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Il tributo di Roma a Ennio Morricone: l’Auditorium Parco della Musica porterà il suo nome

redazione

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“Oggi l’Assemblea Capitolina si è riunita, in rappresentanza di tutta la città, per onorare la memoria di Ennio Morricone, di fronte alla sua famiglia, ai suoi amici, ai suoi cari, ascoltando alcune delle sue impareggiabili composizioni. Il maestro Morricone è una figura di grande spessore umano, artistico, musicale che merita la massima riconoscenza e il più grande affetto da parte di tutti noi. Roma continuerà ad amarlo e a ricordarlo per tutto quello che ci ha lasciato e che rimarrà per sempre nella nostra memoria. Per questo abbiamo deciso di dedicargli il luogo per eccellenza della musica a Roma, l’Auditorium Parco della Musica”, ha dichiarato la sindaca Virginia Raggi.

“La musica è parte della cultura di una comunità, una forma di linguaggio capace di superare confini e scavalcare muri”, ha dichiarato il presidente dell’Assemblea Capitolina Marcello De Vito. “Ospitare quest’oggi in Campidoglio, che è luogo d’arte e sede delle istituzioni della città, un’iniziativa che celebra la figura di un compositore come Ennio Morricone, intitolandogli l’Auditorium Parco della Musica, ha un significato importante perché, con il suo lavoro e la sua arte, il maestro è stato testimone esemplare dell’eccellenza italiana nel mondo ricordando a tutti che la musica ha la forza di attraversare la storia, l’arte e la cultura di un popolo. E la presenza dell’orchestra di Santa Cecilia oggi, in Aula Giulio Cesare, vuole essere occasione e impegno per favorire e promuovere il più possibile la diffusione della cultura in tutte le sue forme e della musica in particolare”, ha concluso De Vito. (Fonte: comune di Roma)

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James Hetfield, frontman tutto thrash metal e bolidi a quattro ruote

Federico Falcone

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E sono 57. A vederlo sul palco, col solito travolgente entusiasmo da eterno metalkid, non gliene daremmo più di venti. James Hetfield, cofondatore dei Metallica, non invecchia mai. Sotto quel ghigno beffardo perennemente stampato sul volto, lo strabordante carisma che lo ha reso uno tra i frontman più amati di sempre, è più forte che mai. E poco importa la pandemia, con conseguente lockdown, a tenere i Four Horsemen lontano dai palchi per un po’, già sappiamo che quando li ritroveremo lassù, il tempo si arresterà per regalarci ancora una volta una straordinaria esibizione. L’ennesima. I Metallica, dal vivo, sono una garanzia.

Parte del merito va dato proprio a lui, il nativo di Downey, California. Segni particolari: cantante e chitarrista, vita a lunghi tratti sregolata e un amore incondizionato per i bolidi a quattro ruote. Se dell’Hetfield musicista conosciamo praticamente tutto, dell’Hetfield amante delle quattro ruote no. E allora proviamo ad addentrarci in questa sua passione di lunga data. Il Petersen Museum di Los Angeles dall’inizio dell’anno (fino alla fine di ottobre) ospita Recaimed Rust: The James Hetfield Collection, ossia un’esposizione di auto private del leader dei Metallica. Ulteriore particolarità? Le auto presenti sono disegnate e “create” proprio dal chitarrista.

James, che oggi compie cinquantasette anni, ha nel corso degli anni collezionato numerose auto storiche, fra queste una Jaguar “Black Pearl” del 1948, una Packard “Aquarius” del 1934 e una Buick Skylark “Skyscraper” del 1953 che ora sono esposte proprio all’interno del museo losangelino. Alcune delle dieci vetture presenti hanno anche un notevole valore storico, essendo che di modelli in circolazione non ve ne sono più molti e che quelli che si trovano spesso non vengono esibiti dai proprietari. “VooDoo Priest“, una Lincoln Zephyr del 1937, “Slow Burn“, una Auburn del 1936, “Iron Fist“, una Ford del 1963, “Crimson Ghost“, una Ford Coupé del 1937 e una “Black Jack“, ricavata da una Ford Roadster del 1932 sono le altre auto rivisitate dalla sua fantasia.

I biglietti per accedere al museo vanno dai 35 dollari per l’ingresso standard ai 99 dollari per il Vip Pass con il quale poter incontrare proprio Hetfield.

