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L’Epifania tutte le feste le porta via…

Licia De Vito

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Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio una vecchia signora col naso adunco e vestita di stracci vola sulle città per portare dolci ai bambini buoni e aglio e carbone a quelli cattivi. Ma dove nasce la storia della Befana? Dove si festeggia e perché è così famosa in Italia?

Le origini

Il nome Befana sarebbe una corruzione lessicale del termie greco “epifana” che significa “manifestazione, apparizione” e che specificatamente nella tradizione cattolica si riferisce alla manifestazione di Gesù ai Re Magi (leggi sotto).

La parola fu trasformata prima in “bifanìa” e poi in “Beffania” per ricordare la Strega di Beffania che nella tradizione medievale volava sui tetti delle case proprio nella notte del 6 gennaio. Anche se una curiosità sull’iconografia rivela che al contrario delle streghe, la befana vola sì su una scopa ma lo fa tenendo la saggina davanti.

I racconti su questa vecchina volante sono tantissimi e la storia delle sue origini si perde nei meandri del tempo fino ad arrivare, come sempre accade, ai rituali pagani per il solstizio d’inverno. Tutto si lega i particolare alla figura della Natura e delle dee madri portatrici di fertilità per l’anno a venire. Frigg, Holla e Berchta per le culture del nord Europa, Diana, Abùndia, Satìa per i romani, convinti che nelle dodici notti dopo il solstizio, una pero ognuno deidodici mesi del calendario romano, alcune figure femminili volassero sui campi coltivati per propiziare la fertilità dei futuri raccolti.

Col passare dei secoli queste donne giovani e fertili cedettero il posto a una più anziana e raggrinzita, personificazione dell’anno vecchio e ormai passato, soprattutto dopo l’avvento del cristianesimo quando i miti pagani si mischiarono con i racconti del vangelo. Secondo le Scritture infatti, i tre Re Magi chiesero indicazioni a una vecchia signora lungo il cammino per raggiungere la mangiatoia dove Gesù era appena nato. L’ anziana venne in loro aiuto indicando la strada ma si rifiutò di seguirli fino alla loro destinazione. Subito dopo però, comprendendo di aver perso l’occasione di recarsi dal Salvatore tentò in vano di raggiungere i re. La leggenda narra che questa donna bussa portando doni ad ogni casa dove ci sia un neonato sperando di incontrare il piccolo Gesù.

La Befana in Italia

Nel nostro Bel Paese la befana è una festività molto più sentita che nel resto del modo. Le origini legate alla tradizione romana e poi cattolica si uniscono alla celebrità che la festa raggiuse durante il Fascismo, quando divenne un’occasione ufficiale per consegnare regali ai figli dei nuclei familiari più poveri. In tutta Italia il 6 gennaio le piazze si riempiono di eventi folcloristici in onore della benevola vecchia signora.

Una delle più famose befane italiane è quella capitolina di Piazza Navona. Già nel 1800 i romani la festeggiavano con spettacoli grotteschi, giochi e dolcetti a piazza Sant’Eustachio vicino al Pantheon. Dopo l’Unità d’Italia  la festa fu spostata in piazza Navona che all’epoca già ospitava un mercato rionale. A Napoli si assiste al tradizionale volo della nonnina su Piazza del Plebiscito, così come a Pistoia, dove la Befana plana in piazza scendendo direttamente dalla torre del campanile. A Venezia le si dedica una grande regata di gondole guidate proprio da befane.

A Firenze i Re Magi si trovano a cavallo alla testa di un lungo corteo in maschera che termina in Piazza Duomo con l’offerta di doni al bambinello. In Friuli la tradizione vuole che ardano i cosiddetti “Panevin”: dei falò su cui si usa bruciare una pupazza rappresentante una vecchia. In base alla direzione del fumo si capirà l’andamento fortunato o meno dell’anno che verrà. Idem a Verona dove in Piazza Brà, si svolge il tradizionale “Rogo della Vecia”. Ancora a Urbania, nelle Marche, si celebra addirittura la festa nazionale della Befana e in provincia di Grosseto insieme alla nonnina si trovano i Befani! Insomma, ce n’è una davvero in ogni città.

La Befana in Europa

In Irlanda, la festa dei Re Magi, il 6 gennaio, è detta “Little Christmas” e oltre a salutare il natale ci si dedicava completamente alle donne che in passato costrette sempre in casa a badare alla famiglia, durante questa giornata potevano finalmente riposare e uscire. Nel Regno Unito viene servita una torta speciale chiamata la “Twelfth Night Cake”. All’interno del dolce viene nascosto un seme di fagiolo o di pisello, le persone che lo trovano vengono incoronate il re o la regina della festa.

