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Cinema

Lacci, l’educazione sentimentale e i giovani-vecchi

La recensione del nuovo film di Daniele Luchetti, con Luigi Lo Cascio e Alba Rohrwacher

Alberto Mutignani

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Non è che uno vuole sempre affondare il coltello nella piaga, rigirarlo e farsi una risatina malefica. Vai a vedere che alla fine ti danno del filo-americano, e quindi anche del qualunquista e del sognatore mai cresciuto, o ti senti dire che sei anti-europeo e quindi poco affidabile, per carità. Però ogni tanto occorre dire le cose quantomeno per come appaiono all’evidenza. E la mia è un’evidenza piccola così, ma nel mio angolino scrivo anche di questo.

Che succede? Succede che quasi tutti hanno un abbonamento Netflix, quasi tutti gli abbonati hanno visto l’ultimo di Kaufman, ‘Sto pensando di finirla qui’, e almeno una parte di quel pubblico estremamente vasto l’ha gradito. Perché è Kaufman, direte voi, e grazie tante. Ma Kaufman è un ebreo della periferia newyorkese, desterà immediatamente qualche antipatia in un paese come l’Italia con un proverbiale atteggiamento di scazzo verso gli ebraici e gli americani. Kaufman ha fatto un film semplice, alla base. La storia è: una giovane coppia in crisi. Era così anche il meraviglioso ‘Storia di un matrimonio’ – sempre Netflix, sempre americano – ed è anche la base di un altro film, questa volta italiano, diretto da Daniele Luchetti: ‘Lacci’, dall’omonimo romanzo di Domenico Starnone.

Ci sono Luigi Lo Cascio e Alba Rohrwacher, Laura Morante, Silvio Orlando, Giovanna Mezzogiorno e Adriano Giannini. E ti viene da dire: alla faccia! Un trucchetto vecchio come il mondo, la coralità. Se fossi un terribile sostenitore del cinema americano, potrei osservare meschinamente che questa è già una differenza bella e buona rispetto ai due film sopracitati, che avevano solo due attori di punta, e in un caso su due nemmeno così famosi.

Ci sono anche i bambini, in Lacci: anzi sono centrali, come in tutti i film italiani dell’ultimo periodo. Ci sono i bambini in Favolacce dei D’Innocenzo, in Padrenostro di Claudio Noce e quindi ci sono anche qui. Fanno quello che fanno tutti i bambini del nuovo cinema italiano: gli adulti, più maturi dei loro genitori. Non li vedi mai con un amico, non esiste che escano fuori a giocare a nascondino. Sono dei giovani-vecchi. Stanno in casa a rompere le palle, si siedono e parlano del divorzio dei genitori, perché Aldo (Lo Cascio) mette le corna alla moglie (Rohrwacher), con una bella ragazza incontrata negli studi Rai di Roma – mica pizza e fichi. E anche loro sono giovani-vecchi: Lo Cascio ha 52 anni, ma nel film fa un fresco trentenne.

Quindi: esci dal viaggio onirico di Kaufman, e poi ancora da quel quadretto dolce, divertente, mai melenso che è ‘Storia di un matrimonio’, e arrivi da Luchetti nella sua Napoli degli anni ’80. Qui è impossibile ridere, il film è di una serietà da oratorio. Si piange, ci si tira gli oggetti. Omaggi? Sì, anche: a Calvino, di cui si legge uno stralcio. Roba per professori del liceo classico – altro sempreverde italiano -, a cui il film si rivolge per tutta la sua durata: c’è un gioco di parole in latino, e la Rohrwacher, nel film, è una docente precaria. Nell’insieme è una tediosa reiterazione delle stesse sequenze: ti amo, ti odio, ti lascio, tanto poi torni, ma poi ti sbatto fuori di nuovo. Le donne buonissime in un mondo di uomini marci, le colpe dei padri e mai delle madri.

