Connect with us

Entertainment

Il volto oscuro della montagna: l’incidente del passo Dyatlov

Published

on

Quando si parla della Russia, le prime immagini alle quali la mente in automatico si associa sono la neve e le temperature estreme abbondantemente sotto lo 0. Per avere un’idea di cosa stiamo parlando, basti pensare che nella Siberia dell’ormai ex URSS esiste uno sperduto villaggio di nome Ojmjakon, che è attualmente l’agglomerato urbano più freddo al mondo, con temperature che hanno toccato, in un passato neanche troppo lontano, i 63 gradi sotto lo zero Celsius. Questa è la “forma mentis” con la quale noi di solito immaginiamo quei luoghi così remoti e inospitali dal punto di vista meteorologico, poiché il clima è comunemente risaputo non essere affatto gentile con i popoli che abitano questo grande e sconfinato paese.

Ciò che invece non è molto conosciuto tra noi “forestieri” è invece un oscuro fatto di cronaca accaduto nella zona settentrionale della catena dei monti Urali, la catena montuosa più lunga d’Europa che sembra quasi essere uno spartiacque naturale che separa l’Europa dall’Asia, e che solo a studiarla su carta ci si rende conto di quanto selvaggia, inesplorata e ricoperta da una spessa coltre di mistero sia in tutta la sua lunghezza. Tornando a noi, la vicenda di cui oggi vi parliamo è tuttora un mistero irrisolto per le autorità, denominata in seguito “incidente del passo Dyatlov” in cui persero la vita nove giovani amici. Uno di quei racconti suggestivi, per chi frequenta la montagna, da ascoltare davanti al fuoco scoppiettante di un rifugio in alta quota, che tutti gli escursionisti professionisti conoscono, che ha il potere di affascinare e dal quale trarre sicuramente insegnamento.

MyZona

Sul finire del gennaio 1959, un gruppo di 10 ragazzi, tutti poco più che ventenni e per la maggior parte studenti di cui 8 uomini e 2 donne, tutti con una buona conoscenza degli ambienti montani e con molta pratica sul campo alle spalle anche nello sci di fondo, decise di fare un’escursione molto impegnativa (di livello 3, la più difficile) che avrebbe dovuto condurli come mèta sulla vetta del monte Ortoten. La spedizione era capitanata da Igor Alekseevich Dyatlov, brillante studente di ingegneria (progettò e costruì da sé perfino una radio da portare nelle sue escursioni) ed ottimo conoscitore della montagna da cui ovviamente prende tristemente il nome questo incidente.

Poco prima della spedizione, Igor avvertì la propria associazione sportiva che avrebbe inviato loro un messaggio telegrafico una volta tornati indietro al punto di partenza, il piccolo villaggio di Vizhay, e ciò sarebbe dovuto avvenire entro e non oltre il 12 febbraio. Inutile dire che questo telegramma non arrivò mai. Inoltre uno di loro diede forfait poco prima e quindi rimasero in 9 ad intraprendere il cammino, con almeno 30 gradi costantemente sotto lo zero. Ma i russi si sa, sono temprati e abituati a queste così rigide temperature.

I ragazzi si misero effettivamente in marcia il 27 gennaio, dal luogo in cui finiva la civiltà ed iniziava la natura più selvaggia e al contempo pericolosa, e per ben 5 giorni attraversarono paesaggi ghiacciati, innevati ed incontaminati di una bellezza più unica che rara tra risate, spensieratezza ed allegre foto ricordo, come ogni comitiva di amici; tutto procedeva secondo i piani e non avevano avuto nessun problema fino ad allora.

Il 1° febbraio arrivarono al passo che li avrebbe condotti sulla vetta del monte Ortoten, ed iniziarono quindi la salita. La loro idea in origine era quella di accamparsi per la notte e riposare ai piedi della montagna, ma qualcosa andò storto; un imprevisto di quelli che in montagna può capitare, un’improvvisa bufera di neve fece perdere l’orientamento al capospedizione Igor ed al resto del gruppo, e proseguendo nel loro vagabondare con visibilità ridottissima, finirono a circa 16 km di distanza dall’Ortoten, alle pendici del monte Cholatčachl. Tradotto: montagna della morte.

