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Harold Smith di Twin Peaks: origini, echi e la tragica morte del cantante dei Boston

Francesca Lucidi

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Il personaggio di Harold Smith compare per la prima volta a Twin Peaks negli episodi della seconda stagione.

La famosa e oscura serie firmata dal regista David Lynch si affaccia nel 1990, per sconvolgere un’intera generazione. Lynch alla vigilia dell’uscita della terza stagione nel 2017… 25 anni dopo, come promesso, ha dichiarato di essere ancora molto fiero della puntata pilota e di avere delle perplessità sul secondo capitolo di Twin Peaks.

Il mistero della piccola città e dei suoi abitanti è fitto; ancora oggi i fanatici della serie discutono sulle interpretazioni multiple, su cui Lynch ha sempre giocato, riguardo a eventi e personaggi. Harold Smith rientra nel calderone delle misteriose sostanze messe insieme da Lynch per creare una disturbante fauna di creature inquiete, ambivalenti.

Il ruolo di Harold è interpretato da Lenny Von Dohlen: attore di cinema e teatro, ancora oggi adatto a rivestire i panni di personaggi affascinanti, e decisamente dark, come nell’episodio della serie Criminal Minds del 2019 intitolato “La musica nel sangue”.

Dohlen ha un viso alla Norman Bates: ci inquieta e ci invita ad eleganti e sussurranti atmosfere che nascondono ombre abili a oscurare i suoi chiari occhi ammalianti.

Il personaggio di Harold Smith è stato scritto e ideato da Harley Payton, produttore e sceneggiatore che ha lavorato per Twin Peaks in entrambe le vesti. Payton, per la sua scrittura cinematografica, ottenne anche una nomination agli Emmy Award.

Harold è un giovane bello in modo inusuale: è esile, quasi femmineo. Entra nella storia perché, lui, custodisce un inestimabile tesoro di segreti che… non posso svelare se ci saranno curiosi che non hanno visto Twin Peaks e vorranno cimentarsi in questa sfida psichiatrica e visionaria. Harold non esce da casa. Harold soffre di una forma terribile di agorafobia: le cause sembrano sconosciute e su questo si è molto discusso… collegando alcuni sassolini, gettati da Lynch, all’attività instancabile degli spiriti della Loggia Nera. Il giovane viene raggiunto da Donna, la migliore amica di Laura Palmer: la protagonista morta ma così presente, trent’anni fa e ancora oggi. Il rapporto instauratosi tra Donna e Harold svela passato, presente e futuro; sarà anche ciò che determinerà le sorti del ragazzo: un giovane uomo molto più grande di Donna, disturbato ed estremamente intelligente; amante delle donne e amato dalle donne… sottile carnefice e al contempo vittima.

Ciò che è interessante su Harold, oltre al suo ruolo assolutamente fondamentale nella diegesi, è la sua nascita nella fantasia di Harley Payton. Il giovane non esce da casa, è tremolante in ogni suo comportamento e ipocondria, tiene dei quaderni con la storia di molte donne che con lui si sono confidate… e, per alcune, ciò è nato nella condivisione di rapporti carnali: sempre consumati nella fortezza di orchidee di Harold. La morte ha un ruolo nel piccolo mondo di Harold, una morte violenta e disperata. Tutto questo ha un antecedente realmente esistito: Payton si è ispirato ad Arthur Crew Inman.

Inman fu un mediocre poeta americano, solitario e assai particolare. Nato nel 1895 da una ricca famiglia di Atlanta, ereditò una grande fortuna derivata dalla coltivazione e dal commercio di cotone. Abbandonò il college dopo due anni per un esaurimento nervoso e si sposò con Evelyn Yates nel 1923. Pubblicò senza successo diversi volumi di poesia; decise poi di trasferirsi a Boston.

Spinto dalla paranoia e dall’ipocondria acquistò innumerevoli immobili per circondarsi di spazi che attutissero i rumori esterni. Buio, isolamento e fobie… In queste atmosfere tetre e asfissianti, Inman ospitò diversi lavoranti e personaggi che conduceva nelle sue stanze per registrarne i pensieri e le testimonianze. Sembra che la moglie fosse al corrente delle relazioni sessuali che Inman intraprendeva in quelle occasioni. L’uomo tentò più volte il suicidio, fino a che il 5 dicembre del 1963 i rumori della costruzione della Prudential Tower divennero così insopportabili da spingere Inman a togliersi la vita, definitivamente: si sparò con un revolver e riuscì, alla fine, a liberarsi dalla sua tormentata esistenza.

