Il verismo italiano, un’eredità esigente: a lezione da Riccardo Muti

Nulla ha potuto la pandemia contro l’Italian Opera Academy di Riccardo Muti, che anche quest’ anno, ha avuto luogo a Ravenna

Nata nel 2015, l’Academy ha come scopo quello di ripulire l’opera italiana dalle varie incrostazioni che vi si sono deposte negli anni, per lasciare ai direttori d’orchestra del domani un’eredità pura. Direttori d’orchestra e Maestri collaboratori under 35 vengono selezioni da tutto il mondo per poter lavorare a stretto contatto con il Maestro.  

Le opere scelte per quest’Academy sono state “Cavalleria Rusticana” di Mascagni e “Pagliacci” di Leoncavallo, che, forse più di altre opere, hanno subito il processo di “italianizzazione per luogo comune”.

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Le due opere infatti hanno come motivo scatenante un tradimento ed entrambe hanno come sfondo un rurale sud Italia: Cavalleria ambientata in Sicilia e Pagliacci, stando alle parole dello stesso compositore, si ispira a un delitto realmente accaduto a Montalto Uffugo, in Calabria. L’eccesso di pathos è quindi dietro l’angolo, pronto a rimpinguare il clichè “mozzarella, pomodoro e mandolino, tutte cose, nobilissime, ma l’Italia è molto di più” come dice il Maestro Muti.

L’esempio lampante di questo eccesso di pathos, che il Maestro porta a galla già dalla presentazione, è il Prologo di Pagliacci, un ente metafisico e dunque imparziale, ma che viene interpretato il più delle volte in maniera melensa e fin troppo sentimentale.

Lui qui sta dicendo: vedrete amare come s’amano gli esseri umani. Non è finzione, è la vita, nuda e cruda, di sangue e d’ossa. Quindi a che serve fare gli svenevoli?”.

Altro esempio è l’aria più famosa di Pagliacci, “Vesti la giubba” (n.b. utilizzata anche dai Queen nell’incipit di “It’s a hard life”): il tenore conclude l’aria, innegabilmente tragicissima, tra i singhiozzi; dunque il pubblico inizia a battere forsennatamente le mani quando in realtà ci sono ancora diciannove bellissime battute dell’orchestra che viene così sommersa dalle urla di un pubblico, evidentemente, mal abituato.

L’Academy è iniziata il 18 luglio con la presentazione al pianoforte dell’opera da parte del M°Muti che, tra il serio e il faceto, spiega il suo intento didattico: “Ormai io ho finito, ora tocca a voi, voi siete la mia speranza”.

Dal 19 al 31 luglio per due settimane, bacchette alla mano, i giovani direttori si misurano con l’Orchestra Giovanile Cherubini sotto l’occhio vigile del Maestro (79 anni, portati d’incanto).

Per fare i direttori bisogna fare tanto contrappunto, imparare bene uno strumento, guardare negli occhi gli orchestrali e osservare gli altri dirigere, per imparare cosa non fare

Viene così costruito, davanti a pubblico e uditori, il rapporto che lega direttore, orchestra e cantanti con il prezioso contributo dei Maestri collaboratori, figura centrale nell’opera, in quanto è (o dovrebbe essere) direttore, pianista e cantante. Insomma, uno e trino. L’entusiasmante esperienza dell’Academy  si è conclusa il 31 luglio con il concerto diretto dai giovani direttori selezionati, ormai detentori di un’eredità esigente, un’eredità italiana da difendere e diffondere.

Articolo a cura di Rossana Lanzillotta

Foto: www.riccardomuti.com

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