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Cinema

Quadrophenia: i sogni di una generazione cantati dai The Who

Riccardo Colella

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Non ho vissuto gli anni ’60 se non attraverso i racconti di mio padre. Mi parlava spesso e con un pizzico di nostalgia, di quel periodo così potente e affascinante, in cui i sogni provenivano dall’Inghilterra e viaggiavano su di un’aria ribelle che odorava di cambiamento. I Beatles salivano alla ribalta scalando le classifiche di tutto il mondo e Mary Quant dava scandalo indossando la prima minigonna. Erano soprattutto gli anni in cui prendevano piede le subculture urbane di derivazione britannica e in special modo, l’eterna faida tra i mods e i rockers.

E la figura dei mods, affascinante lo era davvero: abiti sempre impeccabili, polo rigorosamente Fred Perry o completi di sartoria, scarpe lucide e capello sempre in ordine. Parka indosso e si scorrazzava per le streets, in sella a scooter di rigorosa fabbricazione italiana come Vespa e Lambretta. L’importante è che fossero agghindati da più luci e retrovisori possibili.

Mai avrei pensato, come invece sarebbe successo nella mia vita, di indossare un giorno la giacca di pelle e salire in sella a una Triumph come faceva Marlon Brando ne “Il Selvaggio”. Forse anche i rockers non erano poi così male… Oggi parliamo di quello che nasce come trasposizione cinematografica di un album che è rimasto nella storia, ma che sarebbe poi diventato un autentico manifesto di quel periodo. L’album è “Quadrophenia” degli Who e il film è l’omonima pellicola diretta da Franc Roddam nel 1973.

La parola Quadrophenia è una variante del termine schizofrenia come disturbo dissociativo dell’identità e che, in questo caso, riflette le quattro personalità distinte del protagonista del film, Jimmy Cooper. Il desiderio di Pete Townshend, chitarrista degli Who e ideatore del film, è quella di ripercorrere i sogni e le delusioni della sua giovinezza, così come quelli della band, proprio associando le quattro personalità di Jimmy (Phil Daniels) ai quattro membri del gruppo. 

Quadrophenia non è un musical nel senso classico del termine ma la musica è sempre al centro del film. Lo spartito ideologico su cui si muove la pellicola diretta da Franc Roddam è composta da quattro composizioni principali. Ecco quindi che la prima assume, almeno nelle intenzioni di Pete Townshend, le connotazioni del frontman Roger Daltrey: il “tipo tosto” del gruppo.

Is It Me For a Moment?” è la sequenza dedicata al “romantico” degli Who: il bassista John Entwistle. Le stesse note di copertina dell’album indicano Keith Moon, lo storico e “folle” batterista scomparso nel 1978, come la personificazione della terza sequenza melodica: “Bell Boy”. La quarta ed ultima linea musicale, Townshend la dedica a se stesso “il buono”, ed accompagna l’ultima fenomenale scena, nella quale Roger Daltrey canta “Love Reign O’er Me”.

In Quadrophenia, Jimmy è un ragazzo che vive la filosofia mod come centro della sua stessa esistenza: “I’m Jimmy and I don’t want to be like anyone. That’s why I’m a mod” – ”Io sono Jimmy e non voglio somigliare a nessuno. Ecco perché sono un mod”. Di giorno lavora come fattorino ma è la sera che la sua natura prende il sopravvento. Le feste a base di alcol, musica, sesso e droghe insieme ai continui tentativi di Jimmy di distinguersi, anche all’interno degli stessi mods, fanno da contraltare agli scontri coi rivali di sempre: i rockers.

Se i primi sono spinti da una continua ricerca del bello, anche e soprattutto a livello estetico, come veicolo di fuga dall’opprimente Inghilterra proletaria dei primi anni ’60, i secondi sono accusati di rimanere ancorati alla società tradizionalista anni ’50 di derivazione americana, tutta Rock & Roll e brillantina, ed erroneamente privi di un vero desiderio di modernismo.

