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La Casa delle Antiche Scatole di Latta: a Gerano la “dolce” storia d’Italia

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A pochi chilometri da Roma, tra i verdi boschi di castagni, la valle del Giovenzano e quella dell’Aniene, troviamo Gerano: un antico borgo che sorge alle propaggini del territorio dei Monti Ruffi.

Il Natale porta alla mente il ricordo di antichi mestieri, di botteghe storiche e di tradizioni ormai dimenticate o che vanno scomparendo. Se però esiste un luogo dove la memoria e la tradizione di una comunità sono tutt’ora ben radicate, quello è proprio Gerano.

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Oltre ai consueti mercatini natalizi e alle dozzine di presepi in bella mostra nelle cantine del paese, aperte e addobbate per l’occasione, troviamo un’iniziativa unica nel suo genere. L’11 novembre 2000 nasce nel centro storico del paese “La Casa delle Scatole di Latta”: una mostra permanente, interamente dedicata alle scatole di latta di prodotti per lo più dolciari, quali cacao, biscotti e caramelle e che accompagna il visitatore attraverso la storia d’Italia.

La collezione è composta da più di mille pezzi litografati e di fabbricazione italiana che, da fine ’800 agli anni ’50 del secolo scorso, raccontano la trasformazione del Belpaese e ne valorizzano la cultura. Dall’Italia dei grandi illustratori al periodo monarchico, passando per quello fascista fino al boom economico, è possibile percorrere un dolce viaggio anche grazie all’’atmosfera che si respira all’interno del Museo e ai racconti della curatrice della mostra.

L’articolo è disponibile anche sull’app MyZona

Ad aprirci le porte del museo più goloso d’Italia, è infatti Marina Durand De La Penne: ideatrice e curatrice del museo permanente nonché nipote di Luigi Durand De La Penne, pluridecorato Ammiraglio e politico italiano, che prestò servizio come palombaro della Regia Marina durante la Seconda Guerra Mondiale. Marina ha risposto con garbo e cortesia alle domande di The Walk of Fame.

Come e quando nasce l’idea di collezionare scatole di latta? E come sei arrivata alla decisione di dedicare addirittura un museo ad un aspetto così particolare e importante del nostro paese?

Ho iniziato la collezione più di quarant’anni fa, grazie ad un dono. La prima scatola, infatti, mi fu regalata e il Museo stesso è intitolato alla “Nonnina” che fu autrice di quell’omaggio. Nel periodo in cui vivevo a Milano, ho avuto modo di recuperarne diverse visto che molte provengono da aziende del Nord Italia. Parliamo di scatole che vanno da metà ‘800 fino agli anni ’50 e, in quel periodo, il grosso della produzione aveva sede nelle città più ricche del paese, quindi proprio al nord. Una volta trasferitami a Roma, poi, ho attinto da quelle che già possedevo e ho iniziato a condividere questa mia passione con gli altri. Ho preferito, però, avere un luogo a sé in cui esporle e quindi ho acquistato i locali, li ho ristrutturati e ho creato il museo che, tra le altre cose, quest’anno ha compiuto 20 anni!

Qual è il pezzo più pregiato della collezione? E come alimenti la collezione?

Ce ne sono diversi. Consideriamo che, generalmente, un pezzo può essere pregiato da un punto di vista collezionistico, in quanto di difficile reperibilità. Molto dipende anche dallo stato di conservazione in cui si trovano le scatole. Tra quelle che hanno un “buon valore” troviamo i grossi “lattoni” dei biscotti sfusi. Ce n’è uno, ad esempio, risalente agli anni ’30 e firmato da Marcello Dudovich, la mia preferita è quella che ho utilizzato anche per la carta intestata e che raffigura una bimba coi riccioli. Non dimentichiamo, però, che per un collezionista quella più importante è sempre quella che gli manca… Anche se sono oggetti poveri, le scatole possono essere un qualcosa che vediamo passare una volta nella vita, per poi riapparire dopo 30 anni. Ora non vado più per mercatini come all’inizio ma acquisto molto su internet e da altri collezionisti. In genere mi dedico comunque a mostre a tema come “Il cioccolato nella Grande Guerra” o “La storia d’Italia raccontata attraverso le aziende dolciarie”. Faccio ricerche sempre più mirate. La cosa bella è che spesso mi vengono donate: capita di scendere in paese e che venga fermata perché qualcuno vuole farmi dono di alcuni pezzi. Tutte le scatole hanno una loro storia.

