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Inutile negarlo, Kevin McCallister è il simbolo dell’era Millennials

Tutti noi, dal primo all’ultimo, almeno una volta nella vita avremmo voluto non rendere conto ai nostri doveri da figli

Eleonora Lippa

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Home Alone”, questo il titolo originale, ha conquistato intere generazioni di adolescenti. Ancora oggi, a distanza di 30 anni dalla sua uscita sul grande schermo, è in grado di rapirci e tenerci incollati alla televisione. Lo sappiamo tutti che anche voi, almeno una volta nella vita, avreste voluto essere Kevin McCallister.

E pensare che il film, uscito in Italia nel gennaio del 1991, ha affrontato non poche problematiche relative alla sua produzione e distribuzione. Essendo un low- budget movie, infatti, il successo non era affatto garantito e, quindi, in più di un’occasione, rischiò realmente di non vedere mai la luce. Alla fine, però, il regista Chris Columbus e lo sceneggiatore John Hughes riuscirono in quella che, al tempo, era per loro una folle scommessa: “Mamma ho perso l’aereo” si è rivelata una commedia live action campione d’incassi assoluto. Primato detenuto per ben 27 anni. Nessuno ci avrebbe mai scommesso un dollaro.

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“Mamma ho perso l’aereo” è senza dubbio il manifesto dell’era Millennials

A Hollywood si arrivò addirittura a coniare una nuova espressione: “To be Home Aloned” per indicare quei film che non sono riusciti a riscuotere successo a causa dell’uscita di questa pellicola. La sceneggiatura venne scritta da Hughes in soli 9 giorni, dopo un viaggio in Europa con la famiglia durante il quale pensò a cosa potesse accadere se uno dei suoi figli venisse involontariamente dimenticato a casa da solo.

Propose immediatamente Macaulay Culkin per la parte di Kevin. Chris Columbus, però, volle comunque fare dei provini. Terminate le oltre 200 audizioni si giunse alla scelta che noi tutti oggi conosciamo.

Il faccino furbo di Kevin McCallister (Macaulay Culkin all’epoca delle riprese aveva solo 10 anni), la sbadataggine dei due ladri (Joe Pesci e Daniel Stern), l’urlo della madre nel momento esatto in cui si rende conto di aver dimenticato il figlio a casa (KEVIN!!!) sono immagini che, in punta di piedi e con assoluta innocenza, sono riuscite a ritagliarsi un posto permanente nei ricordi di ognuno di noi.

Ma perché questa accoglienza? Dare una risposta alla domanda è piuttosto semplice

C’è un legame solido che la pellicola riesce a stabilire con chiunque si ritrovi a guardarla. Il fatto di vedere protagonista un bambino va immediatamente a intaccare la nostra sfera personale legata ai ricordi dell’infanzia e, soprattutto, ai desideri che avevamo a quell’età.

Tutti noi, dal primo all’ultimo, almeno una volta nella vita avremmo voluto non rendere conto ai nostri doveri da figli. Avremmo voluto essere padroni assoluti della casa dove vivevamo. Avremmo voluto poltrire sul divano senza interferenze per un intero pomeriggio, a guardare la tv o semplicemente a giocare.

Tutti noi ci siamo sentiti felici, in preda a una sensazione di libertà mai provata prima quando Kevin ha ipotizzato di aver fatto sparire la sua famiglia. O quando ha realizzato di essere rimasto a casa da solo, iniziando a fare tutte quelle attività che fino a quel momento gli erano state proibite.

Riuscire a sventare una rapina in un modo così brillante non rispecchiava di certo le nostre aspettative, ma è stato soddisfacente anche solo guardarlo in un film. Chris Columbus è riuscito a coinvolgere a 360° il pubblico, facendo sì che potesse rispecchiarsi nelle dinamiche della vicenda raccontata, tant’é vero che vi sarà un reboot prodotto da Twentieth Century Fox per Disney Plus.

Nessuno poteva aspettarsi un successo del genere, soprattutto da un progetto nel quale credevano in pochissimi. Ma “Mamma ho perso l’aereo” è diventato pezzo di storia del cinema, continuando ancora adesso a essere tra i migliori film di Natale.

Tutto questo è grazie a Kevin, quel Kevin McCallister che è stato tutti noi e che tutti noi avremmo voluto essere

Studentessa di traduzione editoriale, innamorata della Spagna, del cinema italiano e delle parole di Alberto Moravia, coglie al volo la possibilità di uscire dalla suo comfort zone e visitare tutto ciò che è possibile. Gingerness e arrosticini come unico credo.

