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Il volto oscuro della montagna: l’incidente del passo Dyatlov

Redazione

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Quando si parla della Russia, le prime immagini alle quali la mente in automatico si associa sono la neve e le temperature estreme abbondantemente sotto lo 0. Per avere un’idea di cosa stiamo parlando, basti pensare che nella Siberia dell’ormai ex URSS esiste uno sperduto villaggio di nome Ojmjakon, che è attualmente l’agglomerato urbano più freddo al mondo, con temperature che hanno toccato, in un passato neanche troppo lontano, i 63 gradi sotto lo zero Celsius. Questa è la “forma mentis” con la quale noi di solito immaginiamo quei luoghi così remoti e inospitali dal punto di vista meteorologico, poiché il clima è comunemente risaputo non essere affatto gentile con i popoli che abitano questo grande e sconfinato paese.

Ciò che invece non è molto conosciuto tra noi “forestieri” è invece un oscuro fatto di cronaca accaduto nella zona settentrionale della catena dei monti Urali, la catena montuosa più lunga d’Europa che sembra quasi essere uno spartiacque naturale che separa l’Europa dall’Asia, e che solo a studiarla su carta ci si rende conto di quanto selvaggia, inesplorata e ricoperta da una spessa coltre di mistero sia in tutta la sua lunghezza. Tornando a noi, la vicenda di cui oggi vi parliamo è tuttora un mistero irrisolto per le autorità, denominata in seguito “incidente del passo Dyatlov” in cui persero la vita nove giovani amici. Uno di quei racconti suggestivi, per chi frequenta la montagna, da ascoltare davanti al fuoco scoppiettante di un rifugio in alta quota, che tutti gli escursionisti professionisti conoscono, che ha il potere di affascinare e dal quale trarre sicuramente insegnamento.

Sul finire del gennaio 1959, un gruppo di 10 ragazzi, tutti poco più che ventenni e per la maggior parte studenti di cui 8 uomini e 2 donne, tutti con una buona conoscenza degli ambienti montani e con molta pratica sul campo alle spalle anche nello sci di fondo, decise di fare un’escursione molto impegnativa (di livello 3, la più difficile) che avrebbe dovuto condurli come mèta sulla vetta del monte Ortoten. La spedizione era capitanata da Igor Alekseevich Dyatlov, brillante studente di ingegneria (progettò e costruì da sé perfino una radio da portare nelle sue escursioni) ed ottimo conoscitore della montagna da cui ovviamente prende tristemente il nome questo incidente.

Poco prima della spedizione, Igor avvertì la propria associazione sportiva che avrebbe inviato loro un messaggio telegrafico una volta tornati indietro al punto di partenza, il piccolo villaggio di Vizhay, e ciò sarebbe dovuto avvenire entro e non oltre il 12 febbraio. Inutile dire che questo telegramma non arrivò mai. Inoltre uno di loro diede forfait poco prima e quindi rimasero in 9 ad intraprendere il cammino, con almeno 30 gradi costantemente sotto lo zero. Ma i russi si sa, sono temprati e abituati a queste così rigide temperature.

I ragazzi si misero effettivamente in marcia il 27 gennaio, dal luogo in cui finiva la civiltà ed iniziava la natura più selvaggia e al contempo pericolosa, e per ben 5 giorni attraversarono paesaggi ghiacciati, innevati ed incontaminati di una bellezza più unica che rara tra risate, spensieratezza ed allegre foto ricordo, come ogni comitiva di amici; tutto procedeva secondo i piani e non avevano avuto nessun problema fino ad allora.

Il 1° febbraio arrivarono al passo che li avrebbe condotti sulla vetta del monte Ortoten, ed iniziarono quindi la salita. La loro idea in origine era quella di accamparsi per la notte e riposare ai piedi della montagna, ma qualcosa andò storto; un imprevisto di quelli che in montagna può capitare, un’improvvisa bufera di neve fece perdere l’orientamento al capospedizione Igor ed al resto del gruppo, e proseguendo nel loro vagabondare con visibilità ridottissima, finirono a circa 16 km di distanza dall’Ortoten, alle pendici del monte Cholatčachl. Tradotto: montagna della morte.

