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Attualità

L’arte ci scopre fragili nel ricordo ma ci aiuta a guardare avanti

Fabio Iuliano

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Un cognome, un nome, un rintocco di campana: ben 188 alla fine risuonati in 14 infiniti minuti nel silenzio del campo sportivo di Saletti, in un giorno in cui Nembro aveva ritrovato un primo sole d’estate. Il 23 giugno 2020, una comunità tra le più colpite dal virus in Val Seriana, nel Bergamasco, era riuscita a ricordare per la prima volta le proprie vittime. Per lungo tempo anche questo era stato loro negato.

“Abbiamo vissuto tutto quello che stava accadendo da soli, nelle nostre case, con il senso di colpa, la rabbia, il dolore. Ora siamo qui fisicamente vicini. Ce n’era bisogno”, le parole del primo cittadino al megafono del campo, “c’è il desiderio di ricordare chi abbiamo perso, il loro valore, consapevoli del patrimonio che ci è stato lasciato. Nel momento difficile la comunità ha saputo reagire, rimanere unita. Non dobbiamo disperdere questa ricchezza”.

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Ricordare, guardarsi le ferite, guardare oltre, perché c’è da ritornare alla vita. E c’è da farlo anche per chi non c’è più. Questa immagine dà il senso della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’epidemia di Coronavirus definita per oggi dalla un ddl approvato all’unanimità. dalla commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato.

Per ricordare le vittime italiane del Covid (qui trovate il bollettino con tutti i numeri aggiornati del 17 marzo) sono previste due cerimonie a Bergamo “epicentro” dei primi mesi, al Cimitero monumentale della città al Parco Martin Lutero alla Trucca. Si procede anche all’inaugurazione del Bosco della Memoria. Tra i presenti anche il premier, Mario Draghi, il cui ufficio ha richiesto l’esposizione a mezz’asta delle bandiere nazionale ed europea sugli edifici pubblici.

La data del 18 marzo è legata a un’immagine destinata da rimanere tra le più tristemente evocative di questa pandemia: proprio in questo giorno, nello scorso anno, i camion a Bergamo dell’esercito uscivano dalla città, trasportando centinaia di bare dei defunti in attesa di sepoltura. Il nostro giornale non ha trascurato nessuna delle immagini più forti, così come alcuni dei nomi e delle storie tra le oltre 103mila vittime hanno fatto breccia tra i nostri articoli, specie quando il covid ha toccato persone vicine al mondo della cultura, dello spettacolo o dell’intrattenimento.

Abbiamo restituito qualcuna di queste storie in “Black out – dietro le quinte del lockdown”. Le ferite sono molte e fanno anche male. Ma la scelta di considerare l’arte come minimo comune denominatore del nostro racconto portato avanti da questa testata ci spinge a cercare una via diversa. Raccontare questo tempo attraverso l’arte che ci aiuta ad accettare di essere fragili e ci dà la forza di guardare oltre.

Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

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Le mani sui bauli e gli striscioni al Globe Theatre: “Siamo fermi da 419 giorni”

Fabio Iuliano

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T-shirt, striscioni, maxischermi a scandire tempi e modi della mobilitazione. Mani sui bauli per chiedere attenzione su un settore, quello dello spettacolo, che in un oltre anno (419 giorni per la precisione) non ha praticamente mai assistito a una parvenza di ripartenza con conseguenze pesantissime. I bauli, oltre un migliaio a riempire progressivamente la parte destra di piazza del Popolo, lasciando nell’emisfero opposto un sistema di trasnenne in grado di far fluire e defluire passanti e curiosi, al fine di evitare incidenti e affollamenti.

Il secondo appuntamento di “Bauli In Piazza – We Make Events Italia” segue quello di Milano, davanti al Duomo. Roma ha accolto organizzatori e addetti ai lavori ritrovando il suo fascino di inizio primavera. Quella luce unica e ogni volta inaspettata che ti spinge a camminare a caso tra i vicoli verso via del corso, Lungotevere Flaminio o su per le scalinate che conducono al Pincio, uno dei punti panoramici per eccellenza.