Non c’è sincerità nel film di Luchetti, e il risultato è una non-storia verbosa e drammatica fino all’esaurimento delle lacrime. Esci dalla sala e pensi a Kaufman e alla coppia Driver-Johansson. Cosa manca, a noi Italiani? L’educazione sentimentale, certamente. Ma siamo anche eredi di una cultura democratica diabetica, e di questo fardello che è la verbosissima lingua italiana a cui certi sceneggiatori non riescono a resistere, e vai di cine-teatro.

Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

Cinema

Si muore solo da vivi, la commedia delle occasioni perse

La recensione del film di Alberto Rizzi, con Alessandra Mastronardi, Alessandro Roia, Francesco Pannofino e Neri Marcorè

Alberto Mutignani

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Alberto Rizzi è un regista alle prime armi. Dopo un cortometraggio intitolato ‘Sleeping Wonder’, che era uno spottone da Milano Fashion Week, ha esordito alla regia di un lungometraggio con il film “Si muore solo da vivi”, uscito da poco su Amazon Prime Video, e che da quel corto riprende almeno un paio di sequenze, anche lì decontestualizzate e meramente estetiche.

È una commedia romantica, con Alessandro Roia, Alessandra Mastronardi, Neri Marcorè e Francesco Pannofino, incentrata sulle seconde occasioni – e sulle buone intenzioni. Una vecchia band di successo sciolta bruscamente dal suo frontman, il protagonista, e caduta nel dimenticatoio, con i membri ormai sparpagliati per l’Emilia Romagna, alle prese con vite mediocri, quando non sono del tutto allucinate.

E poi la possibilità di rimettere insieme i pezzi e tornare a suonare insieme, lasciandosi alle spalle le scaramucce del passato. Romanticismo da campagna emiliana, visto che è lì che i destini dei personaggi si incrociano, ed è impossibile sentire la Mastronardi parlare in bolognese senza scoppiare a ridere, in un effetto non voluto di comicità che permea la quasi totalità del film.

È una pellicola senz’arte né parte: si apre con una chiacchierata con Amanda Lear, nei panni di un’anziana ma giovanile produttrice discografica, prosegue con un cameo di Red Canzian sull’importanza di continuare a suonare contro le avversità della vita – un po’ come fece John Legend in “La La Land” – e finisce con un matrimonio saltato per aria, perché la Mastronardi, a un passo dal sodalizio con il solito riccone sempre in viaggio, sceglie la vecchia fiamma hippie disoccupata.

E ci si chiede perché: prima di tutto, perché una commedia con un cast così dotato costringa gli attori a recitare in bolognese, riducendo Neri Marcorè a una macchietta e la Mastronardi a una parodia di se stessa. E ancora perché una bella ragazza con un futuro luminoso al fianco di un uomo ricco, e che la ama, debba scegliere una specie di reietto della società senza un soldo bucato e con una nota attitudine al sesso occasionale e al tradimento, come ci spiega il film.

Le trame secondarie – o che all’inizio speravamo fossero secondarie, e che finiscono per reggere tutto il film – mancano completamente di sviluppo: dopo mezz’ora dall’inizio ci si chiede dove vogliano andare a parare, ma alla fine è tutto un escamotage per farci apprezzare il buon animo del protagonista, uno stereotipo bolognese che fuma erba e non capisce mai un cazzo, alla Doc Sportello dei noialtri. Unica nota positiva: Francesco Pannofino. È un attore straordinario, e quando c’è lui in scena il film sembra prendere colore, ma l’effetto dura pochi minuti.


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Cinema

I registi che si credono migliori di Vanzina, e sbagliano

Matteo Vicino è regista, stroncatore, mito indiscusso e sex symbol, e nessuna di queste cose. Storia di un talento decantato e non pervenuto.

Alberto Mutignani

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Ho scoperto dell’esistenza di Matteo Vicino perché recentemente si è messo a fare il simpatico in un programma radiofonico condotto da Selvaggia Lucarelli, di cui non ricordo il nome. Nonostante il suo mestiere principale sia girare film brutti che non conosce nessuno, ma che vengono premiati all’estero, il suo hobby è quello di stroncare pellicole altrui, quando non viene preso a pesci in faccia dalle pagine Facebook per i suoi post da mitomane.

