Connect with us

Cinema

Cosa ci resta dei live action Disney

Alberto Mutignani

Published

on

È passato un anno dall’uscita dei due live action di punta di Disney: Aladdin e Il re Leone. Hanno battuto ogni record di incasso e di recente sono tornati in streaming per rinnovare un successo senza freni, l’inizio di una lunga serie stando alle intenzioni Disney – già annunciati Mulan e La Sirenetta. A distanza di un anno è possibile interrogarsi più a freddo su quali impronte stia lasciando nel cinema una nuova generazione che ha rinunciato all’animazione per il fotorealismo sfrenato e indicare la direzione che la nuova filosofia Disney ha deciso di assumere con i millenials.

Prima di tutto, perché i live action? Disney ha alcuni cavalli di battaglia senza tempo: sia Aladin che Il Re Leone uscirono imponendosi da subito come degli instant classic – Il primo ha lanciato il miglior villain del cinema d’animazione occidentale, il secondo ha saputo vendere a un pubblico di infanti una tragedia shakespeariana. Ogni successo impone un mercato collaterale che dopo trent’anni va rinnovato (questione di diritti ma anche di ricambio generazionale): ecco allora che i live action sono non il fine ma lo strumento perché un fortunato merchandising possa riprendere linfa vitale.

Possiamo immaginare disneyworld senza le truppe imperiali e il consueto musical sul Re Leone? C’è poi l’annosa questione del nuovo gusto generazionale: i millenials – ma non è un termine dispregiativo – hanno una concezione di estetica diversa dalle generazioni passate perché diverse e ben diversificate sono le possibilità che il mondo moderno dà loro a disposizione: un ragazzo del 1990 è cresciuto con ciò che i propri genitori guardavano in televisione, bene o male roba tagliata per un pubblico medio-adulto con personaggi adulti interpretati da attori altrettanto adulti.

In generale, non c’era una vasta libertà di scelta, e perché non esisteva YouTube e perché non c’erano piattaforme diverse dalle massimo due televisioni casalinghe. I ragazzi degli anni 2000 sono cresciuti in un mondo evidentemente più ricco di opportunità d’intrattenimento: ci sono i giovanissimi YouTuber che parlano un po’ di tutto, dal cinema alla musica fino ai vlog e alle webserie, ci sono gli influencer diffusi ad ampio raggio su tutti i social network, c’è tik tok e una serie TV o un film possono essere visti anche su un tablet o su un telefonino.

Più scelta significa anche fare una cernita di contenuti: meglio guardare i giovani, il palinsesto su internet ammette raramente un boomer se non è bello e non dice cose melense. I live action in questo senso hanno seguito la corrente: un grande villain come Jafar, che faceva della sua bruttezza, dell’anzianità, della brama secolare di potere la fonte stessa della sua cattiveria, diventa un giovane belloccio con una voce suadente. La domanda va fatta: a questo punto, quale folle Jasmine sceglierebbe Aladin? Scar è un ibrido indescrivibile.

Si comporta come un giovane ma è costretto dalla storia ad essere lo zio vecchio. Quando dopo vent’anni Simba torna alla rupe dei re, la logica vorrebbe Scar morto, è invece sta meglio di tutti. Jasmine ha due brani di punta, entrambi sul potere delle donne.

Il fatto che tutti i personaggi tirino avanti la storia attraverso le iconiche canzoni senza menarsela sulla propria bontà mentre l’unica donna della storia debba parlare di sé come di un’eroina è una scelta anche qui generazionale, forse non una di quelle di cui andar fieri.

Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

Cinema

Perché guardare oggi Wes Craven

Alberto Mutignani

Published

on

Questo agosto ricorrono 81 anni dalla nascita di Wes Craven e cinque dalla morte. Non volendo ricorrere alla sequela di recensioni commemorative, troppo facili e disoneste nei confronti del regista e del lettore, ho dato uno sguardo a quello che il cinema horror americano ha prodotto nell’ultimo decennio.

Se c’è un’eredità che Craven ha lasciato ai suoi posteri, non è stata ancora raccolta, ma mentre le scorse generazioni guardano con nostalgia alla vecchia leva, le nuove perdono, ignorandone l’esistenza, un lascito monumentale. E per i cinefili già caldi sulle testiere: “Drag me to hell” di Raimi non basta a fare numero. La condizione di salute del cinema horror contemporaneo è precaria, ma cosa è successo dagli anni ’90?

Volendo dare ascolto allo stesso Craven, un po’ c’è di mezzo Tarantino. Quando Pulp Fiction conquistò il mondo, insegnò al pubblico una nuova declinazione della violenza. Sia chiaro, Tarantino ne aveva tutto il diritto. Non ha inventato lui il pulp, ha rispettato degli stilemi propri di un genere che ha ragione di esistere e che non va giudicato eticamente. Quello che è successo è che il pubblico si è abituato a vedere nella violenza non più l’anticamera della morte, come la definiva Craven, ma un gioco divertente che non solo viene bramato dallo spettatore (succedeva anche con il pubblico urlante di Stab in Scream 2) ma è assecondato dai registi, che trattano con compiacimento la morte, ne sono evidentemente affascinati.

Trasformare la violenza in qualcosa di fascinoso e la brutalità in un elemento glamour ha reso il cinema dell’orrore un tempio dell’estetica senza spirito, una sfinge senza enigma che trova nella compiacenza verso l’omicidio e la tortura la chiave risolutiva di un giochino di pancia e fine a se stesso. Sia chiaro che non si sta tirando in ballo l’elemento ironico del cinema dell’orrore. Paradossalmente, un Annabelle si prende molto più sul serio di Scream, dove però il sangue è una cosa seria.