Uno dei messaggi che Quadrophenia lancia è quanto mai attuale: Il nuovo che preme per spazzare via il vecchio. Come nella scena del bagno, quando Jimmy è immerso fino al collo in una vasca e ritrova, in quella attigua, il suo amico Kevin che, ormai affiliato ai rockers, canticchia “Be Bop a Lula” di Gene Vincent. Ne scaturisce un’esilarante guerra a suon di rock, in cui Jimmy cerca di far tacere l’amico intonando a squarciagola “You Really Got Me” dei Kinks. “La tua è roba da vecchi”, dice Jimmy. “Una porcheria decrepita”. Erano anni di rottura anche per quel che riguardava i generi musicali.

Jimmy è nauseato da tutto ciò che lo circonda: la vita, il lavoro, la società e le istituzioni. Tutto sembra stargli stretto, mentre Roger Daltrey canta “The Real Me”. Le continue pressioni a cui è sottoposto porteranno all’emergere delle quattro personalità, fino a quel 17 maggio del 1964, dove mods e rockers si incontrano sulle spiagge di Brighton, cittadina a sud di Londra, per dar sfogo alle proprie frustrazioni, in una rissa di cui parleranno i giornali di tutta l’Inghilterra.

È lì, però, che Jimmy si sente per la prima volta a casa sua. Il cameratismo che respira nell’appartenere al proprio branco e la voglia di demolire la filosofia rocker, lo portano a partecipare agli scontri e finire in tribunale, assieme ad Ace Face (interpretato da uno Sting di primo pelo), beniamino e autentico mito dei mods.

I fatti di Brighton avranno conseguenze drammatiche sulla vita di Jimmy: per via della sua intemperanza, la famiglia lo caccerà di casa mentre Steph, la ragazza di cui Jimmy era innamorato e che pure era con lui a Brighton, deciderà di mollarlo per mettersi col suo migliore amico Dave. La frustrazione di Jimmy è ormai alle stelle: sfoga la sua rabbia sul titolare, arrivando a perdere il posto di lavoro.

Ormai deluso, amareggiato e ridotto a un vagabondo, decide di tornare nel posto in cui aveva trovato la sua vera ragione di vita. Prende il treno e si dirige a Brighton, nel tentativo di fare ordine nella sua testa.

I sogni di Jimmy, però, crollano definitivamente quando scopre che Ace Face è in realtà un facchino che lavora in un hotel di lusso. Il fatto che anche il suo mito indiscusso abbia dovuto piegarsi ai dettami imposti dalla società è intollerabile per lui. Intraprende quindi una folle corsa, a bordo della Vespa Grand Sport rubata allo stesso Ace, verso le scogliere di Brighton. Jimmy capisce che tutto ciò in cui credeva e sperava, non è altro che finzione e che le sue grida rimarranno per sempre inascoltate. La fuga finale è una delusione amara: il momento in cui una intera generazione si scontra con la realtà e coi propri ideali che sfumano e che culmina col volo nel vuoto della Vespa di Ace. Il simbolo della sua giovinezza è distrutto.

A 41 anni di distanza, Quadrophenia rimane un’opera di culto inconsueta e, talvolta, di difficile fruizione. Un manifesto generazionale con cui gli Who omaggiano quella generazione inglese perennemente alla ricerca del miglioramento ma così inesorabilmente delusa e demolita dalla compostezza della società. La moda di abbellire e customizzare il proprio scooter non era solo un vezzo estetico, ma un disperato bisogno di affermarsi in una società grigia e omologata. Quello stesso scooter che viene gettato dal dirupo e la cui fine rivive nella distruzione delle chitarre di Pete Townshend nei concerti degli Who.

Giornalista pubblicista, cinefilo e lettore accanito con una timida passione per la scrittura, colleziona una gran quantità di strumenti diversi e li suona tutti male. Sognava di essere Bruce Springsteen ma si risveglia come Jack Black. Quando non risponde al telefono, lo trovate sul tatami.

Cinema

Auguri a Ridley Scott, il suo Alien cambiò il cinema

Tanti auguri a Ridley Scott, regista poliedrico e prolifico. Nel ’79 firmò la regia di un capolavoro che non smette di affascinare, primo capitolo di una fortunata serie.