Nella puntata in radio che ho ascoltato di recente, Vicino si è divertito a distruggere Lockdown all’Italiana, l’ultimo film di Vanzina, “immolandosi” come dice lui, perché era convinto che il pubblico non aspettasse che il suo commento. Che poi, che te lo vai a vedere a fare un film se non ti interessa e sai che non ti piacerà? Perché fa molto ridere, forse. O almeno fa ridere il pubblico della Lucarelli, e anche lei era molto coinvolta dalla cosa. Insomma dopo questa ventina di minuti di sberleffi, ho scoperto che Vicino ha rilasciato un film lo scorso anno, e che dopo aver vinto innumerevoli premi, ora è arrivato in Italia, su Amazon Prime Video. Lo vedo, anche perché uno che per recensire Vanzina cita Gassmann e Pasolini deve essere un genio senza possibilità di freno.

Il film si chiama ‘Lovers’ ed è girato a Bologna. Gli attori sono: Primo Reggiano, Ivano Marescotti, Luca Nucera e Margherita Mannino.

Le storie raccontate sono quattro, lineari, infilate senza interruzione nel corso dei 100 minuti di film. Il cast è sempre lo stesso, a giro si cambiano i ruoli e i personaggi tentano di darsi una rimescolata per non sembrare gli stessi della storia precedente. La prima si apre in un ufficio con la luce smarmellata, Primo Reggiano in completo gessato, grigio su grigio, che guarda il suo direttore e dice a una collega: “Sempre stato così, imperturbabile”. E uno potrebbe dire: va bene, l’inizio di un film è sempre difficile da scrivere, però poi migliora.

La prima mezz’ora, in realtà, è un incomprensibile susseguirsi di eventi: Luca Nucera è un datore di lavoro passivo e cinico ma si innamora di una libraia socialista, Marescotti fa il padre di Reggiano, che al licenziamento del figlio risponde con un infarto che il medico di base liquida come ‘malanno stagionale’, come quando ti viene il raffreddore. Muore un paio di scene dopo. Reggiano viene lasciato dalla fidanzata e decide di suicidarsi, compra una pistola da un napoletano che gliela fa a buon prezzo, e decide di spararsi in un parco (perché deve rompere le palle in un parco?).

Un’altra storia sembra un tentativo bislacco di raccontare David Foster Wallace al cinema, o Bret Easton Ellis. La riflessione sulla letteratura, sui mass media e sulla massa incolta. Vicino dice che è un episodio ‘spietato’, i critici pagati per recensire bene il film gli fanno il verso e parlano di ‘provocazione’ e di ‘episodio tagliente, brutale’. In realtà è la solita pippa sullo scrittore intellettuale che scrive romanzi molto profondi e si ritrova a fare il ghostwriter per un analfabeta. Il libro ha successo tra le ragazzine ma l’intellettuale si diverte a ridicolizzarle chiedendo se hanno mai letto “Calvino, Rodari o Pasolini”. Le ragazze rispondono di no ridacchiando.

Come un cerchio, il film si chiude com’è iniziato, ma la bella notizia è che, indipendentemente dal come, il film si chiude. Oltre alla mancanza di capacità registiche, Vicino dimostra anche zero attitudini nella scrittura. Battute chiave del film sono due inni alla banalità: “È un po’ che ci penso: vuoi passare il resto della tua vita con me?” e “Devi convincere i giovani a riavvicinarsi alla cultura”.

Veniamo al dunque: avevamo già detto che i cinepanettoni sono essenziali all’industria cinema. Cioè a quella cosa che per alcuni è arte, per altri è trasmigrazione, per altri intrattenimento, ma che in realtà è un’industria a tutti gli effetti, che macina soldi e che – come stiamo vedendo – senza soldi non vive. I cinepanettoni fanno soldi, e anche volendo considerare il loro livello medio, ogni film parla per sé e non può essere giudicato aprioristicamente, né si può pensare che qualcuno faccia una battaglia ideologica contro una commedia con Ricky Memphis, tirando in ballo vecchi biopic politici – Gassmann che fa Berlinguer – e kolossal come Non è un paese per vecchi. Come se io per criticare Vicino avessi avuto bisogno di un parallelismo con Quarto Potere, e invece mi basta Vanzina.