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“The Dark Side of the Moon”: 48 anni fa l’album che cambiò la storia della musica

The Dark Side of the Moon rappresentò uno spartiacque nella carriera dei Pink Floyd

Luigi Macera Mascitelli

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È molto difficile, se non impossibile, parlare oggi dei Pink Floyd senza scadere nell’ovvio. Perché, diciamocelo: The Dark Side of the Moon è tra i migliori album mai partoriti da qualunque mente umana nella storia della musica, ed un lavoro che dettò dei nuovi canoni, portando a livelli mai pensati e avanguardistici l’espressione musicale. Oggi, 1º marzo 2021, il capolavoro dei capolavori compie 48 anni. Pubblicato il 1º marzo 1973 negli Stati Uniti d’America dalla Capitol Records e il 23 dello stesso mese nel Regno Unito dalla Harvest Records. Quasi cinque decadi di età, eppure sembra sia uscito ieri da qualche passaggio spazio-temporale del futuro.

«The Dark Side of the Moon was an instance of political, philosophical and humanitarian empathy that desperately asked to come out.» (The Dark Side of the Moon era un’istanza di empatia politica, filosofica e umanitaria che chiedeva disperatamente di venir fuori)

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Così lo definì Roger Waters, polistrumentista e storico bassista e seconda voce del quartetto inglese. E forse sono proprio le sue parole le più adatte a definire un’opera di questo calibro. Noi comuni mortali non possiamo certamente avvicinarci alla natura quasi divina delle quattro menti che diedero vita ad un simile lavoro. The Dark Side of the Moon è l’esempio perfetto di come il genio nasca una sola volta, in circostanze quasi divine, come se i pianeti si fossero allineati in quel giorno.

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L’ottavo album dei Pink Floyd fu una rivelazione, rappresentò il culmine di anni di sperimentazioni. Assai diverso rispetto ai lavori precedenti, la prima cosa che saltò all’occhio fu la notevole riduzioni delle sezioni strumentali ed un maggiore accento ai testi. Questi ultimi incentrati sulla psiche umana e su quei lati nascosti (oscuri, per meglio dire) che la razionalità non può tenere a freno. Da qui il titolo canonico dell’album.

Temi come il conflitto interiore, il denaro, la percezione e il trascorrere del tempo, la morte, l’alienazione (un chiaro rifermento all’ ex vocalist Syd Barrett) furono la linfa vitale del disco. Premere il tasto “play”, tanto oggi quanto quasi cinquant’anni fa, significa entrare in una dimensione completamente aliena al mondo. Un po’ come guardare in uno specchio che riflette l’anima anziché il corpo. Questo è il lato nascosto della Luna e della psiche. Ed anche da un punto di vista prettamente tecnico i Pink Floyd furono innovativi. L’album si avvalse infatti di una registrazione in multitraccia, sintetizzatori analogici e sezioni parlate.

Già quando venne pubblicato il sesto album Meddle nel 1971, la band iniziò a raccogliere il materiale per la sua creazione finale. Addirittura Il nuovo album venne sponsorizzato mesi prima della sua effettiva pubblicazione, durante il Dark Side of the Moon Tour . Subito dopo l’uscita, il disco ottenne un successo stratosferico. Milioni e milioni di copie vendute e ben 741 settimane di prima posizione, tra il 1973 e il 1988, nella classifica statunitense Top LPs & Tapes.

L’idea di un lavoro che si concentrasse su un solo tema fu proprio di Roger Waters. In un’intervista concessa alla rivista Rolling Stone, David Gilmour disse:

«Credo che tutti pensassimo – e Roger sicuramente lo pensava – che molti dei testi che stavamo usando fossero un po’ troppo indiretti. C’era decisamente la sensazione che le parole stessero per diventare più chiare e specifiche.»

Sappiamo tutti dello storico attrito che ci fu tra i due -motivo per il quale la band si scioglierà-. Eppure in quel 1972, Il bassista e paroliere Roger Waters, il chitarrista David Gilmour, il batterista Nick Mason e il tastierista Richard Wright parteciparono alla composizione e alla produzione del nuovo materiale. Waters poi registrò i primi demo nella sua casa di Islington, in un piccolo studio di registrazione allestito in un capanno in giardino. Tutti e quattro furono d’accordo con l’idea.

