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Inutile negarlo, Kevin McCallister è il simbolo dell’era Millennials

Tutti noi, dal primo all’ultimo, almeno una volta nella vita avremmo voluto non rendere conto ai nostri doveri da figli

Eleonora Lippa

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Home Alone”, questo il titolo originale, ha conquistato intere generazioni di adolescenti. Ancora oggi, a distanza di 29 anni dalla sua uscita sul grande schermo, è in grado di rapirci e tenerci incollati alla televisione. Lo sappiamo tutti che anche voi, almeno una volta nella vita, avreste voluto essere Kevin McCallister.

E pensare che il film, uscito in Italia nel gennaio del 1991, ha affrontato non poche problematiche relative alla sua produzione e distribuzione. Essendo un low- budget movie, infatti, il successo non era affatto garantito e, quindi, in più di un’occasione, rischiò realmente di non vedere mai la luce.

Alla fine, però, il regista Chris Columbus e lo sceneggiatore John Hughes riuscirono in quella che, al tempo, era per loro una folle scommessa: “Mamma ho perso l’aereo” si è rivelata una commedia live action campione d’incassi assoluto. Primato detenuto per ben 27 anni. Nessuno ci avrebbe mai scommesso un dollaro.

“Mamma ho perso l’aereo” è, senza dubbio, il manifesto dell’era Millennials

A Hollywood si arrivò addirittura a coniare una nuova espressione: “To be Home Aloned” per indicare quei film che non sono riusciti a riscuotere successo a causa dell’uscita di questa pellicola. La sceneggiatura venne scritta da Hughes in soli 9 giorni, dopo un viaggio in Europa con la famiglia durante il quale pensò a cosa potesse accadere se uno dei suoi figli venisse involontariamente dimenticato a casa da solo.

Propose immediatamente Macaulay Culkin per la parte di Kevin. Chris Columbus, però, volle comunque fare dei provini. Terminate le oltre 200 audizioni si giunse alla scelta che noi tutti oggi conosciamo.

Il faccino furbo di Kevin McCallister (Macaulay Culkin all’epoca delle riprese aveva solo 10 anni), la sbadataggine dei due ladri (Joe Pesci e Daniel Stern), l’urlo della madre nel momento esatto in cui si rende conto di aver dimenticato il figlio a casa (KEVIN!!!) sono immagini che, in punta di piedi e con assoluta innocenza, sono riuscite a ritagliarsi un posto permanente nei ricordi di ognuno di noi.

Ma perché questa accoglienza? Dare una risposta alla domanda è piuttosto semplice

C’è un legame solido che la pellicola riesce a stabilire con chiunque si ritrovi a guardarla. Il fatto di vedere protagonista un bambino va immediatamente a intaccare la nostra sfera personale legata ai ricordi dell’infanzia e, soprattutto, ai desideri che avevamo a quell’età.

Tutti noi, dal primo all’ultimo, almeno una volta nella vita avremmo voluto non rendere conto ai nostri doveri da figli. Avremmo voluto essere padroni assoluti della casa dove vivevamo. Avremmo voluto poltrire sul divano senza interferenze per un intero pomeriggio, a guardare la tv o semplicemente a giocare.

Tutti noi ci siamo sentiti felici, in preda a una sensazione di libertà mai provata prima quando Kevin ha ipotizzato di aver fatto sparire la sua famiglia. O quando ha realizzato di essere rimasto a casa da solo, iniziando a fare tutte quelle attività che fino a quel momento gli erano state proibite.

Riuscire a sventare una rapina in un modo così brillante non rispecchiava di certo le nostre aspettative, ma è stato soddisfacente anche solo guardarlo in un film. Chris Columbus è riuscito a coinvolgere a 360° il pubblico, facendo sì che potesse rispecchiarsi nelle dinamiche della vicenda raccontata, tant’é vero che vi sarà un reboot prodotto da Twentieth Century Fox per Disney Plus.