Al destino, come si sa, non manca certo l’ironia

Restano ancora ignoti i motivi per cui i 9 escursionisti decisero nel pomeriggio di piazzare le tende in uno spazio aperto e quindi maggiormente esposto alle intemperie (anziché nei boschi circostanti), come ignoti sono i fatti che avvennero la stessa notte tra l’1 e il 2 Febbraio. Ma sono note le conseguenze. Come anticipato, il telegramma che avrebbe dovuto rassicurare tutti i loro familiari e amici sull’esito positivo dell’escursione non arrivò a destinazione entro la data programmata, e fu solo in data 20 Febbraio che iniziarono le ricerche dei dispersi su espressa richiesta dei familiari.

Furono inviati soccorsi composti da studenti, insegnanti e autorità locali che scandagliarono in lungo e in largo anche con elicotteri ed aerei il percorso che avrebbe dovuto condurre i ragazzi sulla cima del monte Ortoten. Le speranze di ritrovarli in vita sani e salvi erano pressoché nulle, considerando le gelide temperature a cui erano esposti ormai da giorni e giorni, i molti Km che ormai li separavano da ogni forma di aiuto umano e lo sterminato territorio sul quale dovevano operativamente essere condotte le ricerche. Ciononostante vennero comunque svolte, e fu solo nel 26 Febbraio che venne ritrovata nell’improvvisato accampamento la tenda dei 9 ragazzi; ma ciò che gelò il sangue dei soccorritori in quel tetro, pallido scenario di ghiaccio e neve, furono le scoperte immediatamente successive a questo rinvenimento.

Trovarono la tenda divelta e tagliata dall’interno, come se avessero dovuto fuggire di corsa da lì, e seguendo le orme dei passi sulla neve giunsero alle soglie di un bosco di cedri, dove ai piedi di un grosso albero erano ancora presenti le braci di un fuoco ormai spentosi, insieme ai primi due corpi: quelli di Jurii Krivoniščenko e Jurij Dorošenko. La cosa che lasciò esterrefatti i soccorritori fu che i due cadaveri erano quasi completamente nudi, indossavano solo biancheria intima. A quel punto i presentimenti dei soccorritori si rivelarono fondati. Di fatti, nel percorso che si estendeva tra la tenda e il bosco, furono subito ritrovati altri 3 corpi: il capospedizione Igor Djatlov, Zina Kolmogorova e Rustem Slobodin, distanti tra loro alcune centinaia di metri, in una posizione che si allungava verso la tenda, come se il trio stesse cercando indipendentemente di raggiungerla di nuovo. Mancavano dunque all’appello 4 corpi: furono ritrovati il 4 Maggio, in un dirupo nel bosco, poco distante dal cedro dei primi due ritrovamenti. Le indagini comunque partirono immediatamente e di conseguenza anche le prime autopsie. L’esito dei primi riscontri diagnostici non lasciava dunque margine d’errore: i ragazzi erano deceduti per ipotermia. Ma fu solo con gli esami autoptici successivi degli altri 4 cadaveri di Nikolaj Vasil’evič Thibeaux-Brignolles, Aleksandr Sergeevič Kolevatov, Ljudmila Aleksandrovna Dubinina e Aleksandr Aleksandrovič Zolotarëv, arrivati mesi dopo sul tavolo operatorio, che le indagini si fecero assai più oscure e frantumarono il quadro iniziale della situazione.

I corpi presentavano fratture craniche, costole rotte e lesioni interne ma, paradossalmente, nessuna ferita esterna. Inoltre, il volto di una delle due donne (la Dubinina Ljudmila Aleksandrovna) era stato brutalmente privato della lingua, degli occhi e parte della mascella. Infine, come se non avessimo già enigmi a sufficienza da decifrare: tutti i vestiti dei 9 soggetti emanavo quantità significative di radiazioni.

Eliminando le prime teorie ritenute poco plausibili, tentando di ricostruire realisticamente l’accaduto, il medico legale Boris Vozrozhdenny, ad autopsie concluse, in scienza e coscienza fu costretto ad ammettere di non aver saputo scorgere una reale ed autentica spiegazione razionale a quanto accaduto, e nei referti scrisse solamente che i ragazzi erano deceduti violentemente a causa di “una forza irresistibile e sconosciuta”.

