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Il rock demenziale ha i suoi nuovi portabandiera: Marongiu & I Sporcaccioni tornano con l’album “Mulo de paese”

redazione

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Inconfondibile e travolgente il rock-blues in bisiacco della band goriziana: uno spaccato dissacrante di vita di provincia tra satira, AC/DC e il dialetto come ‘faro sull’identità’. Produce Antonio Gramentieri. Mulo de paese: tornano Marongiu & I Sporcaccioni!

“Non credo affatto che il dialetto sia un limite ma anzi, un prezioso faro sull’identità”. Affermazione lapidaria ma più che condivisibile, quella di Claudio Marongiu, fondatore e leader di Marongiu & I Sporcaccioni, che combinando ancora una volta rock-blues e dialetto “bisiacco” pubblicano con Boogie Records il terzo disco, l’atteso Mulo de paese. Atteso perchè giunto al culmine di un percorso di notevole attività in studio e dal vivo, di crescita musicale e di apprezzamenti da parte di pubblico e critica dopo i primi due dischi Una vita in panchina (2017) e Austria e puttane (2018). Anticipato dal singolo Isons, in anteprima su RadioCoop, Mulo de paese conferma l’originalità del quintetto goriziano, che unisce humour e serietà, approccio dissacrante e consapevolezza musicale.

La peculiarità del rock di Marongiu & I Sporcaccioni è la scelta vernacolare. La band proviene dalla provincia di Gorizia, dall’insieme dei paesi costituenti la “bisiacaria”, e la motivazione di Marongiu nell’unire rock e dialetto parte da lontano:

“Sono stato un pessimo studente e i genitori mi hanno forzato ad accettare lavori di fatica che spesso non ero in grado di svolgere. Turnazioni notturne in una fabbrica di valvole, un’ altra di bulloni, brevi e disastrose parentesi nel mondo delle Poste, un po’ di tutto e molto male. Da questo marasma di esperienze però è nata un’ esigenza sincera di scrivere canzoni che non fossero né il solito diarietto da universitario al primo anno, né un’adesione faziosa al terribile mondo delle Pro Loco. In sostanza, avevo intuito di poter essere più credibile – e felice – urlando nel mio dialetto che in modalità espressive trite e alienate”.

Mulo de paese rilancia dunque le canzoni apparentemente demenziali e sgangherate, in realtà efficaci nel fotografare la vita di provincia sulle rive dell’Isonzo e i personaggi che la animano, con una scelta di fondo: sonorità che partono dagli AC/DC e arrivano agli Skiantos, senza dimenticare la comunicazione più diretta. Ricorda Marongiu: «Scartabellando fra i cd in offerta al fu Mercatone Zeta, a quindici anni portai a casa Powerage degli AC/DC e tutto iniziò. Ero completamente estraneo a un certo senso di tragressione, a casa si ascoltava Radio Birikina, ma quel suono di chitarre grandissimo – nel senso di una vastità psicoacustica – che arrivava dall’Australia mi colpì al cuore. Ora però sto cercando di unire Radio Birikina con gli AC/DC, dire pop non è spregiativo ed apprendere che quel pop Italiano era confezionato benissimo e beneficiava di interpreti di altissima levatura è una piacevole riscoperta».

In studio di registrazione I Sporcaccioni hanno avuto collaborazioni importanti, da Franco Beat a Joe Perrino e in particolare Antonio Gramentieri, in arte Don Antonio. Il chitarrista, noto anche all’estero per il suo lavoro con Hugo Race, Howe Gelb, Alejandro Escovedo e Cesare Basile, ha prodotto anche i quattordici brani di questo terzo album:

“Antonio è un generoso e gli piacciono le sfide, sicché penso che l’idea di prendere (nel caso nostro) un gruppo incompiuto – ma con una poetica e un potenziale a lui congeniali – e mettere le proprie conoscenze a disposizione del progetto, l’abbia in una certa misura divertito. Serba anche una visione pura della musica e dell’arte, sicché se ha detto di “sì” agli Sporcaccioni non l’ha fatto per questioni venali, così come da parte nostra non c’è stato alcun calcolo di sfruttamento della sua rotonda immagine. Ha riscattato la nostra piccola carriera e rilanciato un gruppo che nonostante si esibisse regolarmente da decenni, non era ancora riuscito a registrare un buon disco”.

