Connect with us

Cinema

“La Strada”, il capolavoro senza tempo di Federico Fellini

Antonella Valente

Published

on

Ha “solo” 66 anni, ma “La Strada”, il capolavoro di Federico Fellini, continua ad impartirci una lezione di vita importante.

Uomo di natura violenta, Zampanò (Anthony Quinn) si esibisce nelle piazze e nelle fiere di paese come mangiatore di fuoco. Da una povera contadina carica di figli compra per diecimila lire Gelsomina (Giulietta Masina), una ragazza ingenua e ignorante, per usarla come spalla nei suoi spettacoli. Diventata a forza la sua amante, Gelsomina, creatura sensibile, tenta invano di fuggire da lui che la maltratta continuamente. Finiti in un circo, Gelsomina conosce il Matto (Richard Basehart), strana figura di equilibrista girovago mite e gentile che non perde occasione per deridere e umiliare Zampanò. Questi in un litigio involontariamente lo uccide. La tragedia fa uscire del tutto di senno Gelsomina, turbata giorno e notte dal ricordo del Matto. Zampanò allora l’abbandona, continuando la sua vita di vagabondo e temendo di essere scoperto e arrestato. Alcuni anni dopo scopre per caso che Gelsomina è morta e improvvisamente prende coscienza della sua solitudine, abbandonato da tutti piange su una spiaggia deserta.

“Tutto serve a qualcosa, nell’universo. Anche un sassolino”
(Il Matto)

Federico Fellini nel 1954 regalò all’Italia una vera e propria favola che lo fece conoscere in tutto il mondo e vinse il Premio Oscar nel 1957 come “Miglior film in lingua straniera”. Inizialmente non fu semplice trovare dei produttori che fossero disposti a finanziare la pellicola. L’idea risaliva già al periodo de “Lo Sceicco Bianco” con Alberto Sordi. Tullio Pinelli incontrò per strada una coppia di girovaghi e pensò che sarebbe stato interessante tirare giù una storia con dei protagonisti simili. Lo propose a Fellini che ebbe l’idea di inserire anche il mondo dei circhi, molto caro al regista romagnolo. Strutturarono il film e ne parlarono anche con Ennio Flaiano, che non a caso curò i dialoghi, anche se all’inizio non fu molto convinto.

Scarso appeal commerciale, così venne definita la pellicola dai maggiori produttori. Ci si concentrò allora su “I Vitelloni”.
Alla fine arrivò Dino De Laurentis, che impose al regista come protagonista femminile sua moglie Silvana Mangano. Fellini stracciò il contratto e, a quel punto, il produttore accettò di scritturare Giulietta Masina, moglie del cineasta, nelle vesti di Gelsomina.

“Credo che il film l’ho fatto perché mi sono innamorato di quella bambina-vecchina un po’ matta e un po’ santa, di quell’arruffato, buffo, sgraziato e tenerissimo clown che ho chiamato Gelsomina e che ancora oggi riesce a farmi ingobbire di malinconia quando sento il motivo della sua tromba”.
(Federico Fellini, Fare un film, Einaudi, Torino, 1980, p. 60)

Il film fu girato tra il 1953 e il 1954 nell’Italia centrale, in particolare nel Lazio e in Abruzzo. Molte scene furono riprese tra Fiumicino, Roma e la provincia di Viterbo. La troupe raggiunse anche il freddo delle montagne abruzzesi, arrivando nel comune di Rocca di Mezzo, nel cuore del Parco Sirente Velino, dove fu girata la scena in cui Gelsomina iniziava a mostrare i primi segni di cedimento dopo la morte del Matto.

Un lungometraggio sulla purezza d’animo, sulla semplicità, sull’innocenza e sulla cattiveria che prendono vita su uno sfondo in bianco nero di un’Italia del dopoguerra che aveva bisogno di sorridere, rialzarsi, ridere e divertirsi. Tutto è raccontato con una narrazione misurata, discreta, leggera, attenta ai piccoli particolari, sebbene non sia una storia sommersa dagli eventi, ma da un insieme di intenzioni che spesso non sono chiaramente evidenti o non sempre trasferite in eloquenza umana.

Ma la carica emotiva è d’impatto, crescente, fino a raggiungere l’apice con la redenzione della coscienza di Zampanò, duro, scettico e cinico che per tutta la durata della pellicola si scontra con l’animo innocente, puro e sincero di Gelsomina. Ma, purtroppo, comprenderà la sua essenza solo quando lei non ci sarà più.

Il messaggio de “La Strada” è talmente forte che ancora oggi riesce a smuovere e far riflettere le nostre coscienze. Addirittura venne citato nel 2016 da Papa Francesco che, in occasione di un incontro con gli uomini e le donne dello spettacolo viaggiante, con riferimento al film di Fellini dichiarò: “Quando suonavano quella bella musica del film ‘La Strada’, io ho pensato a quella ragazza che, con la sua umiltà, il suo lavoro intinerante del bello, è riuscita ad ammorbidire il cuore duro di un uomo che aveva dimenticato come si piange. E lei non lo ha saputo, ma ha seminato”.

Cinema

Jared Leto sarà Andy Warhol: “Manca il suo genio”

Federico Falcone

Published

on

Ennesima trasformazione per Jared Leto. L’attore statunitense, noto anche per il suo ruolo di cantante – chitarrista nei 30 Seconds To Mars, vestirà i panni di Andy Warhol in quello che, stando ai rumors e alle prime informazioni in nostro possesso, dovrebbe essere un biopic vero e proprio sul creatore della pop art.