Il poeta suicida lasciò 155 volumi di diario. Nonostante il suo scarso talento come poeta, Inman attirò l’attenzione dopo la sua morte proprio per i suoi diari: il professore di letteratura inglese di Harvard Daniel Aaron ne pubblica una prima edizione, in due volumi, nel 1985. L’edizione in un unico volume esce nel 1996. Il TIME recensisce i diari apostrofando Inman come “megalomane”, “misogino”… la documentazione lasciata da Inman viene comunque giudicata da alcuni storici come importante per le testimonianze e l’ampia panoramica sulla società e le menti del tempo.

I parallelismi con Harold Smith sono, chiaramente, innumerevoli.

Il personaggio di Smith si “congeda” da Twin Peaks con una frase che resterà tra le più inquietanti, tristi e intriganti della serie: “J’AI UNE ÂME SOLITAIRE” (tradotto nella serie come “SONO UN’ANIMA SOLITARIA”).

Twin Peaks tenne incollate persone di ogni età ed estrazione sociale… e alcune frasi echeggiano ancora oggi. Spesso i fan accaniti della serie sviluppano una vera e propria mania e numerosi volumi sono stati scritti per approfondire misteri, luoghi e personaggi.

Viene citato da fandoms e siti di amanti di Twin Peaks un triste collegamento: il suicidio del cantante della band hardrock BOSTON, Brad Delp. I Boston sono noti, soprattutto, per il grande successo More Than a Feeling: singolo principale dell’album BOSTON del 1976.

Brad Delp si suicida, con il monossido di carbonio, il 9 marzo del 2007. Nei giorni successivi, vengono resi noti i messaggi di addio lasciati dal cantante. Sul colletto di Delp viene trovato un foglietto con la frase “MR. BRAN DELP. J’AI UNE AME SOLITAIRE. I AM A LONELY SOUL”.

Altri messaggi sono stati trovati in varie parti della casa per chiarire che la decisione di togliersi la vita non dipendeva da altri ma dall’aver perso “il desiderio di vivere”. Delp si sarebbe dovuto sposare l’estate successiva, con la fidanzata Pamela Sullivan. Anche nel caso di Delp, come in quello di Harold, molte ipotesi sono state fatte e si è puntato il dito verso la band, verso i familiari…

C’è un sotteso collegamento tra tante anime, perché nessuna svanisce, probabilmente.

Laura Palmer e Harold Smith sono finzione… Inman e Delp persone reali. La finzione, però, non rende meno reali le sue creature perché esse sono racconti, sono vite… e sono SIMBOLI.

L’isolamento è un parassita divoratore, e mai si deve perdere “l’occhio” verso l’altro; specialmente in questo momento storico.

“Così tante persone sono venute e se ne sono andate

Le loro facce svaniscono col passare degli anni

Eppure mi stupisco ancora come siano

chiare come il sole nel cielo d’estate.”

(More than a Feeling, BOSTON)

Sto a gambe incrociate tra lo Zen e il Rock n’ Roll: tra la ricerca del vuoto illuminato e la passione per un rumoroso “Tutto” da cui farmi avvolgere. Dopo tutti gli studi comandati, ho incorniciato al muro la mia grande voglia di “incontrare”.

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12 luglio 1992, la polizia arresta Axl Rose. L’accusa: incitazione alla rivolta

Il 12 luglio del 1992 Rose veniva arrestato al JFK Airport di New York. Rientrava da Parigi dopo l’ultimo concerto suonato in occasione del tour con i Guns N’Roses

Federico Falcone

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Quando si discute di Axl Rose, leader, mente, cuore, anima e guai dei Guns N’Roses, possiamo scrivere tutto e il contrario di tutto. Croce e delizia della band, carismatico come pochi altri frontman nella storia del rock ma anche spietato dittatore musicale, artistico e manageriale capace di spaccare l’alchimia della band per alimentare il proprio ego. Se così non fosse, non sarebbe Axl Rose. E a noi va benissimo così. Di episodi che lo hanno visto coinvolto ne potremmo elencare a centinaia, ma il caso vuole che proprio oggi ricorra l’anniversario di uno tra i più controversi.