La Spagna è forse la Nazione dove le celebrazioni per i Re Magi sono più importanti: il “Día de los Reyes Magos” è infatti il vero Natale. La festa inizia il 5 gennaio con un maestoso corteo dei Re Magi che sfilano per le vie cittadine a bordo di carri decorati. Molte persone si travestono distribuendo caramelle e i bambini spagnoli ricevono i regali proprio in questo giorno e non il 25 dicembre.  Anche qui una tradizionale torta, la “Roscón de Reyes”, nasconde un seme di fagiolo o una statuetta rappresentate il re. Chi trova la statuetta diventa re e indossa una corona per tutto il giorno.

Archeologa, nata e cresciuta in Abruzzo, vive a Roma dal 2009. Dopo la laurea magistrale conseguita presso l’Universita “La Sapienza” di Roma ha proseguito gli studi frequentando la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dello stesso ateneo. Appassionata di storia e viaggi, avrebbe voluto essere Lara Croft, è diventata un “Ummarell”.

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Luigi Tenco, storia dell’intervista poche ore prima della morte

Antonella Valente

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Quando morì, Luigi Tenco aveva 28 anni ed era in gara al Festival di Sanremo con una delle sue canzoni più famose.

Era la diciassettesima edizione di quello che sarebbe diventato il festival canoro più importante dello stivale. Il 27 gennaio del 1967 Tenco è stato ritrovato senza vita all’interno della stanza n. 219 dell’Hotel Savoy di Sanremo. In quella fredda notte il cantante si sarebbe tolto la vita sparandosi in testa un colpo. Usiamo il condizionale perché così dissero gli inquirenti al tempo ma ad oggi la vicenda ancora non è molto chiara.

Poche ore prima della morte Luigi Tenco aveva presentato sul palco dell’Ariston insieme alla cantante francese Dalida il brano “Ciao amore Ciao” che fu però escluso dalla competizione. L’artista non fu affatto contento dell’esito della sua partecipazione al festival tanto che la sua morte viene fatta ricollegare proprio alla eliminazione del brano. Infatti, pare che l’artista prima di porre fine alla sua vita avesse scritto un bigliettino, che Dalida avrebbe consegnato agli inquirenti, in cui mostrava tutto il suo disappunto e la sua delusione per come era stato trattato.

Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro), ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale contro una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.” 

Leggi anche: Maus: la Shoah a fumetti nel capolavoro di Art Spiegelman

Tre le ultime interviste rilasciate da Luigi Tenco ve ne è una in cui racconta la sua “Ciao Amore Ciao”

Si tratta di una canzone con cui vorrei tracciare una nuova linea (..) io penso che i giovani come tutti gli altri siano adatti alle belle canzoni, se questa canzone verrà giudicata una bella canzone, io l’ho giudicata tale“, commenta Tenco durante l’intervista radiofonica pochi giorni prima della sua scomparsa.

Cantautore difficile da affrontare? o giudicare? Così lo vedeva la critica. Luigi Tenco è sempre stato alla ricerca di qualcosa di originale, spesso anticommerciale e antitradizionale. Forse, chissà, decise di dare un segnale forte con la sua morte, non conformandosi a dei canoni di competizione che non gli appartenevano, con un atto di protesta, però, che non ci permise di godere ancora dei suoi testi e delle sue canzoni.

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Maus: la Shoah a fumetti nel capolavoro di Art Spiegelman

Riccardo Colella

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Gli ebrei sono indubbiamente una razza, ma non sono umani”. Con questo folle delirio di Adolf Hitler si apre, nell’edizione Einaudi, Maus di Art Spiegelman: romanzo a fumetti pubblicato per la prima volta negli USA tra il 1980 e il 1991 sulla rivista Raw. Va da sé che, quando trovi un virgolettato simile nella prima pagina di un’opera, quella che ti aspetti è una storia ben diversa da tutte le altre.

E non sono buttate lì a caso le parole di Umberto Eco quando afferma che: “Maus è una storia splendida. Ti prende e non ti lascia più. Quando due di questi topolini parlano d’amore, ci si commuove, quando soffrono si piange. A poco a poco si entra in questo linguaggio di vecchia famiglia dell’Europa orientale, in questi piccoli discorsi fatti di sofferenze, umorismo, beghe quotidiane, si è presi da un ritmo lento e incantatorio, e quando il libro è finito, si attende il seguito con la disperata nostalgia di essere stati esclusi da un universo magico”.

