi a nudo, e dare spazio a quelle parti di te che condividi con il personaggio scritto dall’autore sulla carta. Recitare è comunicare, attraverso un codice, stabilito o innovativo, con chi sta dall’altra parte: il pubblico.

Il teatro è un ambiente che ti pone a contatto diretto con il pubblico, a differenza della telecamera su un set cinematografico che funge da tramite. Secondo te, dopo aver sperimentato sulla nostra pelle le limitazioni della libertà e dei rapporti interpersonali, credi ci sia bisogno di un ritorno a quella vicinanza tra persone che solo un palco riesce a creare?

Credo che questo bisogno di cui parli, terminerà solo con la fine dell’ultimo uomo e dell’ultima donna sulla terra. È il bisogno di comunicare, il bisogno di toccarsi, il bisogno di sentire l’energia dell’altro, di guardarlo negli occhi, sentirlo respirare, vederlo muoversi. Il bisogno di empatizzare con le sue emozioni, di riflettere sulle sue azioni, pensieri, vite. Ce lo insegna la scienza con lo studio dei neuroni specchio. Credo che lo spettacolo dal vivo sia la forma d’arte ultima a poter morire. Come disse in un’intervista il grande Eduardo De Filippo: «finché ci sarà un filo d’erba sulla terra ce ne sarà uno finto su di un palcoscenico».

Hai già in mente dei nuovi progetti per il futuro ora che cinema e teatri riapriranno? Puoi anticiparci qualcosa?

Debutto il 7 luglio al Teatro Elfo Puccini di Milano con uno spettacolo diretto da Cristina Crippa Nel Guscio di Ian McEwan: una sorta di monologo surreale, ambientato nell’utero materno all’ottavo mese di gravidanza. Io sono un feto. Un feto molto noto, almeno per il pubblico teatrale. Un Amleto in miniatura, che deve sventare l’omicidio del padre, e lo deve fare in una condizione fisica e fisiologica limitante e fuori dal comune.

In questo momento sono impegnato nel portare avanti La Variante Umana, la compagnia teatrale che ho fondato insieme ad altri quattro compagni di lavoro: Vincenzo Zampa (altro attore con cui condivido l’esperienza del set di Salvatores) Chiara Ameglio danzatrice e performer, Aureliano Delisi drammaturgo, e Alessandro Frigerio sceneggiatore e assistente alla regia. Noi cinque ci troviamo impegnati nella realizzazione di diversi spettacoli. La prossima tappa sarà una mia regia ispirata a romanzo di Friedrich Dürrenmatt  Il giudice il suo boia che ci vedrà impegnati tutti insieme sulla scena.

Leggi anche: “Con “La notte arriva sempre”, Willy Vlautin torna a dar voce alla working class [Ita/Eng]

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