Nessuno poteva aspettarsi un successo del genere, soprattutto da un progetto nel quale credevano in pochissimi. Ma “Mamma ho perso l’aereo” è diventato pezzo di storia del cinema, continuando ancora adesso a essere tra i migliori film di Natale.

Tutto questo è grazie a Kevin, quel Kevin McCallister che è stato tutti noi e che tutti noi avremmo voluto essere

Studentessa di traduzione editoriale, innamorata della Spagna, del cinema italiano e delle parole di Alberto Moravia, coglie al volo la possibilità di uscire dalla suo comfort zone e visitare tutto ciò che è possibile. Gingerness e arrosticini come unico credo.

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12 luglio 1992, la polizia arresta Axl Rose. L’accusa: incitazione alla rivolta

Il 12 luglio del 1992 Rose veniva arrestato al JFK Airport di New York. Rientrava da Parigi dopo l’ultimo concerto suonato in occasione del tour con i Guns N’Roses

Federico Falcone

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Quando si discute di Axl Rose, leader, mente, cuore, anima e guai dei Guns N’Roses, possiamo scrivere tutto e il contrario di tutto. Croce e delizia della band, carismatico come pochi altri frontman nella storia del rock ma anche spietato dittatore musicale, artistico e manageriale capace di spaccare l’alchimia della band per alimentare il proprio ego. Se così non fosse, non sarebbe Axl Rose. E a noi va benissimo così. Di episodi che lo hanno visto coinvolto ne potremmo elencare a centinaia, ma il caso vuole che proprio oggi ricorra l’anniversario di uno tra i più controversi.

Il 12 luglio del 1992 Rose veniva arrestato al JFK Airport di New York. Rientrava da Parigi dopo l’ultimo concerto suonato in occasione del tour con i Guns N’Roses. Al suo fianco vi era l’allora fidanzata Stefanie Seymour con il figlio e una governante. All’atto di accusa di legge: “Incitazione alla rivolta“. Di seguito lo storico articolo de La Repubblica:

“Il motivo dell’ arresto è legato agli incidenti avvenuti il 2 luglio 1991 durante un concerto dei Guns a St. Louis, al Riverport Amphitheatre, quando il cantante saltò in mezzo al pubblico per prendere a pugni un fotografo, scatenando una violenta rissa nella quale quaranta fans e venti poliziotti rimasero contusi e feriti. Non contenti i componenti della formazione interruppero il concerto e distrussero buona parte della strumentazione del palco. Il gruppo, dopo questi incidenti, a causa del mandato di cattura emesso dallo stato del Missouri, aveva dovuto cancellare diversi concerti. Rose, che aveva previsto di consegnarsi martedì alla polizia di St. Louis, è stato rimesso in libertà, dopo una breve udienza, pagando una cauzione di 100mila dollari, oltre cento milioni di lire. L’ udienza del processo è stata fissata per il 17 luglio. La questione, secondo i legali di Rose si dovrebbe risolvere rapidamente, anche se i danni sono stati stimati tra i 200 e i 300mila dollari”.

Axl si difese affermando che la sua volontà era quella di strappare la videocamera dalla mano del fotografo. Si disse infastidito dall’essere costantemente ripreso, tanto che in più occasioni sollecitò la sicurezza dell’anfiteatro Riverport (anche se, da parte di questi, interventi non ve ne furono). Il concerto finì nel momento il cui in cantante si gettò tra la folla dando il via al parapiglia. Lo stato del Missouri, come detto, emise subito il mandato d’arresto per Rose. Cosa che avvenne. Ma con un anno di ritardo. Prima di gettarsi sul malcapitato, i Guns N’Roses stavano eseguendo “Rocket Queen”. Dopo la colluttazione, una volta risalito sul palco, riprese il microfono e urlò: “Grazie alla sicurezza sfigata me ne vado a casa” e lo sbatté a terra.