Da qui in poi furono decine (se non centinaia) le ipotesi che tentarono di formulare dapprima gli inquirenti e in seguito media e curiosi a vario titolo, per dare un senso all’accaduto. Ciò che riuscirono a spiegare dalle prime indagini fu principalmente la quasi totale nudità dei primi due cadaveri e comunque ben pochi vestiti addosso ai restanti, ed attribuirono la causa ad un raro fenomeno conosciuto in medicina come “spogliamento paradossale”, che si verifica in condizioni di freddo estremo quando il corpo, ormai in piena ipotermia, per meccanismo di difesa rallenta l’afflusso di sangue verso le estremità per concentrarlo tutto negli organi vitali, ed i vasi sanguigni privati di molto sangue ed essersi quindi ristretti sempre più, si allargano di colpo come ultimo disperato tentativo di sopravvivenza; gli ultimi sussulti della vita, prima del grande salto nel buio.

A quel punto si avverte un intensissimo calore, e il soggetto si spoglia paradossalmente per “raffreddarsi”, non facendo altro che accelerare gli ultimi stadi dell’ipotermia, il tutto contornato da un forte stato confusionale e agitazione.

Furono dunque innumerevoli le teorie (alcune davvero bizzarre e fantasiose) che provarono a fornire una spiegazione al mistero che avvolge a tutt’oggi gli strani fatti di quella notte maledetta in cui 9 giovanissimi amici persero la vita su quelle remote ed antichissime montagne. Alcuni scomodarono perfino gli alieni, altri invece avanzarono l’ipotesi che il territorio degli eventi era zona militare in cui si conducevano esperimenti militari segreti, altri ancora che i ragazzi erano stati aggrediti dallo Yeti russo.

Molto più semplicemente ma senza sfatare alcun mito poiché, dal momento che non esistono testimoni diretti rimane comunque un’ipotesi, i nostri rimasero accidentalmente vittima della “tempesta di neve perfetta” in cui, anche a causa della particolare conformazione del terreno e delle montagne circostanti, si generarono dei piccoli ma devastanti tornado i quali produssero a loro volta degli ultrasuoni impercettibili all’orecchio umano ma capaci di disorientare e di far perdere la lucidità mentale, tali da spingere i ragazzi ad uscire di corsa dalla tenda e gettarsi nell’occhio del ciclone, morendo infine assiderati. Sembrerebbe inoltre che i traumi fisici sui corpi di alcuni di loro siano stati provocati dalla caduta nella scarpata limitrofa al bosco dove furono ritrovati.

Questa dunque è la tesi più accreditata e razionalmente verosimile formulata nel corso degli anni da esperti e studiosi del caso; ed anche qui, durante il corso delle indagini aperte e chiuse a più riprese, si verificarono strani fatti che avrebbero bisogno di una trattazione a parte, ma non è certo questo il nostro obiettivo.

Quello che abbiamo voluto fare oggi in questo articolo non è di certo fornirvi una spiegazione alternativa dell’accaduto, ma raccontarvi una storia. Si, una storia che si distingue per l’aura di mistero che avvolge l’intera vicenda da ormai diversi decenni, e ricca di fascino sia per gli habituè che per i “profani” della montagna. Una storia di un gruppo di amici, di ragazzi come noi pieni di sogni e di speranze, che partirono per un viaggio che avrebbe decisamente rafforzato la loro amicizia, ma da cui disgraziatamente non fecero mai più ritorno.

Dai rullini trovati nelle loro macchinette fotografiche sappiamo che, durante il loro tragitto fino alla montagna che avrebbe strappato dai loro corpi le loro giovani vite, vissero degli attimi davvero felici e molto intensi, ridendo, scherzando, prendendosi in giro, consegnando all’eternità delle istantanee di momenti di grande gioia ed euforia come solo chi si trova con persone che ama in luoghi inaccessibili ai più può provare.

Sarebbero mai partiti per questo viaggio se avessero saputo che non avrebbero più fatto ritorno? È una domanda a cui non solo non avremo mai risposta, ma che è anche inutile fare perché chiunque abbia il coraggio di amare, semplicemente amare, è disposto a correre dei rischi.

Non sapevano quanto tempo avrebbero avuto ancora da spendere insieme. Nessuno è consapevole di quanto tempo gli sarà ancora concesso quaggiù sulla terra. Vale la pena quindi spenderlo con intelligenza e in compagnia delle giuste persone.

