Il primo SMS della storia: considerazioni su una rivoluzione culturale

Provate a contare fino a: 1. Fatto? Bene, in quel breve arco di tempo, in tutto il mondo, sono appena stati inviati qualcosa come 270.000 SMS. Nemmeno il tempo di prendere quindi un ampio respiro, e l’equivalente di tutti gli abitanti della città di Roma, nell’intero globo terràcqueo, ne ha appena inviato uno, anche se fra questi vanno conteggiati anche gli sms automatici inviati da aziende e quant’altro.

In totale quindi, facendo i giusti calcoli, ogni giorno nel mondo vengono inviati, ad oggi, 23 miliardi di sms. Numeri impressionanti da capogiro, ma non è ancora niente, tenetevi forte: sulla famosa piattaforma di messaggistica istantanea Whatsapp, ogni giorno vengono scambiati circa 100 miliardi di messaggi ad oggi, Novembre 2020. Qui si va semplicemente oltre l’umana capacità di comprensione. Nonostante quindi le più recenti app che utilizzano internet per svolgere la loro funzione, il mercato degli sms ancora tiene duro. 

MyZona

La sigla SMS, come tutti sappiamo, viene dall’inglese “Short Message Service, e sta ad indicare un servizio nato per l’invio e la ricezione di brevi testi (messaggi), sfruttando in origine la rete GSM, ma vi siete mai chiesti quando fu inviato il primo SMS in assoluto? Siamo così tanto abituati (o assuefatti, dipende dai casi) a ciò che oggi è considerato così ordinario e di uso comune come il messaggio di testo che probabilmente non ci siamo mai soffermati a riflettere su cosa deve aver provato l’ingegnere inglese della Vodafone Neil Papworth il 3 dicembre del 1992, quando inviò per la primissima volta nella storia del genere umano il primo SMS tra due device elettronici.

Abbiamo tutte le ragioni per credere che dev’essere stata un’emozione indescrivibile, rara, come quella dell’altro più famoso Neil, quando per la prima volta nell’istoria della nostra specie solcò il suolo lunare alle ore 02:56:15 UTC del 21 luglio 1969. Probabilmente Armstrong ebbe un successo maggiore in quanto a fama mondiale per via dell’enorme risonanza che il fenomeno mediatico ebbe in quei tempi, per questioni di dimensioni fisiche dell’impresa facilmente intuibili, quando invece sono le piccole cose che spesso modificano radicalmente le nostre abitudini e le nostre vite, come un semplice SMS.

Quello che non potevamo sapere, fino ad ora almeno, è che nemmeno il nostro Neil in questione si attendeva un simile successo del messaggio di testo, a posteriori. Inizialmente, di fatti, erano stati pensati come dei cercapersone per i momenti lavorativi o durante i quali comunque non si poteva rispondere al telefono, e la tecnologia inoltre era molto limitata e costosa.

Ma come si sa, l’uomo spesso fa di necessità virtù, e trova sempre un modo di infrangere i limiti che non sono limiti. Il nostro ingegnere, all’epoca ventiduenne, lavorava come sviluppatore quando inviò, da un computer a un cellulare (per la precisione, il telefono cellulare di un direttore di Vodafone mentre partecipava alla festa di natale tra colleghi) il primo SMS che conteneva un semplice, modestissimo testo: “Merry Christmas”. Dichiarò in seguito che non si offese per la mancata risposta, poiché non era possibile allora rispondere ai messaggi. Modesto, ma ironico e sottile. 

È da fare comunque una doverosa e necessaria precisazione: in realtà, tecnicamente ma solo tecnicamente parlando, il primo SMS a tutti gli effetti non viene considerato il suo, perché per essere considerato tale, lo scambio di informazioni deve avvenire tra due telefoni cellulari, e non da computer e telefono. Viene perciò considerato come il primo effettivo SMS della storia, tra due telefoni cellulari, quello che inviò il giovane ingegnere stagista della Nokia Riku Pihkonen, Finlandese, a fine 1993 (non si conosce bene il giorno esatto), durante un normale test di routine. 