Come si mantiene viva una tradizione come quella delle scatole di latta, in un’era digitale dove si tende ad avere sempre meno supporti fisici a disposizione? Non è una particolarità che va scomparendo quella delle scatole?

Non è del tutto vero, poiché la scatola nasce ed ha una sua funzione. In campo alimentare, ad esempio, preserva alimenti come biscotti, polveri, cacao dall’umido e, inizialmente, veniva proprio utilizzata per salvaguardare questi prodotti. Parliamo di un foglio di ferro che viene bagnato nello stagno, e che a sua volta, preserva dal cattivo odore e da tutto quello che potrebbe danneggiare gli alimenti. Al giorno d’oggi di biscotti se ne mangiano talmente tanti che non è più giustificato un investimento, da parte di un’azienda, in una scatola di latta per un biscotto quotidiano.

Sempre in ambito alimentare vengono utilizzate per i panettoni, i pandori o quei prodotti dove può esserci anche del rincaro. Poi invece ci sono quei prodotti che continuano forzatamente con la latta: i pelati, le alici, il tonno ecc. Proprio perché è un imballo leggero, solido, e soprattutto riciclabile, manterrà la sua funzione. Inoltre sono elementi decorativi e con la stampa litografica si possono creare gran belle scatole anche al giorno d’oggi.

È interessante anche rivivere la storia del nostro paese. Ci sono le scatole storiche, quelle degli anni ’30 raffiguranti pettinature, mode o abbigliamenti. È possibile notare come siano cambiati anche i messaggi che le aziende lanciavano. Durante la guerra, dove c’era la fame, i biscotti erano definiti “digestivi” o “super nutritivi”. Ad oggi diventano “dietetici”, “sani”, “senza zuccheri aggiunti”. È cambiata la comunicazione. Sulle scatole di fine ‘800 c’erano le immagini dei primi stabilimenti italiani, l’orgoglio di mostrare l’industrializzazione di un Paese che lavorava giorno e notte. Al giorno di oggi, invece, la comunicazione ci riporta a un prodotto genuino, realizzato con ingredienti naturali e in aperta campagna. Non nelle fabbriche: proprio a sottolineare la semplicità e la genuinità del prodotto.

Ci sono degli aiuti o dei finanziamenti che possono aiutarti a tenere in piedi questa attività?

Non moltissimi e la burocrazia è molto serrata. Il museo nasce dal mio lavoro, ho preso i locali, li ho restaurati e l’ho allestito. Due anni fa ero entrata tra i musei dell’Organizzazione Museale Regionale che è una cosa importante anche nella nostra zona. Ho avuto sicuramente aiuti dai Comuni; ma non è sempre facile.

La Casa delle Scatole di Latta rappresenta un nodo tra la tradizione e la memoria collettiva di una comunità. In che modo questi elementi sono utili, oggi, per rafforzare il senso di appartenenza?

Il senso di appartenenza è molto importante, così come il conservare e ritrovare la memoria. Ho delle scatole che magari son più nuove o meno importanti dal punto di vista collezionistico, ma che trasmettono comunque forti emozioni, soprattutto ai visitatori di una certa età. La scatola Mellin o il cofanetto Sperlari, ad esempio. La cosa bella è proprio questa: è un piccolo museo che può comunque emozionare. Ho organizzato questa mostra sulle “Scatole dei Desideri”, dove ogni visitatore mette i propri desideri, e quindi un pezzo di sé, all’interno delle scatole. Ma ancor più che la tradizione locale, il museo riprende quella italiana nel suo complesso. Anche se io ho origini francesi, ci tenevo a collezionare proprio quelle italiane: in Europa ce ne sono di meravigliosa, da quelle francesi a quelle inglesi, e quelle italiane sono troppo spesso considerate come le Cenerentole d’Europa.

Per visitare il museo:

IndirizzoVia del Palazzo, 8 – 00025, Gerano (RM)

E-mailscatolemarina@hotmail.com

Linkwww.casadellescatole.org

Ha visto cose che voi umani non potreste immaginarvi, gli piace l’odore dei maccaroni al mattino e la sera non va a letto presto. Pensa in fretta quindi parla in fretta, dal Daily Planet a The Walk of Fame, per un’offerta che non poteva rifiutare e la vita è una questione di riflessi. Ogni tanto dà la cera e toglie la cera ma nessuno può chiamarlo fifone. È un bravo ragazzo, beve Martini agitato, non mescolato e la vanità è decisamente il suo peccato preferito.