Foto: Ultimateclassicrock

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Il verismo italiano, un’eredità esigente: a lezione da Riccardo Muti

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Nulla ha potuto la pandemia contro l’Italian Opera Academy di Riccardo Muti, che anche quest’ anno, ha avuto luogo a Ravenna

Nata nel 2015, l’Academy ha come scopo quello di ripulire l’opera italiana dalle varie incrostazioni che vi si sono deposte negli anni, per lasciare ai direttori d’orchestra del domani un’eredità pura. Direttori d’orchestra e Maestri collaboratori under 35 vengono selezioni da tutto il mondo per poter lavorare a stretto contatto con il Maestro.  

Le opere scelte per quest’Academy sono state “Cavalleria Rusticana” di Mascagni e “Pagliacci” di Leoncavallo, che, forse più di altre opere, hanno subito il processo di “italianizzazione per luogo comune”.

Le due opere infatti hanno come motivo scatenante un tradimento ed entrambe hanno come sfondo un rurale sud Italia: Cavalleria ambientata in Sicilia e Pagliacci, stando alle parole dello stesso compositore, si ispira a un delitto realmente accaduto a Montalto Uffugo, in Calabria. L’eccesso di pathos è quindi dietro l’angolo, pronto a rimpinguare il clichè “mozzarella, pomodoro e mandolino, tutte cose, nobilissime, ma l’Italia è molto di più” come dice il Maestro Muti.

L’esempio lampante di questo eccesso di pathos, che il Maestro porta a galla già dalla presentazione, è il Prologo di Pagliacci, un ente metafisico e dunque imparziale, ma che viene interpretato il più delle volte in maniera melensa e fin troppo sentimentale.

Lui qui sta dicendo: vedrete amare come s’amano gli esseri umani. Non è finzione, è la vita, nuda e cruda, di sangue e d’ossa. Quindi a che serve fare gli svenevoli?”.

Altro esempio è l’aria più famosa di Pagliacci, “Vesti la giubba” (n.b. utilizzata anche dai Queen nell’incipit di “It’s a hard life”): il tenore conclude l’aria, innegabilmente tragicissima, tra i singhiozzi; dunque il pubblico inizia a battere forsennatamente le mani quando in realtà ci sono ancora diciannove bellissime battute dell’orchestra che viene così sommersa dalle urla di un pubblico, evidentemente, mal abituato.

L’Academy è iniziata il 18 luglio con la presentazione al pianoforte dell’opera da parte del M°Muti che, tra il serio e il faceto, spiega il suo intento didattico: “Ormai io ho finito, ora tocca a voi, voi siete la mia speranza”.

Dal 19 al 31 luglio per due settimane, bacchette alla mano, i giovani direttori si misurano con l’Orchestra Giovanile Cherubini sotto l’occhio vigile del Maestro (79 anni, portati d’incanto).

Per fare i direttori bisogna fare tanto contrappunto, imparare bene uno strumento, guardare negli occhi gli orchestrali e osservare gli altri dirigere, per imparare cosa non fare

Viene così costruito, davanti a pubblico e uditori, il rapporto che lega direttore, orchestra e cantanti con il prezioso contributo dei Maestri collaboratori, figura centrale nell’opera, in quanto è (o dovrebbe essere) direttore, pianista e cantante. Insomma, uno e trino. L’entusiasmante esperienza dell’Academy  si è conclusa il 31 luglio con il concerto diretto dai giovani direttori selezionati, ormai detentori di un’eredità esigente, un’eredità italiana da difendere e diffondere.

Articolo a cura di Rossana Lanzillotta

Foto: www.riccardomuti.com

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“Eternamente Figaro!”: il gran finale del GO Abruzzo Festival

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Articolo a cura di Rossana Lanzillotta

Considerato all’unanimità come uno degli esempi più perfetti di drammaturgia musicale, il primo frutto della collaborazione fra Mozart e Lorenzo Da Ponte, “Le nozze di Figaro”, chiuderà il GO Abruzzo Festival il 2 agosto in piazza San Francesco a Guardiagrele. L’opera verrà eseguita dall’orchestra Benedetto Marcello diretta dal M° Maurizio Colasanti, con la regia di Alberto Paloscia e le scenografie di Giacomo Callari.