La Svezia stava già lavorando su un servizio di SMS, che consisteva però di messaggi solo da operatore a utente. La compagnia finlandese Radiolinja fu invece la prima a considerare l’idea di un servizio basato su veri SMS tra persone, ma serviva un dispositivo che fosse tecnologicamente in grado di rendere attuabile questo sogno: nacque così il telefono cellulare Nokia 2110, lanciato sul mercato nel Gennaio del 1994.

Da allora abbiamo subìto una vera e propria rivoluzione nelle nostre vite a partire da un gesto così piccolo ma efficace. D’altronde, come ogni “boom”, le esplosioni iniziano sempre da un minuscolo, silenzioso innesco. Qui però sorgono i primi interrogativi filosofici (manco tanto) che meritano una rapida spolverata per capire un po’ più a fondo il fenomeno sociale e culturale dell’SMS.

L’uomo ha creato un sistema di comunicazione istantaneo e facilmente usufruibile da tutti che, come ogni cosa al mondo, non è né buono né cattivo: è un semplice strumento, che dipende dall’uso (o abuso) che se ne fa. Il messaggio stesso quindi può essere un’arma o un semplice mezzo, come tanti altri, che può servire per un fine, per uno scopo. L’utilizzo degli SMS come mezzo di comunicazione perciò non è esente dai pro, e dai contro. Tra i tanti pro che possiamo riscontrare nel loro convenzionale utilizzo, possiamo certamente elencarne qualcuno:

– Ci consentono di abbattere qualsiasi distanza fisica, senza l’impegno più “gravoso” di una telefonata. Quando ci va di sentire qualcuno, basta prendere il telefono tra le mani e digitare il testo che desideriamo inviare, ed attendere la risposta. Niente di più semplice.

– Ci danno più tempo per riflettere prima di “parlare”, non avendo il nostro interlocutore di fronte, al quale non si sa bene per quale motivo ci sentiamo sempre tenuti a rispondere immediatamente.

– Ci tolgono l’imbarazzo di esprimere alcune nostre emozioni o sentimenti che per alcuni, per ragioni psicologico/emotive, risulta difficile esprimere in prima persona, grazie alle “emoticon” (fusione delle parole “emotion” e “icon”) basate sul sistema di punteggiatura, o delle più recenti “emoji” (che richiedono invece un software per essere visualizzate). 

– Ultimo ma non ultimo, al contrario di una telefonata, un testo scritto in un SMS resta sul proprio telefono cellulare per un tempo indefinito. Verba volant, scripta manent. Ragion per cui, se abbiamo ricevuto un bel messaggio, possiamo rileggerlo tutte le volte che vogliamo per autogratificarci. Stessa cosa con un brutto messaggio, ma per l’opposta e facilmente individuabile ragione. 

Tra i contro invece: gli stessi appena elencati. Tutti. O almeno, nel loro uso eccessivo, quando cioè si va oltre lo scopo per il quale sono stati creati. Quando non sono più dei semplici mezzi, ma si trasformano in un fine. Quando in definitiva perdono l’obiettivo originario di comunicare, ma diventano un modo come un altro per isolarsi, per nascondersi dietro uno schermo, per non vivere tutte le emozioni che solo un contatto visivo con l’altro può donarci. E per tutte le emozioni, intendiamo proprio tutte, belle e brutte, piacevoli e spiacevoli. 

L’SMS ha cambiato il modo di comunicare, questo è indubbio. Potremmo fare l’esempio di quando si usavano solo le email per comunicare in forma scritta oppure, andando più indietro nel tempo, quando si scrivevano e si inviavano le lettere, in tempi più romantici. L’attesa di ricevere una lettera creava quello stato di arousal mentale di attesa misto ad euforia che rendeva ritualistico il gesto; e si sa, noi umani abbiamo un fisiologico bisogno dei rituali.

