La strage del Bataclan, cioè l’11 settembre per la musica dal vivo

Quel 13 novembre del 2015, Parigi era immersa in una tipica serata autunnale, apparentemente tranquilla. C’era chi passeggiava lungo gli ChampsÉlysées, chi sorseggiava un bicchiere di vino fuori a un bar, chi si recava allo Stade de France per assistere alla partita di calcio Francia – Germania e chi si dirigeva verso il 50, Bd Voltaire 75011, nell’XI arrondissement, per scatenarsi sulle note degli Eagles Of Death Metal che quella sera si esibivano al Bataclan, tra le sale concerto più antiche delle capitale parigina.

Era una serata come le altre, di festa, spensieratezza e allegria. Nessuno avrebbe immaginato che da lì a poche ore l’Inferno sarebbe calato su Parigi. Una serie di attacchi terroristici, scagliati in diversi punti della città e rivendicati dall’autoproclamato Stato Islamico, sconvolsero la Francia e il mondo intero. Furono 137 le vittime (compresi i 7 attentatori) e 368 i feriti. Tra coloro che persero la vita, anche la nostra Valeria Solesin. Venne assassinata all’interno del teatro Bataclan assieme ad altre 89 persone. Valeria si trovò nel posto sbagliato al momento sbagliato.

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Quello che, numeri alla mano, fu il più cruento atto di crudeltà nella capitale francese dal termine della Seconda Guerra Mondiale, si rivelò essere anche uno tra i più duri colpi arrecati alla società contemporanea e alla live music. Da quel giorno nulla fu più come prima e per il mondo della musica il 13 novembre del 2015 divenne il suo 11 settembre 2001. Ricordo ancora quando in occasione del concerto degli Aerosmith al Firenze Rocks all’ingresso mi fu chiesto di gettare l’Amuchina per rispettare le misure di sicurezza. Ora, invece, come ci si comporterebbe?

Gli Eagles of Death Metal, band statunitense guidata dal cantante e chitarrista Jesse Hughes avevano da poco iniziato lo show e nel preciso istante in cui stavano suonando “Kiss the Devil” il commando terroristico fece l’ingresso in sala lasciando dietro di sé una scia di sangue. Dentro al Bataclan c’erano 1.500 persone. Gli attentatori, armati di Ak47 e con indosso giubbino di C4 iniziarono a sparare all’impazzata, senza una strategia ben precisa se non quella di fare più morti possibili. Erano le 21.40.

Ismaël Omar Mostefaï, Samy Amimour e Foued Mohamed-Aggad, questi i nomi degli assassini, oltre all’esplosivo e ai fucili d’assalto, erano armati di bombe a mano e fucili a pompa. Prima di fare irruzione, secondo la ricostruzione della polizia parigina, mandarono un messaggio a Mohamed Belkaid (individuato come uno dei coordinatori della strage, che in quel momento si trovava in Belgio) in cui scrissero “Siamo pronti, cominciamo”. Urlarono “Allahu Akbar” e diedero il via alla carneficina.

La confusione non aiuta, tanto che gli spari vengono scambiati per effetti pirotecnici dello show e ci vogliono diversi secondi prima che il pubblico maturi la consapevolezza che i colpi e le deflagrazioni non provenissero dal palco. Le raffiche di Ak47 provocano i primi morti all’ingresso del teatro e ai lati dello stesso. La band smette di suonare e fugge. Si scatena il panico e nella bolgia i tre attentatori si posizionano sulla platea, punto strategico dal quale sparare all’impazzata.

Le porte di sicurezza vengono aperte, così come le finestre. C’è chi scappa dai bagni o si rifugia in essi, chi corre verso i camerini, chi si arrampica, chi si nasconde. Ognuno cerca di scampare a un destino troppo, troppo bastardo. Erano lì per divertirsi, per festeggiare la vita. Non doveva andare in quel modo.

