Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo 54 anni dopo

Il Buono, il Brutto, il Cattivo’ festeggia i 54 anni dall’uscita nelle sale, nell’ormai lontano 23 dicembre 1966. Il terzo capitolo dell’ideale trilogia del dollaro, ideata e diretta dalla mente geniale di Sergio Leone, gioca ancora un fascino immortale sul cinema contemporaneo, vivendo una seconda pelle nei costanti omaggi dei cineasti moderni (Quentin Tarantino, Clint Eastwood, Kim Ji-woon) e nelle retrospettive che spesso vengono dedicate allo straordinario regista romano.

La violenza portata all’eccesso – per l’epoca – e l’ormai proverbiale anti-eroismo dei suoi personaggi, hanno permesso a Leone di creare una vera e propria mitologia moderna, lontana dai canoni imposti da John Ford e Fred Zinnemann e dall’ordine generale delle loro produzioni. Il mondo come lo si conosceva nel ciclo canonico delle opere western americane, fatto di contrapposizioni classiche e fisse di buoni contro cattivi e fuorilegge contro uomini della legge, scompare – sebbene qui il mondo, in qualche modo, si divida sempre in ‘due categorie’.

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Le produzioni leoniane sono vaste, costose, la realizzazione dei film non perde una goccia dell’epica intrinseca nella pellicola. Così, era facile incappare in incidenti quasi mortali e scontri culturali tra membri della troupe – che provenivano dalle parti più disperate del mondo, rendendo difficile la comunicazione. Lee Van Cleef, che non parlava italiano, e Sergio Leone, che non parlava inglese, comunicavano in lingua francese.

Il mondo in due categorie

Potrà interessarvi sapere che esiste un breve video su YouTube che raccoglie tutti i momenti della storia del cinema in cui il mondo è stato diviso ‘in due categorie’. Da ‘Pulp Fiction’ (Elvis people and Beatles people) a ‘Little Miss Sunshine’ (Vincenti e Perdenti), da Jurassic Park 3 (Astronomi e Astronauti) a 500 Days of Summer (Donne e Uomini), e tanti altri ancora. Il film di Sergio Leone ne conta addirittura due: oltre a quello sopra citato, c’è anche il celebre: ‘Quelli che entrano dalla porta e quelli che entrano dalla finestra’.


Leone e Morricone

Due sole note, l’ululato di un coyote: così nasce il motivo più celebre del film e una delle composizioni più semplici e memorabili del Maestro Ennio Morricone, scomparso lo scorso 6 luglio. Note identiche, distinte dallo strumento utilizzato, a seconda del protagonista: il flauto per il buono, l’arghilofono per il cattivo e la voce umana per il brutto. Per la prima volta, inoltre, Morricone scrisse buona parte delle musiche prima che Leone iniziasse le riprese. Così, ne ‘Il Buono, il Brutto, il Cattivo’ Leone ebbe la possibilità di girare conoscendo già la musica per ogni sequenza – e forse questa è stata la chiave vincente per rendere immortale il film.


Eli Wallach e l’aneddotica

Gli aneddoti più interessanti ruotano però attorno ad Eli Wallach: l’attore che magistralmente interpreta il ‘Brutto’ Tuco, è quasi morto avvelenato dopo aver accidentalmente bevuto una bottiglietta di soda in cui era contenuto dell’acido, che sarebbe servito per rendere più maneggevoli i sacchi carichi di monete, da colpire con la vanga.

Sempre Wallach è protagonista di un altro curioso aneddoto legato alla lavorazione del film: nella celebre scena in cui Tuco entra nell’armeria, a Wallach era stato detto di improvvisare. L’attore, infatti, non aveva la minima conoscenza delle armi da fuoco, e Leone voleva che le sue reazioni fossero spontanee. Facendo il verso ad altri attori western, Wallach riesce ad improvvisare magistralmente: sua l’idea di mettere il cartello ‘Aperti/Chiusi’ nella bocca del proprietario dell’armeria.

Accoglienza

Roger Ebert, uno dei più noti critici di cinema dell’epoca, diede al film tre stelle su cinque, perché sebbene ne meritasse di più “non si possono dare quattro stelle a uno spaghetti western”. All’epoca dell’uscita, le recensioni parlavano di ‘continue smagliature di un racconto arido e monotono’ – Corriere della Sera – e di un film ‘Brutto, noioso, interminabile’, come ebbe da scrivere Charles Champlin sul Los Angeles Times.

Pietro Bianchi scrisse invece sul Giorno: «Ironia, invenzione, senso dello spettacolo rendono memorabile questo film, situando il suo autore tra gli uomini di cinema più interessanti dell’ultima leva». Le critiche più feroci furono contro Eastwood e il suo personaggio, ritenuto anonimo e troppo silenzioso. Ossia, uno dei motivi per cui oggi amiamo quel film.

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Alberto Mutignani
Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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