Concettualmente parlando, e come già accennato, The Dark Side of the Moon rappresentò uno spartiacque nella carriera dei Pink Floyd. Lo stesso Gilmour definì il materiale precedente con Barrett «quella noiosa roba psichedelica» -ah, il buon David e le sue provocazioni- . Una svolta stilistica già annunciata, dicevamo, con Meddle, resa nota dall’espressione “musica concreta“. Il termine fa riferimento al compositore francese Pierre Schaeffer che lo ideò nel 1948. Esso indica la manipolazione del suono nella musica contemporanea. Schaeffer parlava di musica concreta intendendo il suono nella sua completezza; ovverosia il fatto di ascoltare il suono in tutti i suoi aspetti.

I Pink Floyd furono tra i primi innovatori a dare al suono una vita propria, non ragionando per schemi ma per interezza. Esattamente come nel Cubismo l’oggetto veniva rappresentato in mille prospettive su un unico piano esistenziale, allo stesso modo il sound dell’album venne colto nella sua totalità. Attraverso modulazioni, orchestrazioni e la tecnologia dell’epoca, The Dark Side of the Moon rese tangibile qualcosa che, prima di allora, era possibile cogliere solo con l’udito. Un’esperienza mistica che coinvolgeva tutti i cinque sensi.

I due lati del vinile contengono ciascuno cinque tracce, unite come fossero una sola suite per facciata. Inoltre ogni brano costituisce un’allegoria ai vari stadi della vita, tant’è vero che l’album inizia e finisce con il rumore del battito cardiaco. Ed è il cuore, per così dire, il senso dell’opera, a testimonianza di come solo tramite l’empatia si possa cogliere ciò che il solo grezzo cervello non può. D’altronde, come può la razionalità spiegare qualcosa di irrazionale? Solo la forza del sentimento può.

Oltre ad un enorme guadagno in termini economici, l’album segnò l’inizio di una nuova epoca musicale. La musica elettronica moderna, l’uso del sintetizzatore e delle sonorità psichedeliche e la musica intesa come concetto, presero il via proprio da qui, quasi cinquant’anni fa. Non possiamo quindi che concordare con la rivista Rolling Stone, che nel 1987 lo collocò al 37º posto della sua Top 100 Albums of the last 20 years, e sedici anni dopo al 43º nella sua lista dei 500 migliori album di tutti i tempi.

«[…] Penso che quando fu terminato, tutti pensavamo che fosse la cosa migliore che avessimo mai fatto fino ad allora, e tutti erano molto soddisfatti, ma non è che qualcuno lo considerasse cinque volte migliore di Meddle, o otto volte migliore di Atom Heart Mother, oppure lo valutasse per il numero di copie che esso ha di fatto venduto. È stato [..] non solo un buon album, ma anche [realizzato] nel posto giusto al momento giusto»

(Nick Mason)

Tracklist nell’Edizione Originale:

Lato A
1. Speak to Me
2. Breathe
3. On the Run
4. Time + Breathe (Reprise)
5. The Great Gig in the Sky
Lato B
6. Money
7. Us and Them
8. Any Colour You Like
9. Brain Damage
10. Eclipse

Formazione:

David Gilmour – voce, cori, chitarra, lap steel guitar, pedal steel guitar, sintetizzatore
Roger Waters – basso, sintetizzatore, voce principale (tracce 8 e 9), effetti su nastro
Richard Wright – organo Hammond, pianoforte, pianoforte elettrico, cori e armonie vocali, voce principale (traccia 4), sintetizzatori Minimoog,
Nick Mason – batteria, percussioni, rototoms (traccia 4), effetti sonori e su nastro

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Watson & Crick e la doppia elica del DNA – Tra storia e riflessioni

Alessio Di Pasquale

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È esistito un momento per la scienza che è stato come osservare per un breve istante il volto di Dio, quando a metà del secolo scorso venne decriptato il suo messaggio nascosto nella nostra carne e nel nostro sangue. Era il 28 Febbraio del 1953 quando il biologo americano James Watson e il fisico britannico Francis Crick, nei laboratori di Cambridge scoprirono la struttura ad elica dell’acido desossiribonucleico, meglio noto come DNA.

Tutto ciò che siete stati, tutto ciò che siete adesso, e tutto ciò che sarete voi e i vostri figli è contenuto qui, in questo scrigno a doppia elica di polimeri a loro volta formati da monomeri detti nucleotidi, costituiti da uno zucchero, un gruppo fosfato ed una base azotata. Tutto qui. “Semplice” chimica. Facile a dirsi, no? Eppure il tutto, come si sa, è molto più della somma delle sue parti.