Nell’aria c’è odore di polvere da sparo. I cellulari degli spettatori squillano. Alcuni, purtroppo, a vuoto. Tra le strade di Parigi vengono coinvolti circa 1.500 militari. Il Papa condanna l’accaduto e tutto il mondo cerca di capire la portata degli eventi. In Francia il ricordo degli omicidi legati a Charlie Hebdo è ancora vivo e lungi dall’essere rimosso. Cala il terrore su La Patrie.

Gli attentatori si chiudono dentro e uccidono chiunque si pari davanti la loro strada. Iniziano le negoziazioni con la polizia e svelano l’intenzione di decapitare gli ostaggi. Voci mai confermate dicono che ciò sia anche realmente avvenuto. Altre parlano di mutilazioni e alter ancora di violenza sessuale su alcune vittime. Niente di ciò è stato mai confermato. Passa un’ora e il commissario Christophe Molmy ordina di fare irruzione. I terroristi vengono individuati e neutralizzati. Nel frattempo l’Isis rivendica le stragi lanciando su Twitter l’hashtag “Parigi in fiamme”. Il presidente francese Hollande parla alla nazione e dichiara lo stato d’emergenza.

Così dichiarò il prefetto della polizia Michel Cadot: “Il blitz della polizia è stato estremamente difficile, i terroristi erano chiusi al piano di sopra, hanno sparato e avevano cinture esplosive. Tre di loro si sono fatti saltare con le loro cinture esplosive e uno di loro, anche lui con indosso una cintura, è stato colpito prima di farla esplodere”.

Un certo tipo di libertà quella sera è morto assieme alle vittime degli attentati. Chi ha vissuto quella strage, analogamente a chi ha avuto la sfortuna di trovarsi in mezzo ad altre, non è più stato lo stesso. Tanti, troppi, sarebbero i casi di citare. Come Guillaume Vallette, 31enne scampato alla strage dentro al teatro, che non ha retto al trauma psicologico e si è tolto la vita due anni dopo gli eventi. Oppure Lauren, rimasta per un’ora immobile a terra, tra corpi sventrati dai colpi dei fucili e pozze sangue. Si è finta morta e così è sopravvissuta. Ora si sente in un “limbo”, “tra la vita che ho vissuto e la morte che ho toccato con mano“.

“Siamo riusciti a fuggire, c’era sangue dappertutto, hanno tirato con un fucile a pompa sulla folla“, “I terroristi “erano molto calmi. Hanno ucciso a freddo molti ostaggi, ad uno ad uno. Poi ricaricavano e ne uccidevano altri. Hanno ricaricato le armi tre o quattro volte”, hanno raccontato dei testimoni.

Così Julien Pierce, giornalista di Europe 1 presente all’interno del Bataclan. “Erano a volto scoperto, molto sicuri di sé. Erano molto giovani. Ho visto entrare due o tre individui non mascherati, con armi di tipo kalshnikov che hanno iniziato a sparare alla cieca sulla folla. E’ durato dieci-quindici minuti, c’è stato il panico, la gente si è mossa verso il palco, qualcuno è stato calpestato, io stesso sono stato calpestato. Hanno avuto tutto il tempo di ricaricare le armi almeno tre volte”.

In Italia abbiamo pianto Valeria Solesin, 28 anni, vittima della furia terroristica. Era al Bataclan. Il cantautore Massimo Priviero su di lei, e per lei, ha scritto un brano struggente, intitolato come il luogo della strage. Canta di un’ipotetica e-mail che Valeria avrebbe scritto alla madre prima di andare al concerto. Parla della sua giornata, della sua vita parigina, del sogno di una ragazza italiana di arrivare nella capitale francese, la culla della Belle Époque.

Una giovane vita spezzata troppo presto, sogni svaniti in una notte del 13 novembre del 2015, in quella notte che per la società contemporanea ha rappresentato un ulteriore momento buio e di dolore, ma che per la live music è stata invece il punto di non ritorno.

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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