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Cinema

La Guerra dei Mondi diventa una serie tv. Svelato il primo trailer (video)

Federico Falcone

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Il celebre romanzo di H.G. Wells, datato 1897 e considerato uno dei padri della fantascienza moderna, non smette di affascinare il grande pubblico. In principio, a dare seguito alle parole dell’opera fu l’omonimo lungometraggio del 1953, diretto da Byron Haskin e con protagonisti Gene Barry e Ann Robinson. L’entusiasmo fu considerevole, sia tra il pubblico che tra gli addetti ai lavori. La pellicola, infatti, vince anche l’Oscar per gli effetti speciali.

Qualche decennio più tardi, precisamente nel 2005, Steven Spielberg, da sempre amante della fantascienza, decise di riprendere in mano l’opera e farne un remake avvalendosi di Tom Cruise e di una giovanissima Dakota Fanning. Anche in questo caso il successo fu importante, tanto da valergli la candidatura a tre premi Oscar (miglior sonoro, miglior montaggio sonoro, miglior effetti speciali) senza portarne alcuno a casa, però.

E’ di notizia di questi giorni che “La Guerra dei Mondi” può vantare ancora un appeal considerevole sui fan di tutto il mondo. Ecco perché la BBC One ha da poco pubblicato online il primo trailer della sua nuova serie, ispirata proprio all’opera di fantascienza di H.G.Wells. La miniserie sarà composta da 3 episodi e vede nel cast Eleanor Tomlinson, Rafe Spall, Rupert Graves Robert Carlyle. Sarà diretta da Craig Viveiros e adattata da Peter Harness.

Clicca qui per vedere il primo trailer ufficiale

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Cinema

La cultura del B-movie che piace anche a Prime Video

Alberto Mutignani

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Ogni tanto si sente dire che se le macchine fotografiche avessero ancora il rullino, oggi non ci metteremmo a fotografare ogni piatto che mangiamo

È vero, ed è un concetto applicabile anche al cinema contemporaneo: se i film in streaming fossero tutti in pay-per-view, la moda dei b-movie non sarebbe mai nata. Il cinema a basso budget invece oggi smuove molto interesse, soprattutto tra i più giovani.

Ci sono circoli di ritrovo per appassionati dei film mal riusciti, quelli che vorrebbero ma non possono, e centinaia di gruppi Facebook che spingono per far emergere qualche stella nascente del trash. Questa cultura non è nata oggi: in passato era possibile reperire certi film pessimi su YouTube, o con lo streaming illegale, e in molte città d’Italia – qui a Pescara da oltre dieci anni – ci si ritrovava per vedere assieme l’ultimo ritrovato firmato da qualche improvvisato regista italiano che si era cimentato nel pulp con la videocamera dei genitori e un cast di amici e parenti.

Vale la pena citare Yotobi e Synergo come gli Youtuber che hanno educato per anni un’intera generazione al sapore del pecoreccio

Ora però le cose sono diverse: da qualche anno i servizi streaming legali hanno preso possesso della nostra quotidianità e hanno soppiantato, per molti, lo streaming illegale e le tante vie traverse con cui si era soliti cercare i propri film d’interesse. La domanda sorta spontaneamente, all’epoca della loro comparsa, era se ci sarebbe stato uno spazio, come esisteva anche in certe vecchie videoteche, per il cinema low budget.

La risposta è: dipende. Netflix negli Stati Uniti esiste da decenni come servizio di noleggio ed è una consolidata piattaforma di streaming da tanti anni, con un catalogo ricchissimo e una filosofia aziendale ben precisa. Amazon Prime Video, invece, no. È un servizio streaming nato nel 2006 ma che si è affermato sul piano internazionale soltanto quattro anni fa, dopo un iter travagliato – prima Amazon Unbox, poi il servizio Instant Video, poi Prime Video – e ha un avversario non indifferente sul mercato.

Prime Video funziona in maniera diversa da Netflix: ha un catalogo meno rigido, che significa sia più ricco sia più confusionario

Vi sarà capitato di spulciare nella sezione “Consigliati per te” o tra i generi cinematografici, magari cercavate un bel film dell’orrore e l’algoritmo presentava in alto qualche piccola produzione lucana del 2008 e poi, scorrendo verso il basso, “Rosemary’s baby”.

