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“La costellazione del dragone”, i segreti delle Chinatown italiane raccontate da Zhang Changxiao

Federico Falcone

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Lo scrittore cinese Zhang Changxiao (nome d’arte Sean White) è autore del libro appena uscito “La Costellazione del Dragone” (edizioni Piemme), arrivato in libreria durante l’emergenza coronavirus. E attende con ansia di poter presentarlo per provare a combattere la psicosi e i pregiudizi contro i cinesi in Italia. Perciò ha deciso di scrivere al Presidente Sergio Mattarella una lettera che vi anticipiamo.

Questo libro rivela la mentalità, l’amore, la famiglia e lo stile di vita dei cinesi, la loro anima. L’autore Sean White, che ha già pubblicato un best seller in Cina, ci porta a conoscere i cinesi in Italia, il vero cibo cinese, come vivono l’amore e l’amicizia. Se vi sono mai sorte delle domande sui cinesi, se volete soddisfare qualsiasi vostra curiosità, questo libro vi fornirà le risposte che cercate. Un libro che con leggerezza e umorismo riesce a rivelare attraverso gli occhi di un cinese che,vivendovi ha imparato a conoscere il nostro Paese, le differenze e i punti in comune che il popolo italiano e quello cinese, a volte inaspettatamente, hanno.

Si tratta di una sorta di “enciclopedia” del popolo cinese in Italia, in grado di offrire innumerevoli spunti di riflessione e una prospettiva originale su questioni che spesso sfuggono alla nostra comprensione. Cosa succede nella Chinatowns, piccole città racchiuse all’interno di città italiane? Che cosa c’è dietro ai centri di massaggio che sempre più spesso ci capita di vedere? I cinesi mangiano davvero il cane? Perché il lavoro è così importante per loro? E la famiglia che ruolo ha nella vita di un cinese? Nella nostra vita quotidiana ci imbattiamo spesso in stereotipi e giudizi affrettati su tali questioni, ma se provassimo invece a conoscerle davvero? Grazie a “La costellazione del dragone”, adesso è possibile. E da questo incontro tra culture, abbiamo tutto da guadagnare.

“Siamo tutti uguali, indistinguibili. Non facciamo altro che lavorare. Mangiamo i cani. Sputiamo a terra. Parliamo a voce troppo alta o troppo bassa. Non paghiamo le tasse. Non moriamo mai. Non ci vedete nei vostri ospedali, nelle vostre scuole, nei vostri cimiteri. Eppure siamo qui, condividiamo il vostro spazio. Siamo cinesi. I nostri prodotti sono sinonimo di scarsa qualità. Venite da noi quando volete comprare qualcosa che costi poco e valga altrettanto; quando non sapete cosa fare con i vostri telefonini. O quando volete mangiare ravioli. E quello che sapete su di noi è per la maggior parte falso.”

“L’infezione coronavirus si è creata in Cina, ma poteva accadere ovunque e quindi non è giusto affrontarla come un problema cinese. E la psicosi che si è venuta a creare mi fa pensare alla canzone di De André Bocca di Rosa. Tutti demonizzano una donna attraverso i pettegolezzi che passano di bocca in bocca, creando timori e paure. Io capisco il sentimento della paura, ma credo che dietro la paura si celi l’incapacità di capire i cinesi. Un malinteso culturale che vorrei colmare con questo libro. “

Nelle città italiane ci sono delle isole. Non sono zone recintate o chiuse da muri, a volte nemmeno periferiche; non sono riconosciute, nominate o segnate sulle mappe. Ma una volta lì, gradualmente le cose cominciano a cambiare: le insegne in italiano spariscono, le fisionomie dei passanti sembrano diverse, si sentono profumi e suoni nuovi. Sono le Chinatown d’Italia. Il mistero che le avvolge è spesso impenetrabile, e i loro abitanti più anonimi e sconosciuti di qualsiasi altra comunità di immigrati nel nostro Paese.

