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Juliana Crain, cioè la protagonista che protagonista non è

Federico Falcone

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Si è da poco conclusa la quarta stagione di “The Man in The High Castle” e, come era facile prevedere, è subito diventata culto tra gli amanti delle serie tv

C’è qualcosa, però, che ha lasciato il segno più della trama, del finale e dell’hype generatosi attorno al prodotto targato Amazon Studios: una protagonista che protagonista non è. O, per essere più precisi, una protagonista spogliata del suo ruolo per essere relegata in secondo piano rispetto all’originale storyline.

L’evoluzione di Juliana Crain è, in realtà, una vera e propria involuzione. Nel corso delle quattro stagioni, infatti, la sobillatrice rivoluzionaria prende, sì, maggiore consapevolezza della propria forza d’animo, della propria temerarietà e del proprio carisma ma, al tempo stesso, non riesce a imporsi o, come si diceva una volta, a bucare lo schermo.

Il contrasto tra il personaggio e l’interpretazione dello stesso da parte dell’attrice (Alexandra Davalos) è, a lunghi tratti, rivedibile. Non c’è credibilità nella Crain, né tanto meno quella leadership a lungo rincorsa e sbandierata. Non è una leader silenziosa, come una chiave di lettura potrebbe suggerire, ma semplicemente una protagonista incapace di elevarsi sul resto del cast. E’ debole, soprattutto a causa della staticità espressiva ed emotiva della Davalos.

Il succedersi degli episodi non fa altro che ribadire un concetto di per se evidente, e cioè che la Julian Crain che puntava a imporsi nelle prime puntate, semplicemente non mantiene le attese. Non regge lo spessore dei co-protagonisti e, peggio ancora, viene lentamente spogliata della sua forza empatica e della sua sensibilità (cioè quegli aspetti che potevano fare la differenza nel suo carattere) per diventare una “donna in missione” dai ragionamenti meccanici. Insomma, si sgonfia come un palloncino fino a risultare svuotata e straordinariamente incapace di ritagliarsi uno spazio degno di questo nome.

Puntata dopo puntata la figura della Crain cede il posto al monumentale John Smith (Rufus Sewell), a Takeshi Kido (Joel De La Fuente) e Helen Smith (Chelah Horsdal). Sono loro i veri artefici del successo della serie.

Sewell su tutti, poi, brilla di luce propria. Il suo lavoro è talmente minuzioso da risultare maniacale, sia con riguardo all’approfondimento personale del suo Obergruppenführer, divenuto prima Reich Marshall e, poi, addirittura diretto a scalzare (con successo) il Führer Himmler, che con riguardo al mondo che è chiamato a dominare. Conflitti interni, dubbi, incertezze, paure. Vediamo uno Smith sempre più combattuto tra la sua intimità e il suo senso del dovere. Incapace di distinguere la realtà dai paradossi temporali e sempre più dissociato dalla moglie Helen, unica sua ancora di salvezza.

Un’interpretazione magistrale, come sottolineato all’unanimità da chiunque abbia visto “The Man in The High Castle”. Una performance visiva sugli scudi, impreziosita da un lavoro di sguardi calamitico. Quando Sewell guarda lo schermo, quegli occhi penetrano dentro chi è dietro di esso. La serie gli appartiene, è sua, è lui il vero protagonista di questo gioiellino Amazon. Smith scalza la Crain a ogni inquadratura, a ogni scena, a ogni vicenda che li vede coinvolti. E lo fa fin dalle primissime puntate, quando i ruoli sembrano invertiti, con la Davalos in fuga e Sewell a inseguire.

Si ribalta il copione e a noi va bene così, ma resta il dubbio che ciò sia avvenuto in corso d’opera, quasi per rispondere alla necessità di avere un protagonista con le spalle larghe, vitale per reggere la storyline e tenere alta l’attenzione attorno al prodotto. Il sospetto che gli stessi sceneggiatori possano essersene accorti e, per questo, aver rimediato in itinere, c’è. Ma, come direbbe qualcuno: “date un Oscar a quest’uomo“. Forse è un’affermazione esagerata, avventata, ne siamo consapevoli ma vogliamo ugualmente lanciare la provocazione. Forse ciò non avverrà mai, ma ci chiediamo come un attore di questo calibro non abbia mai realmente sfondato.