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Madame, il tweet riaccende la polemica sul divismo

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Madame divismo ian curtis

Il tweet della discordia mette al centro delle polemiche la 19enne cantante veneta Madame.

“Se non hai ascoltato il disco o se non hai preso il cd o il biglietto o se non sai di che parlo, se non hai fatto nulla per me non farmi alzare mentre mangio per una foto. Perché io sono Madame 24 h solo per chi mi usa per la musica, per il resto sono una scorbutica veneta 19 yo”.

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I fans, ovviamente, non l’hanno presa bene. Tra i commenti più emblematici c’è quello di un utente che scrive “io ho fatto qualcosa per te, cara Madame, ho pagato il canone Rai per permetterti di esibirti”. Il che riporta a un assunto vecchio quanto l’idea dell’essere divo. Senza pubblico l’idolo non sarebbe tale.

Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma anni ’80 e simbolo dell’anti-divo, una volta disse che “non dovete ringrazirmi, sono io che sono grato a voi. A fine partita lasciate che sia io a battervi le mani”.

Altri tempi, altri uomini, altro mondo. Non per forza migliore.

MADAME, TRA DIVISMO E INTIMITÀ VIOLATA

Quanto scatenato da Madame fornisce l’opportunità per affrontare un tema che oggi è sempre più in auge. Soprattutto nel mondo della musica, dove un ottimo profilo Instagram rende più che un testo o una melodia accattivante. Ma cosa è il divismo? É un fenomeno nato ad inizio del ‘900 con l’affermarsi dei primi attori del cinema. Piano piano si è ampliato a qualsiasi altra forma d’arte e soprattutto verso personaggi famosi. Probabilmente nato in Italia negli anni dieci si è poi sviluppato soprattutto a Hollywood.

Consisteva nel “divinizzare” quelli che oggi sono chiamati VIP. Nell’identificarsi nel loro modo di essere. Nelle tendenze che influenzano.

Il gossip, la sete del pubblico di avere informazioni personali dei loro idoli. Tutte cose che rendono (teoricamente) questi personaggi al di sopra dei “very normal people”. La celebrità ha uno scotto. La perdita, o quasi, della propria intimità. E se fino all’avvento dei social questo era dovuto ai paparazzi o a fans troppo invadenti precursori degli stalker, ora sono gli stessi “divi” a rendere pubblico ogni attimo della loro vita.

Tutto gira intorno all’apparire. Più likes e followers si hanno, maggiore è la dose di fama a cui si è sottoposti.

Il successo, il bagno di folla sono qualcosa che gli attori, i cantanti, i personaggi del mondo dello spettacolo in generale, ricercano. La ricerca dell’applauso è oggi sostituita dal puntare a un “mi piace”. Checché se ne dica è difficile pensare al disinteressa per la gloria. Per l’essere riconosciuti in pubblico. Quantomeno agli esordi della propria carriera. Perché è lecito che, anni e anni dopo il raggiungimento del successo, si voglia (e pretenda) maggiore riservatezza e tranquillità.

Ma senza dimenticare che senza pubblico, senza i fans che richiedono un autografo o una foto, il divo non sarebbe tale. L’esempio sono tutte quelle meteore, molte delle quali nel mondo della musica, rimasti per poco tempo sulla cresta dell’onda, salvo poi sparire e ritrovarsi a cantare nelle sagre di piccoli paesi. Non che ci sia nulla di male. Ma sarebbe stupido non ammettere che passare dal fare un concerto all’Olimpico di Roma al suonare in piazza in un paesino di 300 anime non sia degradante per un artista.

Il divismo è qualcosa che facilmente porta dalle stelle alle stalle. Personaggi come Marilyn Monroe, Kurt Cobain, Ian Curtis sono tra le celebrità più famose ad essersi suicidate. Nonostante la fama, la depressione ebbe la meglio. Probabilmente il troppo successo, l’essere sempre al centro delle attenzioni e visti come “divi”, ha spostato la luce dei riflettori dai problemi di queste persone.

Alla gloria va pagato questo prezzo. Al pubblico non interessano i problemi. L’idolo lo si vuole sempre sorridente e disponibile. Schiavi di quella vecchia (e sbagliata) idea secondo cui “il cliente ha sempre ragione”. Il fan si vede così. Consumatore di un prodotto. Composto dalle performance del vip e della sua intimità. Ignorando talvolta di avere davanti una persona come lui.