Al destino, come si sa, non manca certo l’ironia

Restano ancora ignoti i motivi per cui i 9 escursionisti decisero nel pomeriggio di piazzare le tende in uno spazio aperto e quindi maggiormente esposto alle intemperie (anziché nei boschi circostanti), come ignoti sono i fatti che avvennero la stessa notte tra l’1 e il 2 Febbraio. Ma sono note le conseguenze. Come anticipato, il telegramma che avrebbe dovuto rassicurare tutti i loro familiari e amici sull’esito positivo dell’escursione non arrivò a destinazione entro la data programmata, e fu solo in data 20 Febbraio che iniziarono le ricerche dei dispersi su espressa richiesta dei familiari.

Furono inviati soccorsi composti da studenti, insegnanti e autorità locali che scandagliarono in lungo e in largo anche con elicotteri ed aerei il percorso che avrebbe dovuto condurre i ragazzi sulla cima del monte Ortoten. Le speranze di ritrovarli in vita sani e salvi erano pressoché nulle, considerando le gelide temperature a cui erano esposti ormai da giorni e giorni, i molti Km che ormai li separavano da ogni forma di aiuto umano e lo sterminato territorio sul quale dovevano operativamente essere condotte le ricerche. Ciononostante vennero comunque svolte, e fu solo nel 26 Febbraio che venne ritrovata nell’improvvisato accampamento la tenda dei 9 ragazzi; ma ciò che gelò il sangue dei soccorritori in quel tetro, pallido scenario di ghiaccio e neve, furono le scoperte immediatamente successive a questo rinvenimento.

Trovarono la tenda divelta e tagliata dall’interno, come se avessero dovuto fuggire di corsa da lì, e seguendo le orme dei passi sulla neve giunsero alle soglie di un bosco di cedri, dove ai piedi di un grosso albero erano ancora presenti le braci di un fuoco ormai spentosi, insieme ai primi due corpi: quelli di Jurii Krivoniščenko e Jurij Dorošenko. La cosa che lasciò esterrefatti i soccorritori fu che i due cadaveri erano quasi completamente nudi, indossavano solo biancheria intima. A quel punto i presentimenti dei soccorritori si rivelarono fondati. Di fatti, nel percorso che si estendeva tra la tenda e il bosco, furono subito ritrovati altri 3 corpi: il capospedizione Igor Djatlov, Zina Kolmogorova e Rustem Slobodin, distanti tra loro alcune centinaia di metri, in una posizione che si allungava verso la tenda, come se il trio stesse cercando indipendentemente di raggiungerla di nuovo. Mancavano dunque all’appello 4 corpi: furono ritrovati il 4 Maggio, in un dirupo nel bosco, poco distante dal cedro dei primi due ritrovamenti. Le indagini comunque partirono immediatamente e di conseguenza anche le prime autopsie. L’esito dei primi riscontri diagnostici non lasciava dunque margine d’errore: i ragazzi erano deceduti per ipotermia. Ma fu solo con gli esami autoptici successivi degli altri 4 cadaveri di Nikolaj Vasil’evič Thibeaux-Brignolles, Aleksandr Sergeevič Kolevatov, Ljudmila Aleksandrovna Dubinina e Aleksandr Aleksandrovič Zolotarëv, arrivati mesi dopo sul tavolo operatorio, che le indagini si fecero assai più oscure e frantumarono il quadro iniziale della situazione.

I corpi presentavano fratture craniche, costole rotte e lesioni interne ma, paradossalmente, nessuna ferita esterna. Inoltre, il volto di una delle due donne (la Dubinina Ljudmila Aleksandrovna) era stato brutalmente privato della lingua, degli occhi e parte della mascella. Infine, come se non avessimo già enigmi a sufficienza da decifrare: tutti i vestiti dei 9 soggetti emanavo quantità significative di radiazioni.