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Per i profani: ogni DNA è unico ed irripetibile, ed è l’impronta indelebile di ogni essere umano. Messa così, non è che poesia scritta dagli elementi della tavola periodica in ogni singolo nucleo di ogni singola cellula. E la sua funzione è, in breve, quella di contenere le informazioni che serviranno per produrre le proteine necessarie al funzionamento dell’organismo.


In realtà, ad essere precisi, la storia della struttura del DNA parte da qualche anno prima. Inizialmente, questa molecola fu isolata nel 1869 dal biochimico Svizzero Friedrich Miescher, che la individuó nel pus di bende chirurgiche usate. Nel 1919 un biochimico lituano, Phoebus Levene, scoprì la struttura chimica del singolo nucleotide, suggerendo che doveva necessariamente esserci un filamento di nucleotidi uniti tra loro tramite dei fosfati. Nel 1937 il fisico inglese William Astbury, che si divertiva a passare ai raggi X qualsiasi cosa, dimostrò che il DNA aveva una struttura altamente regolare.

La svolta infine si ebbe nel 1953, quando Watson e Crick, grazie all’aiuto e al sacrificio della chimica-fisica inglese Rosalind Franklin (che approfondì ulteriormente lo studio del DNA ai raggi X), pubblicarono sulla rivista Nature il primo modello a doppia elica della molecola del DNA. Due filamenti cioè di unità ripetitive dette nucleotidi, elegantemente e perfettamente avvolti a spirale. Dio non gioca a dadi. O forse sì, ed è anche un ottimo baro.


Abbiamo parlato di sacrificio poco fa. Nel 1962 Watson e Crick ricevettero il premio nobel per la loro scoperta, tutti gli onori del caso, grande rispetto della comunità scientifica, privilegi e chi più ne ha, più ne metta. Solo qualche anno prima, nel 1958, la povera Franklin morì invece di tumore, dovuto alla forte e prolungata esposizione ai raggi X. Lei quindi non ricevette nient’altro che una modesta, degna sepoltura.

Ma, dal momento che quella che fu la prima delle più grandi scoperte scientifiche nel campo della biologia fu possibile soprattutto grazie ai suoi studi, la comunità scientifica è ancora molto divisa su chi avrebbe dovuto giustamente ricevere il nobel. Ed anche a ragione, osiamo dire, come minimo. A parità di condizioni, dovrebbe ricevere maggior considerazione chi non immola solo il suo tempo ad una causa, ma anche e soprattutto la propria salute.

Ma d’altronde si sa come vanno queste cose. E questo non è il mondo ideale che tutti (o quasi) vorremmo. I lunghi tentacoli della politica spesso arrivano ovunque, ed insudiciano ogni cosa che toccano. E lo stiamo provando sulla nostra pelle. Abbiamo tecnologie per mandare sonde in esplorazione fuori dal sistema solare. Abbiamo appena avviato il progetto di colonizzazione di Marte… ma sulla terra, nel XXI secolo, applichiamo ancora rimedi palliativi medievali come la quarantena prolungata per contrastare un’infezione, di gravità ancora soggetta ad approfondimenti e studi. Di chi sia la colpa, (o se preferite la “responsabilità” se siete di quelli un po’ new age che hanno abolito il concetto di colpa), se della politica o della scienza, sta a voi deciderlo. Ma sappiate che non farà alcuna differenza.


Comunque, da allora ne è passata di acqua sotto ai ponti. Clonazione, cellule staminali, ingegneria genetica, bioinformatica, lockdown permanenti e abolizione delle più basilari libertà umane. Ora invece arriva la necessaria riflessione. Su un argomento di così grande importanza come il DNA è quasi d’obbligo.


Immaginate di trovarvi seduti su di un treno fermo sui binari, sul sedile più vicino al finestrino, e di guardare il treno di fianco al vostro fermo, immobile come quello sul quale vi trovate voi. Immaginate che il vostro treno inoltre sia dotato di pannelli fonoassorbenti (o qualsiasi altro sistema silenziante), e non siate quindi in grado di sentire nessun tipo di sollecitazione meccanica scaturita dal suo movimento. Silenzioso come una notte d’inverno tra le sperdute montagne del nord del mondo. Ad un certo punto uno dei due treni inizia a muoversi. Sareste in grado, in simili truccate condizioni, di affermare con certezza quale dei due treni stia effettivamente scorrendo sui binari, se il vostro o quello che state osservando? Credo di no. Semplicemente non potreste, in quanto tutti i vostri sensi, dal tatto alla vista, sono stati ingannati.