Quelle piccole produzioni locali invecchiate di dieci anni esistono davvero, come esiste “Altin in città” di Fabio Del Greco – ve la butto lì – e il motivo per cui su Prime Video esiste un intero sottobosco non troppo celato di film a basso costo, spesso dalla bruttezza inquietante, è perché costa pochissimo acquistarli, conviene ai registi e non ci sono rischi in ballo.

Prime Video spartisce con la casa di produzione precisamente la metà degli introiti, partendo da un pagamento per click di $ 0,05 e mirando a un pubblico vasto e che, come si diceva all’inizio, data la gratuità del tutto – è sottointeso l’abbonamento – può decidere senza pentimento di investire una serata su un titolo di serie B.

D’altro canto, Prime Video è la traduzione digitale di quello che negli ultimi anni sono diventati i tantissimi festival di cinema sparsi per il mondo

Non solo in Italia ma in tutti i paesi anche al di fuori dell’Europa stanno prendendo piede questi festival medio-piccoli e ben sponsorizzati, con uno staff preparato che per pochi soldi pubblicizza il film, lo proietta, lo premia – impossibile rimanere a mani vuote – e recensisce positivamente la pellicola, che lentamente entra in un circuito piccolo ma fortunato.

In questi film, che a volte diventano addirittura dei cult, il pubblico trova ciò che normalmente non vede nel cinema mainstream ad alto budget, una sincerità genuina, a volte tenera, fuori dal gusto estetico ricorrente, per le stesse ragioni per cui guardiamo con sospetto un prodotto impacchettato per essere brutto, un pasticcio voluto, che ammicca al gusto per il trash ma che nel tentativo di riprodurlo cade in una banale mimesi di ciò che solo involontariamente può suscitare il riso e l’attenzione del pubblico.

Questa cosa, questa attenzione del pubblico tanto per il cinema di Scorsese, Sorrentino e Jodorowski quanto per quello di Tommy Wiseau o dei nostrani Claudio Masin e Franco Salvia è un traguardo simpatico da osservare con rispetto ed attenzione, perché è la deriva opposta, quella meno nociva, del filone cinefilo che vuole il cinema sempre bello e sempre saggio, al di là dell’apprezzamento, per squarciare quell’agognato velo della verità che non esiste. 

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Cinema

Sei anni senza Robin Williams, il Peter Pan che non sapeva smettere di ridere

Federico Falcone

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Una risata, a volte, è la miglior medicina contro il grigiore della vita e di una spenta quotidianità.

Era solito ripeterlo Robin Williams, indimenticabile attore di cui oggi ricorre l’anniversario della morte. Sei anni senza quel malinconico e dolce sorriso perennemente stampato sul volto. Un’espressione che, però, nascondeva anche altro. Gli spettri di una depressione latente, di un male che negli ultimi anni della sua vita crebbe fino a divorarlo da dentro e a trascinarlo nel baratro del suicidio.

L’11 agosto del 2014 venne ritrovato privo di vita nella sua casa a Tiburon, in California. Causa del decesso: asfissia. Intorno al collo una cintura. Impiccato. Alle 11.55 la chiamata al 911 in cui si segnalava “un uomo incosciente sul pavimento”. Un gesto che, col classico senno del poi, qualcuno aveva previsto ma che i più, invece, ritennero inspiegabile. E lo ritengono ancora. Ma giudicare l’uomo no, non è possibile e, soprattutto, non appartiene alle nostre facoltà.

“Io vivo per dominare la vita, non per esserne schiavo” – L’attimo Fuggente

Le domande, invece, non possono essere messe da parte. Grazie alle sue straordinarie performance cinematografiche, Wlliams è entrato nel cuore di milioni di adolescenti e adulti. Quando una personalità così affascinante e celebrata entra a far parte delle nostre vite, inevitabilmente ne avvertiamo la vicinanza, quasi intima, ma più in riferimento all’uomo che non all’attore. Accade sempre così. E’ la conseguenza dell’appeal mediatico e del carisma sul grande schermo.

Perché proprio lui, che nella vita aveva sposato la missione di far ridere la gente? Di strapparla dalla miseria della spenta quotidianità? Perché proprio una persona così “sensibile e buona”, per rimetterci a quell’infinità di ricordi espressi da amici e colleghi?