Eliminando le prime teorie ritenute poco plausibili, tentando di ricostruire realisticamente l’accaduto, il medico legale Boris Vozrozhdenny, ad autopsie concluse, in scienza e coscienza fu costretto ad ammettere di non aver saputo scorgere una reale ed autentica spiegazione razionale a quanto accaduto, e nei referti scrisse solamente che i ragazzi erano deceduti violentemente a causa di “una forza irresistibile e sconosciuta”.

Da qui in poi furono decine (se non centinaia) le ipotesi che tentarono di formulare dapprima gli inquirenti e in seguito media e curiosi a vario titolo, per dare un senso all’accaduto. Ciò che riuscirono a spiegare dalle prime indagini fu principalmente la quasi totale nudità dei primi due cadaveri e comunque ben pochi vestiti addosso ai restanti, ed attribuirono la causa ad un raro fenomeno conosciuto in medicina come “spogliamento paradossale”, che si verifica in condizioni di freddo estremo quando il corpo, ormai in piena ipotermia, per meccanismo di difesa rallenta l’afflusso di sangue verso le estremità per concentrarlo tutto negli organi vitali, ed i vasi sanguigni privati di molto sangue ed essersi quindi ristretti sempre più, si allargano di colpo come ultimo disperato tentativo di sopravvivenza; gli ultimi sussulti della vita, prima del grande salto nel buio.

A quel punto si avverte un intensissimo calore, e il soggetto si spoglia paradossalmente per “raffreddarsi”, non facendo altro che accelerare gli ultimi stadi dell’ipotermia, il tutto contornato da un forte stato confusionale e agitazione.

Furono dunque innumerevoli le teorie (alcune davvero bizzarre e fantasiose) che provarono a fornire una spiegazione al mistero che avvolge a tutt’oggi gli strani fatti di quella notte maledetta in cui 9 giovanissimi amici persero la vita su quelle remote ed antichissime montagne. Alcuni scomodarono perfino gli alieni, altri invece avanzarono l’ipotesi che il territorio degli eventi era zona militare in cui si conducevano esperimenti militari segreti, altri ancora che i ragazzi erano stati aggrediti dallo Yeti russo.

Molto più semplicemente ma senza sfatare alcun mito poiché, dal momento che non esistono testimoni diretti rimane comunque un’ipotesi, i nostri rimasero accidentalmente vittima della “tempesta di neve perfetta” in cui, anche a causa della particolare conformazione del terreno e delle montagne circostanti, si generarono dei piccoli ma devastanti tornado i quali produssero a loro volta degli ultrasuoni impercettibili all’orecchio umano ma capaci di disorientare e di far perdere la lucidità mentale, tali da spingere i ragazzi ad uscire di corsa dalla tenda e gettarsi nell’occhio del ciclone, morendo infine assiderati. Sembrerebbe inoltre che i traumi fisici sui corpi di alcuni di loro siano stati provocati dalla caduta nella scarpata limitrofa al bosco dove furono ritrovati.

Questa dunque è la tesi più accreditata e razionalmente verosimile formulata nel corso degli anni da esperti e studiosi del caso; ed anche qui, durante il corso delle indagini aperte e chiuse a più riprese, si verificarono strani fatti che avrebbero bisogno di una trattazione a parte, ma non è certo questo il nostro obiettivo.

Quello che abbiamo voluto fare oggi in questo articolo non è di certo fornirvi una spiegazione alternativa dell’accaduto, ma raccontarvi una storia. Si, una storia che si distingue per l’aura di mistero che avvolge l’intera vicenda da ormai diversi decenni, e ricca di fascino sia per gli habituè che per i “profani” della montagna. Una storia di un gruppo di amici, di ragazzi come noi pieni di sogni e di speranze, che partirono per un viaggio che avrebbe decisamente rafforzato la loro amicizia, ma da cui disgraziatamente non fecero mai più ritorno.

Dai rullini trovati nelle loro macchinette fotografiche sappiamo che, durante il loro tragitto fino alla montagna che avrebbe strappato dai loro corpi le loro giovani vite, vissero degli attimi davvero felici e molto intensi, ridendo, scherzando, prendendosi in giro, consegnando all’eternità delle istantanee di momenti di grande gioia ed euforia come solo chi si trova con persone che ama in luoghi inaccessibili ai più può provare.