Claudio Marongiu – voce
Andrea Farnè – basso
Gioppi Bertossi – chitarra
Enrico Granzotto – tastiere
Michele Cuzziol – batteria

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Musica

Nevermind, 29 anni fa il debutto di un album chiave della storia del rock

Fabio Iuliano

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Non è tanto la data di uscita, il 24 settembre di 29 anni fa con una distribuzione inizialmente in sordina (la prima settimana furono vendute circa 6mila copie, un po’ pochino per quei tempi). La data che si ricorda cade all’inizio di gennaio dell’anno successivo, il 1992 quando “Nevermind”, il secondo album dei Nirvana, tira giù “Dangerous” di Michael Jackson dal numero uno della classifica di Billboard, in cui rimase per 263 settimane. Bella cosa per un album lanciato dalla casa discografica Geffen con l’obiettivo di superare, o quantomeno eguagliare le 250mila copie di “Goo” dei Sonic Youth, pubblicato nel 1990.

Inizialmente, tra l’altro, la promozione sulla stampa da parte della Geffen fu ben inferiore rispetto agli standard delle etichette major. La pubblicità si concentrò soprattutto in riviste di settore e pubblicazioni varie distribuite nella zona di Seattle a livello locale. L’inaspettato buon riscontro da parte dei critici musicali convinse poi la Geffen ad incrementare gli sforzi promozionali per l’album. Ma il cambio di passo c’è stato quando il videoclip del singolo scelto come canzone di esordio dell’album “Smells Like Teen Spirit” è entrato in rotazione su MTV, trascinando tutto il lavoro che avrebbe superato un milione di copie nell’arco di due mesi dall’uscita. 

Ma non è né una questione di numeri o circostanze. L’attenzione catalizzata da “Nevermind” ne farà uno degli album simbolo degli anni novanta, una sorta di manifesto di quello che poi tutto il mondo conoscerà come grunge.

I Nirvana iniziarono a lavorare sul secondo album per la Sub Pop, l’etichetta simbolo dell’alternative rock made in Seattle. “Sheep” era il titolo provvisorio designato. In quelle circostanze conobbero il produttore Butch Vig,  famoso anche per “Gish” e “Siamese Dreams” degli Smashing Pumpkins. Le prime sessioni in studio, a Madison, in Wisconsin, regalarono una prima ossatura a “Nevermind”, anche se quasi tutte le tracce sono state registrate nuovamente in sieguito. Otto tracce in particolare: Imodium (successivamente ribattezzata Breed), Dive (poi pubblicata su singolo come B-side di Sliver), In Bloom, Pay to Play (rinominata Stay Away e con un nuovo testo), Sappy, Lithium, Here She Comes Now (cover dei Velvet Underground pubblicata sull’album tributo Heaven and Hell Volume 1), e Polly.

Smells Like Teen Spirit e Come as You Are furono composte in una fase successiva, quella che vide l’alternarsi alla batteria di Dave Grohl al posto di Chad Channing, con l’introverso bassista Krist Novoselic a fare da collante. Nel frattempo, la band aveva già firmato con la DGC Records, sussidiaria della Geffen. Per il missaggio arrivò Andy Wallace. Pur avendo approvato il lavoro di quest’ultimo,  i Nirvana si dichiararono a lungo insoddisfatti del suono “troppo pulito” dell’album. Sicuramente, è stata proprio questa scelta dei suoni (oltre a uno stile di composizione all’apparenza più immediato, con dinamiche ben definite) ad avvicinare i gusti di un pubblico che solo qualche mese prima sarebbe stato inavvicinabile.

Suoni forse male assortiti con lo stile di scrittura dei testi. Lo scrittore Charles R. Cross affermò nella sua biografia di Kurt Cobain del 2001, Heavier Than Heaven, che molte delle canzoni scritte per “Nevermind” riguardavano la problematica relazione sentimentale del cantante con Tobi Vail, la sua ragazza dell’epoca. Quando il loro rapporto finì, Cobain iniziò a scrivere e disegnare scenari pieni di violenza, molti dei quali rispecchiavano il suo odio per sé stesso e per gli altri. I pezzi composti durante questo periodo sono meno di impatto, ma riflettono ugualmente la rabbia presente nelle prime composizioni.

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Musica

Treva and the Mojos, dall’Australia ecco “Trip”: il singolo che unisce due continenti

Fabio Iuliano

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Esce in queste ore su tutte le piattaforme digitali, “Trip” il nuovo singolo targato Treva and the Mojos, la band fondata dal pescarese Andrea Ambrosini, 31enne pescarese che, dopo aver studiato all’Aquila, si è trasferito in a Melbourne insieme alla compagna Camilla Franchi, coetanea, anche lei abruzzese, originaria di Picenze, frazione di Barisciano alle porte del capoluogo. Dopo il successo di “In the Ditch”, Ambrosini si è rimesso a lavoro lavorando a distanza con la sua band, i cui musicisti vivono in Europa.