È praticamente ciò che sta succedendo al progresso scientifico sotto i nostri occhi addormentati, nel caso non ve ne foste già accorti. L’umile e modesto (ma dignitoso) treno regionale sul quale viaggiate voi, in compagnia di quella nobile arte frutto di enormi sacrifici di eleganti uomini d’ingegno chiamata scienza, è fermo ormai da un bel pezzo. L’amorale, ruffiano, rampante frecciarossa che trasporta invece la “tecnica” (meglio conosciuta come “tecnologia”), figlia bastarda e ingrata della scienza, corre invece spedito a centinaia di chilometri orari, senza guardare in faccia a nessuno. Schiantando e fracassando senza senso ogni muro di logiche, fisiologiche obiezioni che ogni essere senziente sulla faccia della terra, dotato di una semplice rete neuronale pensante, si porrebbe durante un qualsiasi viaggio da A a B. Però voi, i cosiddetti “non addetti ai lavori”, non potete accorgervi che in realtà siete fermi, perché siete sull’altro treno, e dunque siete erroneamente portati a credere dalle circostanze che la scienza stia viaggiando molto velocemente. Ma non è così.

Scienza e tecnica di regola dovrebbero viaggiare sincronicamente, all’unisono, proprio come l’elica del DNA. L’una non potrebbe esistere senza l’altra. Solo che ci siamo dimenticati una cosa fondamentale: dovrebbero muoversi su binari che, pur non incontrandosi mai, restano sempre e comunque paralleli, come è sempre stato, grazie a quell’antico collante che li tiene uniti chiamato filosofia. Già, quella stronzata da ricchi e oziosi nullafacenti capace di rendere la bestia un uomo, o un uomo una bestia quando viene a mancare. Quella roba insignificante che fornisce un senso ed un perché ad ogni stramaledetta azione, che altrimenti avverrebbe senza un motivo che sia uno, e che quindi non renderebbe poi così tanto diversi da un tipo di organismo unicellulare primordiale comunemente chiamato ameba.

Verrebbe da dire che siamo noi occidentali che abbiamo dovuto necessariamente assumere per forza di cose, davanti al sapere, quello stupido modo di dividere, etichettare, catalogare le materie e le discipline per ordinare e raggruppare l’enormità di informazioni generate dalla considerevole mole di scoperte avvenute negli ultimi tre secoli.

Ma in realtà, è solo un modo come un altro di ammettere l’incapacità di un cervello limitato di assorbire in una sola vita tutta la conosc(i)enza. L’anima trema davanti al vuoto, e la vanità dell’ego umano è istericamente e facilmente feribile, e non ammette sconfitte. Oppure è solo un modo come un altro di catalogare di conseguenza anche le persone, e trarne profitto? Quello lì è un ingegnere, quello lì è un medico, quello è un architetto, quell’altro ancora è uno scienziato e vediamo in che modo potrebbero servirci tutti per farci fare bei soldi. Tu al contrario sei un filosofo, cioè un uomo non di scienza, e noi non abbiamo tempo di perderci nei sofismi, dobbiamo aumentare la produttività in nome del n̶o̶s̶t̶r̶o̶ ̶p̶o̶r̶t̶a̶f̶o̶g̶l̶i̶o̶ progresso. La morale è: un uomo che si definisce “di scienza”, che viviseziona e divide in settori la conoscenza, non può fare altro che danni. Ed è meglio sorvolare sulla dimostrazione, in riguardo ai tempi infausti che stiamo vivendo. Diciamo solo: Divide et impera.


In realtà, già millenni fa nella saggezza di dottrine di matrice asiatica era racchiuso un segreto fondamentale: tutto è uno. Tutto è una sola cosa, compreso il sapere. Ed in tempi più recenti, un immenso filosofo azzardó perfino l’idea che: “la saggezza traccia dei confini anche alla conoscenza.” Ma noi “moderni”, noi “civilizzati”, bruciamo sul rogo chi viene a portarci la verità, chi viene a toglierci le catene. Ed il motivo non è perché siamo rimasti troppo a lungo nell’oscurità, come racconta anche il mito della caverna di Platone, e quindi ormai ci spaventa la luce a cui non siamo abituati. Il vero motivo è che siamo stronzi.


