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Cinema

“La Strada”, il capolavoro senza tempo di Federico Fellini

Antonella Valente

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Ha “solo” 66 anni, ma “La Strada”, il capolavoro di Federico Fellini, continua ad impartirci una lezione di vita importante.

Uomo di natura violenta, Zampanò (Anthony Quinn) si esibisce nelle piazze e nelle fiere di paese come mangiatore di fuoco. Da una povera contadina carica di figli compra per diecimila lire Gelsomina (Giulietta Masina), una ragazza ingenua e ignorante, per usarla come spalla nei suoi spettacoli. Diventata a forza la sua amante, Gelsomina, creatura sensibile, tenta invano di fuggire da lui che la maltratta continuamente. Finiti in un circo, Gelsomina conosce il Matto (Richard Basehart), strana figura di equilibrista girovago mite e gentile che non perde occasione per deridere e umiliare Zampanò. Questi in un litigio involontariamente lo uccide. La tragedia fa uscire del tutto di senno Gelsomina, turbata giorno e notte dal ricordo del Matto. Zampanò allora l’abbandona, continuando la sua vita di vagabondo e temendo di essere scoperto e arrestato. Alcuni anni dopo scopre per caso che Gelsomina è morta e improvvisamente prende coscienza della sua solitudine, abbandonato da tutti piange su una spiaggia deserta.

“Tutto serve a qualcosa, nell’universo. Anche un sassolino”
(Il Matto)

Federico Fellini nel 1954 regalò all’Italia una vera e propria favola che lo fece conoscere in tutto il mondo e vinse il Premio Oscar nel 1957 come “Miglior film in lingua straniera”. Inizialmente non fu semplice trovare dei produttori che fossero disposti a finanziare la pellicola. L’idea risaliva già al periodo de “Lo Sceicco Bianco” con Alberto Sordi. Tullio Pinelli incontrò per strada una coppia di girovaghi e pensò che sarebbe stato interessante tirare giù una storia con dei protagonisti simili. Lo propose a Fellini che ebbe l’idea di inserire anche il mondo dei circhi, molto caro al regista romagnolo. Strutturarono il film e ne parlarono anche con Ennio Flaiano, che non a caso curò i dialoghi, anche se all’inizio non fu molto convinto.

Scarso appeal commerciale, così venne definita la pellicola dai maggiori produttori. Ci si concentrò allora su “I Vitelloni”.
Alla fine arrivò Dino De Laurentis, che impose al regista come protagonista femminile sua moglie Silvana Mangano. Fellini stracciò il contratto e, a quel punto, il produttore accettò di scritturare Giulietta Masina, moglie del cineasta, nelle vesti di Gelsomina.

“Credo che il film l’ho fatto perché mi sono innamorato di quella bambina-vecchina un po’ matta e un po’ santa, di quell’arruffato, buffo, sgraziato e tenerissimo clown che ho chiamato Gelsomina e che ancora oggi riesce a farmi ingobbire di malinconia quando sento il motivo della sua tromba”.
(Federico Fellini, Fare un film, Einaudi, Torino, 1980, p. 60)

Il film fu girato tra il 1953 e il 1954 nell’Italia centrale, in particolare nel Lazio e in Abruzzo. Molte scene furono riprese tra Fiumicino, Roma e la provincia di Viterbo. La troupe raggiunse anche il freddo delle montagne abruzzesi, arrivando nel comune di Rocca di Mezzo, nel cuore del Parco Sirente Velino, dove fu girata la scena in cui Gelsomina iniziava a mostrare i primi segni di cedimento dopo la morte del Matto.

Un lungometraggio sulla purezza d’animo, sulla semplicità, sull’innocenza e sulla cattiveria che prendono vita su uno sfondo in bianco nero di un’Italia del dopoguerra che aveva bisogno di sorridere, rialzarsi, ridere e divertirsi. Tutto è raccontato con una narrazione misurata, discreta, leggera, attenta ai piccoli particolari, sebbene non sia una storia sommersa dagli eventi, ma da un insieme di intenzioni che spesso non sono chiaramente evidenti o non sempre trasferite in eloquenza umana.

Ma la carica emotiva è d’impatto, crescente, fino a raggiungere l’apice con la redenzione della coscienza di Zampanò, duro, scettico e cinico che per tutta la durata della pellicola si scontra con l’animo innocente, puro e sincero di Gelsomina. Ma, purtroppo, comprenderà la sua essenza solo quando lei non ci sarà più.