Di fatto, nello stato di Victoria si può lavorare solo su sessioni di registrazione a distanza: seppure con restrizioni lievemente più blande, permane da mesi il lockdown. Un contesto in cui una canzone come Trip può acquisire dei significati aggiuntivi. «Trip è un viaggio alla deriva senza destinazione», spiega Ambrosini, «come su una zattera in mare aperto, una domanda senza risposta. Può trattarsi di una riflessione di coppia o con se stessi, un momento della vita si va al largo e si ha bisogno di una nuova ispirazione per ripartire, fino alla realizzazione (“I open my eyes, watching all this beauty – apro i miei occhi a tutta questa bellezza”) che alla fine tutto ciò di cui hai bisogno è già dentro di te».

La copertina rappresenta un uomo accovacciato in posizione fetale, a mollo nel vuoto dell’acqua con lo sguardo rivolto verso l’abisso. La schiena simboleggia la terra ferma (sinonimo della felicità), che lui non vede ma ce l’ha già addosso. 

Nel corso degli anni, Ambrosini è entrato in contatto con il produttore Andrea Tripodi, con base a Milano. Proprio da questa collaborazione è nato il progetto Treva (nome d’arte di Ambrosini) and the Mojos. Completano la formazione tre musicisti turnisti: Nicola Bruno, bassista di Molare (Alessandria); Diego Scaffidi, batterista dell’hinterland milanese e Matteo Cerboncini, chitarrista genovese che ha registrato le ultime session in Finlandia.

In distribuzione dalla primavera anche il singolo In the Ditch”, sviluppato e registrato a distanza con delle tracce che poi Tripodi ha raccolto e messo insieme per realizzare il master da divulgare in tutti i negozi digitali.

“Momenti come quello attuale”, aveva spiegato il giovane musicista pescarese, “ci spingono a raccontare e ci forniscono la giusta ispirazione. A volte, le mie canzoni nascono da un arpeggio, un passaggio per chitarra acustica come quelli che troveresti nei brani di José González. Da lì sviluppo un testo. Raramente vengo fuori con strofe già composte, come mi capitò una volta pensando al nostro terremoto in Abruzzo”.

“Questa canzone”, riprende, “si propone come metafora della lotta sempiterna da parte del genere umano, sempre alle prese per le battaglie volte alla sua affermazione. Una dimensione collettiva, ma anche una dimensione individuale che spinge chiunque a cercare le giuste motivazioni per guardare avanti e trovare, intatta, la speranza”.

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Lele Sacchi: Burnin Babylon è il nuovo singolo del dj milanese

Lele Sacchi torna con “Burnin Babylon” traccia house che unisce il vocale dal tocco dub reggae alle influenze del morbido ma allo stesso tempo carico sound dalle influenze french touch anni ’90

redazione

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“Burnin Babylon” è il nuovo singolo di Lele Sacchi in uscita venerdì 25 settembre su tutte le piattaforme digitali per l’etichetta dei Soul Clap, duo di dj americani fra i più stimati nella scena house internazionale.

Lele Sacchi torna con “Burnin Babylon” traccia house che unisce il vocale dal tocco dub reggae alle influenze del morbido ma allo stesso tempo carico sound dalle influenze french touch anni ’90.
Prima di uscire per la label americana il brano è stata anticipato (pre lockdown) nei vari dj set live con grandissimi feedback e in particolare è stata la traccia più ricercata del set che ha visto Lele protagonista di BOILER ROOM a Milano.

Questo singolo arriva sull’onda di una serie di importanti pubblicazioni fra cui il remix ufficiale del tema della serie tv Gomorra in onda su Sky sulla label britannica Crosstown Rebels, il remix per l’etichetta berlinese di culto !K7 del talentuosissimo jazzista Gianluca Petrella, la ristampa per la immortale Nervous di New York di “Dreaming won’t do” e l’ultimo sensazionale singolo “New soul sensation” uscito per la Snatch! del dj Riva Starr.

LELE SACCHI è uno dei più influenti dj della scena italiana, scuote i club in giro per il mondo partendo dalla sua Milano, nel lontano 1995. Sdogana l’elettronica nelle case degli italiani su Radio RAI da anni (attualmente conduce Stereonotte su Radio Rai 1) oltre che su media internazionali come NTS radio di Londra ed incide per label internazionali come !K7, Snatch!, Crosstown Rebels, ed altre. Ha partecipato come giudice a Top Dj, primo formato televisivo al mondo sui dj in onda su Sky. E’ uno dei fondatori e amministratori di Elita, principalmente conosciuta per il Design Week Festival durante il Salone del Mobile a Milano. Insegna da oltre dieci anni Storia delle Sottoculture Musicali allo IED di Milano. Ha pubblicato nel 2018 per Utet il libro “Club Confidential”.
Il nuovo singolo “Burning Babylon” esce a settembre per l’etichetta americana Soul Clap Records. 

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