Il cast di interpreti, selezionato da Susanna Rigacci e lo stesso Colasanti tramite audizioni online, è composto da: Silvia Lee (Susanna), Mariko Iizuka (Contessa di Almaviva), Sandro Degl’Innocenti (Figaro), Gianmarco Durante (il Conte di Almaviva), Lucrezia Venturiello (Cherubino), Edoardo Ferrari (don Basilio/don Curzio), Ludovico Valoroso (don Bartolo), Beatrice Fanetti (Marcellina), Marta Pacifici (Barbarina), Gianmarco Di Cosimo (Antonio), con il Coro Lirico d’Abruzzo diretto da Alberto Martinelli e la collaborazione dei Maestri al cembalo Ivana Francisci e Michele Natale.

L’opera, la prima delle tre buffe, fu tratta dalla commedia Le Mariage de Figaro di Beaumarchais che, poiché pregno di veleni satirici contro la classe aristocratica, vide la luce fra non poche difficoltà. Nonostante questo Le nozze di Figaro finì per essere il più grande successo dell’intera carriera artistica di Mozart e dal 1786 non ha mai smesso di essere rappresentata in tutto il mondo, fino ad arrivare, ora, a Guardiagrele.

 “Le nozze di Figaro” presenta due grandi macrotemi: uno sociale, l’altro prettamente umano, sentimentale. Secondo lei l’opera è per Mozart un pretesto per prendersi gioco delle classi sociali privilegiate dell’epoca o ha una più profonda radice umana? Abbiamo rivolto questa domanda al M° Maurizio Colasanti.

“Soprattutto nell’opera lirica, ogni periodo storico rilegge le opere del passato proiettandovi il suo tempo, la sensibilità contemporanea, il gusto estetico e il pensiero filosofico di cui è intriso. Il relativismo del nostro tempo ha forse sottratto al linguaggio della filosofia e della religione molte idee normative che regalavano orientamento e stabilità, Le nozze di Figaro no. Al di là della trama e dell’ambientazione, che in questa edizione guardiese la sapiente e colta mano del maestro Paloscia avvicina alla nostra sensibilità, l’opera mozartiana travalica il mero aspetto ludico per farsi riflessione di un’esistenza profonda e sorprendente. Il potere dell’eros, l’ambivalenza dell’agire umano, la messa in crisi dei canoni che regolano le relazioni umane rappresentano, a mio avviso, la vera essenza di questo capolavoro in cui Mozart e Da Ponte riescono in maniera impareggiabile a tratteggiare la profondità dell’animo umano con leggerezza e spessore”.

Nonostante l’Italia sia il paese del bel canto, stiamo assistendo a una decadenza culturale che trova conferma nella chiusura dei teatri. Come vede il futuro dell’opera e della musica classica in Italia?

“L’Occidente ha avuto per troppo tempo la pretesa di poter elargire la filosofia e la morale nell’arte come la risultante di un universale-assoluto. Anche nella musica è accaduto qualcosa di simile che ci ha spinto a creare luoghi di conservazione piuttosto che di stimolazione. Pertanto io non credo che ci sia in atto una decadenza culturale, quanto piuttosto una obsolescenza. L’opera è il regno della vita e ciò che succede a Guardiagrele nonostante questo anno terribile ne è la dimostrazione”.

“Abbiamo la fortuna di poter lavorare con giovani pieni di talento, speranze e obiettivi che sotto la guida di personalità straordinarie come Susanna Rigacci e Alberto Paloscia hanno potuto partecipare al divenire intelligente di un progetto che rappresenta la testimonianza di un protagonismo vitale che si realizza appunto intorno alla bellezza di un’arte immortale. Accade sovente però che il mondo della musica e dell’opera sia avvinghiato a una concezione mercantile che risponde a un’ottica capitalista in cui la produzione di utili è più importante della produzione artistica. È un discorso lungo e complesso ma facile da comprendere; un discorso che si è trasformato in postura, in un atteggiamento da parte di molti gestori che anziché provare ad alimentare l’arte hanno pensato bene di compiacere i loro padrini padroni. Il risultato è sotto gli occhi di tutti”

Abbiamo incontrato anche il regista dell’opera che andrà in scena a Guardiagrele, Alberto Paloscia, cui abbiamo chiesto come mai, negli ultimi anni, molti registi abbiano utilizzato ambientazioni moderne e spesso poco rispettose dell’opera stessa per avvicinare il grande pubblico. Lei ritiene necessario questo escamotage? Come si pone nei confronti di un’opera come “Le nozze di Figaro”, che è potenzialmente moderna?