Con La costellazione del dragone Sean White alza il velo che nasconde ai nostri occhi queste cittadelle, e nel farlo distrugge uno per uno i cliché sui cinesi, e sulla Cina tutta, più diffusi in Italia. I cinesi non sono più, o non sono interamente, un popolo di lavoratori indefessi che sopravvivono con un piatto di riso e dormono in otto nella stessa stanza. Non sono più, o forse non sono mai stati, un popolo che pensa soltanto ai soldi, capace unicamente di copiare le idee altrui. Non saranno mai persone tutte uguali, interscambiabili, fatte in serie. Quello che sono, invece, è un gruppo di persone che si trova a vivere in bilico fra due patrie, due modi di pensare, due identità, due interi mondi. E da questo incontro, in cui si mescolano timidezza e rabbia, frustrazione e desiderio di riconoscimento, alfabeti occidentali e carne di cane, medicina tradizionale e radici, nascono i cinesi di oggi, guidati da una costellazione di valori tutta nuova, fatta di stelle di volta in volta più vicine o più lontane ma che ora, grazie a questo libro, paiono più chiare, luminose, leggibili.

Nell’augurio che il popolo cinese smetta di essere un animale esotico da osservare da lontano e cominci a diventare un vicino comprensibile, forse persino un amico.

Sapete perché i cinesi bevono acqua calda? Che non tutti i popoli mangiano (come siamo soliti pensare) carne di cane? E se lo fanno, perché? Vi siete mai chiesti come fanno a vivere in tanti in una sola casa e il perché di queste scelte scomode? Vi siete mai resi conto che il mondo cinese non è poi così differente, soprattutto dal punto di vista del pensiero e delle tradizioni, dal sud Italia? E perché alcuni di loro scelgono proprio l’Italia, come punto di partenza per una nuova vita, soprattutto lavorativa?

Queste sono solo alcune delle svariate domande che compongono questo libro, una piccola parte di dubbi e di interrogativi che ogni giorno dovrebbero sbocciarci in testa, anche solo per spingerci a capire per davvero la Cina e il suo popolo, mettendo da parte i luoghi comuni e quelle false convinzioni che ci portiamo dietro da sempre. La costellazione del dragone è il volume perfetto per compiere un vero e proprio viaggio verso un popolo, da sempre oggetto di false verità, attraverso usanze e tradizioni, che sono forse le due giuste chiavi per comprendere davvero e appieno questa società in continuo sviluppo e (da) sempre orientata verso il futuro.

Lo stile di “narrazione” è fresco sincero e colloquiale, sembra quasi di ritrovarsi a tu per tu con l’autore, magari in un bar a sorseggiare un tè caldo, affascinati e ammaliati dalle sue parole, che riempiono tanto gli occhi (durante la lettura) quanto il cuore e la mente, arricchendola con nozioni per nulla banali, ma bensì a volte addirittura stupefacenti, proprio perché sconosciute a causa dei luoghi comuni di cui sopra.

Credetemi, una volta iniziato il volume vi ritroverete in una spirale, quella del dragone, fatta di informazioni e curiosità capaci di abbattere ogni stilema, ogni pregiudizio. Lasciatevi trascinare da questo dragone e dalla sua scia di verità, lasciatevi andare e aprite gli occhi e il cuore verso una realtà che ancora oggi percepiamo attraverso filtri errati.

Quando sono arrivato per la prima volta in Italia, ho avuto la fortuna di incontrare la musica di Fabrizio De André, che rappresenta un’icona popolare amata dagli italiani e che spesso ha sostenuto valori universali, con una particolare attenzione verso i soggetti più vulnerabili, un concetto di valori universali simile a quello del rappresentante della letteratura cinese Lu Xun. Ricordo che De André ha più volte espresso, nelle sue canzoni, che bisognerebbe eliminare il pregiudizio e l’ipocrisia e far cadere le maschere. Ad esempio, nella canzone Sally vengono citati gli “zingari”. La maggior parte degli italiani spesso considera gli “zingari” una comunità di ladri. Il protagonista della canzone è un bambino cresciuto in una normale famiglia in Italia. All’inizio del testo Faber canta: «Mia madre mi disse “Non devi giocare con gli zingari nel bosco”», ma il protagonista, una volta cresciuto, sente il desiderio di conoscere il mondo, così si allontana da casa e incontra gli “zingari”. Alla fine del testo scrive: «Dite a mia madre che non tornerò». Il messaggio è che se vogliamo uscire dalla nostra comfort zone e imparare a vivere, dobbiamo essere disposti a superare i pregiudizi. Gli “zingari” della canzone, in realtà, si riferiscono a tutti i gruppi in qualche modo svantaggiati, agli immigrati di tutti i Paesi, agli indiani, ai cinesi e anche agli stessi italiani! Allora, dove sono finiti gli insegnamenti di Fabrizio De André? O forse lo spirito di De André è solo nella bocca, ma non nel cuore?