Creano quello stato emotivo preparatorio, che ha la funzione di caricare la nostra molla interiore per vivere più intensamente le nostre emozioni quando viene rilasciata. Se invece abbiamo una situazione in cui è “tutto e subito”, senza la conquista dell’attesa, non avremo mai modo di assaporare il momento destinato ad arrivare. Perciò, abbattere le distanze fisiche può a volte quindi non farci godere il momento in cui rivedremo la persona con la quale abbiamo voglia di parlare. Poi, avere più tempo per riflettere prima di rispondere è una giusta causa, ma potremmo tranquillamente farlo anche durante un normale dialogo orale. Toglierci infine l’imbarazzo di mostrare le nostre emozioni vis-à-vis, è come rinnegare la nostra fisicità, il nostro corpo: ci sarà pure una ragione se il nostro volto nasconde sotto la pelle ben 36 muscoli, di cui la maggior parte concentrati nell’area della bocca con la quale siamo soliti comunicare, no? Per non parlare dell’inevitabile quanto frequente rischio di fraintendimento di un messaggio, per i suddetti motivi. 

Nessuno ha mai detto che comunicare sia mai stato semplice ma, complice questa enorme ed apprensiva mamma chioccia che è la società moderna (che vuole “proteggerci” a tutti i costi da qualsiasi cosa, specialmente dai pericoli che non esistono, che equivale a non vivere affatto), stiamo disimparando a comunicare. Pochi sono ancora in grado di farlo realmente: la maggior parte di noi chiacchiera, o parla, ma non sa più come si comunica. Specialmente la nuova generazione, figlia del digitale, non potrà mai fare un confronto di come comunicavamo noi discepoli dall’analogico degli ’80s, perché nasce ormai immersa fino al collo in questo fluido non Newtoniano di informazioni digitali, di bit che la tiene a galla, ma che non le insegna a nuotare; e i giovani quindi bevono da questo sconfinato mare, l’unico che conoscono, ma senza dissetarsi. Questo costante flusso di informazioni che attraversa i nostri corpi dunque, senza però essere mai elaborato dall’organismo, che viene espulso in un battito d’ali così com’era venuto, senza lasciare nessuna traccia del suo passaggio. 

Comunicare è un’arte, che richiede ascolto, pazienza, ma soprattutto tempo: e noi ci meravigliamo se i giovani, ma anche gli adulti ormai, specialmente nelle grandi città, non sanno più come si fa a comunicare. Non c’è più tempo, non c’è più pazienza e propensione all’ascolto in questa società: bisogna produrre. Comunicare serve solo per portare avanti gli obiettivi della holding per la quale lavoriamo, il resto è un inutile lusso. E noi siamo consapevoli di tutto ciò, ma non facciamo nulla nel nostro piccolo per cambiare le cose, e abbiamo spesso anche il coraggio di lamentarci che nelle nostre famiglie non ci si parla più, e gli unici mezzi di comunicazione sono le urla, i ricatti e le intimidazioni, pretendendo per di più che i nostri figli si facciano andare bene questi nostri istinti più beceri come metodo educativo. 

È tutto ciò colpa quindi dell’SMS? No, i messaggi hanno una loro funzione, siamo noi che abbiamo semmai delle colpe. In fondo comunque, non ha nessun senso parlare di colpe in una società dove abbiamo tutto, tranne ciò che farebbe realmente la differenza: la consapevolezza. Ma possiamo parlare di responsabilità, di profitti, di rampanti manager yuppies, di grandi industrie e ambiziosi industriali, di sfruttamento (al fine dell’arricchimento) dell’ossessività fisiologica che esiste da quando esiste la razza umana, specialmente nei più giovani di questa nostra specie, i quali difettano necessariamente e giustamente di saggezza ed equilibrio.

In conclusione quindi, il loro utilizzo diventa deleterio quando si supera una certa soglia, e gli effetti collaterali diventano maggiori dei benefici. Avremmo bisogno di essere educati al loro utilizzo, ma chi potrebbe mai educarci se sempre più di frequente gli adulti sono ancora più schiavi dei loro figli del telefono cellulare? E poi, come farebbero a trarre gli enormi profitti le compagnie telefoniche, le aziende produttrici di telefoni cellulari se tutti imparassimo a farne un buon uso, e non esclusivamente un reiterato abuso?

Think about it.

Alla prossima.

Da leggere anche

Speciale multimedia

spot_img

Ultimi inseriti

esplora

Altri articoli