“Il regista d’opera deve partire a mio avviso da due punti fermi: il rispetto per la musica e la drammaturgia. L’opera nasce come dramma in musica e la musica è l’elemento predominante. Ho avuto la fortuna di seguire, fin da quando ero un giovane collaboratore del prestigioso Maggio Musicale Fiorentino, uno dei festival più innovativi del panorama italiano, le prove di grandi registi degli anni Settanta e Ottanta: da Zeffirelli a Ronconi, da Pizzi alla Cavani, da Tiezzi a Jonathan Miller. Uomini ricchi di idee e di creatività ma rispettosi della musica. E ho imparato molto da loro. Come ho imparato molto dagli ultimi spettacoli lirici firmati da Luchino Visconti, Don Carlos di Verdi all’Opera di Roma e Manon Lescaut di Puccini al Festival dei Due Mondi di Spoleto”.

“Altro mio ‘maestro’ il regista Giancarlo Del Monaco, che considero un genio assoluto. Figlio del grande tenore Mario, ha saputo conciliare la tradizione italiana con la modernità del “teatro di regia” tedesco. Ritengo che oggi un’impostazione registica moderna, che non stravolga o violenti il testo musicale e l’assunto drammaturgico dell’opera, possa avvicinare all’opera un pubblico più giovane e abituato a generi di spettacoli più vicini alla sensibilità attuale, quali il cinema e il musical”.

“Le Nozze di Figaro che ho pensato per Guardiagrele, ad esempio, pur non tradendo il nucleo poetico del capolavoro mozartiano (lo spirito rivoluzionario della cultura illuministica e massonica a cui Mozart e il librettista Da Ponte si erano ispirati, il dialogo diretto tra classi sociali diverse, tra ricco e povero, tra nobile e servitore, il perseguimento della felicità della coppia), sono ambientate in uno stabilimento balneare dei giorni nostri, di proprietà del Conte Almaviva e della Contessa, luogo dove l’intrigo e le peripezie della folle giornata acquisteranno il rimo surreale e stravagante di un film di Almodovar. Un’idea cui gli splendidi giovani, bellissimi e preparatissimi componenti del cast vocale hanno aderito con entusiasmo. E debbo aggiungere che tutto lo staff che dirige il Guardiagrele Opera Festival ha creato un’atmosfera di affiatamento e fiducia. Una manifestazione che mi ha fatto a pensare a Guardiagrele come alla Spoleto d’Abruzzo”.

Qual è il rapporto che si instaura fra direttore d’orchestra e regista?

“Il rapporto, la coesione, l’affiatamento e la comunanza d’intenti fra direttore d’orchestra e regista sono fondamentali e sono la condizione essenziale per la riuscita di uno spettacolo composito e complesso come l’opera lirica. Gli spettacoli che sono restati nella storia, e che essendo giunto a un’età matura ho potuto vedere e ammirare personalmente, sono quelli in cui la coesione tra direzione d’orchestra e lettura registica era assolutamente perfetta; ne cito alcuni: Manon Lescaut Schippers-Visconti a Spoleto, Orfeo ed Euridice Muti- Ronconi a Firenze, Simon Boccanegra Abbado-Strehler alla Scala, Tosca Mehta-Miller a Firenze”.

“Il regista deve servire la musica e mettersi a completa disposizione del direttore. Il Maestro Maurizio Colasanti, con cui ho il piacere di lavorare per la prima volta, è anche il direttore artistico del Festival e il nostro lavoro si è svolto in piena sinergia con lui, anche per la scelta del cast, e con quella straordinaria cantante, musicista e docente che è il soprano Susanna Rigacci, altro punto di forza della strategia artistica del Festival abruzzese. Ho costruito gran parte della regia dopo avere seguito le prove musicali del Maestro Colasanti e l’ho articolata sull’eleganza, sul dinamismo e sull’asciuttezza della sua lettura. Una bellissima esperienza”.

La sinergia tra il M° Colasanti e il regista Paloscia, un cast di giovani talenti, una cornice pittoresca come Guardiagrele, il genio di Mozart – Da Ponte promettono dunque un’appassionante chiusura del festival, un’esplosione di vita che va contrastare i mesi bui di questo 2020 così alieno. Il potente spettacolo continua.

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