Biografia e carriera:

Zhang Changxiao, in arte Sean White, è scrittore, critico musicale, mediatore culturale fra Italia e Cina, promotore e organizzatore di eventi. Il suo primo libro, Creuza de Mao, nasce dall’incontro con l’Italia nel 2012: dedicato ai cantautori italiani, è il primo volume del suo genere in Cina e anche il primo a far conoscere la musica di Fabrizio De André nel paese asiatico, dove è diventato un bestseller da 200mila copie, valendogli il soprannome di “Marco Polo della musica italiana”.

Precedentemente professore presso la Shandong University of Arts, oggi Sean White è direttore del Centro interscambio culturale Italia-Cina (ICCX); fondatore della China Week di Milano; organizzatore del Mandorla Music Festival, a cui ha partecipato anche Enrico Ruggeri, Cristiano de Andre”; direttore dell’agenzia di comunicazione Long Morning e fra gli organizzatori del Capodanno cinese in tutta Italia.

Il suo sforzo di mediatore culturale è instancabile: ha organizzato più di 200 eventi in Italia e in Cina, portando in Oriente Eugenio FinardiGiovanni Allevi e numerose star internazionali come Stewart Copeland. L’amore verso la sua patria reale e quella acquisita l’hanno portato a gettare molti ponti fra le due, che gli sono valsi numerosi premi, fra cui il Premio Nazionale G. Falcone e Borsellino nel 2016

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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L’autunno nelle filastrocche di Gianni Rodari: “La castagna”

Antonella Valente

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L’arrivo di ottobre rappresenta una buona occasione per rispolverare i vecchi libri di filastrocche dedicate all’autunno e ai suoi temi più tradizionali. Pochi mesi, come questo, sono in grado di simboleggiare un determinato periodo dell’anno.

Tanti gli autori che hanno messo per iscritto pensieri e rime sui colori dell’autunno, sulle foglie secche, sull’arrivo dei primi freddi e tanto altro. A partire da Ungaretti, Gadda, Pascoli, Quasimodo, Pasternak e non solo.

Abbiamo scelto per voi, in occasione del centenario della sua nascita, una simpatica filastrocca di Gianni Rodari dedicata alle castagne. Nel 2020 infatti il famoso giornalista, pedagogista, nonché poeta e scrittore, specializzato in letteratura per l’infanzia, avrebbe compiuto cento anni.

La castagna

C’è un frutto rotondetto,
di farina ne ha un sacchetto:
se lo mangi non si lagna,
questo frutto è la castagna.
La castagna in acqua cotta
prende il nome di ballotta.
Arrostita e profumata
prende il nome di bruciata.
Se la macino è farina:
dolce, fina, leggerina:
se la impasto che ne faccio?
Un fragrante castagnaccio.

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Cristiano Venturelli presenta il nuovo romanzo “BeatriX”

Un accattivante e misterioso romanzo ambientato a Modena nel 2019; la vicenda si svolge nell’arco di un’unica e cruciale giornata

Michela Moramarco

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Lo scrittore modenese Cristiano Venturelli presenta “BeatriX”, un avvincente thriller soprannaturale

Il romanzo “BeatriX” di Cristiano Venturelli racconta la storia di due donne tanto diverse quanto intimamente vicine, perché condividono il devastante dolore per la perdita di una persona amata. I percorsi di vita di Beatrice e Carla rappresentano simbolicamente l’ardua ricerca dell’essere umano finalizzata alla realizzazione del proprio potenziale. Attraverso il racconto dei loro drammi, l’autore racconta dell’importanza di avere uno scopo che renda possibile vivere piuttosto che essere costretti a provare a sopravvivere.

“BeatriX” di Cristiano Venturelli è un accattivante e misterioso romanzo ambientato a Modena nel 2019; la vicenda si svolge nell’arco di un’unica e cruciale giornata.

L’intrigante storia di Beatrice e Carla è un pretesto per parlare dell’apparente arbitrarietà della vita. Non solo: si affronta anche la tematica dell’ironia che a volte caratterizza la spietata esistenza e che pone importanti domande sul destino dell’uomo. Chi davvero lo governa, come egli possa agire per controllare il suo potere e poi convogliare le proprie energie verso la piena realizzazione di sè e dei propri scopi sono alcuni frammenti di una riflessione molto più ampia.

Ma “BeatriX” è anche un’accattivante allegoria per raccomandare a ciascuno di noi di usare le proprie capacità al servizio degli altri, unico modo per salvare sé stessi.