Come fecero questi ragazzi che amavano visceralmente ciò che facevano ed erano uniti da un legame che con le parole ha ben poco a che vedere. Le parole sono limitate e limitanti in alcuni casi. Qualità, non quantità. Prendete nota. Alla prossima.

Alessio Di Pasquale

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Festival e grandi concerti: se ne riparla forse nel 2023. La previsione di Claudio Trotta

Antonella Valente

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“Gli spettacoli di massa negli stadi, negli autodromi, nei parcheggi, nei parchi, francamente (..) non credo proprio che li vedremo nel 2021, non immagino nemmeno che sia così certo che li vedremo nel 2022, forse nel 2023 o 2024, ma non nel 2021”.

“Questo non è stato dichiarato ufficialmente, ne comprendo le motivazioni ma sarebbe opportuno che se ne parlasse più profondamente e rendersi conto che non abbiamo una prospettiva a lungo termine”.

Con queste parole Claudio Trotta, fondatore della Barley Arts e promoter musicale tra i più autorevoli al mondo, ha focalizzato l’attenzione sul rischio, ormai sempre più concreto, di rivedere grandi concerti e festival solo tra due anni, nella migliore delle ipotesi.

L’intervista integrale

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Primo anniversario di The Walk of Fame, arriva il party online

Una sette giorni di full immersion nel mondo musicale, cinematografico e teatrale

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Sarà una vera e propria festa, quella che il magazine The Walk Of Fame porterà avanti dal 28 novembre al 5 dicembre.

Tutto rigorosamente online, nel pieno rispetto delle misure di sicurezza previste per fronteggiare l’emergenza coronavirus. Nonostante la complessità del periodo dettata anche dall’assenza di concerti, di spettacoli teatrali, di eventi culturali e letterari, la redazione del magazine ha scelto comunque di dare un segnale di continuità e normalità, festeggiando il suo primo anno di lavoro in compagnia di numerosi ospiti e amici del giornale. Un party online, un’occasione di svago e intrattenimento anche per il pubblico a casa.

Claudio “Greg” Gregori, Max Paiella, Luca Ward, Federico Gugliemi, Luca Bergia (Marlene Kuntz), Massimo Cotto, Roberta Calandra, Antonio Sorgentone, Pino Quartullo, Marco Bonini, Ascanio Celestini, sono solo parte degli ospiti che prenderanno parte a questa settimana di festeggiamenti.

“Vogliamo festeggiare assieme a coloro che nel corso dei mesi si sono concessi ai nostri microfoni, dando fiducia a una realtà emergente come la nostra che ogni giorno cerca di migliorarsi lavorando sodo ma con grande passione e determinazione”, spiega Federico Falcone, fondatore e direttore responsabile di The Walk Of Fame. “Per noi è stato, ed è, motivo di orgoglio avere la fiducia dei nostri ospiti che, prima di tutto, consideriamo amici del giornale. Ognuno di loro è stato parte fondamentale nel nostro percorso di crescita. Nella settimana che andrà da sabato 28 novembre a sabato 5 dicembre, chiunque entrerà nel nostro giornale troverà interviste esclusive, approfondimenti, speciali, e contenuti inediti. Lo abbiamo immaginato come un party online, vogliamo dare un segnale di positività e normalità in un periodo oggettivamente complesso”.

Un palinsesto ricco per una settimana di festeggiamenti e appuntamenti imperdibili.

Vi aspettiamo a partire da sabato 28 novembre sul sito web di The Walk of Fame Magazine (www.thewalkofafame.it) e sulle nostre pagine social di Facebook e Instagram. 

The Walk Of Fame
Testata giornalistica andata online per la prima volta il 1° dicembre del 2019 e tutta dedicata alla parte migliore dell’umanità, quella creativa! Con approfondimenti, interviste esclusive, pillole di storia e notizie varie, parla di teatro, musica, cinema, letteratura, spettacolo, attualità. La sua è una redazione composta da giornalisti ma non solo, ne fanno parte infatti filosofi, cineasti e archeologi, capaci di dare ai contributi pubblicati sfumature diverse, colori, competenze e conoscenze provenienti anche da altri mondi e settori. Un magazine che si caratterizza per la contemporanea presenza di svariati linguaggi culturali che rendono la linea editoriale appassionante e coinvolgente per una vasta platea di lettori. Un anno di crescita personale e professionale che ha permesso al giornale di autoprodurre anche un libro dal titolo Black Out – Dietro le quinte del lockdown, presentato in diverse occasioni durante la stagione estiva.