Lovers, contrariamente a “Lockdown all’Italiana”, è un film inutile: è brutto e si fa forte dei premi – cose come l’indipendent film festival di Pittsburg, non proprio gli Oscar – per giustificare la pietra tombale a cui è stato condannato al box office italiano. Non incassando, e non contribuendo in alcun modo a nessun percorso artistico, è un film nocivo, laddove “Lockdown all’Italiana”, nel peggiore dei casi, sarà un fallimento commerciale senza pretese.

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Cinema

Il Processo ai Chicago 7: verità parziali di un film furbo

La recensione del film Netflix diretto da Aaron Sorkin, con Sacha Baron Cohen, Eddie Redmayne e Joseph Gordon-Levitt

Alberto Mutignani

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È su NetflixIl processo ai Chicago 7”, il film scritto e diretto da Aaron Sorkin, prodotto da Steven Spielberg, che ricostruisce il processo del 1969 che il governo degli Stati Uniti intentò contro otto attivisti di sinistra, poi sette, accusati di aver acceso una rivolta di massa durante la convention dei Democratici l’anno precedente, a Chicago. Sin dai primi minuti il film di Sorkin vuol essere, quasi esplicitamente, un film sulle proteste che hanno infestato gli Stati Uniti nel corso di quest’anno, e le reazioni della polizia e della Casa Bianca guidata da Trump.

È chiaro dal cambio della guardia a cui assistiamo quando, all’inizio, il ritratto del Presidente Johnson viene sostituito da quello del neo-eletto Richard Nixon, ma anche e soprattutto da come Sorkin presenta i suoi personaggi: una sinistra folta, plurale, ricca di tutte le sfumature possibili, dal fronte black-friendly di Bobby Seale a quello democratico-pacifista-frignone di Tom Hayden e David Dellinger, fino alla lotta continua degli hippie Abbie Hoffman e Jerry Rubin, contro una destra monocorde, passiva, decisamente poco attraente, anche perché le poche svolte comiche della sceneggiatura sono affidate, come da cliché, agli esponenti hippie e all’abbigliamento delle Pantere Nere, solo marginalmente coinvolte nel processo.

È un film furbo, quello di Sorkin, che parla del passato per denunciare una situazione contemporanea, come se l’America, dopotutto, fosse sempre la stessa e non imparasse mai dalla sua storia. Così, la guerra del Vietnam diventa il sopruso della polizia e del governo sulle minoranze afroamericane, ma la protesta e la sua potenza retorica rimangono le stesse, e il film spinge molto nel farci simpatizzare per questa seconda frangia, giustificandone praticamente ogni declinazione nonostante la pluralità delle voci, e raccontando una mezza verità allo spettatore.

Perché se la storia ci dice di una sconfitta dei Chicago 7, e del generale decadimento del disegno hippie-pacifista della controcultura americana, il film si chiude con un trionfo degli attivisti, in una chiosa che sembra richiamare il finale – altrettanto melenso – dell’Attimo fuggente di Peter Weir, con Hayden in piedi che legge, di fronte a una Corte impotente, i nomi di tutti i soldati statunitensi morti in Vietnam, mentre uno ad uno i presenti in tribunale, addirittura anche della compagine avversaria, si alzano in piedi e si mettono una mano sul petto.

Tolta questa nota dolentemente faziosa, il film scorre in maniera abbastanza piacevole, alternando brevi flashback alle fasi corpose del processo. Il cast è di tutto rispetto, da Sacha Baron Cohen a Eddie Redmayne, da Joseph Gordon-Levitt a Michael Keaton, ma come abbiamo scritto in passato, la coralità è una scelta altrettanto furba, soprattutto se concentrata quasi per intero – ma potremmo dire per intero – nella compagine degli attivisti.

È una visione tutto sommato piacevole, ma davvero poco interessante dal punto di vista storico e troppo votata ai facili sentimenti, che al cinema funzionano e servono quando non si ha nulla da raccontare, non quando si vuole ricostruire un processo.

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