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Cinema

Jurassic World 3, c’è la data di inizio riprese. Inizia il conto alla rovescia per il nuovo capitolo della saga

Federico Falcone

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Il conto alla rovescia è appena iniziato, le riprese del terzo capitolo di Jurassic World inizieranno presto. Per i fan della saga ispirata ai libri di Michael Crichton le parole, più o meno recenti, di Colin Trevorrow suonano come musica celestiale. Come riportato da Forbes, il regista ha infatti svelato che il suo team sta lavorando ai primi dinosauri d’argilla oltre a sviluppare i primi animatronics nei Pinewood Studios di Londra.

A darne notizie sulle pagine di Forbes è Frank Marshall, produttore del film, che ha individuato nel febbraio 2020 la data per l’inizio delle riprese. Ecco le sue dichiarazioni:

Per quanto riguarda il prossimo film di Jurassic World, siamo in piena pre-produzione presso i Pinewood Studios di Londra, in Inghilterra. Abbiamo in programma di iniziare le riprese a febbraio del prossimo anno, quindi è tutto molto in movimento”.

“I dinosauri sono senza tempo ed erano qui. Non abbiamo a che fare con supereroi; non abbiamo a che fare con la fantascienza, abbiamo a che fare con fatti scientifici. I dinosauri sono studiati nelle scuole, sono nei musei e penso che le persone abbiano un fascino per come sarebbe avere i dinosauri nel mondo di oggi“.

Circa le location designate per le riprese non sappiamo ancora molto ma, come specificato dal sito Jurassicoutpost, l’isola di Malta sarebbe accreditata come una di quelle papabili. C’è chi pensa che un ritorno nella California possa essere possibile. Proprio nello stato americano si è concluso Jurassic World – The Fallen Kingdom con il velociraptor Blue a fissare il mondo urbano davanti a lei.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Cinema

Federico Fellini e il film che non girò mai

Oggi nasceva Federico Fellini, nell’ormai lontanissimo 1920. Oltre ai grandi successi e alla consacrazione, la sua carriera ha visto sfumare tanti possibili successi. Nell’omaggio di @AlbertoMutignani ve ne raccontiamo uno.

Alberto Mutignani

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“Questo è Mastorna, un violoncellista, l’eroe del mio film. Doveva iniziare così, con un atterraggio di fortuna al centro di una città sconosciuta.” Nel 1967, Federico Fellini aveva tutte le intenzioni di girare, come prossimo film, questo ‘Viaggio di G. Mastorna, detto Fernet’ che invece, per una serie di circostanze, attese, ritardi, contrattempi, non vide mai la luce. L’incipit è folgorante: un aereo in partenza da una capitale del nord Europa, è costretto ad atterrare per l’insistenza di una bufera di neve. Avvolto dalla tormenta, il protagonista, accompagnato dal suo violoncello, scende e cammina per la piazza spettrale di questa città. Domina, su tutto, una cattedrale gotica di cui non si vede la fine.

E pare che a seguito di questa sequenza – l’unica girata da Fellini – ce ne fossero pronte già altre due: uno spettacolo di danza del ventre, che si chiudeva con il parto improvviso della danzatrice davanti un pubblico gremito ed estasiato, e l’annuncio di uno schianto aereo da parte di un notiziario tedesco. La sceneggiatura, ad oggi, finisce qui, ma tanto ci basta per comprendere le intenzioni del regista riminese: secondo le parole dello stesso Fellini, il film sarebbe ‘la storia di un uomo che è morto, ma non lo sa’.

Un progetto che nasce subito dopo due grande successi – ‘La dolce vita’ e ‘8 e ½’ – e che non manca di altrettanta ambizione. Dietro Fellini, c’è la figura di Dino De Laurentiis. Un rapporto controverso, quello tra i due: successi, premi, ammirazione reciproca, ma anche liti, frequenti rotture e citazioni in tribunale. Non era difficile, a quei tempi, leggere sul giornale titoli come: ‘Fellini e De Laurentis fanno la pace’, oppure: ‘Rottura tra Fellini e il produttore De Laurentis’. Ed è proprio quest’ultimo a bloccare, per la prima volta, il progetto di ‘Mastorna’.

Nel documentario del 1969 ‘Block-notes di un regista’, Federico Fellini ci mostra per la prima volta le impalcature per alcune delle scenografie del film: lo scheletro di un aereo, fermo su una pista circondata dalla campagna, e poi un gabbiotto e la cattedrale imponente. Fellini tenta più volte di realizzare il viaggio del suo orchestrale: il regista conosce Milo Manara nel 1963, e insieme realizzano due fumetti.

Il secondo, in ordine cronologico, è proprio la trasposizione di ‘G. Mastorna’, che vedrà la collaborazione dei due artisti pubblicata da ‘Il Grifo’ nel 1992. Anche in questo caso, la collaborazione termina prima dei tempi previsti: per un errore della casa editrice, una delle tavole di Manara riporta la scritta ‘Fine’, nonostante mancassero ancora due volumi al termine dell’opera. Federico Fellini, prendendolo come un segno del destino, decise di accantonare il progetto e di chiudere le collaborazioni con Manara.