Sarebbero mai partiti per questo viaggio se avessero saputo che non avrebbero più fatto ritorno? È una domanda a cui non solo non avremo mai risposta, ma che è anche inutile fare perché chiunque abbia il coraggio di amare, semplicemente amare, è disposto a correre dei rischi.

Non sapevano quanto tempo avrebbero avuto ancora da spendere insieme. Nessuno è consapevole di quanto tempo gli sarà ancora concesso quaggiù sulla terra. Vale la pena quindi spenderlo con intelligenza e in compagnia delle giuste persone.

Come fecero questi ragazzi che amavano visceralmente ciò che facevano ed erano uniti da un legame che con le parole ha ben poco a che vedere. Le parole sono limitate e limitanti in alcuni casi. Qualità, non quantità. Prendete nota. Alla prossima.

Alessio Di Pasquale

Entertainment

Il bon-ton scandinavo e le sue contraddizioni

Published

on

Gli italiani hanno una spiccata tendenza a lamentarsi per qualsiasi cosa: la struttura sanitaria traballante, il lavoro sottopagato o inesistente, la politica, il caldo, il freddo. In Italia spesso il patriottismo scarseggia. Si preferisce guardare altrove, verso qualche allettante Isola che non c’é dove i bambini sono felici, si puó volare e non esistono problemi economici. Il Nord Europa, ad esempio, viene visto come una terra promessa.

Quando il danese Christian Eriksen si è accasciato al suolo nel bel mezzo di Danimarca- Finlandia, tutta la squadra è venuta in suo soccorso trainata dal capitano Kjær, che ha suscitato l’ammirazione del mondo. Le reazioni alla vicenda sarebbero dovute fermarsi ad una profusione di umanità, da manifestarsi con auguri di pronta guarigione ed elogi all’eroico Kjær. Invece, dopo qualche ora, I commenti agli articoli italiani riguardo al fatto iniziavano ad avere un sapore un po’ troppo politico: “eh ma perché in Danimarca le persone vengono istruite a gestire queste situazioni”, “eh ma quello é un paese dove la sanità funziona”, “eh ma che civiltà: così gentili, altruisti, giusti, umani…”

MyZona

Ora le generalizzazioni lasciano spesso il tempo che trovano, ma le generalizzazioni che paragonano un piccolo gruppo ad un intero paese rischiano di essere dannose. Innanzitutto, Kjær è stato eroico, punto. Non il popolo danese, non la Scandinavia: l’uomo Kjær. Normalizzando il suo atto, assumendo che questo sia solamente un prodotto della società scandinava, si rischia di sminuirne il gesto. Secondariamente, è inutile assumere che i popoli scandinavi sono migliori di quelli dell’Europa del sud, perché non è vero.

Di seguito sono elencati alcuni  punti che descrivono come anche in Scandinavia vivano dei comuni mortali.

Che, a volte, sbagliano.

1 – Le premesse culturali

Forse per qualche strascico di moralismo proveniente dalla cultura Cattolica, che insegna a essere bimbi buoni anche a costo di non adattarsi alla massa; forse per l’incredibile Storia che l’Italia puó vantare, la societá italiana tende a essere individualista. I bambini vengono spesso premiati se sono “piú degli altri”: piú bravi a scuola, piú educati, piú posati, piú estroversi, primi negli sport, piú intelligenti, piú originali.

I bambini scandinavi, dall’etá pre-scolare, ricevono un’educazione basata sulle “leggi di Jante”. Tali leggi sono una raccolta di indicazioni comportamentali prese piuttosto sul serio dagli scandinavi, che per un qualsiasi genitore italiano risulterebbero agghiaccianti.

“Non credere che a qualcuno importi di te” , “non credere di poterci insegnare qualcosa”, “non credere di essere capace di qualcosa”, “non credere di valere quanto noi”.