L’amore per il divo, la divinizzazione del personaggio celebre, è anche rischioso dunque. John Lennon insegna. Ma la gratitudine per chi, con il proprio sostegno disinteressato anche solo per una canzone e per una discografia (filmografia, bibliografia ecc.) scarna, non va mai dimenticata. Né disprezzata.

Esistono le buone maniere, certo. E se si ricerca un po’ di riservatezza, in un mondo dove l’apparire ha reso possibile che una cantante di 19 anni venga riconosciuta al ristorante, di certo non è scrivendolo su un social che la si può raggiungere.

Madame non è ovviamente né la prima né l’ultima a infastidirsi per un fan troppo invadente. E la sua risposta alle critiche non è tardata ad arrivare. La cantante ha sottolineato come lei sia Madame solo per chi è veramente un fan. Come se il suo personaggio sparisse una volta scesa dal palco (o spenti i social). E che nonostante ciò ha concesso la foto mentre era a cena con la sua famiglia.

La nuova fase dell’essere un divo passa per il divismo a ore. D’altronde in un mondo di dissing preparati e di scoop inventanti, non è così strano che anche un cantante sia un attore.

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Valentina Tereškova: la storia della prima donna a viaggiare nello spazio

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«This is Ground Control to Major Tom
You’ve really made the grade
»

Così cantava nel 1969 David Bowie nel celebre brano Space Oddity. Il viaggio nello spazio, l’astronauta che ce l’ha fatta. L’impresa finalmente riuscita. Ed è proprio con queste parole che vogliamo ricordare il 16 giugno di 58 anni fa, quando una giovanissima ed allora sconosciuta Valentina Vladimirovna Tereškova divenne la prima donna ad essere mandata nello spazio. Una missione che all’epoca fu di vitale importanza: da un lato aumentò il prestigio dell’URSS nei confronti degli USA, dall’altro ebbe un impatto culturale notevole. Chi avrebbe mai detto, nel 1963, che una donna, il cui stereotipo la vedeva in casa ad accudire i figli, potesse essere capace di un’impresa simile? In un periodo storico come quello che stiamo vivendo nel quale la parità di diritti tra i sessi e la libertà generale dell’individuo sono temi all’ordine del giorno, una storia del genere è più che attuale.

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Ma, come ogni racconto che si rispetti, la verità sta sempre nel mezzo. Non è un segreto che durante la guerra fredda la propaganda dei due blocchi controllasse ogni singolo aspetto della vita. Tutto era finalizzato all’accrescere il prestigio e l’egemonia. Eventi anche banali venivano spacciati come imprese; di contro incidenti e fallimenti subivano una damnatio memoriae. Ricostruiamo quindi la vera storia di Valentina Tereškova.

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La futura Miss Universo (così venne ribattezzata), nacque da una famiglia bielorussa nel 1937 a Jaroslavl, sul fiume Volga. Fin da subito Valentina Tereškova mostrava un certo interesse per il paracadutismo, forte anche della sua ammirazione per Jurij Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio. Diversi furono i tenativi della ragazza per cercare di entrare nell’accademia per cosmonauti ed uscire da quella monotona vita rurale fatta di lavoro in fabbrica e miseri guadagni. La svolta per la giovane arrivò a 25 anni, ossia nel 1962, quando la ragazza riuscì finalmente a passare l’esame di assunzione per il primo gruppo di donne cosmonaute. Il programma sovietico selezionò ben 4 candidate su 1000, tra cui la nostra protagonista. Per Valentina Tereškova non era che l’inizio di un percorso che la porterà ad essere conosciuta in tutto il mondo.

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Gli addestramenti durarono un anno. La ragazza risultò la più idonea per l’imminente lancio, a soli due anni di distanza dall’eroica impresa di Gagarin. Così come il suo idolo, la Tereškova partì per lo spazio il 16 giugno 1963 dal cosmodromo di Bajkonur, la più vecchia base di lancio al mondo. Una missione di ben 3 giorni ed un totale di 49 orbite terrestri. Ma, come dicevamo all’inizio, la verità sta nel mezzo. Se da un lato Valentina Tereškova riportò a casa un successo clamoroso, dall’altro l’operazione fu tutt’altro che perfetta. A bordo della navicella Vostok, la stessa usata da Gagarin, la nostra “gabbianella” (nome datole dal progettista dei razzi Sergej Korolev) riscontò alcuni problemi.