Ciò che rimane, al termine di questa piccola epopea produttiva, è l’idea alla base, che ancora affascina nonostante gli anni, e nonostante il fatto che sia rimasta, per l’appunto, solo un’idea: un uomo che vaga in un limbo etereo – oggi diremmo ‘felliniano’, non a caso – dove non esistono dimensioni funeree né paesaggi dell’oltretomba, dove la figura femminile di una hostess ricopre i panni del Caronte, traghettatore di anime, attraverso una slitta che conduce a un albergo, alla dimensione dell’Altrove.

Alle poche righe di sceneggiatura, possiamo aggiungere gli elementi che Fellini inserisce negli scampi epistolari con De Laurentis: secondo i piani originali di Fellini, la danzatrice del ventre, prima ancora che una donna gravida, doveva essere un trans che infastidiva Mastorna, al punto da indurlo a lasciare la hall dell’albergo. Ancora, in una scena successiva, Mastorna avrebbe vagato per i corridoi lunghi e vuoti dell’hotel sommerso dalla neve, con le finestre che danno sul nulla, con dei silenzi spettrali, e poi sarebbe stato assalito dalla voglia di ritornare a casa, da sua moglie.

Imbastendo il viaggio di ritorno, però, accadono due imprevisti: è qui che, più che in ogni altra sequenza, riconosciamo Fellini: l’incontro con un amico di vecchia data, morto molti anni prima, e l’arrivo di una donna angelica, la Beatrice di questo film mai realizzato, che nella testa di Fellini doveva avere il volto della cantante Mina. Ancora: “Una vera bolgia di corpi umani, convergenti in una medesima direzione, e nella loro caduta, non privi di disinvoltura e di brio. Ma dopo essersi spappolati, si sollevano e pieni di slancio, tornano a salire verso le rampe, per poi precipitarsi di sotto, di nuovo a capofitto”. In questa scena, il personaggio centrale è Armandino, un disperso come Mastorna, che il protagonista incontra in un night, dopo essere svenuto.

Armandino è l’anima che più di tutte sembra conoscere le regole del limbo: i morti, essendo tali, non provano dolore fisico. Per questo, nella scena prevista da Fellini, centinaia di morti si sarebbero gettati dal tetto di un night, finendo sull’asfalto, senza scalfirsi e anzi provando un certo divertimento, unito a una nota splatter inedita per Fellini, ma che rispondeva di certo al gusto gore che in Italia dominava la scena horror di quegli anni. Poco dopo, in un cimitero, la vena horror sarebbe stata pizzicata ancora, con un risveglio dei morti sottoforma di zombie.

Il film diventa così, nella testa di Fellini, un circo diffuso, ed è così che immaginava probabilmente la morte, con le sue figure femminili vivide, carnali, e tutt’attorno il mondo etereo delle anime perse, sommerse da una neve che ci ricorda, come intervento celeste, ‘I Morti’ di James Joyce, di cui abbiamo recentemente parlato. Per queste ragioni, e per molte altre, un critico molto legato a Federico Fellini come Vincenzo Mollica, ha voluto definire questo film come ‘Il film mai realizzato più famoso al mondo’.

Ci sentiamo di condividere l’entusiasmo che, dopo anni, ancora ci smuove un sentimento di affetto, per il regista che fu. Oggi, di quel regista, rimangono le impalcature a cielo aperto, le macerie del circo che appare travolto, come l’Italia scomparsa di quella stagione, da un inverno perenne.

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Cinema

Lupin: il ladro gentiluomo su Netflix

Federico Rapini

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Lupin, la nuova serie Netflix ispirata, neanche troppo, alle gesta del personaggio nato dalla penna di Maurice Leblanc nel 1905, è già nella top 10 del colosso americano.

Chi ha letto i libri delle avventure di Arsenio Lupin, o magari è cresciuto con il manga di Lupin III, rimarrà deluso dalla storia di Assane Diop, che per i suoi colpi usa gli psudonimi di Paul Sernine o Luis Perenna e si muove in un contesto odierno e diverso dal ladro da cui prende il nome la serie.

Il Lupin di Leblanc come ispirazione

Da Lupin prende ovviamente spunto, soprattutto grazie al libro “Arsène Lupin gentleman cambrioleur” regalatogli dal padre prima dell’arresto e al successivo suicidio che cambieranno per sempre la vita di Assane il quale, ispirandosi al più famoso ladro della letteratura, diverrà un abile borseggiatore. Gli stessi pseudonimi, che altro non sono che acronimi di Arsène Lupin, sono legati ad abili travestimenti che richiamano una delle caratteristiche del personaggio di Leblanc: il camuffamento usato per i furti.

Dal ladro immaginario, ispirato a sua volta alla figura reale di Marius Jacob, Assane prende l’etica del gentiluomo. La figura del “ladro gentiluomo” torna di continuo e sembra richiamare anche la “Casa di Carta” nel momento in cui il “Professore” della fortunata serie spagnola spiega che non ruberanno al popolo ma soldi di nessuno senza voler far del male a qualcuno.