Ma cos’è Maus? Maus è un romanzo grafico, e autobiografico, con cui l’autore ripercorre gli abomini dell’olocausto che hanno travolto la propria famiglia. La storia narra di Art (personaggio ispirato allo stesso Spiegelman), un fumettista ebreo di origine polacca che tenta di recuperare un rapporto col padre, Vladek, sopravvissuto ad Auschwitz e inasprito e indurito nel carattere, proprio dalle atrocità della II guerra mondiale. Art raccoglie le testimonianze del padre prima e dopo la Shoah, affinché siano tramandate alle future generazioni, motivo per cui lo stesso Spiegelman deciderà di scrivere Maus.

L’opera è un fumetto allegorico: ed è così che gli ebrei vengono raffigurati come topi, i nazisti diventano gatti, i francesi della rane, gli americani cani, allo stesso modo dei polacchi che hanno sembianze di maiali e dei russi che hanno l’aspetto di orsi. La particolarità del romanzo, però, non sta nell’intensità delle tematiche, che pure vengono trattate con una delicatezza spesso commovente, né nella profonda caratterizzazione psicologica dei protagonisti.

A colpire è lo stile grafico. Il tratto che a prima vista può apparire stilizzato, entra prepotentemente nell’iconografia del fumetto mondiale e la scelta non casuale del bianco e nero, proprio ad evidenziare la freddezza e la drammaticità della Shoah, contribuisce a rendere Maus il potentissimo capolavoro che di fatto è, nonché l’unica graphic novel in grado di vincere un Premio Pulitzer.

Certo non bisogna attendere il Giorno della Memoria per leggere Maus. Quella di Spiegelman non è mera opera di intrattenimento ma una finestra spalancata sulle atrocità dell’olocausto. Un testo da aprire, sfogliare e ammirare. Una storia da leggere e su cui riflettere. Qualcosa che va compresa a fondo e fatta nostra, affinché di questo romanzo, non venga mai scritto un seguito.

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Alla scoperta della casa museo di Louis Armstrong

Marina Colaiuda

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The Louis Armstrong House Museum: il museo dedicato alla leggenda del jazz, nella casa che Armstrong ha amato fino alla fine.

34-56 107th Street, Queens, New York City: questo è l’indirizzo in cui Louis e sua moglie Lucille hanno scelto di trascorrere tutta la loro vita. Per la precisione, è stata Lucille Wilson – ballerina di successo ad Harlem, nel leggendario Cotton Club – a scegliere di stabilirsi qui nel 1943, non volendo più seguire gli interminabili tour del marito.

Avrebbero potuto vivere in qualsiasi quartiere di lusso ma il Queens era il luogo perfetto per Pops. Tra queste strade hanno vissuto anche John Coltrane, Ella Fitzgerald, Billie Holiday e Count Basie.
Quel quartiere era un altro dei posti magici del jazz!

Il Queens è il più grande distretto di New York, una vera e propria miscela di culture, ed è sicuramente questa vitalità a renderlo tra i luoghi più affascinanti di NY. È inoltre un importante punto di riferimento culturale: il quartiere Corona ospita il Black Heritage Reference Center, dove possiamo trovare una tra le più vaste raccolte di materiale sull’arte e sulla letteratura afroamericana.

Oggi la casa-museo di Louis Armstrong offre al pubblico l’esperienza di cosa significasse frequentare quell’ambiente negli anni ‘50: gli arredi sono ancora quelli scelti da Lucille e delle clip audio, diffuse fra i vari ambienti, ci trasportano al fianco di Louis che si esercita alla tromba o che chiacchiera con i suoi amici.

Tutti audio originali, grazie alla “mania” di Armstrong di registrare gran parte delle sue attività quotidiane, dai suoi studi musicali ai litigi con Lucillle.

Sono inoltre esposti premi, fotografie, dischi, e diversi scritti di Louis; un ritratto fatto da Tony Bennet e una copia di “Ask Your Mama” scritta e autografata da Langston Hughes, con una dedica decisamente condivisibile: to the greatest horn blower of them all”.

L‘impegno del Louis Armstrong House Museum & Archives è quello di conservare e diffondere l’intero lascito artistico di Louis, celebrando lui e Lucille attraverso letture, concerti, e proiezioni cinematografiche – tutti eventi purtroppo attualmente sospesi, con la decisione del museo di rimanere chiuso per contenere la diffusione del COVID-19.

Incredibile quanta storia possa essere contenuta tra le mura di una modesta casa nel Queens!
Ma le parole di Louis non lasciano spazio a dubbi:

“I’m always welcomed back
No matter where I roam, always welcome
Just a little shack to me
Is home sweet home“

That’s My Home

Foto: Jonathan Wallen

Leggi anche: La street art rivitalizza i nostri borghi e ci aiuta a vivere meglio. Aielli, in Abruzzo, ne è l’esempio

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