A svelarlo è lo stesso attore protagonista di pellicole come “Fight Club”, “American Psycho”, “Requiem For a Dream”, anche premio Oscar come Migliore Attore per la straordinaria interpretazione in “Dallas Buyers Club”. In occasione del compleanno di Warhol, Leto ha affidato a Instagram le sue parole per comunicare la notizi: “Sono così grato ed emozionato per l’opportunità. Ci manchi tu e il tuo genio”.

Continue Reading

Cinema

Nuova vita per il bus di Into The Wild, sarà esposto in un museo

Fabio Iuliano

Published

on

Quando all’incirca due mesi il bus in cui visse (e morì) Christopher McCandless, reso ulteriormente celebre dal film “Into The Wild“, fu rimosso dalla sua storica collocazione in Alaska, in molti pensarono che fosse giunto alla fine dei suoi giorni. Che sarebbe stato rottamato o lasciato a morire nel dimenticatoio di qualche hangar. Ma a volte le cose vanno in maniera diversa. Fortunatamente.

E’ di oggi la notizia che il bus troverà un posto all’interno del Museo del Nord dell’Università dell’Alaska, diventando così immortale. Spostato per ragioni di sicurezza – era diventato una sorta di luogo ritrovo per amanti dell’avventura all’aria aperta e della pellicola diretta da Sean Penn – adesso vivrà la sua terza esistenza, quella che, si spera, non verrà più toccata da nessuno.

Negli ultimi anni per raggiungerlo due persone sono morte e nel 2019 cinque turisti italiani furono salvati dal congelamento. Capisco che “faccia parte dell’immaginazione popolare, ma causa di questo veicolo abbandonato e deteriorato erano necessari costosi e pericolosi sforzi di soccorso. Ed era costato la vita ad alcuni visitatori”, ha detto Corri Feige, commissario per le Risorse naturali dell’Alaska. Fra il 2009 e il 2017, le autorità hanno dovuto organizzare 15 missioni per soccorrere turisti in difficoltà.
Leggi anche: Il Magic bus di Into The Wild rimosso dal Denali National Park

Continue Reading

Cinema

Perché guardare oggi Wes Craven

Alberto Mutignani

Published

on

Questo agosto ricorrono 81 anni dalla nascita di Wes Craven e cinque dalla morte. Non volendo ricorrere alla sequela di recensioni commemorative, troppo facili e disoneste nei confronti del regista e del lettore, ho dato uno sguardo a quello che il cinema horror americano ha prodotto nell’ultimo decennio.

Se c’è un’eredità che Craven ha lasciato ai suoi posteri, non è stata ancora raccolta, ma mentre le scorse generazioni guardano con nostalgia alla vecchia leva, le nuove perdono, ignorandone l’esistenza, un lascito monumentale. E per i cinefili già caldi sulle testiere: “Drag me to hell” di Raimi non basta a fare numero. La condizione di salute del cinema horror contemporaneo è precaria, ma cosa è successo dagli anni ’90?

Volendo dare ascolto allo stesso Craven, un po’ c’è di mezzo Tarantino. Quando Pulp Fiction conquistò il mondo, insegnò al pubblico una nuova declinazione della violenza. Sia chiaro, Tarantino ne aveva tutto il diritto. Non ha inventato lui il pulp, ha rispettato degli stilemi propri di un genere che ha ragione di esistere e che non va giudicato eticamente. Quello che è successo è che il pubblico si è abituato a vedere nella violenza non più l’anticamera della morte, come la definiva Craven, ma un gioco divertente che non solo viene bramato dallo spettatore (succedeva anche con il pubblico urlante di Stab in Scream 2) ma è assecondato dai registi, che trattano con compiacimento la morte, ne sono evidentemente affascinati.

Trasformare la violenza in qualcosa di fascinoso e la brutalità in un elemento glamour ha reso il cinema dell’orrore un tempio dell’estetica senza spirito, una sfinge senza enigma che trova nella compiacenza verso l’omicidio e la tortura la chiave risolutiva di un giochino di pancia e fine a se stesso. Sia chiaro che non si sta tirando in ballo l’elemento ironico del cinema dell’orrore. Paradossalmente, un Annabelle si prende molto più sul serio di Scream, dove però il sangue è una cosa seria.

Non si scherza con la morte e si ha il coraggio di raccontarla, perché faccia paura. Così, quando nel finale di Scream 3, Neve Campbell dorme finalmente con le finestre aperte, lo spettatore si libera con lei di un mostro che oggi non esiste più. E se Ari Aster ha portato a compimento questo amore chic per la paura, mettendo una pietra tombale sulla fine del genere, Robert Eggers tenta la via del sublime come nuova parabola della terrore.

È un tentativo interessante, ma le storie e i ritmi sono vecchi di cent’anni – i fasti della narrativa ottocentesca sono un fardello molto caro ai registi sensibili e al loro pubblico cinefilo – e non hanno spessore, si cade sempre in un’estetica troppo ingombrante. Alla Hemingway, il consiglio per i giovani registi è misurare il proprio stile come arredamento e non ornamento barocco della propria opera. Il rischio di un secondo James Wan non ce lo possiamo permettere.

Continue Reading

In evidenza