Quadrophenia: i sogni di una generazione cantati dai The Who

Non ho vissuto gli anni ’60 se non attraverso i racconti di mio padre. Mi parlava spesso e con un pizzico di nostalgia, di quel periodo così potente e affascinante, in cui i sogni provenivano dall’Inghilterra e viaggiavano su di un’aria ribelle che odorava di cambiamento. I Beatles salivano alla ribalta scalando le classifiche di tutto il mondo e Mary Quant dava scandalo indossando la prima minigonna. Erano soprattutto gli anni in cui prendevano piede le subculture urbane di derivazione britannica e in special modo, l’eterna faida tra i mods e i rockers.

E la figura dei mods, affascinante lo era davvero: abiti sempre impeccabili, polo rigorosamente Fred Perry o completi di sartoria, scarpe lucide e capello sempre in ordine. Parka indosso e si scorrazzava per le streets, in sella a scooter di rigorosa fabbricazione italiana come Vespa e Lambretta. L’importante è che fossero agghindati da più luci e retrovisori possibili.

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Mai avrei pensato, come invece sarebbe successo nella mia vita, di indossare un giorno la giacca di pelle e salire in sella a una Triumph come faceva Marlon Brando ne “Il Selvaggio”. Forse anche i rockers non erano poi così male… Oggi parliamo di quello che nasce come trasposizione cinematografica di un album che è rimasto nella storia, ma che sarebbe poi diventato un autentico manifesto di quel periodo. L’album è “Quadrophenia” degli Who e il film è l’omonima pellicola diretta da Franc Roddam nel 1973.

La parola Quadrophenia è una variante del termine schizofrenia come disturbo dissociativo dell’identità e che, in questo caso, riflette le quattro personalità distinte del protagonista del film, Jimmy Cooper. Il desiderio di Pete Townshend, chitarrista degli Who e ideatore del film, è quella di ripercorrere i sogni e le delusioni della sua giovinezza, così come quelli della band, proprio associando le quattro personalità di Jimmy (Phil Daniels) ai quattro membri del gruppo. 

Quadrophenia non è un musical nel senso classico del termine ma la musica è sempre al centro del film. Lo spartito ideologico su cui si muove la pellicola diretta da Franc Roddam è composta da quattro composizioni principali. Ecco quindi che la prima assume, almeno nelle intenzioni di Pete Townshend, le connotazioni del frontman Roger Daltrey: il “tipo tosto” del gruppo.

Is It Me For a Moment?” è la sequenza dedicata al “romantico” degli Who: il bassista John Entwistle. Le stesse note di copertina dell’album indicano Keith Moon, lo storico e “folle” batterista scomparso nel 1978, come la personificazione della terza sequenza melodica: “Bell Boy”. La quarta ed ultima linea musicale, Townshend la dedica a se stesso “il buono”, ed accompagna l’ultima fenomenale scena, nella quale Roger Daltrey canta “Love Reign O’er Me”.

In Quadrophenia, Jimmy è un ragazzo che vive la filosofia mod come centro della sua stessa esistenza: “I’m Jimmy and I don’t want to be like anyone. That’s why I’m a mod” – ”Io sono Jimmy e non voglio somigliare a nessuno. Ecco perché sono un mod”. Di giorno lavora come fattorino ma è la sera che la sua natura prende il sopravvento. Le feste a base di alcol, musica, sesso e droghe insieme ai continui tentativi di Jimmy di distinguersi, anche all’interno degli stessi mods, fanno da contraltare agli scontri coi rivali di sempre: i rockers.

Se i primi sono spinti da una continua ricerca del bello, anche e soprattutto a livello estetico, come veicolo di fuga dall’opprimente Inghilterra proletaria dei primi anni ’60, i secondi sono accusati di rimanere ancorati alla società tradizionalista anni ’50 di derivazione americana, tutta Rock & Roll e brillantina, ed erroneamente privi di un vero desiderio di modernismo.

Uno dei messaggi che Quadrophenia lancia è quanto mai attuale: Il nuovo che preme per spazzare via il vecchio. Come nella scena del bagno, quando Jimmy è immerso fino al collo in una vasca e ritrova, in quella attigua, il suo amico Kevin che, ormai affiliato ai rockers, canticchia “Be Bop a Lula” di Gene Vincent. Ne scaturisce un’esilarante guerra a suon di rock, in cui Jimmy cerca di far tacere l’amico intonando a squarciagola “You Really Got Me” dei Kinks. “La tua è roba da vecchi”, dice Jimmy. “Una porcheria decrepita”. Erano anni di rottura anche per quel che riguardava i generi musicali.

Jimmy è nauseato da tutto ciò che lo circonda: la vita, il lavoro, la società e le istituzioni. Tutto sembra stargli stretto, mentre Roger Daltrey canta “The Real Me”. Le continue pressioni a cui è sottoposto porteranno all’emergere delle quattro personalità, fino a quel 17 maggio del 1964, dove mods e rockers si incontrano sulle spiagge di Brighton, cittadina a sud di Londra, per dar sfogo alle proprie frustrazioni, in una rissa di cui parleranno i giornali di tutta l’Inghilterra.

È lì, però, che Jimmy si sente per la prima volta a casa sua. Il cameratismo che respira nell’appartenere al proprio branco e la voglia di demolire la filosofia rocker, lo portano a partecipare agli scontri e finire in tribunale, assieme ad Ace Face (interpretato da uno Sting di primo pelo), beniamino e autentico mito dei mods.

I fatti di Brighton avranno conseguenze drammatiche sulla vita di Jimmy: per via della sua intemperanza, la famiglia lo caccerà di casa mentre Steph, la ragazza di cui Jimmy era innamorato e che pure era con lui a Brighton, deciderà di mollarlo per mettersi col suo migliore amico Dave. La frustrazione di Jimmy è ormai alle stelle: sfoga la sua rabbia sul titolare, arrivando a perdere il posto di lavoro.

Ormai deluso, amareggiato e ridotto a un vagabondo, decide di tornare nel posto in cui aveva trovato la sua vera ragione di vita. Prende il treno e si dirige a Brighton, nel tentativo di fare ordine nella sua testa.

I sogni di Jimmy, però, crollano definitivamente quando scopre che Ace Face è in realtà un facchino che lavora in un hotel di lusso. Il fatto che anche il suo mito indiscusso abbia dovuto piegarsi ai dettami imposti dalla società è intollerabile per lui. Intraprende quindi una folle corsa, a bordo della Vespa Grand Sport rubata allo stesso Ace, verso le scogliere di Brighton. Jimmy capisce che tutto ciò in cui credeva e sperava, non è altro che finzione e che le sue grida rimarranno per sempre inascoltate. La fuga finale è una delusione amara: il momento in cui una intera generazione si scontra con la realtà e coi propri ideali che sfumano e che culmina col volo nel vuoto della Vespa di Ace. Il simbolo della sua giovinezza è distrutto.

A 41 anni di distanza, Quadrophenia rimane un’opera di culto inconsueta e, talvolta, di difficile fruizione. Un manifesto generazionale con cui gli Who omaggiano quella generazione inglese perennemente alla ricerca del miglioramento ma così inesorabilmente delusa e demolita dalla compostezza della società. La moda di abbellire e customizzare il proprio scooter non era solo un vezzo estetico, ma un disperato bisogno di affermarsi in una società grigia e omologata. Quello stesso scooter che viene gettato dal dirupo e la cui fine rivive nella distruzione delle chitarre di Pete Townshend nei concerti degli Who.

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