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GUARDA: La diretta della mobilitazione dei Bauli

L’aria si fa leggermente più fresca, un po’ per l’esposizione, un po’ per la fitta vegetazione di Villa Borghese. Ma proprio lì, in mezzo al parco, c’è un punto dove l’atmosfera è insolitamente calda. Gli occupanti del Silvano Toti Globe Theatre hanno deciso di aprire al pubblico l’area antistante, attraverso una serie di iniziative di sensibilizzazione che non rinunciano alla goliardia. Tutto in sicurezza, in ogni caso, anche grazie a un sistema di tracciamento iniziale con registrazione e rilevamento temperatura.

“Ci si tessera qui da noi”, fa un gruppo di artisti, operatori culturali, tecnici veneti, tutti con la maglietta griffata col logo Santa Maestranza. Approfondire le ragioni di questo logo ci costringerebbe ad addentrarci nei meandri della spiritualità veneta. Meglio di no, concentriamoci sulla “tessera” che consiste in una fetta di salame insieme a biscotti tipici e vino rosso dei Colli Euganei.

“Questo è un bicchiere di Vo’ Euganeo”, precisa uno di loro, puntando l’accento sulla produzione locale in uno dei comuni tra i più sfortunati: prima il covid, poi le attenzioni dei media mainstream, oltre e quelle di Andrea Crisanti. Il più carismatico tra loro va in giro a cercare tesserati. Caschetto giallo da speleologo su cappellino con visiera e mascherina Ffp2. “Ero cantante lirico fino a 3 marzo 2020, oggi mi occupo di traslochi, sgomberi e sistemo fosse della condenza grassi”. La sua storia la dice lunga sulle difficoltà del momento.

GUARDA: La diretta dal Globe Theatre occupato

“Siamo nella m***”, eslcama, “ma non vogliamo perdere la voglia di sorridere. “Il mondo dello spettacolo, proverbialmente sa prendersi molto sul serio senza essere serioso. E quindi nonostante la rabbia che ci portiamo dietro da sempre, ma abbiamo comunque la voglia di stare tra la gente. Chiediamo una riforma del nostro lavoro e non vogliamo più che la gente ci parli di cultura quando noi parliamo di lavoro”.

Lo spazio teatrale interno è riservato agli occupanti che hanno annunciato la mobilitazione, spiegando di averlo fatto “avendo cura della salute e della sicurezza di tuti”. Di fatto, la struttura teatrale non è completamente coperta e il ricambio d’aria in platea è garantito.

“Abbiamo fatto questa protesta”, viene ribadito,” per ribadire la necessità di una riforma strutturale dello spettacolo dal vivo, di un reddito per tutti, e di una ripartenza in sicurezza che coinvolga ogni più piccolo presidio culturale e non lasci indietro nessuno”.

“Con decine di colleghi ho scelto di partecipare all’occupazione di questo spazio”, spiega Elio Balbo, tecnico luci piemontese, “in vista dell’assemblea nazionale della rete Risp, emergenza continua per sottoscrivere una piattaforma condivisa con Bauli in piazza.

Nell’agora del teatro stiamo costruendo la piattaforma che porteremo in un confronto previsto giovedì 22 con i ministri Dario Franceschini e Andrea Orlando per parlare di una riforma strutturale e questo anche a prescindere dalle riaperture annunciate il 26 aprile: sono sicuramente un passo importante per il nostro comparto, ma si rischia di procedere a un riavvio ‘zoppo’ che favorisce i grandi a discapito di tutte le medie e piccole realtà.

Inoltre, la ripartenza fatta alle stesse condizioni che c’erano prima è una ripartenza falsa. Dobbiamo porre fine al lavoro in nero, ma anche garantire condizioni eque al lavoro regolare”. Tematiche, peraltro, cavallo di battaglia di artisti come Ascanio Celestini.