Fondatore e direttore editoriale del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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The Jaded Hearts Club: come un “gruppetto di amici” creò la supercoverband dei Beatles. E anche molto di più

Muse, Blur, The Last Shadow Puppets, Jet, The Zutons e, occasionalmente, ¼ di Beatles. Una line up che manderebbe in estasi qualsiasi amante della musica

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Muse, Blur, The Last Shadow Puppets, Jet, The Zutons e, occasionalmente, ¼ di Beatles. Una line up che manderebbe in estasi qualsiasi amante della musica. Ma non stiamo parlando di un evento irripetibile, bensì del gruppo che da qualche anno si è mosso dalla penombra inglese, infiammando il più che leggendario 100 Club di Londra.

Non solo sono stati descritti come la cover band definitiva dei Beatles, spaziando agilmente da “Please Please Me” a “Helter Skelter”, ma hanno riportato sul palco l’energia di pezzoni come “Gloria” e “My Generation”. La formazione, prima Dr. Pepper’s Jaded Hearts Club, si è già esibita in tutto il mondo e nel 2017 supporta il live di Roger Daltrey (Who) alla Royal Albert Hall di Londra. Non il classico debutto live per parenti e amici.

Scopro il tutto con un post Instagram di Matthew Bellamy, data 29 settembre 2017:

“Top night. Newfound respect for macca’s bass playing. Happy B’day Jamie. We are @drpeppersjadedheartsclubband”. [https://www.instagram.com/p/BZo62jYjqoy/?utm_source=ig_web_copy_link]

Troppe facce note in un solo video per non indagare! Certamente non ha bisogno di presentazioni il creatore di questo post: voce, chitarra e visioni psichedeliche dei Muse, dall’inconfondibile presenza scenica. Al microfono, riconosco subito Miles Kane, attualmente in carriera solista dopo i successi con varie band tra cui i The Last Shadow Puppets, fortunato progetto col suo amico di merende Alex Turner (Arctic Monkeys).

Fanno parte dei Jeaded Hearts Club anche Graham Coxon dei Blur, Sean Payne dei The Zutons e Nic Cester. Proprio Nic, ex voce dei Jet che ogni tanto si riformano, ha regalato non poche gioie ai fan italiani: una travolgente versione di Back In Black sul palco di S. Siro insieme, guarda caso, ai Muse; un debutto come solista nel 2017 con il l’album Sugar Rush (che ha un cuore italiano, data la collaborazione con i Calibro 35, la produzione a cura di Tommaso Colliva, e la residenza di Nic a Como); apre tutte le date italiane dell’ultimo tour dei Muse; e si esibisce nel Bel Paese con i Milano Elettrica (in cui suonano anche Sergio Carnevale dei Bluvertigo e Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion). Per non farsi mancare nulla, Nic ci ha svelato anche il suo lato vintage sul palco dello Swing Crash Festival di Como, voce inaspettatamente azzeccata per il genere.

Nessuno comunque si aspettava che i Jeaded Hearts rimanessero solo una cover band, ed infatti ecco qui il loro primo singolo Nobody But Me, uscito proprio lo scorso 2 marzo.

Una chitarra apre il primissimo secondo della canzone, basso e batteria si aggiungono e creano un mood tranquillo ma incalzante, scandito da un clapping contagioso. Le strofe hanno un gusto d’altri tempi, un assolo di chitarra con una distorsione più moderna si infila nel ritmo allegro e ci riporta agli anni 2000. Il basso continua a viaggiare e spiana la strada alla voce insolente di Miles Kane, che ci ripete ossessivamente che nessuno-sa-fare-cose-come-me, e ci crediamo tutti perché quando hai dei riff così, un sound così, una band così… non hai troppi rivali!

Nobody But Me, cover del brano del 1962 degli Isley Brothers, è una canzone semplicissima. Non cercherò di farne una gemma o una pietra miliare, ma soddisfa aspettative e appetiti dei fan di ogni pezzetto che compone la band. Non ci sono esagerazioni, forse proprio quel micro-assolo di chitarra ma ci aspettavamo anche quello. È la stessa band a suggerirci l’immediatezza della loro musica e a dirci cosa sono gli Jeaded Hearts: basta mettere una giacca di pelle, occhiali da sole, e il gioco è fatto. È l’estetica del rock puro e semplice di cui c’è sempre bisogno!