Il messaggio de “La Strada” è talmente forte che ancora oggi riesce a smuovere e far riflettere le nostre coscienze. Addirittura venne citato nel 2016 da Papa Francesco che, in occasione di un incontro con gli uomini e le donne dello spettacolo viaggiante, con riferimento al film di Fellini dichiarò: “Quando suonavano quella bella musica del film ‘La Strada’, io ho pensato a quella ragazza che, con la sua umiltà, il suo lavoro intinerante del bello, è riuscita ad ammorbidire il cuore duro di un uomo che aveva dimenticato come si piange. E lei non lo ha saputo, ma ha seminato”.

Cinema

20 film per la notte di Halloween

Una lista con 20 film consigliati per la notte di Halloween, passando per i grandi classici del genere fino alle gemme dell’horror moderno

Alberto Mutignani

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Inutile girarci attorno. Ciò che tutti vogliono per Halloween è una bella lista di film da vedere: da soli, come veri temerari, ma anche in compagnia, per una serata da brividi con amici o come pretesto per una serata romantica (un trucco vecchio come il mondo, ma sempre attuale).

Ecco quindi una lista – in ordine casuale – da cui attingere, che cerca nei limiti delle possibilità e dei gusti di chi scrive, di inserire i titoli più interessanti della vecchia e della nuova generazione. Siete avvertiti: non troverete Hitchcock, perché che cosa ve lo consiglio a fare? Sarebbe come consigliarvi di mangiare una pizza se passate per Napoli.

Ma anche perché “Gli Uccelli” e “Psycho” sono due capolavori, ma è cinema-monumento che fa poca presa, oggi, e che difficilmente riesce ancora a spaventare – non mentiamoci, suvvia. Dacché non era mio interessa fare l’intellettuale piacione, ma darvi consigli con sincerità e schiettezza, ed essendo impossibile inserire ogni singolo titolo horror uscito dagli anni ’20 ad oggi, è normale che qualche film manchi. Ma sono discorsi davvero necessari? Purtroppo sì.

20. Sinister (2012) di Scott Derrickson                             

L’horror sovrannaturale di Scott Derrickson, con protagonista Ethan Hawke, parte con delle premesse banali: uno scrittore isolato dal mondo in piena crisi da pagina bianca, una famiglia allegra e una casa che nasconde un segreto. Tuttavia, una sceneggiatura convincente e un ritmo di ferro permettono al film di riprendersi, migliorando di scena in scena, fino all’incredibile finale. Una delle poche gemme dell’orrore contemporaneo.

19. The Witch (2016) Robert Eggers

Tentativo riuscito, da parte di Eggers, di rispolverare il folk-horror e raccontare una paura primordiale, antica, diversa da quella a cui siamo stati abituati negli ultimi anni. Dimenticatevi le case stregate e le bambole possedute di James Wan, si torna indietro – per andare avanti – fino al 1600: nella campagna inglese, una famiglia si rifugia nella preghiera dopo la scomparsa del figlio, mentre la sorella maggiore viene sospettata di stregoneria.

18. The Wicker Man (1973) di Robin Hardy

Un classico senza tempo che sarebbe inutile raccontare, e che tutti dovrebbero recuperare immediatamente. L’arrivo del sergente Howie nella remota isola di Summerisle è soltanto l’inizio di un incubo ad occhi aperti, per il protagonista e per lo spettatore, la cui costruzione estetica ha ispirato tanti lavori successivi, tra cui i recenti successi di Ari Aster: Hereditary e Midsommar.

17. Profondo Rosso (1975) di Dario Argento

Non avrebbe bisogno di presentazioni. Il capolavoro di Dario Argento, nel suo primo approccio alla materia horror, pur non raggiungendo la perfezione formale di Suspiria, ci regala due ore di puro terrore, in una spirale di sangue, colpi di scena e momenti terrificanti alla ricerca di un misterioso assassini che terrorizza Roma. Uno dei punti più alti del cinema italiano, targato 1975.

16. It Follow (2015) di David Robert Mitchell

Vera sorpresa della nuova generazione di registi. Mithcell gira un film praticamente perfetto: spaventoso, ben ritmato, ricco di trovate visive interessanti, mai banale ma dotato di una grande leggerezza, nonostante si possa dire che sia l’unico horror davvero terrorizzante degli ultimi anni.