Web: www.thewalkoffame.it
Facebook:  www.facebook.com/thewalkoffamemagazine
Instagram: www.instagram.com/thewalkoffame.magazine/

Per info e contatti:
redazione@thewalkoffame.it

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Gianni Minà ricorda Maradona: leale e sincero, ha pagato il suo non essere omologato

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Di Gianni Minà

Con Maradona il mio rapporto è stato sempre molto franco.

Io rispettavo il campione, il genio del pallone, ma anche l’uomo, sul quale sapevo di non avere alcun diritto, solo perché lui era un personaggio pubblico e io un giornalista. Per questo credo lui abbia sempre rispettato anche i miei diritti e la mia esigenza, a volte, di proporgli domande scabrose.

So che la comunicazione moderna spesso crede di poter disporre di un campione, di un artista soltanto perché la sua fama lo obbligherebbe a dire sempre di sì alle presunte esigenze giornalistiche e commerciali dell’industria dei media. Maradona, che ha spesso rifiutato questa logica ambigua, è stato tante volte criminalizzato.

Una sorte che non è toccata invece, per esempio, a Platini, che come Diego ha detto sempre no a questa arroganza del giornalismo moderno, ma ha avuto l’accortezza di non farlo brutalmente, muro contro muro, bensì annunciando, magari con un sorriso sarcastico, al cronista prepotente o pettegolo “dopo quello che hai scritto oggi, sei squalificato per sei mesi. Torna da me al compimento di questo tempo”.

Leggi anche: El Pibe de Oro, l’antitesi dell’ipocrita morale

Era sicuro, l’ironico francese, che non solo il suo interlocutore assalito dall’imbarazzo non avrebbe replicato, ma che la Juventus lo avrebbe protetto da qualunque successiva polemica.

A Maradona questa tutela a Napoli non è stata concessa, anzi, per tentare di non pagargli gli ultimi due anni di contratto, malgrado le tante vittorie che aveva regalato in pochi anni agli azzurri, nel 1991 gli fu preparata una bella trappola nelle operazioni antidoping successive a una partita con il Bari, in modo che fosse costretto ad andarsene dall’ Italia rapidamente. Eppure nessuno, né il presidente Ferlaino, né i suoi compagni (che per questo ancora adesso lo adorano) né i giornalisti, né il pubblico di Napoli, hanno mai avuto motivo di dubitare della lealtà di Diego.

Io, in questo breve ricordo, a conferma di questa affermazione, voglio segnalare un semplice episodio riguardante il nostro rapporto di reciproco rispetto.

Per i Mondiali del ’90, con l’aiuto del direttore di Rai Uno Carlo Fuscagni, mi ero ritagliato uno spazio la notte, dopo l’ultimo telegiornale, dove proponevo ritratti o testimonianze dell’evento
in corso, al di fuori delle solite banalità tecniche o tattiche. Questa piccola trasmissione intitolata “Zona Cesarini”, aveva suscitato però il fastidio dei giovani cronisti d’assalto (diciamo così…) che occupavano, in quella stagione, senza smalto, tutto lo spazio possibile ad ogni ora del giorno e della notte.

La circostanza non era sfuggita a Maradona ed era stata sufficiente per avere tutta la sua simpatia e collaborazione. Così, nel pomeriggio prima della semifinale Argentina-Italia, allo stadio di Fuorigrotta di Napoli, davanti a un pubblico diviso fra l’amore per la nostra nazionale e la passione per lui, Diego, mi promise per telefono: “Comunque vada verrò al tuo microfono a darti il mio commento. E tengo a precisare, solo al tuo microfono”.

La partita andò come tutti sanno. Gol di Schillaci e pareggio di Caniggia per un’uscita un po’ avventata di Zenga. Poi supplementari e calci di rigore con l’ultimo, quello fondamentale, messo a segno proprio da quello che i napoletani chiamavano ormai “Isso”, cioè Lui, il Dio del pallone.
L’atmosfera rifletteva un grande disagio. Maradona, per la seconda volta in quattro anni, aveva riportato un’Argentina peggiore di quella del Messico, alla finale di un Mondiale che la Germania, qualche giorno dopo, gli avrebbe sottratto per un rigore regalato dall’arbitro messicano Codesal, genero del vicepresidente della Fifa Guillermo Cañedo, sodale di Havelange, il presidente brasiliano del massimo ente calcistico, che non avrebbe sopportato due vittorie di seguito dell’Argentina, durante l’ultima parte della sua gestione.