LEGGI ANCHE: Franceschini annuncia riaperture dal 26 aprile

Della stessa opinione alcuni professionisti dello spettacolo intervistati in piazza del Popolo. Tra questi, Damiano Galli di Tocco da Casauria, nel Pescarese. 

Esibisce il cartello “In televisione si parla solo dei ristoranti, noi siamo figli di nessuno”. Appare molto disincantato nei confronti della situazione. “Tanti eventi sono rimandati direttamente al 2022”, spiega. “Non mi aspetto più di tanto dall’estate prossima, dal momento che al momento sto lavorando con il mio service solo alla logistica dei vaccini”.

La protesta, animata soprattutto da chi lavora dietro le quinte, ha visto la solidarietà di tanti artisti da Paola Turci ad Andrea Delogu passando per Fiorella Mannoia, Max Gazzé, Daniele Silvestri, Renato Zero e i Negrita.

“Abbiamo bisogno di lavorare, ma soprattutto abbiamo bisogno di farlo in sicurezza e senza ulteriori interruzioni”, aggiunge Carlo Volpe, titolare del Fox Sound, studio nell’Aquilano e presidente dell’Ars Abruzzo, associazione regionale di service. “Le riaperture annunciate dal ministro rappresentano senza dubbio un passo in avanti”, sottolinea il presidente, “ma si inserisce in un quadro molto difficile. Non riusciremo, purtroppo, a fare più di tanto quest’estate. In ogni caso, è giusto dare un segnale di apertura, anche pensando a tante persone che quest’anno hanno vissuto una situazione drammatica”.

Ars nasce nel più ampio quadro di riferimento della Fedas, la Federazione aziende spettacolo Italia, associazione costituita per tutelare gli interessi sociali ed economici dei datori di lavoro del comparto spettacolo su tutto il territorio nazionale.

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Addio al principe Filippo

Redazione

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Addio al principe Filippo, 99enne consorte della regina Elisabetta, dimesso di recente dopo alcune settimane in ospedale a Londra a causa di una non meglio precisata infezione – non legata al Covid – cui si erano aggiunti problemi al cuore. Lo ha annunciato la regina in una nota diffusa da Buckingham in cui la sovrana esprime “profonda tristezza” per la perdita “dell’amato marito”.

Inossidabile punto di riferimento della corte britannica per decenni, il duca di Edimburgo aveva celebrato a novembre i 73 anni di matrimonio con la quasi 95enne Elisabetta II. Avrebbe compiuto 100 anni a giugno. 

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Poche righe toccanti per esprimere il dolore di una perdita dopo 73 anni di vita insieme: così la regina Elisabetta II ha annunciato oggi la morte del principe consorte Filippo di Edimburgo, nato a Corfù il 10 giugno 1921 e scomparso a 2 mesi dal traguardo del compleanno numero 100. “E’ con profonda tristezza – vi si legge – che Sua Maestà la Regina annuncia la morte del suo amato marito, Sua Altezza Reale il Principe Filippo, Duca di Edimburgo, spirato pacificamente stamattina nel Castello di Windsor. Ulteriori annunci saranno dati a tempo debito. La Famiglia Reale si unisce alle persone che nel mondo sono in lutto per la perdita”.

“Ricorderemo il duca di Edimburgo per il suo contributo alla nazione – ha detto il premier britannico Boris Johnson – e per il suo solido supporto alla regina. Come nazione e come regno ringraziamo la straordinaria e figura e il lavoro” del principe Filippo, ha detto ancora il premier definendolo “un amorevole marito, un padre e un nonno affettuoso”.

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L’Aquila 2009-2021, la luce attraversa il cemento nella notte del ricordo

Fabio Iuliano

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Anno 2002, il mondo contava ancora le macerie delle Torri Gemelle e i Pearl Jam si apprestavano a far conoscere la potenza silenziosa di una canzone, scritta per elaborare una tragedia vissuta in prima persona: due anni prima al festival di Roskilde in Danimarca, si erano visti morire davanti nove persone: “Lost nine friends we’ll never know – Perdemmo nove amici che non conosceremo mai”.