Tutto ciò per dire: oggi abbiamo perso la rotta, nel mondo scientifico soprattutto. Continuiamo a costruire barche che si perderanno nell’oceano, o nella peggiore delle ipotesi rimarranno ancorate, ferme in un porto senza muoversi più. Come già sta succedendo.
Comunque sia, la scoperta del DNA ha ovviamente aperto la strada a un miliardo di rivoluzioni in campo medico, dalla possibilità di mappare il genoma umano per la predisposizione a certi tipi di malattie (e quindi cura preventiva) alla creazione di nuovi farmaci sempre più efficaci, che ci consentono di restare più sani e longevi. Ma, come dicevamo, si sta perdendo il senso, il perché.

A cosa serve farci vivere più a lungo se l’età pensionabile sale sempre di più, se abbiamo sempre meno diritti, se i nostri figli non riescono a crearsi un futuro, se adesso poi non possiamo nemmeno più concederci il lusso di una cena con un amico? A cosa serve avere il “diritto” alla vita più lunga possibile se ogni giorno che passa la vita ci viene resa sempre più difficile? Se quello che un tempo era il giardino dell’eden è divenuto un inferno? Se la libertà è stata criminalizzata, se abbiamo avuto la prova che la libertà non è più un bene pubblico, ma è proprietà privata di pochi che possono comprarla? Ha davvero senso? Vi sembrano divagazioni troppo filosofiche? Eppure, fino a non molto tempo fa, i più grandi uomini di scienza erano tutti anche filosofi.

Ma in fondo, non è compito nostro risolvere paradossi. È una missione che spetta alla scienza. E noi che ci poniamo sempre troppe domande troppo lontane, troppo filosofiche, troppo inutili, dovremmo pensare di meno ed agire di più, giusto? Smettetela di porvi domande, smettetela di ficcare il naso in questioni di cui non ne sapete nulla. Accettate incondizionatamente tutto ciò che vi viene ordinato da questi grandi uomini e fatela finita perché, in fondo, non siete mica uomini di scienza.

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RetroGaming: Prince Of Persia, il viaggio nel tempo che ha rivoluzionato il mondo del gaming

cosa rese la saga di Prince Of Persia così amata ed importante nella storia del gaming?

Luigi Macera Mascitelli

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«Molti credono che il tempo sia come un fiume, che scorre lento in un’unica direzione. Ma io che l’ho visto da vicino, posso assicurarti che si sbagliano. Il tempo è un mare in tempesta! Forse ti chiederai chi sono e perché io parli così. Siedi, e ti racconterò la storia più incredibile che tu abbia mai sentito…»

Ed è proprio il tempo il protagonista di questo articolo. Sia perché si parla di un salto indietro di ben 18 anni, sia perché esso è il fulcro di tutta la storica trilogia di Prince Of Persia. Oggi, cari videogiocatori, mi rivolgo a voi ex o ancora possessori di una Ps2, in quanto parleremo di un titolo iconico che ha fatto la storia del gaming. Perciò, pugnale del tempo alla mano, e torniamo al 2003, anno in cui la software house Ubisoft diede il via ad una rivoluzione.

La saga di Prince Of Persia affonda le sue radici nel lontano 1989 con il titolo platform omonimo in 2D uscito per Amiga, NES, Apple II e Macintosh. Già all’epoca il gioco fece scalpore in quanto diede una grossa spinta in avanti a livello di animazioni e difficoltà. Muoversi all’interno dei labirintici livelli non era impresa facile. Trappole, nemici e vicoli ciechi erano sempre dietro l’angolo. Ed anche il tempo fece la sua comparsa. Una sola ora a disposizione del protagonista per poter salvare la sua amata da morte certa, allo scadere della quale si era costretti a ricominciare tutto da capo.

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Tuttavia il vero boom arrivò quasi 15 anni dopo, quando la Ubisoft acquisì il franchise, riscrisse la storia e l’ambientazione. Con l’uscita della Ps2, poi, la combinazione fu più che vincente, ed il 28 ottobre 2003 vide la luce Prince Of Persia: Le Sabbie Del Tempo. Il titolo in terza persona che, con i due capitoli successivi, darà vita alla storica trilogia che tutt’ora ricordiamo. Un gioco rivoluzionario che da un lato mostrò tutta la forza della console, e dall’altro ci fece letteralmente innamorare della saga. Ripercorriamone insieme la trama.