BIOGRAFIA: Cristiano Venturelli è nato a Modena e vive a Carpi. Al suo attivo ha tre pubblicazioni: la raccolta di poesie “Gocce di speranza” (Self-publishing, 2012), l’antologia di racconti di genere fantascientifico, horror e soprannaturale “Il sospiro del mistero” (Self-publishing, 2019) e il thriller soprannaturale “BeatriX” (VJ Edizioni, 2020). Due dei suoi racconti hanno vinto altrettanti concorsi letterari e sono stati pubblicati in due antologie: “I racconti del Premio Clepsamia 2019” della casa editrice VJ Edizioni e “20 racconti per il 2020” della casa editrice Il Giardino della Cultura.

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Sara, dall’impegno sociale all’amore per la natura. Con i colori delle piante dipinge i muri delle città

Federico Falcone

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Intervista a cura di Domenico Lagozzo

L’impegno sociale, culturale, artistico e fin da giovanissima la presenza attiva nel mondo del volontariato, “tra una terra e l’altra, tra una passione e l’altra”, con tante esperienze significative all’estero, l’università a Trieste e gli Studi in Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori. Sara Scopece, 25 anni, torinese con forti radici meridionali – la mamma Marinella Fammartino è calabrese di Gioiosa Jonica, il papà Mario Scopece è foggiano – nonostante la giovane età, ha già partecipato a tante azioni positive di solidarietà, per l’eliminazione delle disuguaglianze sociali, la difesa dell’ambiente, i diritti delle donne, la promozione della convivenza civile, la tolleranza, il rispetto degli altri.

“La diversità – sostiene Sara – è l’essenza della specie umana, e ha un valore immenso. Non bisogna discriminare né aver paura di ciò che per genere, capacità, orientamento sessuale, colore della pelle o nazionalità è diverso da noi, ma accogliere ogni sfumatura e ringraziare l’opportunità che abbiamo di arricchire la nostra identità e la nostra cultura, con i diversi modi che ognuno ha di vedere e vivere le cose”.

Umiltà e umanità, ogni cosa fatta con passione e amore, vissuta intensamente. “La mia prima esperienza all’estero è stata in Kenya, a 19 anni, grazie all’associazione ”Impegnarsi Serve”. Ogni anno alcuni volontari di quest’associazione vanno a visitare e conoscere alcune tra le realtà più bisognose dell’Africa e del Sud America. Nasce un progetto concreto di aiuti rispondenti ai reali bisogni della popolazione. Ritornati in Italia, si passa alla fase operativa e, per procurarsi i finanziamenti opportuni, ci si impegna nella realizzazione di eventi, campagne di sensibilizzazione, vendita di prodotti dell’artigianato locale e tante altre attività collaterali”.

Cosa l’ha maggiormente colpita incontrando la realtà del Kenya?

“Rendermi conto di quanto siano numerose le cose che diamo per scontate, dalle più semplici alle più importanti. Mi ha affascinato trovare la bellezza nella diversità, e poi mi ha colpito, in modo molto violento, sapere che non abbiamo tutti gli stessi diritti ad essere diversi. Che la meritocrazia non esiste, che siamo solo molto fortunati ad essere dove siamo, che per la gente è molto difficile capire ed empatizzare per davvero con una realtà che non conosce, che non sono le informazioni a mancare ma il desiderio genuino che le cose cambino. Mi ha colpito scoprire quante sfumature diverse possano avere i colori, i profumi, i sorrisi, e poi mi ha colpito un grande senso di impotenza per non poter eliminare le disuguaglianze sociali e di tristezza nel comprendere che siano state create a proposito”.

Sara illustratrice, artista e scrittrice, è tra le undici “Viandanti di inchiostro”, autrici del volume “Venti di parole” (InRiga Edizioni), una raccolta di racconti al femminile “giovani autrici emergenti accomunate dalla passione per la letteratura in tutte le sue forme, che si sono unite per dare vita al loro sogno di bambine, che scrivono perché la loro voce fatta di parole possa alzarsi nel vento”. E nel post di “Viandanti d’inchiostro” su Sara Scopece, leggiamo: “Mettete una canzone anni ’60, e se i vostri piedi inizieranno a muoversi a ritmo africano, con la passione dell’Argentina, e i profumi speziati dell’India, allora avrete colto il personaggio.

Sara Scopece è così, in costante movimento tra una terra e l’altra, tra una passione e l’altra, affascinata dagli ossimori, dai dettagli, dagli elefanti. Concentrata sul positivo di questa realtà cruda, ama la natura e crede nei colori, ben consapevole dell’importanza di ogni singola tonalità, ogni singola emozione, perché tutto stia in equilibrio”.