«Mi accorsi che la navicella si stava allontanando dalla traiettoria calcolataracconta grazie al continuo scambio di dati con il centro di controllo, però, riuscimmo a risolvere il problema. Il volo della “gabbianella”, come mi chiamava Sergej Korolev, dando così il nome in codice per le comunicazioni radio alla missione, poté così proseguire con regolarità». Inoltre c’era da fare i conti con l’assenza di gravità. Tanto che, come ella stessa ricorda scherzosamente, dovette incastrare le braccia nella cintura mentre dormiva, così da evitare che queste fluttuassero nell’abitacolo. Per non parlare del cibo nei tubetti simili a quelli del dentifricio.

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Ma facciamo un salto indietro di due giorni. Avete presente quando siete in macchina e da lontano scorgete qualcuno che conoscete alla guida e lo salutate? Quante volte vi sarà capitato? centinaia, migliaia di volte. Immaginate una situazione simile, ma nello spazio! È ciò che avvenne tra Valentina Tereškova della missione Vostok 6 e Valerij Fëdorovič Bykovskij della Vostok 5. Quest’ultimo venne lanciato in orbita il 14 febbraio 1963 con l’intento di restare nello spazio circa 8 giorni. Tuttavia il razzo della navicella ebbe un guasto e la spinta non gli permise di raggiungere la quota prestabilita. Cosa che costrinse l’astronauta ad anticipare il rientro dopo soli due giorni. Durante l’operazione le due navicelle si incontrarono ad una distanza di 5km l’una dall’altra (a quanto pare non è stata una casualità ma tutto frutto di precisi calcoli da terra). «Ehi, gabbianella, mi senti?» diceva Bikovskij. «Sì, perfettamente» rispondeva lei. Così, come due amici che scambiano due chiacchiere mentre sono fermi al semaforo in attesa di ripartire…

Comunque sia, il rientro di Valentina avvenne senza intoppi, esattamente alle alle ore 08:20 del 19 giugno nella steppa kazaka da cui era partita. Lì alcuni contadini, stupiti nel vedere quella strana scatola metallica scendere dal cielo, la aiutarono a liberarsi delle imbracature. In quell’occasione una donna le chiese: «hai incontrato Dio?».

La storia della nostra eroina si concluse con grandi onorificienze e riconoscimenti non solo dall’Unione Sovietica (le dedicarono anche un francobollo), ma da tutto il mondo. Ecco la vera Miss Universo, così titolavano i giornali alla notizia. Non solo un esempio di coraggio e determinazione, ma anche e soprattutto un simbolo. Il viaggio di Valentina Tereškova rappresentò, soprattutto considerando il periodo storico, la rivincita del mondo femminile. Lo schiaffo in faccia ad una società fin troppo patriarcale. La prova tangibile che anche una donna è in grado di arrivare fin sopra il cielo e di tornare sana e salva.

«Chiunque abbia passato un po’ di tempo nello spazio lo amerà per il resto della vita. Io ho raggiunto il mio sogno di gioventù nel cielo»

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Libertà di espressione nel 2021: quando giornalisti e docenti sono perquisiti per un tweet di troppo

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In queste settimane dove il significato e l’uso delle parole sono al centro di numerose discussioni, proprio chi con le parole ci lavora è stato investito da un uragano.

Si tratta in particolare di Francesca Totolo, giornalista, e del professore universitario Marco Gervason. I due, infatti, rientrano tra gli 11 indagati e sottoposti a perquisizioni nelle proprie abitazioni da parte dei Ros. Il motivo è l’inchiesta dei pm romani Eugenio Albamonte e Gianfederica Dito, coordinati dal procuratore Michele Prestipino, per i reati di offesa all’onore e al prestigio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e per istigazione a delinquere.

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Senza entrare nel merito della questione dei post pubblicati su alcuni social network, la questione che si pone è un’altra. Laddove si grida ai quattro venti la libertà di espressione e di stampa, è giusto colpire con un atto del genere professionisti e non, per avere espresso (tralasciando la forma più o meno edulcorata) la propria opinione?

Entra ovviamente in gioco l’etica professionale, la deontologia. Così come il buon gusto e la capacità di esprimere dissenso pur senza scadere nel becero insulto. Ma ognuno è libero di esporre le proprie idee (anche se a tutto c’è un limite, come ad esempio l’apologia di determinati comportamenti e minacce) senza dover temere una censura.