Questo tema nel personaggio interpretato da Omar Sy, famoso al grande pubblico per il film Quasi amici”, è ridondante. Le scene di violenza sono pressoché zero e i furti vengono fatti ai danni di ricchi in una sorta di “esproprio proletario”, come nel caso dei gioielli provenienti dal Congo belga che richiama il tema dello sfruttamento coloniale. Troviamo quindi il tema della rivincita. Assane, che si muove nell’odierna Parigi, è colui che vuole giustizia per il padre ma anche per il popolo, quello senegalese, dal quale discende. C’è quindi una retorica di fondo su temi quali lotta di classe e pseudo-razzismo che non sono neanche troppo impliciti.

I richiami ad altre fortunate Serie TV

Per quanto riguarda la svolta revanscista, che viene a galla minuto dopo minuto, alcune scene richiamano serie TV che hanno fatto la storia. L’entrata volontaria in carcere, ad esempio, richiama “Prison Break”, dove Michael Scofield si fa arrestare per far evadere il fratello ingiustamente carcerato.

La trama è abbastanza scontata, vista più volte in polizieschi e caper movie. Dall’idea di un colpo quasi impossibile dentro al Louvre, passando per il ricco e potente che per i suoi loschi affari incastra il povero autista immigrato, al poliziotto corrotto che poi cerca di redimersi a 25 anni di distanza, alla giornalista caduta in disgrazia che ritrova la voglia di lottare per aiutare un perfetto sconosciuto. Anche alcune battute sembrano molto banali, come quando Assane giura all’ex moglie di smettere di fare quella vita. Sembra quasi un richiamo a “Domani smetto” degli Articolo 31.

“Lupin, nell’ombra di Arsenio”, come suggerisce il sottotitolo, ha volutamente richiamare alla mente del pubblico il famoso personaggio ideato ad inizio ‘900 da Leblanc, ma la figura ideata da George Kay e François Uzan è sicuramente altro, un omaggio in chiave moderna al capolavoro letterario da cui trae ispirazione.

L’ambientazione ricorda molto alcune serie come Luther e Sherlock e non è da sottovalutare il fatto che sia stato Louis Leterrier il regista dei primi tre episodi, famoso per “Now you see me”. Con una delle prime frasi pronunciate da Assane , “mi avete visto, ma non mi avete guardato”, si ricrea quell’ambiente di magia legata al furto che aveva dato fortuna al suddetto film. In questo caso, questa capacità da borseggiatore-prestigiatore del protagonista ricorda anche Will Smith in “Focus- Niente è come sembra”.

Lupin: un finale aperto

Le 5 puntate scorrono comunque piacevolmente senza grandi colpi di scena ma con una buona dose di flashback sul passato di Assane e del suo essere un ladro gentiluomo autodidatta ispirato alla figura di Arsène Lupin. Questa figura è ciò che più di tutto lo lega al padre. Quel padre che gli è stato tolto ingiustamente e di cui vuole riabilitare la persona.

La serie si chiude con un episodio, anche esso lievemente forzato, che lascia la trama aperta e irrisolta in attesa della seconda stagione. Certo è che a livello commerciale il richiamo al ladro gentiluomo più famoso del mondo è stata una trovata geniale.

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Cinema

Calibro 9, il poliziesco con Marco Bocci, Alessio Boni e Michele Placido

Redazione

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Dopo essere stato presentato fuori concorso alla 38esima edizione del TFF – Torino Film Festival, approda sulle principali piattaforme TVOD Calibro 9, la nuova pellicola di Toni D’Angelo, regista del film noir Falchi. Marco BocciKsenia RappoportMichele PlacidoAlessio Boni e Barbara Bouchet sono i protagonisti di questa storia, che si propone di tracciare un ponte ideale tra il capolavoro di Fernando Di Leo, Milano Calibro 9 sulla malavita organizzata di fine anni ’70, e il contesto criminale della ’ndrangheta di oggi.

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Calibro 9 è prodotto da Minerva Pictures con Rai Cinema, in co-produzione con la belga Gapbusters e sarà disponibile a partire dal 4 febbraio su Sky Primafila Premiere, Apple TV, The Film Club, Rakuten TV, Chili, IoRestoInSala e Google Play.

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Sinossi

Milano, oggi. Fernando, il figlio di Ugo Piazza, è un brillante penalista cresciuto da sua madre Nelly con l’intento di farne un uomo diverso da suo padre. Ma se in città scompaiono 100 milioni di euro con una truffa telematica, e se il principale indiziato è proprio un cliente dell’avvocato Fernando Piazza, quel cognome non può non avere un peso e portare ad un naturale collegamento.

Soprattutto se la società truffata è solo una copertura e, chi c’è dietro, è una delle più potenti organizzazioni criminali del pianeta: la ‘ndrangheta. Milano, Calabria, Francoforte, Mosca e Anversa sono solo alcune caselle dello scacchiere su cui Fernando è costretto a giocare la partita per la propria vita. Una partita da giocare a tutto campo, impegnativa come il nemico che si trova a fronteggiare.

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