Una giovane in continuo movimento, è proprio così Sara. “Al momento sto cercando di costruire la mia vita come artista nomade, spostandomi di volta in volta alla scoperta di nuove culture, dove la convivenza possa avvenire grazie allo scambio di attività e capacità invece che di denaro”. E ricorda: “Ho iniziato a dipingere pareti due anni fa quando mi sono resa conto di quanto mi piacesse l’idea di restituire un po’ di colore alle città sempre più ingrigite dal cemento e di potersi imbattere in un’opera anche senza averla cercata. Mi sembra in questo modo di poter rendere l’arte un po’ più accessibile a tutti, e con la speranza sempre presente di riuscire a trasmettere qualche messaggio e qualche emozione”.

Quale è il genere che maggiormente preferisce?

“Amo tutto ciò che richiama la natura, specialmente le piante, con i loro colori e la loro diversità. Mi piace pensare che la gente ci si ritrovi, e non si dimentichi che ne facciamo parte anche noi”.

Tanta creatività. Sara dipinge e si fa anche dipingere il corpo come “tela umana”. Su Facebook pubblica le foto di Bardonecchia, dove ha posato come modella al “Primo Body Painting Contest”. La zia Teresa Scopece su Facebook la definisce “Unica”, mentre l’amica Michelle Grattan esclama: “Oh mio Dio!!!! Sei incredibile”.

Qual è stato il messaggio che ha voluto trasmettere con la partecipazione alla manifestazione della Pro Loco di Bardonecchia, con altre belle modelle e brave artiste?

“Volevo e vorrei continuare a trasmettere che mostrare le nostre parti intime non è un atto osceno, né ha niente a che vedere con la sessualità. Ogni parte di noi è frutto della natura e per questo dovrebbe essere priva di qualsiasi connotazione sociale e di imbarazzo nel mostrarla. Siamo pezzi d’arte viventi anche quando non abbiamo pittura od ornamenti addosso”.

E quale significato attribuisce al body painting?

“Mi piace come il corpo possa diventare veicolo di messaggi sociali o essere semplicemente uno strumento di rappresentazione artistica”.

Cosa l’ha spinta ad avvicinarsi alla “pittura del corpo”?

“È nato tutto un po’ per gioco tanti anni fa, in cui stavo cercando di riprodurre su me stessa una campagna contro il commercio delle pelli d’animale usando lo slogan ”animal prints, not animal skins”. Mi ha affascinato fin da subito la connessione che si crea tra la pelle e il colore, tra il pennello e i lineamenti del corpo. E poi i bambini, amo moltissimo l’entusiasmo e le impersonificazioni dei bimbi quando vengono pitturati. Così è come mi sento anch’io”.

Da artista a modella. Arte e pazienza. Quanto tempo hanno impiegato le artiste Ilaria Fumarola, bodyart e Nevia Nariscoma, keupartist, per dipingere il suo corpo?

“Circa sei ore continuative”.

Ci può descrivere la “tela umana” con lei protagonista?

“Il tema della competizione “sempliceMENTE”, è stato sviluppato dalle mie artiste rappresentando i vantaggi e gli svantaggi delle nuove e vecchie tecnologie, e sottolineando l’importanza di imparare dal passato per non incorrere in un’involuzione della specie. Infatti, per un uso responsabile delle tecnologie, rappresentate dal lucchetto blu sul retro, è necessaria la complementarietà con gli insegnamenti del passato, rappresentato dalla chiave beige sul retro”.

E quello che apprezza maggiormente del “dipinto” è “l’adattabilità dei soggetti scelti alle forme del corpo, che combaciano in un’armonia perfetta”. Ha scritto su Facebook: “Penso che l’arte sia la bellezza di per sé, e che ogni sua forma e sfumatura abbia un valore inestimabile, così come inestimabili sono le emozioni che genera”.

E a Bardonecchia qual è stata la più grande emozione che ha provato?

“Sentirmi libera e leggera e allo stesso tempo portatrice di un grande messaggio e lavoro. E che le persone si fermassero incuriosite e meravigliate a guardarmi e a capire cosa rappresentassi”.

Il coraggio, l’intelligenza, le idee, le rinnovate azioni positive e la saggezza di vivere attivamente il presente, sapendo progettare il futuro e affrontando anche le nuove sfide con la cultura e l’ottimismo della volontà. Buon cammino Sara!

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