C’erano tutte le possibilità, quindi, che Maradona disertasse l’appuntamento. E invece non avevo fatto a tempo a scendere negli spogliatoi, che dall’enorme porta che divideva gli stanzoni
delle docce dalle salette delle tv, comparve, in tenuta da gioco, sporco di fango e erba, Diego, che chiedeva di me, dribblando perfino i colleghi argentini.

C’era, è vero, nel suo sguardo, un’espressione un po’ ironica di sfida e di rivalsa verso un ambiente che in quel Mondiale, non gli aveva perdonato nulla, ma c’era anche il suo culto per la lealtà che, per esempio, lo aveva fatto espellere dal campo solo un paio di volte in quasi vent’anni di calcio.

Cominciammo l’intervista, la più ambita al mondo in quel momento, da qualunque network.
Era un programma registrato che doveva andare in onda mezz’ora dopo, perché più di trent’anni di Rai non mi avevano fatto “meritare” l’onore della diretta, concessa invece al cicaleggio più inutile.
Ma a metà del lavoro eravamo stati interrotti brutalmente non tanto da Galeazzi (al quale per l’incombente tg Diego concesse un paio di battute) ma da alcuni di quei cronisti d’assalto che già
giudicavano la Rai cosa propria e che pur avendo una postazione vicina ai pullman delle squadre, volevano accaparrarsi anche quella dove io stavo intervistando Maradona.

El Pibe de Oro fu tranciante: “Sono qui per parlare con Minà. Sono d’accordo con lui da ieri. Se avete bisogno di me prendete contatto con l’ufficio stampa della Nazionale argentina. Se ci sarà tempo vi accorderemo qualche minuto.”

Aspettò in piedi, vicino a me, che terminasse l’intervista con un impavido dirigente del calcio italiano, disposto a parlare in quella serata di desolazione, poi si risedette, battemmo un nuovo ciak e terminammo il nostro dialogo interrotto. Quella testimonianza speciale, di circa venti minuti, fu richiesta anche dai colleghi argentini, e andò in onda (riannodate le due parti) dopo il telegiornale della notte. Fu un’intervista unica e giornalisticamente irripetibile, solo per l’abitudine di Diego Maradona a mantenere le parole date.

Lo stesso aveva fatto per i Mondiali americani del ’94 quando aveva accettato per due volte di ritornare all’attività agonistica in nazionale prima per assicurare la partecipazione alla querida Argentina nel match di spareggio contro l’Australia e poi giocando tre partite all’inizio dei Mondiali stessi, prima che lo fermassero. Eppure, val la pena ricordarlo, nel momento in cui, con un’accusa ridicola era stato sospeso per doping dopo le prime due partite.

La Federazione del suo amato paese non aveva mandato nemmeno un avvocato a respingere legalmente l’imputazione che non stava in piedi: “Hanno preferito trafiggere con un coltello il cuore di un bambino” aveva commentato Fernando Signorini, il suo allenatore e consigliere, quando la mattina dopo ci eravamo incontrati. L’intervista da un motel dove aveva soggiornato con i parenti l’avevo ottenuta io. I giapponesi l’avevano mandata in diretta e i francesi in differita, un po’ di ore dopo, non credendola possibile.

Così, insomma, questo modo di comportarsi da grande e da piccino lo ha portato a superare ogni avversità e pericoli – anche quelli che sembravano impossibili – della sua esistenza. Dalla polvere di Villa Fiorito, nella provincia di Buenos Aires, dove è cominciata la sua avventura di più grande calciatore mai nato alla militanza politica nei partiti progressisti latinoamericani per i quali ha dato molte volte la propria faccia.

Nessun calciatore è mai arrivato a tanto.

Diego, per una ironia del destino, se n’è andato da questo mondo lo stesso giorno di un altro gigante, Fidel Castro.

Alla fine li rimpiangeremo, come succede a chi ha lasciato una traccia indelebile nel gioco del calcio e della vita.

E ora silenzio.

Il suo prezzo al mondo del pallone lo ha pagato da tempo.

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