Leggi anche “Little Bighorn, quando il sangue degli indiani sconfisse l’oro a stelle e strisce”

 Lo scopo di tale educazione é l’ammortizzazione dell’individualismo  e l’incentivazione dello spirito di gruppo – spirito  che si é percepito chiaramente durante Danimarca – Finlandia. Leggendo il contenuto delle leggi é evidente che la cultura di scandinava di base é sí diversa da quella italiana, ma presenta altrettante ombre – anche se differenti.

2 – Salvare l’immagine

Ció che si é visto al trentottesimo di Danimarca –  Finlandia é stata una squadra unita e uno stadio ripreso dall’alto. Ció che non si é visto sono state camionette della polizia che sfrecciavano in mezzo ai tifosi seduti sull’erba nell’Fælledparken, l’enorme parco che circonda Telia Parken (lo stadio di Copenhagen, dove si stava svolgendo il match), che si stavano godendo la partita dall’I-Pad. Si elogia la prontezza dei soccorsi danesi: la realtá, é che fuori dallo stadio l’ambulanza c’era, la scorta per proteggere un calciatore in caso di un eventuale infortunio invece no. E cosí si é creata la situazione grottesca, quasi comica, in cui le quattro route delle forze dell’ordine tagliavano di fretta il tragitto verso lo stadio passando sopra l’erba, ignorando l’esistenza di strade cementate,  urtando tifosi ignari.

Gli scandinavi non sono sempre migliori degli Italiani ma sono generalmente piú bravi ad offrire un’immagine migliore di sé. É una questione di abilitá comunicativa: si é sentito di quanto la squadra fosse preparata all’emergenza, non del fatto che tutto sommato i soccorsi non siano stati poi cosí impeccabili.

Quando I Måneskin hanno vinto l’Eurovision, I titoli sui giornali danesi elogiavano la “Band Danese-italiana” vincitrice, non la “band italo-danese” (di fatto, per un ottavo danese ma nata e cresciuta a Roma): una piccola differenza comunicativa che, peró, indica il bicchere mezzo pieno collocando la Danimarca in testa al carro del vincitore.

Si sente spesso parlare di quanto la Scandinavia sia all’avanguardia per quanto riguarda il focus sulla sostenibilitá ambientale. Sí: grazie alle incredibili risorse naturali ed economiche di cui dispone il nord Europa, la percentuale di energia prodotta da fonti rinnovabili é estremamente elevata. In molte zone, tuttavia, la raccolta differenziata non esiste. La coscienza ambientale é intermittente, spesso piú un’etichetta da indossare quando ci si trova dentro certi tipi di gruppi, piú che una questione sentita personalmente. Ma, questo, non é quello che si percepisce all’estero.

3 – Il Sistema sanitario

“Il Sistema sanitario danese funziona: per questo I paramedici sono riusciti a rianimare Eriksen cosí velocemente. Non é come in Italia”.

Il Sistema sanitario danese ha funzionato agli Europei perché si trattava di un match importante, la partita era in mondo visione, I rischi di incidenti erano concreti ed Eriksen é stato relativametne fortunato. La Danimarca ha un Sistema sanitario pubblico quasi completamente gratuito, ma con tempistiche estremamente lunghe e personale sottodimensionato. In caso di emergenza, chiamare un’ambulanza é un’operazione molto difficile: sono pochissime quelle disponibili. Succede che, se si é in pericolo di vita, risulta piú sicuro prendere un taxi. Gli specialisti scarseggiano: per una visita dermatologica a Copenhagen possono volerci quattro mesi, per una psichiatrica sei. Un italiano intervistato riferisce che, uno dei motivi principali per cui tornerebbe in Italia, é il Sistema sanitario: “so che vivendo in Danimarca metto a rischio la mia vita ogni giorno a causa delle lacune del Sistema sanitario danese”.

4 – L’economia

L’economia danese é un susseguirsi di sussidi di disoccupazione, redditi di cittadinanza e pensioni per disabili. I criteri per ricevere un sussidio sono facilmente soddisfatti e le regole, quando necessario, piú che aggirabili. Questo porta un incredibile numero di residenti ad approfittare del sistema intascando sussidi per le ragioni piú fantasiose.

