Il volto oscuro della montagna: l’incidente del passo Dyatlov

Quando si parla della Russia, le prime immagini alle quali la mente in automatico si associa sono la neve e le temperature estreme abbondantemente sotto lo 0. Per avere un’idea di cosa stiamo parlando, basti pensare che nella Siberia dell’ormai ex URSS esiste uno sperduto villaggio di nome Ojmjakon, che è attualmente l’agglomerato urbano più freddo al mondo, con temperature che hanno toccato, in un passato neanche troppo lontano, i 63 gradi sotto lo zero Celsius. Questa è la “forma mentis” con la quale noi di solito immaginiamo quei luoghi così remoti e inospitali dal punto di vista meteorologico, poiché il clima è comunemente risaputo non essere affatto gentile con i popoli che abitano questo grande e sconfinato paese.

Ciò che invece non è molto conosciuto tra noi “forestieri” è invece un oscuro fatto di cronaca accaduto nella zona settentrionale della catena dei monti Urali, la catena montuosa più lunga d’Europa che sembra quasi essere uno spartiacque naturale che separa l’Europa dall’Asia, e che solo a studiarla su carta ci si rende conto di quanto selvaggia, inesplorata e ricoperta da una spessa coltre di mistero sia in tutta la sua lunghezza. Tornando a noi, la vicenda di cui oggi vi parliamo è tuttora un mistero irrisolto per le autorità, denominata in seguito “incidente del passo Dyatlov” in cui persero la vita nove giovani amici. Uno di quei racconti suggestivi, per chi frequenta la montagna, da ascoltare davanti al fuoco scoppiettante di un rifugio in alta quota, che tutti gli escursionisti professionisti conoscono, che ha il potere di affascinare e dal quale trarre sicuramente insegnamento.

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Sul finire del gennaio 1959, un gruppo di 10 ragazzi, tutti poco più che ventenni e per la maggior parte studenti di cui 8 uomini e 2 donne, tutti con una buona conoscenza degli ambienti montani e con molta pratica sul campo alle spalle anche nello sci di fondo, decise di fare un’escursione molto impegnativa (di livello 3, la più difficile) che avrebbe dovuto condurli come mèta sulla vetta del monte Ortoten. La spedizione era capitanata da Igor Alekseevich Dyatlov, brillante studente di ingegneria (progettò e costruì da sé perfino una radio da portare nelle sue escursioni) ed ottimo conoscitore della montagna da cui ovviamente prende tristemente il nome questo incidente.

Poco prima della spedizione, Igor avvertì la propria associazione sportiva che avrebbe inviato loro un messaggio telegrafico una volta tornati indietro al punto di partenza, il piccolo villaggio di Vizhay, e ciò sarebbe dovuto avvenire entro e non oltre il 12 febbraio. Inutile dire che questo telegramma non arrivò mai. Inoltre uno di loro diede forfait poco prima e quindi rimasero in 9 ad intraprendere il cammino, con almeno 30 gradi costantemente sotto lo zero. Ma i russi si sa, sono temprati e abituati a queste così rigide temperature.

I ragazzi si misero effettivamente in marcia il 27 gennaio, dal luogo in cui finiva la civiltà ed iniziava la natura più selvaggia e al contempo pericolosa, e per ben 5 giorni attraversarono paesaggi ghiacciati, innevati ed incontaminati di una bellezza più unica che rara tra risate, spensieratezza ed allegre foto ricordo, come ogni comitiva di amici; tutto procedeva secondo i piani e non avevano avuto nessun problema fino ad allora.

Il 1° febbraio arrivarono al passo che li avrebbe condotti sulla vetta del monte Ortoten, ed iniziarono quindi la salita. La loro idea in origine era quella di accamparsi per la notte e riposare ai piedi della montagna, ma qualcosa andò storto; un imprevisto di quelli che in montagna può capitare, un’improvvisa bufera di neve fece perdere l’orientamento al capospedizione Igor ed al resto del gruppo, e proseguendo nel loro vagabondare con visibilità ridottissima, finirono a circa 16 km di distanza dall’Ortoten, alle pendici del monte Cholatčachl. Tradotto: montagna della morte.