15. Il Presagio (1976) di Richard Donner

Donner è un regista che non smette mai di incantare. Passando con leggiadria da un genere a un altro, senza mai mostrare debolezze o incertezze stilistiche, ha saputo confezionare uno degli horror più celebri e memorabili degli anni ’70, papà spirituale di un remake ignobile del 2006. La storia è quella di un bambino, adottato da una coppia ancora distrutta dalla morte inaspettata del figlio. Quando il bambino entra nella loro vita, qualcosa di funesto comincia a tormentarli in maniera esasperata e crescente.


14. Nightmare (1984) di Wes Craven

Lo confesso: non ho mai amato particolarmente Nightmare. Sarà che l’ho visto in un’età sbagliata, a 16 anni, quando di horror ne avevo già visti tantissimi e Wes Craven avevo imparato ad amarlo per altri lavori straordinari (Scream, La Casa Nera, Il serpente e l’arcobaleno), ma l’ho sempre trovato noioso. Tuttavia è innegabile l’impatto che abbia avuto sulla generazione degli anni ’80, né si può sindacare sulla figura di Freddy Krueger: spietato, ironico, trasformista. Un vero genio del male che agisce nel modo più crudele e indomabile, in un momento che per tutti noi è impossibile evitare: il sonno.

N.b. è consigliato recuperare il primo e il settimo capitolo della serie, e saltare allegramente tutto il resto.


13. Videodrome (1982) di David Cronenberg

Il capolavoro di David Cronenberg. Non propriamente un horror, quanto un film disturbante, sporco, viscerale e sì, diciamolo, spaventoso. Ogni parola è un possibile spoiler, ma fidatevi se non lo avete visto: vale davvero la pena.


12. The Blair Witch Project (1999) di Daniel Myrick

Un mokumentary esemplare, sulle tracce di una vecchia strega nei pressi del bosco di Black Hills. Tutti i pallidi tentativi di imitazione venuti negli anni successivi oscillano tra il ridicolo e l’osceno, ma The Blair Witch Project è un autentico gioiello, che non mira mai allo spavento facile né all’esagerazione, ma cerca anzi il realismo e dimostra una notevole attenzione al dettaglio. E sarà proprio dei dettagli che vi innamorerete, guardandolo, dopo esservi spaventati – o aver, in ogni caso, passato una bella serata davanti a un pezzo di storia del cinema dell’orrore.

11. Suspiria (1976) di Dario Argento

Posso annoverare Suspiria tra i pochi film che credo mi abbiano formato, e portato ad amare il cinema. Il primo approccio, durante gli anni delle medie, è stato un fulmine a ciel sereno: non avevo mai visto tanto amore riversato in un film, tanta passione, attenzione, e una qualità visiva così alta: le porte delle stanze gigantesche, la palette dei colori che va dal verde al rosso al blu notte, un uso vivace, parossistico del sangue, e una sequenza d’apertura mozzafiato. Non mento quando dico di essere innamorato di questo film, che è un vero e proprio incontro tra l’orrore nella sua forma più pura, la maestria baviana nel giocare con luci e colori e le atmosfere di una favola nera, un’avventura disneyiana ricoperta di sangue e terrore (quindi sì, decisamente disneyiana).


10. L’inquilino del terzo piano (1968) di Roman Polanski

Chi non conosce questo capolavoro di Roman Polanski? Uscito nel 1968, racconta di un impiegato di origini polacche che cerca disperatamente un appartamento a Parigi, e ne trova uno abbandonato pochi giorni prima da una certa Simone. Da lì l’inizio di un incubo dalla difficile definizione, un pugno allo stomaco – modo di dire abusato, oggi, ma per Polanski vale.


9. Alien (1986) di James Cameron

Alien è stato e forse continua ad essere uno dei primi incontri cinematografici di spessore per il giovane pubblico. Insieme a “L’Esorcista”, è uno di quei film che tutti hanno visto almeno una volta, o quantomeno una scena, di sfuggita. Ed è impossibile parlare di Alien in poche righe, ma il film di Ridley Scott – in stato di grazia, in quegli anni – è un mix letale di tensione e avventura, che regge benissimo la prova degli anni – ormai quasi 35 – regalando attimi di autentica paura.