Inoltre, i teenager danesi iniziano a prendere uno stipendio dallo stato all’etá di diciotto anni, vanno a vivere da soli all’etá di vent’anni, si sposano e fanno figli prima dei venticinque perché se lo possono permettere.

Il primo matrimonio spesso fallisce prima dei trenta, ed é a quel punto che spesso I giovani danesi iniziano una complessa ricerca interiore e relazionale che solitamente in Italia viene intrapresa una volta finite le superiori. 

In conclusione, Il denaro é tanto e ce n’é per tutti, ma questo non é sempre un bene.  

5 – Le conseguenze culturali

Uno degli effetti di un Sistema che punta molto sulla facciata e tende a dis-individualizzare l’individuo puó essere una certa frustrazione diffusa simile a quella tipica Italiana, che, ancora,  parte da ragioni differenti. Il consumo pro-capite di alcol in Danimarca é alto, cosí come quello di droghe illegali (la percezione che si ha di queste, spesso, é normalizzata a causa del clima scandinavo di libertá un po’ snob, un po’ high-class). Lo scandinavo, in quanto essere umano, ha generalmente gli stessi problemi di un italiano. Spesso, peró, é portato a nasconderli meglio e lamentarsi di meno. Con tutti gli intoppi emotivi che questo puó comportare, una cosa gli Italiani potrebbero impararla dai popoli nordici: un po’ di becero patriottismo porta a vedere il bicchiere mezzo pieno, a prendere le certe sfide con leggerezza, ad analizzare certe situaizoni per quello che sono.

Per esempio, vedendo il gesto commovente di una squadra di calcio come tale, piuttosto che prenderlo come pretesto per lamentarsi dell’essere italiani. Al limite, applaudendo le gesta di una cultura diversa, non migliore o peggiore.

A parte per…

6 – Il cibo

Beh, effettivamente quello in Danimarca é peggio.

Photo by Nick Karvounis on Unsplash

Continue Reading

Entertainment

Franceschini visita Aielli ed esalta la street art: capace di rivitalizzare i borghi antichi

Published

on

Sono passati 32 anni da quando un Ministro non faceva visita ad Aielli, borgo abruzzese dell’aquilano reso famoso in questi anni grazie ai colori della street art divenuta giorno dopo giorno protagonista dei vicoli del paese. L’inaugurazione dell’opera muraria dedicata a Dante Alighieri, lunga ben 52 metri e realizzata in alluminio serigrafato, è stata l’occasione per far incontrare il ministro della Cultura Dario Franceschini e tutta la collettività di Aielli, rappresentata dal primo cittadino Enzo Di Natale, lungimirante guida di un paese che dal 2018 ha capito che scrivere per intero libri su delle pareti antiche era possibile.

Foto di Federico Falcone

Si è iniziato con “Fontamara” di Ignazio Silone per passare poi alla Costituzione Italiana accolta nel parco giochi di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, con cui il paese abruzzese è gemellato, vittima della mafia.

MyZona
Foto di Impressione StudioCreativo

Leggi anche: Adesso la Street Art piace a tutti, in arrivo mappa delle opere presenti in Italia

Quest’anno si è chiuso il trittico con la Divina Commedia di Dante Alighieri in occasione dei 700 anni dalla morte del Poeta. “Tutto è partito con la valorizzazione del territorio tramite le stelle e l’universo grazie alla figura di Filippo Angelitti, nostro cittadino più illustre, astrofisico e docente universitario di Palermo e direttore dell’osservatorio astronomico di Palermo – ha spiegato Di Natale durante l’inaugurazione – Angelitti ha dedicato la vita allo studio delle stelle. A causa di una cecità accorsa negli ultimi anni della sua esistenza, non potendo osservare il cielo, si è dedicato allo studio dell’astronomia all’interno della Divina Commedia. Scrisse molto sull’argomento e creò una scuola di pensiero in merito alla possibile datazione dell’inizio del viaggio dantesco. Quest’anno ricorre il 90esimo anniversario della sua morte, quale migliore occasione se non unire questo binomio di date attraverso la realizzazione della Divina Commedia disponibile sulla nostra parete?