Al destino, come si sa, non manca certo l’ironia

Restano ancora ignoti i motivi per cui i 9 escursionisti decisero nel pomeriggio di piazzare le tende in uno spazio aperto e quindi maggiormente esposto alle intemperie (anziché nei boschi circostanti), come ignoti sono i fatti che avvennero la stessa notte tra l’1 e il 2 Febbraio. Ma sono note le conseguenze. Come anticipato, il telegramma che avrebbe dovuto rassicurare tutti i loro familiari e amici sull’esito positivo dell’escursione non arrivò a destinazione entro la data programmata, e fu solo in data 20 Febbraio che iniziarono le ricerche dei dispersi su espressa richiesta dei familiari.

Furono inviati soccorsi composti da studenti, insegnanti e autorità locali che scandagliarono in lungo e in largo anche con elicotteri ed aerei il percorso che avrebbe dovuto condurre i ragazzi sulla cima del monte Ortoten. Le speranze di ritrovarli in vita sani e salvi erano pressoché nulle, considerando le gelide temperature a cui erano esposti ormai da giorni e giorni, i molti Km che ormai li separavano da ogni forma di aiuto umano e lo sterminato territorio sul quale dovevano operativamente essere condotte le ricerche. Ciononostante vennero comunque svolte, e fu solo nel 26 Febbraio che venne ritrovata nell’improvvisato accampamento la tenda dei 9 ragazzi; ma ciò che gelò il sangue dei soccorritori in quel tetro, pallido scenario di ghiaccio e neve, furono le scoperte immediatamente successive a questo rinvenimento.

Trovarono la tenda divelta e tagliata dall’interno, come se avessero dovuto fuggire di corsa da lì, e seguendo le orme dei passi sulla neve giunsero alle soglie di un bosco di cedri, dove ai piedi di un grosso albero erano ancora presenti le braci di un fuoco ormai spentosi, insieme ai primi due corpi: quelli di Jurii Krivoniščenko e Jurij Dorošenko. La cosa che lasciò esterrefatti i soccorritori fu che i due cadaveri erano quasi completamente nudi, indossavano solo biancheria intima. A quel punto i presentimenti dei soccorritori si rivelarono fondati. Di fatti, nel percorso che si estendeva tra la tenda e il bosco, furono subito ritrovati altri 3 corpi: il capospedizione Igor Djatlov, Zina Kolmogorova e Rustem Slobodin, distanti tra loro alcune centinaia di metri, in una posizione che si allungava verso la tenda, come se il trio stesse cercando indipendentemente di raggiungerla di nuovo. Mancavano dunque all’appello 4 corpi: furono ritrovati il 4 Maggio, in un dirupo nel bosco, poco distante dal cedro dei primi due ritrovamenti. Le indagini comunque partirono immediatamente e di conseguenza anche le prime autopsie. L’esito dei primi riscontri diagnostici non lasciava dunque margine d’errore: i ragazzi erano deceduti per ipotermia. Ma fu solo con gli esami autoptici successivi degli altri 4 cadaveri di Nikolaj Vasil’evič Thibeaux-Brignolles, Aleksandr Sergeevič Kolevatov, Ljudmila Aleksandrovna Dubinina e Aleksandr Aleksandrovič Zolotarëv, arrivati mesi dopo sul tavolo operatorio, che le indagini si fecero assai più oscure e frantumarono il quadro iniziale della situazione.

I corpi presentavano fratture craniche, costole rotte e lesioni interne ma, paradossalmente, nessuna ferita esterna. Inoltre, il volto di una delle due donne (la Dubinina Ljudmila Aleksandrovna) era stato brutalmente privato della lingua, degli occhi e parte della mascella. Infine, come se non avessimo già enigmi a sufficienza da decifrare: tutti i vestiti dei 9 soggetti emanavo quantità significative di radiazioni.

Eliminando le prime teorie ritenute poco plausibili, tentando di ricostruire realisticamente l’accaduto, il medico legale Boris Vozrozhdenny, ad autopsie concluse, in scienza e coscienza fu costretto ad ammettere di non aver saputo scorgere una reale ed autentica spiegazione razionale a quanto accaduto, e nei referti scrisse solamente che i ragazzi erano deceduti violentemente a causa di “una forza irresistibile e sconosciuta”.