N.b. consigliato anche il videogioco Alien – Isolation, per gli amici videogiocatori.


8. Nosferatu (1979) di Werner Herzog

E torniamo a parlare dell’Olimpo, di Dio e del suo operato. Se è vero che Werner Herzog è uno dei più grandi geni di tutti i tempi, è anche vero che Nosferatu rientra tra i suoi lavori imprescindibili, e forse quello formalmente migliore. Una rilettura di Dracula, ma anche un incontro felice con l’omonimo capolavoro espressionista di Murnau del 1922. Era difficile fare meglio del maestro tedesco, ma Herzog c’è riuscito – non che qualcuno avesse il minimo dubbio.

7. Lo Squalo (1975) di Steven Spielberg

Ne abbiamo già parlato, ma lo ribadiamo: Lo Squalo è un film fondamentale. Come mi disse un vecchio professore dell’università, riferendosi a ‘Pet Sounds’ dei Beach Boys: nessuna educazione è completa senza Lo Squalo.

6. Strade Perdute (1977) di David Lynch

Cosa succede se una mattina venite svegliati da un colpo di citofono, e la voce dall’altro lato della cornetta vi dice che “Dick Laurent” è morto? E soprattutto: che fare quando qualcuno continua a mandarti videocassette contenenti riprese della tua casa dall’interno? Noi vi suggeriamo di chiamare la polizia. Ma vi avvisiamo: non sarà semplice come pensate.

5. Non aprite quella porta (1974) di Tob Hooper

“Non aprite quella porta” è stato probabilmente il primo film ha provocarmi uno spavento. Il film di Hooper, una parodia dei movimenti pacifisti degli anni ’60, vede appunto un gruppetto di hippie stralunati cadere vittima di uno spietato serial killer, e della sua famiglia altrettanto inquietante. Leatherface, che è una delle grandi maschere del cinema dell’orrore, è forse il più brutale dei serial killer partoriti dal secondo Novecento. E la spirale di terrore raccontata da Hooper rientra, senza discussioni, tra le più grandi disavventure che il cinema dell’orrore abbia mai portato in scena.


4. Scream 2 (1997) di Wes Craven

Perché non il primo? Giusta domanda. Perché amando tutta la tetralogia di Scream, mi sono trovato di fronte a una scelta: consigliarveli tutti o consigliarvi il mio preferito. Come potete immaginare, ho optato per la seconda. Scream 2 si trova a un livello superiore rispetto al resto della serie di Scream, per ritmo, ironia ed efferatezza degli omicidi. Ed è anche lo Scream che più di tutti e in maniera più divertente porta avanti il discorso meta-cinematografico (quello di Stab, per capirci). Ovviamente, se scegliete di recuperare l’intera tetralogia non fate una lira di danno.


3. L’Esorcista (1973) di William Friedkin

Un film invecchiato male, indubbiamente. Impossibile spaventarsi davvero vedendolo oggi, ma l’eleganza della regia di Friedkin, i ritmi distesi, la sceneggiatura elegante e allo stesso tempo scandalosa (per l’epoca), ci raccontano di un cinema che forse non esiste più, e che è sempre piacevole riscoprire.

2. La Cosa (1982) di John Carpenter

Arrivati a questo punto soltanto colui che più di ogni altro, probabilmente, ha saputo raccontare al meglio l’orrore al cinema: Carpenter. Un genio senza pari, un regista dal livello irraggiungibile, padre di alcuni capolavori indimenticabili del secolo scorso. “La Cosa” rientra tra questi capolavori, e concordo con chi lo ritiene il film più spaventoso di tutti i tempi. Una base di ricerca in Alaska viene attaccata da una ‘cosa’, una creatura vivente e mutaforme che minaccia la vita di tutti gli scienziati lì presenti. Con un indimenticabile Kurt Russel.

1. Halloween (1978) di John Carpenter

Cosa dire di Halloween che non sia stato già detto, scritto, raccontato, cantato? Quando un film porta nel titolo il nome stesso della festività di riferimento, è inutile aggiungere una parola – anche se non fu la prima scelta, per Carpenter. Il film era e rimane un punto di riferimento per gli appassionati del genere, così come Michael Myers è sicuramente il serial killer più amato dai giovani (per lo meno, da quelli della vecchia generazione). E a ben vedere: il male incarnato, impossibile da uccidere. E un Donald Pleasence mai così in forma, nei panni del Dottor. Loomis: interpretato così bene che negli anni, forse a torto, mi sono convinto che Pleasence all’incarnazione di quel male inspiegabile, autentico, ci credesse veramente.