Non si scherza con la morte e si ha il coraggio di raccontarla, perché faccia paura. Così, quando nel finale di Scream 3, Neve Campbell dorme finalmente con le finestre aperte, lo spettatore si libera con lei di un mostro che oggi non esiste più. E se Ari Aster ha portato a compimento questo amore chic per la paura, mettendo una pietra tombale sulla fine del genere, Robert Eggers tenta la via del sublime come nuova parabola della terrore.

È un tentativo interessante, ma le storie e i ritmi sono vecchi di cent’anni – i fasti della narrativa ottocentesca sono un fardello molto caro ai registi sensibili e al loro pubblico cinefilo – e non hanno spessore, si cade sempre in un’estetica troppo ingombrante. Alla Hemingway, il consiglio per i giovani registi è misurare il proprio stile come arredamento e non ornamento barocco della propria opera. Il rischio di un secondo James Wan non ce lo possiamo permettere.

Continue Reading

Cinema

Un cinepanettone può salvarci la vita?

Alberto Mutignani

Published

on

Alla notizia del nuovo cinepanettone – ‘Natale su Marte‘, regia di Neri Parenti – ho pensato che sì, finalmente sarei tornato al cinema. Ed è ora di dirlo, questo cinepanettone sarà diverso dagli altri: un po’ perché sarà forse l’ultimo della coppia scoppiata Boldi-De sica, vecchi, evidentemente stanchi, ormai poco affiatati; un po’, soprattutto, perché è un cinepanettone che esce al termine di un anno nefasto.

Ci siamo così affezionati al catastrofismo che ridere sembra diventato un piacere proibito, da tenere nascosto nelle proprie quattro mura. Per questo il 2020 adesso è anche l’anno di due gruppi sociali ben distinti: quelli che torneranno al cinema con il Tenet di Nolan e quelli che avranno il coraggio di aspettare il cinepanettone non ironicamente.

La cosa desta già malumori nell’ambito cinefilo, che non vede nella comicità popolare la cultura estrinseca e lo slancio educativo dell’arte. Sembra insomma che non solo una completa alfabetizzazione non possa passare per certi canali – vanno bene i cinema all’aperto con Godard in lingua originale, non vanno bene le commedie vernacolari – ma anche che il processo di regressione culturale dovuto ai cinepanettoni sia reversibile: un buon film, un buon libro ci rendono persone migliori.

Per la rieducazione civile il cinema dovrà aspettare l’epifania e incrociare le dita per il prossimo anno, ma i più attenti avranno già colto l’unica lezione che la quarantena ci ha silenziosamente lasciato. Dopo mesi in cui tutti hanno citato i promessi sposi e la peste manzoniana per analogia con la pandemia globale dovremmo renderci conto che non sarebbe migliore un mondo dove tutti leggono, perché leggere non basta.

Bisogna capire l’opera, indipendentemente dalla sua natura e dalle sue pretese, prenderne anche le distanze al di là del gusto comune, perché ci sia un progresso culturale. È evidente che molti di noi, pur leggendo, sono destinati a rimanere un gregge. Lo stesso si dica per il cinema.

Continue Reading

Cinema

Terry Gilliam, quella pazza idea dell’omaggio a Kubrick bloccata dalla pandemia

Avatar

Published

on

By

“Stavo lavorando a questo film che era originariamente un’idea di Stanley Kubrick e avevamo un copione e un cast, ma il lockdown ha rovinato tutto. Quindi al momento quello che sto facendo è lavorare a un libro che raccolga gli storyboard di tutti i film che ho fatto fino a oggi”

Terry Gilliam , regista e sceneggiatore nonché unico componente a stelle e strisce dei mai troppo amati Monty Python, nel corso di un’intervista al Ventotene Film Festival ha svelato le intenzioni di realizzare un film basato su una sceneggiature originale di Stanley Kubrick. Peccato, però, che di mezzo ci sia stato il lockdown. Come svelato dallo stesso regista di “Brazil“, “L’Esercito delle 12 Scimmie” e “Paura e delirio a Las Vegas“, giusto per citare alcune sue opere, era anche pronto il cast che avrebbe preso parte alla pellicola.

Leggi anche: La società capitalista e ipocrita vista dagli occhi di Eyes Wide Shut

Non solo, le intenzioni di dare il via alla produzione erano assolutamente concrete. Tutto, però, è stato bloccato dalla crisi sanitaria e quindi momentaneamente sospeso. Ma non del tutto escluso. L’idea che un regista come Gilliam, dall’impronta assolutamente riconoscibile e fortemente identitaria, possa incontrare uno dei più grandi di sempre, cioè Kubrick, ha ovviamente acceso gli entusiasmi degli appassionati della settima arte che in ciò vedrebbero uno straordinario omaggio al cinema d’autore.

Leggi anche: La guerra rock n’roll dei Rolling Stones: Vietnam, Kubrick, Marlon Brando e hit leggendarie

Durante l’intervista, Gilliam, che attualmente vive in Inghilterra, ha anche testimoniato di come il lockdown lo abbia coinvolto in una maniera del tutto particolare: “Nel 2016 ho finalmente ottenuto la cittadinanza britannica al 100%. Non più americana, totalmente britannica. Pensavo significasse essere europeo al 100%. Il 2016 è anche quando la Gran Bretagna ha deciso di lasciare l’Unione Europea. È pazzesco. Sono bloccato in un paese che non sarà europeo e voglio far parte dell’Europa. L’America è chiusa. Trump ha distrutto l’America”.

Continue Reading

In evidenza