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“La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita”

Federico Falcone

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Sono passati esattamente ventisei anni da quando nelle sale americane debuttava “Forrest Gump“, film capolavoro di Robert Zemeckis con protagonista, in una delle sue performance meglio riuscite e maggiormente celebrate, uno straordinario Tom Hanks. Basterebbero due aforismi tratti dalla pellicola per comprendere quanto questa sia entrata prepotentemente nel gergo comune e nella dialettica quotidiana. “Stupido è chi lo stupido fa” oppure “La vita è uguale a una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita“. Nessuno crederà mai che non le abbiate sentite almeno una volta nella vita.

Ispirato all’omonimo romanzo dello scrittore Winston Groom, il film racconta la vita di Forrest Gump, un uomo con uno sviluppo cognitivo inferiore alla media. Per lui il destino ha in serbo una serie infinita di sorprese e, non a caso, si trova al centro di importanti fatti accaduti nel corso della storia americana. L’orizzonte temporale coperto, infatti, è di circa trenta anni. Racconterà del suo amore per Jenny, di Elvis Presley, della guerra in Vietnam e del presidente J.F. Kennedy. Avvenimenti che, appunto, hanno cambiato le sorti della terra dello Zio Sam. Non solo, le sue abilità nel football e nel ping-pong porteranno a un nuovo clima di pace tra gli Stati Uniti e la Cina.

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Genuino, vero, sincero, ma anche dolce, romantico e buono. Forrest Gump è questo e molto di più. Tom Hanks, nel vestire i suoi panni, è magistrale. Non è entusiasmo facile, il nostro, ma pura e semplice consapevolezza dell’incredibile lavoro svolto per entrare nel carattere del personaggio. Non a caso ha vinto il premio Oscar come “Miglior Attore Protagonista”. Uno dei sei. Gli altri sono: “Miglior Film”, “Miglior Regia”, “Miglior Sceneggiatura non originale”, “Miglior Montaggio”, “Miglior effetti speciali”.

Aspetto capace di conquistare il grande pubblico, però, è l’ingenuità di Gump, il cui approccio positivo e ricco di fiducia verso il mondo che lo circonda lo rende un’anima pia, una sorta di alfiere della bontà umana, un adolescente, un ragazzo e un uomo incapace di provare sentimenti negativi e, quindi, agire di conseguenza. E’ leggero, Forrest, esattamente come quella piuma che all’inizio del film si posa delicatamente ai suoi piedi. Colonna portante di tutto è l’ottimismo, con il personaggio principale che ha sempre una visione positiva della vita e per questo, non è sempre a suo agio con un mondo a volte ottuso, se non peggio.

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Sono passati ventisei anni dalla sua uscita e “Forrest Gump” non ha perso nulla del suo fascino e della sua forza emotiva. E’ ancora capace di tenerci incollati allo schermo con la stessa intensità della prima volta. Spunti di riflessione ce ne sono un’infinità, ma quello che a noi sta più a cuore è il suo insegnamento principale, cioè quello di vedere il mondo e la vita con gli occhi della positività, della fiducia, dell’amore. In un periodo schizofrenico della nostra esistenza, a causa degli avvenimenti ben noti di questi ultimi mesi, Dio solo sa quanto questa visione possa farci stare bene.

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155 anni di Alice nel Paese delle Meraviglie: il suo universo è più affascinante che mai

Federico Falcone

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Sono passati esattamente 155 anni da quando Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie vide la luce in attesa della sua pubblicazione, avvenuta solo pochi mesi dopo. L’opera di Lewis Carroll, comunemente conosciuta come Alice nel Paese delle Meraviglie, anche a distanza di tutto questo tempo non smette di affascinare e stupire il pubblico di tutte le età. Chissà se Charles Lutwidge Dodgson, questo il vero nome dello scrittore, aveva effettiva cognizione di come il suo scritto sarebbe entrato prepotentemente nella vita di tutte le generazioni che da allora si sarebbero succedute. Un classico in grado di trascendere i confini dello spazio-tempo, influenzando gran parte dell’universo culturale che in esso vedeva idee e spunti originali, freschi e fantasiosi al tal punto da tramutarsi in evergreen.