Federico Falcone

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Alien sta alla fantascienza cinematografica come l’ossigeno sta alla vita. Anche a quella xenomorfa, sì. Ridley Scott, che proprio oggi spegne 83 candeline, fu regista del capolavoro uscito nel lontano 1979. Un film che, come pochi, contribuì a sdoganare la figura aliena come dotata di intelligenza speculativa, quella in grado di premeditare, organizzare e agire.

Per gli appassionati della settima arte, il primo capitolo della lunga saga resta tutt’ora uno dei punti massimi del cinema di Ridley Scott. Il merito fu, tra gli altri, quello di portare il conflitto inter species a vette di pathos e di tensione raramente esplorate in precedenza. Tutto fu studiato nel dettaglio, dalle bozze grafiche dell’artista svizzero H.R. Giger ,“padre” dell’alieno, fino al set cinematografico talmente accurato da sembrare una vera base spaziale. Un lavoro minuzioso che è sopravvissuto alla prova del tempo e che sembra non invecchiare mai.

Per il film si stanziò un budget di 10 milioni di euro, chiamando anche un’attrice dalle enormi potenzialità: Sigourney Weaver. Ma il cinema statunitense, per stessa ammissione dei suoi protagonisti, deve ben più di qualcosa a quello nostrano e Dan O’Bannon, che di Alien era lo sceneggiatore, ammise candidamente di aver tratto ispirazione da alcune opere di Mario Bava come Terrore nello spazio.

Il mondo degli xenomorfi, specie aliena predatoria e parassita che si annida nei corpi dell’equipaggio della Nostromo, deve parte della sua ideazione al film It! The Terror from Beyond Space del 1958, dove una bestia aliena faceva strage di astronauti dispersi su Marte. Ma lo Xenomorfo ha anche origini italiane. Già, la sua ascendenza trova riscontro in quel Carlo Rambaldi, che per il suo lavoro vinse l’Oscar ai migliori effetti speciali. Ma originariamente l’Alien avrebbe dovuto essere molto più grande, permettendo alla sua Facehugger di avvolgere l’intera testa della vittima.

Oggi il capolavoro di Ridley Scott, inserito al 33esimo posto tra i 500 film fondamentali secondo l’Empire, non smette di spaventare. Pensato come una versione nello spazio di ‘Non aprite quella porta’, Alien è soprattutto metafora della prevaricazione, coloniale e tecnologica, dell’uomo sull’uomo e sul mondo esterno.

La sfida contro l’inumano, verso il quale subiamo una fascinazione misteriosa, è guidata dal primo grande personaggio anti-machista del cinema hollywoodiano: Ripley. Forte, coraggiosa, determinata, è un esempio di grande forza femminile, 40 anni prima che questo diventasse oggetto di dibattito nel pubblico di massa. Ma soprattutto, Alien rimane senza discussione la più grande pagina di fantascienza degli anni ’70, da vedere e rivedere per scoprire o rivivere il genio di uno Scott in stato di grazia.

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Cinema

Addio a David Prowse: interpretò Darth Vader nella trilogia di Star Wars

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L’attore David Prowse, noto per aver  interpretato Darth Vader nella trilogia originale di Star Wars, è  morto questa domenica all’età di 85 anni. La morte dell’attore nato a  Bristol è stata annunciata questa mattina su Twitter dalla sua agenzia. Prowse, che ha messo il suo corpo, ma non la sua voce, a Darth Vader, era anche ampiamente conosciuto nel Regno Unito per una  campagna di sensibilizzazione stradale che insegnava ai bambini ad  attraversare la strada e per la quale nel 2000 ha ricevuto l’Ordine dell’Impero Britannico.

Dopo il suo ruolo in Star Wars, è rimasto lontano dal cinema, ma in precedenza ha avuto altri ruoli in film come Arancia meccanica e ha interpretato Frankenstein in tre occasioni.  “Che la Forza sia sempre con lui”, ha detto l’agente Thomas Bowington. Prowse è morto dopo una breve malattia – una perdita per “milioni di fan in tutto il mondo”.