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Cinema

Cosa sappiamo finora di Halloween Kills

Halloween Kills: tutto ciò che c’è da sapere sul film più atteso dagli amanti dell’horror

Alberto Mutignani

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Sono passati oltre 40 anni da quando abbiamo fatto la conoscenza della graziosa Haddonfield, la cittadina dell’Illinois tormentata da Michael Myers.

E’ tempo, però, di grandi ritorni e così, dopo il reboot di successo del 2018, la storia è destinata a continuare con l’imminente Halloween Kills, secondo capitolo di una trilogia prodotta da Blumhouse e Miramax. Ecco quindi tutto ciò che sappiamo sul nuovo, attesissimo capitolo della serie Halloween:

  • Vedrà il ritorno del regista David Gordon Green, con la maggior parte del cast principale del precedente Halloween.
  • Stando alle dichiarazioni del co-sceneggiatore Danny McBride, il film sarà ambientato nella stessa notte del precedente Halloween, riprendendo le fila del discorso lasciato al termine dell’ultimo film.
  • Scott Teems, che ha lavorato alla sceneggiatura, ha dichiarato che il film sarà “uno degli horror più insani e incredibili degli ultimi anni”
  • Tommy Doyle, uno dei bambini accuditi da Laurie all’interno del primo film della serie, tornerà per la prima volta all’interno del franchise come personaggio attivo della storia, non sappiamo ancora in che modo.
  • Halloween Kills convoglierà un maggior numero di personaggi. Contrariamente al classico scontro tra Laurie e Myers, il film vedrà al centro la reazione dell’intera cittadina contro la forza maligna che torna a minacciarla, e punterà i riflettori sui personaggi adolescenziali, e in particolar modo su Allyson, la nipote di Laurie, dopo lo scontro diretto con Michael Myers nel finale del primo film del reboot. Jamie Lee Curtis ha promesso che il film sarà “fedele all’originale” e che sarà il film della serie più vicino allo spirito del primo capitolo della serie.
  • Previsto per l’ottobre 2020, l’uscita di Halloween Kills è stata rimandata per Halloween 2021 a causa della pandemia Covid. Non ci resta che attendere.

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Cinema

Lo Squalo, perché è un classico senza tempo

Un classico che non smettiamo di amare, dopo 45 anni dalla sua uscita. Perché ci spaventa ancora “Lo Squalo”, il capolavoro di Steven Spielberg.

Alberto Mutignani

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Qualche tempo fa qualcuno – credo Ice Cube – disse in un’intervista a Wired che “Lo Squalo” di Steven Spielberg era per lui il più grande film di tutti i tempi. Per quanto sia difficile prendere posizioni così nette, è facile condividere un’affermazione del genere, non soltanto perché ci si trova di fronte a un vero e proprio classico del cinema mondiale, targato 1975, ma perché il film in questione è tutto ciò che ogni spettatore cerca all’interno di un film, mescolato perfettamente: tensione, divertimento, una memorabile colonna sonora e uno dei più grandi villain di tutti i tempi: lo squalo.

Chi l’avrebbe mai detto che anche in un paese come l’Italia, un film su uno squalo che terrorizza una spiaggia avrebbe suscitato così tanto spavento? Il capolavoro di Spielberg, che ha superato i 10miliardi di dollari di incasso, è stato fonte d’ispirazione per tanti prodotti, negli anni seguenti: una scenetta del Saturday Night Live, tantissimi riferimenti all’interno de I Simpson e I Griffin, un parco a tema degli Universal Studios e tre sequel.

Ma soprattutto, ha plasmato un genere: soltanto tre anni dopo l’uscita de “Lo Squalo”, Joe Dante rilasciava la sua pseudo-parodia, “Piranha”, che ha visto anch’essa un sequel e due remake. Negli anni successivi, è diventato naturale per migliaia di persone che vivevano sulla costa, andare in cerca di squali, per sport: “Poco dopo la pubblicazione del film, la pesca degli squali come sport è diventata popolare e nel decennio successivo centinaia di club e tornei di pesca di squali sono nati lungo la costa orientale degli Stati Uniti” – ha scritto nel 2013 il biologo della pesca José Castro – “il numero di grandi squali è diminuito di circa il 50% lungo la costa orientale del Nord America negli anni successivi al debutto del film”.