Il nostro sogno? – continua il sindaco – creare la prima biblioteca all’aperto d’Italia, che in tempo di pandemia, in cui le biblioteche non sono accessibili per diverse ragiorni, significherebbe molto.”

Non è un caso che Franceschini abbia voluto fortemente far visita ad Aielli, borgo che solo lo scorso anno ha attirato oltre 50 mila turisti nel periodo estivo. Franceschini promotore un anno fa, in sede di Consiglio dei Ministri, proprio dell’istituzione del Dantedì.

Leggi anche: Apre in Abruzzo il Museo dell’Intrattenimento Elettronico: è il più grande d’Europa

La street art è un modo straordinario e intelligente di arricchire i borghi e renderli più belli con l’arte contemporanea su pareti antiche – ha commentato il ministro – Il murale su Fontamara è stata una straordinaria intuizione, così come quello sulla Costituzione, un messaggio molto importante, pedagogico ed educativo. È importante sapere distinguere le idee buone da quelle cattive e Aielli lo ha dimostrato”.

Foto di Impressione StudioCreativo

Grazie alla colleborazione di Luigi Macera Mascitelli

Foto di copertina di Impressione StudioCreativo

Continue Reading

Entertainment

“FavolosaMente”: cerimonia di premiazione del Concorso Letterario Nazionale

Published

on

Il 26 giugno 2021, dalle ore 16:30 alle ore 19:30, nella Sala del Museo Stauròs a San Gabriele (Isola del Gran Sasso d’Italia, TE) si terrà la cerimonia di premiazione del Concorso Letterario Nazionale “FavolosaMente”.

L’annuncio è stato dato dal presidente di giuria Marzia Roncacci, giornalista del TG2 e conduttrice di rubriche di approfondimento RAI, e dal presidente del concorso Lisa Di Giovanni, poetessa, coordinatore responsabile de “La finestra sul Gran Sasso” e responsabile dell’ufficio stampa “Diffondi Libro”.

MyZona
Leggi anche: “Apre in Abruzzo il Museo dell’Intrattenimento Elettronico: è il più grande d’Europa”

La giuria è stata altresì composta da: Pietro Colantoni, giornalista professionista iscritto all’Ordine Nazionale che da nove anni è redattore de “La Città”, quotidiano della provincia di Teramo, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Laureato in Scienze della Comunicazione, ha conseguito un Master in Giornalismo e vanta diverse collaborazioni con le scuole per progetti legati al giornalismo e alla comunicazione.

Beatrice Celli, artista abruzzese di Castelli di fama internazionale che ha dato un doppio contributo al concorso sia come giurata e sia come colei che ha realizzato una serie di opere ispirate al tema del concorso. L’organizzazione di quest’ultimo ha scelto le più belle e quelle che reputava più adatte allo spirito di “Favolosamente”.

Le opere donate generosamente al concorso esprimono attraverso visioni caleidoscopiche e colori sgargianti un universo immaginifico che si pone come elogio del fantastico e della singolarità. L’organizzazione ha dunque optato per tali opere poiché vivacemente reinterpretano la tradizione dei mattoni castellani, analogamente ai partecipanti del concorso che hanno reinterpretato una delle più antiche e classiche forme narrative.

L’artista intende così omaggiare i vincitori che hanno espresso “favolosamente” le loro inquietudini causate dalla pandemia e con profonda originalità ci hanno mostrato una speranza verso il futuro.

Salvatore Lanno, insegnate di musica, scrittore e ideatore del Concorso in onore di Peppino Impastato, nonché direttore del bimestrale “La finestra sul Gran Sasso”.

Paola Di Luca, assessore all’Istruzione del Comune di Isola del Gran Sasso d’Italia, da sempre attiva in ambito scolastico e sociale, nonché attenta alla valorizzazione del territorio.

I FINALISTI DEL CONCORSO

Come da Regolamento, la classifica ufficiale verrà resa nota durante l’evento. A insindacabile giudizio della giuria i finalisti sono i seguenti.