I post passati al vaglio sarebbero infatti relativi al modus operandi del governo, in particolare di Mattarella, nel fronteggiare la pandemia.  È stata rilevata la diffusione nel web di numerosi post offensivi nei confronti del Capo dello Stato che, stando a quanto scrivono i carabinieri del Ros, sembrano rientrare in un attacco elaborato verso le più alte Istituzioni del Paese. Le perquisizioni fanno parte di un’indagine che la Procura di Roma sta svolgendo da tempo con il Ros, che già nello scorso agosto ha eseguito analogo provvedimento nei confronti un 46enne residente nella provincia di Lecce, molto attivo su Twitter.

In questo caso, da destra a sinistra, si sono levate alcune parole di solidarietà con gli indagati. Se da una parte Vittorio Feltri ha così commentato “Giù le mani da Gervasoni che è un ottimo professore ed eccellente editorialista con l’unico vizio di non essere di sinistra”, dall’altra Piero Sansonetti tuona “Mi sembra molto improbabile che Gervasoni organizzi minacce a Mattarella, ma mi sembra anche molto curioso che si debba fare un’inchiesta su messaggi contro Mattarella: contro Mattarella dici quello che vuoi, in una società libera si può dire quello che si vuole. Una ‘campagna d’odio contro Mattarella’ è un concetto ridicolo. Il reato di vilipendio al presidente della Repubblica è il reato più ridicolo che esista in un qualunque codice penale. Bisognerebbe spiegare a questi che siamo nel 2021, ma non sarà facile”.

In uno Stato in cui si critica il governo russo per aver arrestato giornalisti organizzatori di manifestazioni non autorizzate per 3 settimane, sembra paradossale che non ci sia stata un’alzata di scudi contro una perquisizione all’alba per alcuni tweet politicamente scorretti. Ammesso e non concesso, non è dato sapere infatti esattamente cosa viene contestato agli indagati, che le parole usate siano state effettivamente sopra le righe, il trattamento riservatogli appare più adatto a dei terroristi che a dei giornalisti e professori.

Se la libertà di parola è un diritto riconosciuto e sacrosanto in questo caso si rischia una deriva autocensoria. Si può dire di tutto, ma è meglio non dirlo? Questa sarebbe la più grande sconfitta per qualsiasi Stato si dica democratico. 

Per citare Nanni Moretti “le parole sono importanti” (tra l’altro lo schiaffo che riservò alla giornalista in quel film oggi gli costerebbe la gogna mediatica per settimane nonché il boicottaggio della pellicola). Sono importanti è vero. Come è vero che è importante anche chi le dice. La pericolosità di una persona non la fanno certamente 150 caratteri battuti su un social. Né tantomeno qualche like a pagine più o meno discutibili. Ciò che invece è pericoloso è la censura delle idee. La legge è uguale per tutti. Ma alcuni sembrano essere più uguali degli altri.

Un personaggio pubblico e il cui operato è sempre oggetto di analisi e critiche deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Conscio, tra l’altro, del pensiero altrui che potrebbe differire dal suo. La psico-polizia del nucleo anti-odio online sembra richiamare i “pompieri” di Bradbury. O ancor di più “I love radio rock” (The boat that rocked). Il film del 2009 sulle radio pirata degli anni ‘60 costrette a trasmettere a largo del mare della Gran Bretagna. In quel caso il ministro Sir Alistair Dormandy affida al segretario Pirlott l’incarico di ostacolare le trasmissioni delle stazioni pirata, in particolar modo di Radio Rock. L’ottusità, la chiusura mentale verso ciò che è diverso portò il governo ad una battaglia contro queste trasmissioni. Salvo poi doversi scontrare con la solidarietà della popolazione inglese accorsa a salvare i propri paladini del rock.

La massima affibbiata a Voltaire passata alla storia (in realtà fu scritta da Evelyn Beatrice Hall in The Friends of Voltaire del 1906), rivenduta a iosa dai creatori di immagini per i 50enni di Facebook, “non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita affinché tu possa dirlo”, in questo caso viene sminuita. Uno dei capisaldi su cui si fonda lo Stato viene meno. La Libertà, in questo caso di pensiero e di parola, perde di credibilità. Come se fosse qualcosa da conquistare e non un diritto.

In un mondo dove si tende ad equiparare tutto, all’inclusività, un atto censorio, quasi intimidatorio, del genere pone troppi paletti ad una realtà, come quella giornalistica, che vive di analisi e critiche dell’attualità e di ciò che la circonda. Il silenzio è d’oro quando spontaneo. Non quando imposto.

Photo by Kristina Flour on Unsplash

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