L’avventura del nostro principe inizia, come tutte le grandi storie, durante una guerra tra la Persia e una non definita città indiana. Il protagonista, sfruttando il caos del conflitto, cerca di farsi strada nel cuore del territorio nemico. È qui che egli entrerà in possesso del pugnale del tempo, un’antico manufatto in grado di riavvolgere il flusso temporale. Un’arma estremamente potente che permette all’utilizzatore di dominare il tempo, sventando eventi fatali ed ingannando la morte stessa.

Tuttavia il potere del pugnale è oggetto di mira del Visir Zervan. Questi è il consigliere del Maharajah d’India che vende il proprio padrone al re di Persia in cambio di una parte del suo bottino. Con un inganno il visir convince il principe ad usare il pugnale per liberare le Sabbie del Tempo contenute in una clessidra magica. Queste, una volta sprigionate, investono tutti i presenti che si tramutano in orribili mostri, compreso il padre del protagonista.

Ha così inizio l’avventura del giovane principe, che dovrà a tutti i costi sigillare nuovamente le sabbie, cancellare gli eventi a seguito della loro liberazione, e sconfiggere il Visir prima che questi riesca ad impossessarsi del pugnale. Ma il tempo è qualcosa di incontrollabile, sfuggente ed inarrestabile. Per il nostro alter ego non è che l’inizio.

«Il tuo viaggio non avrà un lieto fine, non puoi cambiare il tuo destino, nessun uomo può.»

Ed ecco che il 3 dicembre 2004 la Ubisoft pubblicò il sequel, Prince of Persia: Spirito guerriero. Il capitolo più violento e brutale della saga, il quale ci mostra un principe totalmente diverso rispetto al primo. Questa volta egli sarà in grado di mozzare teste, tagliare a metà l’avversario, strangolarlo e non provare pietà alcuna per il suo nemico. Il tutto accompagnato dalla colonna sonora contenente la celebre I Stand Alone dei Godsmack.

Sono passati sette anni, durante i quali il principe ha usato il potere delle sabbie per riavvolgere il corso degli eventi e sfuggire al proprio destino. Proprio per questo motivo egli si ritrova braccato dal Dahaka, il leggendario Guardiano del Tempo: una bestia spaventosa il cui compito è fare in modo che la storia segua il suo giusto corso. La soluzione per porre fine a tutto è una sola: cambiare il proprio destino impedendo la creazione delle sabbie. Il principe apprende così dell’esistenza della mitica Isola del Tempo, luogo in cui queste hanno avuto origine.

L’ambiente è cupo, oscuro, pieno di segreti, nemici e, soprattutto, governato dall’Imperatrice del tempo: la bellissima e sensuale Kaileena. Ella, secondo la leggenda, avrebbe creato le sabbie millenni prima. In realtà si scopre come sia stato lo stesso principe a dare origine a tutto. Uccidendo la donna in uno scontro, infatti, il protagonista crea proprio le sabbie: egli è l’artefice della sua condanna o, per meglio dire, del proprio destino.

Resta un’ultima speranza: usare il potere della Maschera del tempo, un antico manufatto che offre a chi la indossa una chance di riscrivere il proprio destino. In questo modo egli può tornare nel passato, portare nel presente Kaileena ed evitare il compiersi degli eventi fatali fino a quel momento. La creazione delle sabbie sarebbe di conseguenza successiva alle sue avventure, che quindi non potranno mai essere accadute. Il gioco dunque ci pone davanti a due finali alternativi: uccidere Kaileena nel presente o risparmiarla ed affrontare insieme il Dahaka. In entrambi i casi il principe avrà cambiato il suo destino. O forse no?!

«Tutti facciamo errori… alcuni piccoli, alcuni grandi… ma il suo errore, fatto di innocenza ed orgoglio, fu il più grande e terribile di tutti…»

E siamo giunti al fatidico momento, quello della conclusione della trilogia, con il terzo ed ultimo Prince of Persia: I Due Troni. Il capitolo finale pubblicato il 2 dicembre 2005. Attesissimo da tutti -me compreso all’epoca- ormai ansiosi di sapere cosa ne sarebbe stato del leggendario principe.