Per la sezione under:

 Diocleziano De Carolis Fratel Dino e alunni 4 A Istituto Sant’Ivo con l’opera “Biancaneve e Strecovid” Roma;  Francesca Di Sabatino e Aurora Di Donato con l’opera “Il leone e lemure” Isola del Gran Sasso d’Italia; Veronica Mattucci con l’opera “Il picchio e il ghiro” Casale San Nicola.

Per la sezione over:

Attilio Di Ventura con l’opera “Carpe del terzo stato” Isola del Gran Sasso d’Italia; Aldo Ianni con l’opera “Billy” Isola del Gran Sasso d’Italia; Damiano Montesanti con l’opera “Le ali della libertà” Roma; Concetta Guercioni Mosca alias Reginella con l’opera “Covid il montano” Teramo; Fulvio Pannese con l’opera “Brodo di giuggiole” Roma.

Saranno inoltre assegnati Menzioni di merito ed Encomi per le opere che sono state ritenute meritevoli da parte della giuria.

Per la sezione under:

Annachiara Buratti con l’opera “Tornare alla normalità per una notte” Santa Maria di Basciano; Camilla Liberatori con l’opera “Brividi tra i ricordi” Isola del Gran Sasso d’Italia.

Per la sezione over:

Katia Bertaiola con l’opera “La regina Natura e il re Silenzio” Volta Mantovana (MN); Silvia Bossetti con l’opera “Il cane senza tempo” Parre (PG); Letizia Ciarrocchi con l’opera “Il paese di Nanasia” Isola del Gran Sasso d’Italia; Irene Di Francesco con ‘opera “L’esserino corona” Teramo; Tonino Di Natale con l’opera “Il virus avvolge paurosamente il Gran Sasso” Teramo; Mariateresa Di Odoardo con l’opera “Il regalo di Natale” Colledara; Elena Di Sabatino con l’opera “Il re con la corona” Fano a Corno; Silvia Fedi con l’opera “D come diario” Prato (PD); Giulia Ginese con l’opera “L’arcobaleno” Firenze; Felicia Romana Montesano con l’opera “C’era una volta un re…” Roma; Andreina Moretti con l’opera “La favola di Wuhan” Roseto degli Abruzzi; Agostina Ponzetti con l’opera “I gioielli di Milva” Colliberti; Mario Russo con l’opera “Il re del niente” Caserta.

La Cerimonia di Premiazione, a causa dell’emergenza sanitaria legata al Covid 19 si svolgerà secondo le norme del DL 65/2021. All’evento saranno presenti il Sindaco Ing. Andrea Ianni e il Vicesindaco Francesca Melozzi, il Presidente di ANAS Lazio l’Avv. Maria Lufrano. Mentre gli ospiti speciali saranno: la giornalista de L’Opinione Valentina Diaconale e l’attrice Costantina Busignani.

Oltre alle opere donate da Beatrice Celli si precisa che i premi in denaro sono stati donati dalla Confederazione AEPI che invierà un suo rappresentante alla cerimonia di premiazione.

Le targhe sono state gentilmente offerte da L’Opinione, i gadget per Menzioni di merito ed Encomi dall’ANAS Lazio, l’allestimento dell’evento dal Comune di Isola del Gran Sasso d’Italia e dal Responsabile del Museo Stauròs.

Meritorio è stato l’impegno degli altri componenti della redazione de “La finestra sul Gran Sasso”: Sabrina D’Ascenzo coordinatrice social media manager, Camilla Ianni visual manager che ha curato tutto il layout del concorso, Gianni Di Marcello fotografo, Damiano Tatulli video maker e Olga Maier storyteller.

L’evento è aperto a tutti fino al raggiungimento della capienza massima che sarà di settanta persone. I finalisti che non potranno partecipare alla premiazione saranno contattati dalla segreteria del premio e riceveranno i premi a domicilio.

Per tutte le informazioni si può far riferimento al seguente indirizzo e-mail: isolaedintorni@libero.it

Continue Reading

In evidenza