Venne fuori così “Love Boat Captain”, uno dei capolavori di sempre, una canzone che, prendendo in prestito quel “All you need is Love” dei Beatles, restituisce un senso nuovo anche all’arte di riscoprirsi fragili. “It’s an art to live with pain, mix the light into grey È un’arte convivere col dolore, virare la luce al grigio”.

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Quella stessa luce che nella notte tra il 5 e il 6 aprile ha fatto breccia nell’oscurità di un centro storico semideserto di una città che da troppo tempo vive di zone rosse. Un fascio di luce sostenuto da sei fari potenti per raggiungere le nuvole all’istante nel silenzio imposto dal rispetto della circostanza e del coprifuoco.

Dodici anni fa la scossa che cambiò per sempre la vita di decine di migliaia di persone. Dodici anni fa, alle 3.32, quella manciata di secondi che bastò a inghiottire sogni, progetti e aspettative di tante, troppe persone. Trecentonove non ci sono più da quella notte. Sono per loro i rintocchi – proprio 309 – scanditi uno dopo l’altro in una sequenza che sembra non finire mai. Poi un braciere acceso in piazza Duomo dalle autorità locali, insieme al cardinale Giuseppe Petrocchi, una fiamma ardente al posto delle tante fiaccole che negli anni scorsi attraversavano alcune delle strade più segnate dal sisma del 2009.

Neanche quest’anno il covid permette di scendere in strada in massa. Così, in tantissimi si sono ritrovati a lasciare accesa una “luce di speranza” dentro casa, magari condividendo il gesto “luce di speranza” dentro casa magari condividendo una foto sui social network, insieme a un’immagine di profilo temporanea con la cornice virtuale con scritto “Accendi la tua luce, 6 aprile. L’Aquila abbraccia l’Italia”.

Molto altro non si può fare anche se da parte dei familiari delle vittime è arrivato l’invito a visitare il Parco della memoria, in fase finale di costruzione in una delle piazze più colpite dal terremoto. Chi vuole può lasciare viole o primule all’ingresso, davanti a un drappo con i nomi dei 309, issato dai vigili del fuoco. Sempre a questi ultimi, attraverso le mani di Francesca Di Nino, prima donna professionista, l’onore di accendere il braciere posto davanti alla chiesa di Santa Maria del Suffraggio.

Da un’altra parte del centro, le tre croci della Passione, rimaste su davanti al sagrato della basilica di San Bernardino. I sacri legni incrociano le gru dei cantieri più vicini, nell’ottica di chi guarda da terra. Parafrasando altre parole di Eddie Vedder, il frontman dei Pearl Jam, “è difficile arrampicarsi in Paradiso quando si è inchiodati sulla croce”.

Dodici anni, il dolore intatto, i ricordi che iniziano a svanire. “Spesso si cade nella morsa del tempo incapace di ridare qualcosa indietro, maestro nell’incenerire i ricordi più nascosti, e di conseguenza i punti cardine delle storie vissute”, scrive Federico Vittorini il cantante delle Lingue, band pop-rock, che nel sisma perse madre e sorella.

“Ma il tempo non può e non deve cancellare tutto, perché quel tutto mi scorre nelle vene ogni giorno, è il mio sangue, e forse bisogna cercare solamente in modo più accurato un dettaglio, e basta poco per far sì che chiudendo gli occhi si possa tornare indietro di tanti anni, e respirare, e sentirsi meglio, anche solo per un istante”.

“Se il tempo vuole ingannarci”, continua, “noi proviamo ad ingannare lui, anche se spesso partiamo in svantaggio, perché siamo pieni di catene che ci impediscono di sentirci liberi di ricordare davvero. Sì, perché a volte anche ricordare fa paura”.

Il ricordo ci riscopre fragili ma ci dà la forza di guardare avanti, di guardare oltre. È un’arte anche quella.

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