Gli eventi si riagganciano alla fine del secondo capitolo. Il principe e Kaileena hanno sconfitto il Dahaka e, ormai innamorati, si dirigono in nave a Babilonia. Ma i due trovano inaspettatamente la città devastata ed in fiamme. L’imbarcazione viene attaccata e la donna fatta prigioniera. Dopo alcuni scontri iniziali per cercare di salvarla, il principe fa un’orribile scoperta: impedendo la creazione delle sabbie, gli eventi del primo gioco non sono mai accaduti. Il Visir Zervan quindi non è mai stato ucciso. Peggio, lui ora possiede la clessidra vuota, il pugnale del tempo e il suo bastone magico. Gli mancano solo le sabbie per poter ottenere il potere totale.

Si scopre che Kaileena è stata catturata proprio dal Visir, il quale, davanti ad un impotente principe, la uccide, creando quindi le sabbie, assorbendone il potere e diventando una creatura immortale. Nell’esplosione il protagonista viene colpito dalle stesse, e presto scoprirà le nefaste conseguenze dell’evento. Ci ritroveremo così a impersonare ancora i panni del persiano, con l’obiettivo di fermare il Visir. Di nuovo.

In seguito il principe scopre che le sabbie del tempo lo hanno diviso in due personalità: il suo se stesso, buono e nobile, e il Principe Oscuro che rappresenta gli aspetti più crudeli, avari e arroganti della sua psiche. Durante il gioco egli subirà spesso questa trasformazione, che è possibile tenere a bada solo toccando l’acqua. L’avventura ci porterà ad incontrare di nuovo Farah, la giovane alleata del primo capitolo, la quale sarà di vitale importanza per il protagonista, costretto a combattere sempre di più con la sua controparte malvagia che si nutre delle ambizioni e dell’arroganza sopite dell’eroe.

Il gioco si conclude con l’uccisione del Visir da parte nostra e la liberazione dello spirito di Kaileena che ripulisce il mondo dalle sabbie e libera il principe dalla corruzione. Infine ella scompare portando con sé il pugnale del tempo. Privato della rabbia, avidità e superbia, il Principe Oscuro è finalmente sconfitto. L’eroe si sveglia nel mondo reale nel caldo abbraccio di Farah. Il cerchio, poi, si chiude con l’ultima scena: il protagonista racconta alla ragazza tutta la storia dal primo capitolo, spiegando come i due si fossero già conosciuti nel passato ed iniziando la narrazione proprio con le prime battute del titolo iniziale.

Considerazioni

Dopo questo lungo excursus degli eventi, è giunto il momento della fatidica domanda: cosa ha reso la saga di Prince Of Persia così amata e importante nella storia del gaming? Beh, una delle tante risposte risiede proprio nella trama appena – e molto brevemente – vista. Un intreccio di eventi simili con una caratterizzazione così particolare dei personaggi diedero vita ad un vero e proprio immaginario collettivo. Tutti ci sentivamo parte di quel mondo mediorientale e provavamo insieme al protagonista le stesse emozioni, paure e dubbi.

Inoltre c’è da sottolineare la spettacolarità del gioco stesso a livello tecnico. Il principe era in grado di correre sui muri, saltare, arrampicarsi, combattere usando infinite evoluzioni. Insomma, Prince Of Persia diede una libertà di movimento mai vista fino ad allora. Unendo un sistema di combattimento eccellente al parkour, chiunque all’epoca restò folgorato da quelle mosse. E nei primi anni 2000 ciò fu una vera e propria rivoluzione. Basti pensare che la Ubisoft prese spunto proprio dalla sua creazione per sviluppare la celebre saga di Assassin’s Creed, all’inizio vista come una semplice copia.

Infine, per quanto assurdo possa sembrare, la trilogia di Prince Of Persia conteneva (e contiene tutt’ora) un messaggio molto profondo, che, inconsciamente, poneva l’accento su una questione: le nostre scelte sono già scritte o siamo noi che scriviamo il nostro destino? Possiamo porre rimedio ad uno sbaglio? E no, non stiamo parlando di un saggio di filosofia, ma di un “semplice” videogioco. A testimonianza di come l’uomo si interroghi sulla caducità della vita in un milione di modi, anche nell’espressione artistica dell’intrattenimento.

Abbiamo amato il principe e le sue avventure anche e soprattutto perché ci siamo rivisti nel protagonista. Scelte sbagliate o avventate, indipendentemente dall’età, hanno avuto ed avranno delle conseguenze su di noi, e non sappiamo se è possibile porvi rimedio. La dualità tra il bene e il male è nelle nostre mani, ma il tempo non lo è, se non nella misura in cui decidiamo di viverlo.

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