Anche Peter Benchley, autore dell’omonimo romanzo uscito l’anno precedente, è rimasto stupito dalla risposta del pubblico al film, nonostante lui lo reputi una porcheria. Di base, perché gli squali non sono quelli rappresentati all’interno del film. Sono persone migliori. In attesa di un movimento di emancipazione per gli squali bianchi, che sono persone squisite a differenza dei cavalli, cerchiamo di capire insieme perché il film di Spielberg è un capolavoro senza tempo, e soprattutto cos’è che dovremmo continuare ad apprendere da una pellicola che – non sembra – ma ha sulle spalle ben 45 anni.

La colonna sonora di John Williams

La prima cosa che ho imparato durante il breve corso di Storia del Cinema all’università, è stato che la colonna sonora di un film spiega meglio di ogni altra cosa lo spirito della pellicola. E la colonna sonora dello Squalo non solo racconta benissimo la ricerca del brivido del film, ma è anche ciò che tutti noi conosciamo da sempre de “Lo Squalo”, prima ancora di averlo visto. All’epoca spaventò un’intera generazione, oggi è il simbolo per eccellenza del pericolo, inconfondibile come l’Alert di Metal Gear Solid, ma riconoscibile da più generazioni. Semplicemente perfetta.

La ricerca dell’effetto non speciale

L’ho buttata sull’intellettuale, ma è proprio così: il grande successo de Lo Squalo, oggi come ieri – ma soprattutto oggi – è l’assenza di affetti speciali. Non soltanto il lavoro certosino compiuto artigianalmente, ma la volontà di Spielberg di non spaventare attraverso mostriciattoli ricreati al computer. Lo Squalo non è un film grottesco, né vuole essere un horror ludico, scanzonato, che la butta in caciara con due mostri e una strega fatta in cgi. No, Lo Squalo vive solo del suo predatore, ben nascosto sotto il manto dell’oceano, che tutti temono e che nessuno ha mai visto. Sin dai primi minuti del film, quando Lo Squalo è stato presentato e non ancora mostrato, assistiamo a una serie spassosa di fake-out: Spielberg si diverte a prendersi gioco dello spettatore, mostrando tante possibili apparizioni, che poi si rivelano errate, e tante papabili vittime, che alla fine la scampano senza problema. Ogni volta che vediamo qualcosa emergere dall’acqua, una pinna che poi si rivela di cartone, una testa che si rivela umana, una sagoma ma in realtà un riflesso, Spielberg instilla in noi il terrore che lo squalo stia per attaccare, che è sia la speranza che la paura dello spettatore. Questo significa saper girare un film.

Lo squalo arriva alla fine

Perché per due ore sentiamo parlare dello squalo, senza mai vederlo? La risposta onesta, e poco romantica, è questa: lo squalo meccanico continuava a rompersi, e Spielberg ha potuto utilizzarlo solo nelle fasi finali delle riprese. La risposta romantica, invece, è quella che lo stesso Spielberg ha dato a distanza di anni, dimostrandosi entusiasta del risultato finale del film, che permette allo spettatore di coltivare una paura ossessiva verso “questo nemico noto e allo stesso tempo ignoto, mai visto”.

Da qui, probabilmente, il successo nel mercato estero (per noi, per esempio, che al massimo possiamo essere attaccati da un tonno): l’esotismo, il fascino verso qualcosa che non solo non abbiamo ancora visto nel film, ma che non ci appartiene, che è lontano da noi. In generale, è l’idea vincente di mostrare lo squalo soltanto alla fine, soltanto dopo averne parlato per ore, dopo averlo mostrato nelle foto, sulle illustrazioni dei manuali e dopo gli aneddoti sugli attacchi passati, quella che permette al film di vivere in una pelle immortale, che è impossibile veder invecchiare di un solo anno. Non si tratta di modernità, ma di genio, unito alla sorte dello squalo meccanico, che alla fine si è dimostrata benevola e che ha condotto il film nella miglior direzione possibile.

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