E se c’è cotanto ben di Dio sul palco, perché se ne parla ancora così poco? Di certo il lancio del primo singolo non sta passando inosservato, ma c’è qualcosa di strano nel marketing delle side-band. Si inizia di nuovo da zero, anche se tutti sono parte di alcune delle band più famose al mondo. Si inizia da una serata live con gli amici, quando uno di loro voleva solo una cover band dei Beatles, e ci si ritrova con delle rockstar che diventano un tutt’uno e danno vita a nuove produzioni. E lo fanno solo per loro perché, alla fine, ognuno si diverte come può e questi ragazzi possono fare grandi cose, come nessun altro sa fare

Marina Colaiuda

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Pink Floyd a Venezia, quel concerto leggendario tra polemiche bigotte e cumuli di rifiuti

Federico Falcone

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Stime ufficiali parlano di duecentomila persone, ma la verità è che quel giorno, a Venezia, avere reale contezza degli spettatori presenti era pressoché impossibile. Gli spazi, gestiti e organizzati in modo tale da ospitare la folla, però, non potevano tenere conto di chi si affacciava dai balconi, di chi era sui tetti, di chi, a bordo della propria imbarcazione, anche se distante, fissava con occhi estasiati il palco, consapevole di vivere un momento irripetibile. Quel 15 luglio del 1989, i Pink Floyd scrissero una delle pagine più belle della loro storia.

La band inglese, al tempo guidata dal chitarrista David Gimour ma orfana di Roger Waters, uscito dal gruppo quattro anni prima, non ha mai nascosto la profonda attrazione per le bellezze artistiche e archeologiche del nostro paese. Antonomasia di ciò è il live a Pompei, concerto capace di trascendere la mera esibizione musicale per consegnarsi alla storia come uno dei momenti più emozionanti ed esaltanti mai immortalati dal grande schermo. Uno show a tratti surreale, quasi onirico. La classe dei Pink Floyd al cospetto dell’anfiteatro romano più conosciuto al mondo, secondo solo, per fama, al Colosseo di Roma.

Dall’uscita di Waters all’esibizione a Venezia i Floyd registrarono un album, il controverso “A Momentary Lapse of Reason“, in cui però l’assenza del cantante e bassista si avvertiva come un macigno sullo stomaco, e pubblicarono un live, “Delicate Sound of Thunder” (da cui fu tratto anche un video). Se da un lato, quello creativo, si manifestava una brusca frenata, da un’altro, quello dell’appeal sul pubblico, la band inglese non risentì del tutto dell’uscita del suo naturale leader. E’ vero, l’assenza di Waters ridimensionò l’immagine del gruppo e certamente non contribuì a favorirne gli apprezzamenti da parte dei fan di ultima data, ma gli autori di quei capolavori senza tempo chiamati “The Wall” o “The Dark Side of the Moon“, giusto per citarne due a caso, erano in possesso di talmente tanta qualità, anche in chiave live, da richiamare folle oceaniche.

David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright lo sapevano, ne erano certi. Quel giorno, a Venezia, stupirono tutti, confermando il loro status di divinità musicali viventi con un concerto memorabile. Il costo del biglietto? Zero mila lire. Il concerto fu gratuito. E poi lo stage, su una piattaforma galleggiante. Qualcosa di folle, geniale, magistrale. Non stupisce, quindi, che in decine di migliaia si riversano su una delle città più belle del mondo per assistere all’ultima tappa del tour italiano della band inglese.

Ma non andò tutto liscio. Già dai giorni precedenti all’esibizione era chiaro che vi sarebbero stati dei problemi di ordine pubblico. Non vi era un percorso predefinito e chi conosce Venezia sa perfettamente che tra le sue caratteristiche non vi è quella degli spazi aperti. Inevitabilmente si crearono ingorghi, con lunghe file di gente incanalata che tentava di avanzare facendosi spazio tra i piccoli vicoli della meravigliosa città lagunare. Piazza San Marco venne presa d’assalto.

