Incendi: il terribile sublime che parla all’Uomo

Il fuoco è da sempre una terribile bellezza. Qualcosa di difficilmente addomesticabile. Un elemento che l’uomo ha cominciato a conoscere e utilizzare senza mai diventarne veramente padrone. Gli incendi di questa estate ne sono l’ennesima riprova.

Girare in questi giorni per Tivoli, ma anche a Ischia, a Pescara, in Calabria e prima in Sardegna significa tornare a casa e sentire l’odore della cenere addosso. L’odore di bruciato.

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Significa rivivere, attraverso l’olfatto, quello che gli occhi hanno vissuto nelle ore precedenti. Uno spettacolo inquietante. Ma al tempo stesso sublime.

Quel sublime che ritroviamo nella filosofia antica, nel trattato anonimo attribuibile probabilmente a Cassio Longino e da cui partì anche la disamina di Kant.

Secondo l’idea del filosofo tedesco del ‘700 l’uomo prova terrore di fronte alla forza schiacciante di un fenomeno tanto grande che apparentemente gli appare inaccessibile.

Il fuoco che divampa sulle montagne assume il ruolo, quasi divino, di questi fenomeni naturali che mettono in pericolo l’uomo stesso. E qua entra in gioco la componente piscevole del sublime. Perché si gode nel percepire quanto l’immaginazione umana possa elevarsi a capire, ad abbracciare, l’oggetto sublime. Per quanto esso sia grande rispetto a essa.

“Sublime è ciò di cui la sola possibilità di esser pensato dimostra la presenza di una facoltà dell’animo nostro che trascende ogni misura sensibile. Il sentimento del sublime nella Natura è dunque rispetto per la nostra propria destinazione, che ci rende per così dire intuibile la superiorità della determinazione razionale delle nostre facoltà conoscitive anche sul massimo potere della sensibilità. La sublimità dunque non sta in nessuna cosa della Natura, ma solo nell’animo nostro, in quanto noi possiamo riconoscerci superiori alla Natura”. (Critica del Giudizio)

L’uomo da sempre si è posto come domatore del fuoco. Non sempre riuscendoci. E molte volte sfidando la natura e le divinità.

Come nel caso di Prometeo che sfidò gli dei per donare il fuoco agli uomini. L’elemento rubato dal Titano contiene in sé i segreti degli abitanti dell’Olimpo, conservatori del fuoco stesso. L’importanza di quest’ultimo è soprattutto religiosa, più che politica.

É il simbolo delle religioni per cui mantenere viva la fiamma sacra era un compito di importanza tale da essere affidato a caste sacerdotali scelte.

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Gli incendi dunque rappresentano, ancora oggi, qualcosa di temibile, di distruttivo. Ma al tempo stesso riporta l’uomo alla condizione per cui si sente inferiore alla natura. Ritorna a ricordare quanto sia piccolo e impotente dinanzi a spettacoli del genere.

Il fuoco è da sempre, comunque, fonte di ispirazione per l’arte. Oggetto di studio, di ammirazione. Mezzo tramite cui arrivare a un repulisti. Come nel caso del “Manifesto del Futurismo” in cui Marinetti scrisse “E vengano dunque, gli allegri incendiarii dalle dita carbonizzate! Eccoli! Eccoli!… Suvvia! date fuoco agli scaffali delle biblioteche!… Sviate il corso dei canali, per inondare i musei!… Oh, la gioia di veder galleggiare alla deriva, lacere e stinte su quelle acque, le vecchie tele gloriose!… Impugnate i picconi, le scuri, i martelli e demolite, demolite senza pietà le città venerate!”.

Strumento per dare una svolta alla staticità degli intellettuali e degli artisti. Si parla, inoltre, di città. Quelle idee e rappresentazioni reali da demolire per ringiovanire e proiettarsi al futuro.

Fu proprio un futurista, Gerardo Dottori, in “Incendio città” a dipingere il centro di Perugia invaso dalle fiamme ispirandosi alle geometrie di Giacomo Balla.

L’artista qui propone il rinnovamento dell’uomo. 

A prendere fuoco non è l’essere umano. Sono le case, simbolo primordiale del rifugio. Ma anche la città vista come comunità legata a dogmi e certezze statiche. Il fuoco purificatore delle nuove teorie futuriste incendia tutto ciò che sembrava fermo e immutabile. Perché tutto, come araba fenice, può rinascere dalla cenere di se stesso.

Il disastro diventa qui un nuovo inizio. Fornisce la spinta verso il nuovo.

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Questa idea di cambiamento attraverso la distruzione fu centrale anche in un sonetto di Cecco Angiolieri, nel XIII secolo, in cui il poeta di Siena scrisse:

“S’i fosse foco, arderei ’l mondo; s’i’ fosse vento, lo tempestarei; s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei; s’i’ fosse Dio, mandereil’en profondo;”.

Una presa di posizione chiara quella dello scrittore. Partire dai quattro elementi fondanti il cosmo per cambiare, attraverso i fenomeni naturali a essi collegati, la Terra.

L’uomo anche in questo caso risulterebbe impotente.

La natura, dunque, sembra aver bisogno sempre di eventi eccezionali, molte volte quasi catastrofiche, per mandare un messaggio agli uomini.

E questa volta il messaggio sembra chiaro: non si scherza con il fuoco. Né con la Natura. Perché lei, come scrisse Giacomo Leopardi ne “La ginestra”, risorge sempre. Simbolo dell’unione e della forza della dignità che combatte proprio la natura matrigna, la quale, sotto forma di lava, tutto distrugge.

Questo fiore, che nasce dove gli altri non ce la fanno, è la vita. Emblema del resistere et ventis adversis. Così l’Uomo, facendo leva sulla comunità, può rinnovarsi e risollevare se stesso e ciò che lo circonda.

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Federico Rapini
Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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