Da qui in poi furono decine (se non centinaia) le ipotesi che tentarono di formulare dapprima gli inquirenti e in seguito media e curiosi a vario titolo, per dare un senso all’accaduto. Ciò che riuscirono a spiegare dalle prime indagini fu principalmente la quasi totale nudità dei primi due cadaveri e comunque ben pochi vestiti addosso ai restanti, ed attribuirono la causa ad un raro fenomeno conosciuto in medicina come “spogliamento paradossale”, che si verifica in condizioni di freddo estremo quando il corpo, ormai in piena ipotermia, per meccanismo di difesa rallenta l’afflusso di sangue verso le estremità per concentrarlo tutto negli organi vitali, ed i vasi sanguigni privati di molto sangue ed essersi quindi ristretti sempre più, si allargano di colpo come ultimo disperato tentativo di sopravvivenza; gli ultimi sussulti della vita, prima del grande salto nel buio.

A quel punto si avverte un intensissimo calore, e il soggetto si spoglia paradossalmente per “raffreddarsi”, non facendo altro che accelerare gli ultimi stadi dell’ipotermia, il tutto contornato da un forte stato confusionale e agitazione.

Furono dunque innumerevoli le teorie (alcune davvero bizzarre e fantasiose) che provarono a fornire una spiegazione al mistero che avvolge a tutt’oggi gli strani fatti di quella notte maledetta in cui 9 giovanissimi amici persero la vita su quelle remote ed antichissime montagne. Alcuni scomodarono perfino gli alieni, altri invece avanzarono l’ipotesi che il territorio degli eventi era zona militare in cui si conducevano esperimenti militari segreti, altri ancora che i ragazzi erano stati aggrediti dallo Yeti russo.

Molto più semplicemente ma senza sfatare alcun mito poiché, dal momento che non esistono testimoni diretti rimane comunque un’ipotesi, i nostri rimasero accidentalmente vittima della “tempesta di neve perfetta” in cui, anche a causa della particolare conformazione del terreno e delle montagne circostanti, si generarono dei piccoli ma devastanti tornado i quali produssero a loro volta degli ultrasuoni impercettibili all’orecchio umano ma capaci di disorientare e di far perdere la lucidità mentale, tali da spingere i ragazzi ad uscire di corsa dalla tenda e gettarsi nell’occhio del ciclone, morendo infine assiderati. Sembrerebbe inoltre che i traumi fisici sui corpi di alcuni di loro siano stati provocati dalla caduta nella scarpata limitrofa al bosco dove furono ritrovati.

Questa dunque è la tesi più accreditata e razionalmente verosimile formulata nel corso degli anni da esperti e studiosi del caso; ed anche qui, durante il corso delle indagini aperte e chiuse a più riprese, si verificarono strani fatti che avrebbero bisogno di una trattazione a parte, ma non è certo questo il nostro obiettivo.

Quello che abbiamo voluto fare oggi in questo articolo non è di certo fornirvi una spiegazione alternativa dell’accaduto, ma raccontarvi una storia. Si, una storia che si distingue per l’aura di mistero che avvolge l’intera vicenda da ormai diversi decenni, e ricca di fascino sia per gli habituè che per i “profani” della montagna. Una storia di un gruppo di amici, di ragazzi come noi pieni di sogni e di speranze, che partirono per un viaggio che avrebbe decisamente rafforzato la loro amicizia, ma da cui disgraziatamente non fecero mai più ritorno.

Dai rullini trovati nelle loro macchinette fotografiche sappiamo che, durante il loro tragitto fino alla montagna che avrebbe strappato dai loro corpi le loro giovani vite, vissero degli attimi davvero felici e molto intensi, ridendo, scherzando, prendendosi in giro, consegnando all’eternità delle istantanee di momenti di grande gioia ed euforia come solo chi si trova con persone che ama in luoghi inaccessibili ai più può provare.

Sarebbero mai partiti per questo viaggio se avessero saputo che non avrebbero più fatto ritorno? È una domanda a cui non solo non avremo mai risposta, ma che è anche inutile fare perché chiunque abbia il coraggio di amare, semplicemente amare, è disposto a correre dei rischi.

Non sapevano quanto tempo avrebbero avuto ancora da spendere insieme. Nessuno è consapevole di quanto tempo gli sarà ancora concesso quaggiù sulla terra. Vale la pena quindi spenderlo con intelligenza e in compagnia delle giuste persone.

Come fecero questi ragazzi che amavano visceralmente ciò che facevano ed erano uniti da un legame che con le parole ha ben poco a che vedere. Le parole sono limitate e limitanti in alcuni casi. Qualità, non quantità. Prendete nota. Alla prossima.

Alessio Di Pasquale

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