La risposta, paradossalmente, potrebbe risiedere in quel suo carattere così incredibilmente empatico ed emotivo. La bontà è un’arma a doppio taglio e dove entrano in gioco anche patologie degenerative e quindi incontrollabili, l’epilogo, spesso, conduce a un’unica strada, quella dalla quale non si torna indietro. E’ l’atto finale. L’uscita di scena.

“Ridere non è solo contagioso, ma è anche la migliore medicina” – Patch Adams

Nei giorni a seguire le speculazioni circa il gesto dell’attore statunitense furono pressoché infinite. Si disse tutto e il contrario di tutto. Furono condotti anche esami tossicologici per capire se al momento della morte avesse in corpo alcol o droga. La sera prima lui e la moglie, Susan Schneider, dormirono in stanze separate. Lei andò a letto tra le 22.30 e le 23, lui rimase sveglio, ma non si sa fino a che ora.

Probabile che stesse meditando sul gesto che avrebbe compiuto la mattina dopo. A distanza di sei anni, però, arrivano rivelazioni che fanno chiarezza sul perché del gesto. O, comunque, danno un quadro della situazione più completo e, forse, vicino alla realtà.

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La demenza a corpi di Lewy è una patologia neurodegenerativa che colpisce il cervello e provoca ansia, depressione e insicurezza. Getta chi ne è affetto in un vortice di instabilità emotiva, umorale e comportamentale. Robin Williams, ora lo sappiamo, ne era affetto. A svelarlo è la moglie Susan Schneider nel docufilm “Robin’s Wish“, in uscita settembre, che racconta gli ultimi giorni di vita dell’attore.

La malattia lo stava disintegrando“, afferma la vedova, “Mio marito stava combattendo contro una malattia mortale. Tutte le zone del suo cervello erano state attaccate dalla malattia. Un’esperienza che lo ha totalmente disintegrato“. Altre rivelazioni arrivano da Shawn Levy, regista che ha diretto Williams nel suo ultimo film, “Una notte al museo: il segreto del Faraone”.”Ricordo che mi disse che gli stava succedendo qualcosa, che non si sentiva più lo stesso, che non riusciva a riconoscersi“.

Il vuoto lasciato da Robin Williams è enorme. Difficile, ad oggi, pensare a un suo naturale erede, perché, più semplicemente non ve ne sono. Dietro una macchina da presa metteva “anima e cuore”, come erano soliti ripetere i colleghi. Un cuore talmente grande che nel 2009 ebbe bisogno di un intervento a cuore aperto per la sostituzione della valvola aortica. Qualche giorno di recupero e subito, poi, sul set. Sempre con una missione da portare avanti: far ridere la gente.

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Quel talento così duttile, versatile, multiforme, è immortalato in pellicole che hanno segnato la storia della settima arte. “Good Morning, Vietnam”, con il suo famoso urlo alla radio, “L’attimo fuggente”, “Will Hunting, genio ribelle”, che nel ’98 gli valse il premio Oscar. Williams è stato medico, padre, statua da museo, tata, speaker radiofonico, ma, soprattutto, è stato Peter Pan. Un eterno Peter Pan che ha affrontato la vita col sorriso stampato sulle labbra. Anche di fronte alla malattia, sì, che ha provato a contrastare fino all’ultimo ma che alla fine, purtroppo, ha avuto la meglio.

“Lo so che giunti al termine di questa nostra vita tutti noi ci ritroviamo a ricordare i bei momenti e a dimentica quelli meno belli, e ci ritroviamo a pensare al futuro cominciamo a preoccuparci e pensare “io che cosa farò, chissà dove sarò, da qui a dieci anni”.

Però io vi dico, ecco guardate me, vi prego, non preoccupatevi tanto, perché a nessuno di noi è dato soggiornare tanto su questa terra. La vita ci sfugge via e se per caso sarete depressi, alzate lo sguardo al cielo d’estate con le stelle sparpagliate nella notte vellutata, quando una stella cadente sfreccerà nell’oscurità della notte col suo bagliore esprimete un desiderio e pensate a me.

Fate che la vostra vita sia spettacolare”

Robin Williams – Jack powell

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Cinema

Beyoncé gira “Black is king” e noi non sappiamo che farcene

Alberto Mutignani

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Accade spesso nel corso delle epoche che si inneschino sotto i nostri occhi dei processi, artistici o politici o sociali, che viviamo in presa diretta ma di cui ci sfugge l’origine. Quando sono iniziati? Ricordiamo le polemiche femministe che sono tutt’ora una parte rilevante del dibattito pubblico internazionale, ma sapremmo dire con certezza qual è stata la miccia?