Pochi sanno che l’autore non era solo uno scrittore di indubbia fantasia e talento, ma anche matematico. Lewis Carroll, intatti, è uno pseudonimo, un gioco di parole fra i suoi due nomi di battesimo: Charles è diventato Carroll; Lutwidge è diventato Lewis. Come riportato in un vecchio articolo del quotidiano inglese Guardian, egli soffriva di un disturbo neurologico che generava potenti allucinazioni e distorsioni della realtà, al punto da far sembrare gli oggetti e il mondo circostante di dimensioni differenti rispetto alle originali. E questo nel libro è presente in più di un’occasione.

Tra chi lo considera un romanzo, chi una favola, chi ne riscontra la natura nonsense, chi lo riconduce a una fetta di pubblico talmente limitata da essere una nicchia (questa, poi) o talmente articolata da essere eterogenea e quindi troppo commerciale, il lavoro era e resta un capolavoro della letteratura dell’Ottocento. E non potrebbe essere altrimenti. Ognuno può vederci ciò che vuole, e questo ne caratterizza la grande identità e forza narrativa. Ed ecco dove si esplica la sua forza di trascendere lo spazio e il tempo in cui altrimenti sarebbe confinato.

“Si può leggere di primo acchito, senza pause, o comunque indifferenti alle interruzioni; poiché da qualsiasi punto si ricominci la lettura, è come riprendere la storia da un punto fermo, senza nessi da ricordare con quanto precede. Ogni pagina è un inizio. Rinunciare a cercare troppo astrusi significati ha un grande effetto liberatorio; alla luce di quello che ancora una volta il saggio Re di Quadri sentenzia nell’ultimo capitolo: ‘Se non c’è nessun significato… questo, sapete, ci risparmia un mondo di guai, perché non abbiamo più bisogno di cercarne uno'”.

Questa prefazione di Luigi Lunari su una delle ultime riedizioni del libro potrebbe essere sufficiente per descrivere l’incredibile capacità di veicolare emozioni che Carroll ha saputo convogliare nel testo. Ma anche il come queste riescono a incastrarsi all’interno di una trama articolata, spesso complessa se vista nelle sue sfumature metaforiche o allegoriche. Un viaggio surreale, onirico. Attraverso gli occhi di Alice, la dolcissima bambina protagonista del racconto, incontreremo il Coniglio Biancoil Brucaliffo, la Lepre Marzolina, il Cappellaio Matto, il sonnolento Ghiro, il Gatto del Cheshire, la Regina di Cuori e tantissime altre creature di questo meraviglioso mondo, tutte protagoniste di usi e costumi che anche al giorno d’oggi hanno una straordinaria influenza su trame o sceneggiature o brani musicali. Sono parte integrante della nostra vita.

Non si contano le trasposizioni cinematografiche dell’opera, a volte riuscite, a volte claudicanti. La prima versione in assoluto durava scarsi 10 minuti. Fu realizzata in Gran Bretagna nel 1093. Tra le più famose vi sono senz’altro quella Disney del 1951, quello del 1999 con Tina Majorino nei panni di Alice, Martin Short in quelli del Cappellaio Matto e Gene Wilder in quelli della Finta Tartaruga. La versione di Tim Burton con il fido Johnny Depp e la straordinaria presenza di Helena Bonham Carter e Anne Hathaway è, se vogliamo, ancora più surreale. Ha spaccato il pubblico, non a tutti è piaciuta, ma è stata un successo commerciale.

L’universo di Alice, il suo mondo, il suo fascino, probabilmente non smetteranno mai di affascinare e conquistare sempre nuovi appassionati. Persino la Royal Mail britannica lo ha celebrato con una serie di francobolli. Sono circa ottomila le edizioni del libro, una cifra straordinaria, impensabile per i più. Fra queste, tenetevi forte, ve n’è una con i geroglifici. Un classico che non potrà mai passare di moda e continuerà ad alimentarsi della passione dei suoi lettori che, generazione dopo generazione, non solo ne custodiscono la memoria, ma che ne tramandano l’eredità. Immortale

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