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Cinema

Maradona, l’omaggio della macchina da presa: otto lavori per conoscerlo meglio

Redazione

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Abbiamo scelto di occuparci più volte di Maradona perché la sua storia va ben oltre il pianeta del calcio. Per questo in più di un’occasione il calciatore argentino ha ispirato registi come Emir Kusturica e Paolo Sorrentino, ma anche documentaristi, intellettuali, artisti, musicisti. L’agenzia di stampa Agi ha scelto 8 lungometraggi ispirati alla controversa vicenda del Pibe de Oro, dentro e fuori dal campo.

“Diego Maradona” – gli appassionati di serie tv e di cinema in questi mesi avranno certamente visto in programmazione su Netflix il film documentario del 2019 di Asif Kapadia, ‘Diego Maradona’, realizzato in suo onore grazie alle 500 ore di materiale inedito che la famiglia del campione argentino ha messo a disposizione del regista inglese di origine indiane.

‘Maradona” di Kusturica. Se il “Diego Maradona” di Kapadia è un documento storico potentissimo, non è da meno il lavoro di Emir Kusturica presentato a Cannes nel 2008. Parliamo dell’incontro di due fuoriclasse, due istrioni. È un documentario che rasenta l’agiografia verso un personaggio che Kusturica ama e che giustifica in ognuna delle sue trasgressioni. Da sottolineare la scena in cui si vede un Diego Maradona molto ingrassato che canta “La mano de Dios” in un locale davanti alle figlie.

“Youth” di Paolo Sorrentino. L’omaggio è esplicito: nel resort-casa di cura dove sono Harvey Keitel e Michael Cane c’è anche Diego Armando Maradona che sta facendo una cura per dimagrire. Non è lui, ovviamente, ma l’attore Roly Serrano è di una somiglianza impressionate; bellissima la scena in cui palleggia con una palla da tennis calciandola in alto e riprendendola al volo (il tutto fatto al computer, ovviamente, ma scena realistica se si pensa che queste cose Maradona le faceva veramente). Proprio Sorrentino, ricorda l’Agi, era innamoratissimo come tutti i napoletani dell’ex numero 10, al punto da citarlo insieme a Federico Fellini, ai Talking Heads e a Martin Scorsese nel discorso di ringraziamento per l’Oscar per ‘La grande bellezza’ del 2013. A luglio ha iniziato la collaborazione con Netflix per il film originale ‘È stata la mano di Dio’ le cui riprese si sono svolte recentemente a Napoli. Un film, ha detto Sorrentino, “intimo e personale, un romanzo di formazione allegro e doloroso”.

“Santa Maradona” di Marco Ponti. Film di culto del 2000 per la generazione nata negli anni Ottanta, il cui titolo allude a una canzone dei Mano Negra e non direttamente al giocatore, che comunque compare in tutto il suo splendore nei titoli di testa.

“Tifosi” di Neri Parenti. Qui compare Diego nell’unico ruolo di finzione cinematografica: in una una scena del film ‘Tifosi’ di Neri Parenti del 1999, un cinepanettone dove ‘el Pibe de Oro’ compare ingrassato (e inseguito dal Fisco), nell’episodio “napoletano” con Nino D’Angelo e Peppe Quintale rapinatori inconsapevoli di un attico che appartiene proprio al loro idolo Maradona.

L’omaggio di Marco Risi del 2007. Unico biopic finora realizzato – in attesa di quello di Sorrentino – sul grande calciatore è invece “Maradona – La mano de Dios” di Marco Risi del 2007, che racconta la vita dell’argentino dall’infanzia fino al capodanno del 2000 ed è interpretato, in età adulta, da Marco Leonardi.

“Armando Maradona” di Javier Vazquez. un documentario classico e agiografico sul ‘Pibe de Oro’, con la non troppo originale concessione sul lato oscuro del calciatore che combatte contro le proprie debolezze umane e la dipendenza da cocaina.

“Maradonapoli”. Il film italiano, attualmente disponibile su Netflix, parla dell’eredità e del ricordo che ha lasciato a Napoli, città che vive ancora nella memoria e nella gratitudine verso Diego al quale in diversi vicoli sono stati addirittura eretti degli altarini come fosse un santo.

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