Col passare delle ore la tensione aumentò, fino a sfociare nelle cariche della polizia contro diverse decine o centinaia di ragazzi affollati, impazziti di fronte alla possibilità di vedere un concerto che non avrebbe mai più avuto un seguito. Un evento unico a cui tutti volevano assistere ma che avrebbe generato qualcosa come 400 tonnellate di immondizia e rifiuti di vario genere. Ci vollero giorni per ripulire completamente la città. La band, però, entusiasta all’idea di esibirsi il giorno del Redentore, cioè il giorno che a Venezia simboleggia la fine della peste e che si tiene il secondo sabato di luglio, partecipò di proprie tasche alle spese sostenute per mettere in piedi il concerto. Ripetiamo: i Pink Floyd finanziarono un loro concerto. Pelle d’oca.

Artefice dell’appuntamento, in principio identificato con un banale e generico “Venice, the lagoon“, fu Francesco Tomasi che, dopo aver portato i Pink Floyd per tre date all’Arena di Verona, due a Livorno e due a Cava dei Tirreni (fantastico, ndr), ebbe il lampo di genio – più una visione a dire il vero – di allestire un palco galleggiante di fronte a San Marco. Roba che solo a pensarla mette i brividi. Dio benedica i sognatori. Ma, anche qui, non andò tutto per filo e per segno, perché l’evento non fu originariamente pensato per essere realizzato nella Laguna, bensì sulla terra ferma, sull’isola della Giudecca. Dai rilievi dei tecnici e della commissione sulla sicurezza, emersero chiaramente criticità sulla sicurezza pubblica e sulla gestione dell’evento. Scattò quindi il piano B, quello che conosciamo.

Abbiamo citato i grossi cumuli di rifiuti e l’incredibile calca che non si riuscì a gestire in modo coordinato, ma non si possono non tenere in considerazione le scarse condizioni di igiene o di sicurezza oppure il formidabile lavoro di chi si preoccupò di allestire il palco, montare l’impianto audio-luci e quindi fare gli allacci della corrente. Il tutto su una piattaforma galleggiante lunga 97 metri, larga 27 metri e alta 24 metri. Un’impresa macroscopica, anche quella di tenere a freno lo humour contrastante della popolazione locale. Tra chi lamentava che tutto ciò avrebbe snaturato la festa del Redentore e chi tentò di boicottarlo fino all’ultimo, c’era anche chi, addirittura, ipotizzava che i volumi avrebbero causato il crollo del campanile.

Per la cronaca: la Soprintendenza alle Belle Arti stabilì il limite massimo di 60 decibel, non uno di più. Sempre la stessa Soprintendenza, però, non acconsentì all’utilizzo dei bagni chimici. Il motivo? “Decoro pubblico“. Secondo le stime dell’epoca, il concerto costò qualcosa come due miliardi di lire. Circa la metà di questa somma fu investita dalla Sacis, una società che vendette al resto del mondo i diritti televisivi per trasmettere il concerto in diretta per conto di mamma Rai. Grossi incassi li ebbero i commercianti, molti dei quali, in virtù dell’appuntamento, alzarono i prezzi dei propri prodotti in maniera spropositata.

La giunta comunale, di concerto con il Prefetto, valutò addirittura l’opportunità di annullare l’evento ma poi, ragionando con il cervello anziché con altre parti del corpo, ritenne più giusto che lo stesso si svolgesse. Non parliamo di settimane precedenti, ma di ore prima. Fino all’ultimo è stata valutata questa possibilità. Resta un mistero come lo avrebbero comunicato ai duecentomila spettatori senza che questi insorgessero.

Già, ma il concerto? Andò tutto relativamente bene, nel senso che venne portato a termine in modo del tutto indolore anche se, a causa degli stacchi pubblicitari della diretta, venne chiesto – e ottenuto – che Gilmour riducesse i suoi assoli. L’esibizione dei Pink Floyd durò solamente novanta minuti. La band suonò quattordici brani. A conclusione dello show si tennero gli immancabili giochi pirotecnici, tipici della festa del Redentore.