Succede lo stesso con le battaglie afroamericane. Esistono da sempre ma ogni volta sembra che riciclino se stesse. Si spengono, si riaccendono. Sempre per motivi diversi, però accomunate da slogan pressoché simili ed esiti non sempre felici. Su George Floyd si è scritto ormai di tutto, inutile aggiungere una parola.

Però i risultati di queste battaglie secolari e che allo stesso tempo ci appaiono sempre contemporanee esistono e si riciclano perché una causa per essere rumorosa dev’essere collettiva, e per essere collettiva dev’essere tanto commerciale da diventare inattendibile. Così si possono ottenere dei risultati politici, qualche nuova legge più progressista, ma è un risultato incerto.

È certo invece che allargare il target porta a una deriva mainstream della protesta, e quanto possa essere nocivo è presto spiegato: su Disney + è disponibile l’album visivo di Beyoncé, intitolato “Black is King”, che racconta a una generazione molto giovane e spesso impreparata cosa significa essere neri, quale civiltà culla la cultura afroamericana.

Il progetto era iniziato un anno fa, quando con “The Gift”, l’album di Beyoncé dedicato al live action Disney de Il Re Leone – di cui Black is King è una rilettura in carne ed ossa – la stella di Houston ci aveva spiattellato in faccia 50 minuti di afrobeat, mentre la Disney chiamava a raccolta un po’ di afroamericani a cantare qualche canzoncina, come dei baluba. Gente che non ha mai visto l’Africa probabilmente, ma i bonghi li saprà suonare, si saranno detti. Con “Black is king” arriviamo a un livello successivo.

Se questo fosse un post su Twitter potremmo dire in due parole: una compagnia neonazista ha prodotto un film sul potere afroamericano. Avremmo superato le soglie del postmodernismo e saremmo probabilmente di fronte alla nascita di un’avanguardia. Invece la Disney si deve solo allentare la cravatta per mandare giù il boccone indigesto, perché se non si adegua non vende – un po’ di potere ce l’ha ancora su Star Wars, dove i neri stanno con i neri e i bianchi con i bianchi –, serve un ritorno d’immagine e sa che quello del black-power è un tema caldissimo.

Nel visual album c’è un giovane re, nato in Africa ma strappato alla propria terra quando è ancora un poppante per ritrovarsi in un mondo di corruzione, ma è sempre guidato dal candore della propria terra madre e dalla luce degli antenati. Insomma, Il Re Leone. Questa però non è animazione: voglio credere che tra leoni le cose accadano con una linearità più semplice, ma la storia dei popoli africani è leggermente diversa. Per esempio: che fine ha fatto quella complessa pluralità di villaggi, tribù, culture radicalmente distinte presenti in tutto il continente africano?

C’è una comunità, un piccolo villaggio di gente indistinta che si spreca per portare in scena tutti gli stereotipi legati a un immaginifico passato regale e austero. La diaspora africana qui è un passaggio di impoverimento: si lascia un continente glorioso per raggiungere una terra blasfema che ha dimenticato i valori degli ancestrali antenati. Difficile non pensare a quelle pagine di storia in cui gli stessi sovrani africani vendevano per pochi soldi i propri sudditi e cittadini ai conquistatori.

Beyoncé si carica da sola del significato centrale dell’epopea: la sua bellezza esaltata dai movimenti sinuosi della danza e dai costumi elegantissimi curati da Zerina Acker sono uno sfoggio di ricchezza e un’esaltazione dell’estetica occidentale, ma applicata al contesto africano sembrano uno strumento per conferire una raffinata dignità a un continente che non può essere tinteggiato, per ragioni commerciali e ideologiche, nella sua forma reale.

Insomma, l’Africa sì, ma che resti Disney. Il risultato è simile a quello di Black Panther, dove si ipotizzava che il massimo miracolo tecnologico raggiungibile da una popolazione africana – il Wakanda – avesse avuto in ogni caso la paglia come tetto degli edifici e un sistema di successione al trono a colpi di mazze e pietre. Qui siamo a un livello successivo: c’è l’invito a riscoprire certi canoni estetici e un sistema di valori che però viene sostituito dall’omologazione estetica del glamour che mette tutti d’accordo e dall’omissione di fatti storici rilevanti, se si vuole raccontare una realtà per quella che è.

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