Setlist:

Shine On You Crazy Diamond (Part I-V)
Learnint to Fly
Yet Another Movie
Round and Around
Sorrow
The Dogs of War
On the Turning Away
Time
The Great Gig in the Sky
Wish You Were Here
Money
Another Brick in the Wall (Part 2)
Comfortably Numb
Run Like Hell

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Buon compleanno Terence Hill: da Trinità a Don Matteo, sempre al fianco degli italiani

Quello sguardo, quegli occhi di ghiaccio, non smetteranno mai di entusiasmare i suoi fan. Non tramonterà mai quel sorriso così coinvolgente e carismatico. Sarà impossibile dimenticare le innumerevoli battute dei suoi film leggendari

Federico Falcone

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“Mio nonno mi ha insegnato il segreto per avere una lunga vita: non fare niente per accorciarla”

Chissà che questa battuta, pronunciata da Trinità nel celebre film “Continuavano a chiamarlo Trinità” non avesse un fondamento di verità. E scusate la rima. Il protagonista della celebre pellicola, interpretato da Mario Girotti – meglio noto come Terence Hill – evidentemente deve aver fatto bene i compiti e preso alla lettera quanto rivelatogli dal nonno stesso. A distanza di 49 anni dall’uscita nelle sale cinematografiche del film che lo ha consacrato, infatti, si diverte ancora come un bambino e oggi, da eterno sognatore quale è sempre stato, si trova a spegnere 81 candeline che coincidono in gran parte con una bellissima carriera.

Alzi la mano chi non ha mai visto un suo film in compagnia del compianto e mai troppo amato Carlo Pedersoli, alias Bud Spencer. Quasi sicuramente questo appello non vedrà alcun braccio sollevato. Nel caso in cui, però, così non dovesse essere, allora si tratterà di qualcuno che molto probabilmente ha vissuto sulla luna negli ultimi 60 anni. E, in questo caso, sarà giustificato. Niente cazzottone a martello sulla testa.

Per quelli della mia generazione (30/40 anni) Terence Hill e Bud Spencer sono stati come dei padri spirituali, delle guide che, nel corso degli anni dell’adolescenza, ci hanno affiancati nei momenti bui e nei momenti di felicità. Nel bene o nel male loro c’erano e sapevi che potevi sempre contare su quella comicità che li ha resi i migliori; mai volgari, mai sopra le righe, mai altezzosi, mai costruiti. Trinità e Bambino, per chiamarli con i nomi di due dei loro personaggi più amati di sempre, sono stati più di comuni attori. Nonostante le due carriere spesso e volentieri abbiano viaggiato sugli stessi binari, anche da soli hanno lasciato il segno.

Per Hill vale sicuramente il discorso con Don Matteo che da un decennio a questa parte tiene incollati allo schermo milioni di telespettatori. Un format riuscito alla grande che non vuole saperne di cedere il passo alle serie tv più moderne, più complesse nelle trame, più cool, più dispendiose. Dove c’è il personaggio amato – e Terence lo è per davvero – c’è il successo. Dettato, quest’ultimo, da qualcosa che, al netto del talento e delle idee, non si può comprare: l’amore del pubblico, la cosidetta famiglia allargata. Con Bud Spencer il legame si è definitivamente interrotto il 27 giugno 2017, quando l’ex campione di nuoto è volato in cielo. Insieme hanno promosso la diffusione dello spaghetti-western, genere di punta della produzione italiana degli anni ’70.

Terence Hill è ancora oggi uno tra gli attori italiani più amati in assoluto

Quello sguardo, quegli occhi di ghiaccio, non smetteranno mai di entusiasmare i suoi fan. Non tramonterà mai quel sorriso così coinvolgente e carismatico. Sarà impossibile dimenticare le innumerevoli battute dei suoi film leggendari. Sarà impossibile smettere di volergli bene, di sentirlo uno di famiglia e di volerlo accanto sempre e in ogni circostanza. Perché, caro Trinità, per chi è cresciuto guardandoti allo schermo, non c’è Hollywood che tenga, non ci sono supereroi Marvel che possano sostituirti, non ci può essere western dei fratelli Coen capace di far passare in secondo piano i tuoi. La saga di Trinità, “Chi trova un amico trova un tesoro”, “Dio perdona…io no”, “…Piu forte, ragazzi”, “Altrimenti ci arrabbiamo”, “Pari e dispari”, “Il mio nome è Nessuno”, “Renegade, un osso troppo duro”, “Lucky Luke”, sono solo alcuni dei suoi film immortali. Anche tra 100, 200, 300 anni, si parlerà di te, dei tuoi film e del tuo fratellone Bud. Buon compleanno!

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