Il 12 luglio del 1992 Rose veniva arrestato al JFK Airport di New York. Rientrava da Parigi dopo l’ultimo concerto suonato in occasione del tour con i Guns N’Roses. Al suo fianco vi era l’allora fidanzata Stefanie Seymour con il figlio e una governante. All’atto di accusa di legge: “Incitazione alla rivolta“. Di seguito lo storico articolo de La Repubblica:

“Il motivo dell’ arresto è legato agli incidenti avvenuti il 2 luglio 1991 durante un concerto dei Guns a St. Louis, al Riverport Amphitheatre, quando il cantante saltò in mezzo al pubblico per prendere a pugni un fotografo, scatenando una violenta rissa nella quale quaranta fans e venti poliziotti rimasero contusi e feriti. Non contenti i componenti della formazione interruppero il concerto e distrussero buona parte della strumentazione del palco. Il gruppo, dopo questi incidenti, a causa del mandato di cattura emesso dallo stato del Missouri, aveva dovuto cancellare diversi concerti. Rose, che aveva previsto di consegnarsi martedì alla polizia di St. Louis, è stato rimesso in libertà, dopo una breve udienza, pagando una cauzione di 100mila dollari, oltre cento milioni di lire. L’ udienza del processo è stata fissata per il 17 luglio. La questione, secondo i legali di Rose si dovrebbe risolvere rapidamente, anche se i danni sono stati stimati tra i 200 e i 300mila dollari”.

Axl si difese affermando che la sua volontà era quella di strappare la videocamera dalla mano del fotografo. Si disse infastidito dall’essere costantemente ripreso, tanto che in più occasioni sollecitò la sicurezza dell’anfiteatro Riverport (anche se, da parte di questi, interventi non ve ne furono). Il concerto finì nel momento il cui in cantante si gettò tra la folla dando il via al parapiglia. Lo stato del Missouri, come detto, emise subito il mandato d’arresto per Rose. Cosa che avvenne. Ma con un anno di ritardo. Prima di gettarsi sul malcapitato, i Guns N’Roses stavano eseguendo “Rocket Queen”. Dopo la colluttazione, una volta risalito sul palco, riprese il microfono e urlò: “Grazie alla sicurezza sfigata me ne vado a casa” e lo sbatté a terra.

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“La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita”

Federico Falcone

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Sono passati esattamente ventisei anni da quando nelle sale americane debuttava “Forrest Gump“, film capolavoro di Robert Zemeckis con protagonista, in una delle sue performance meglio riuscite e maggiormente celebrate, uno straordinario Tom Hanks. Basterebbero due aforismi tratti dalla pellicola per comprendere quanto questa sia entrata prepotentemente nel gergo comune e nella dialettica quotidiana. “Stupido è chi lo stupido fa” oppure “La vita è uguale a una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita“. Nessuno crederà mai che non le abbiate sentite almeno una volta nella vita.

Ispirato all’omonimo romanzo dello scrittore Winston Groom, il film racconta la vita di Forrest Gump, un uomo con uno sviluppo cognitivo inferiore alla media. Per lui il destino ha in serbo una serie infinita di sorprese e, non a caso, si trova al centro di importanti fatti accaduti nel corso della storia americana. L’orizzonte temporale coperto, infatti, è di circa trenta anni. Racconterà del suo amore per Jenny, di Elvis Presley, della guerra in Vietnam e del presidente J.F. Kennedy. Avvenimenti che, appunto, hanno cambiato le sorti della terra dello Zio Sam. Non solo, le sue abilità nel football e nel ping-pong porteranno a un nuovo clima di pace tra gli Stati Uniti e la Cina.

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Genuino, vero, sincero, ma anche dolce, romantico e buono. Forrest Gump è questo e molto di più. Tom Hanks, nel vestire i suoi panni, è magistrale. Non è entusiasmo facile, il nostro, ma pura e semplice consapevolezza dell’incredibile lavoro svolto per entrare nel carattere del personaggio. Non a caso ha vinto il premio Oscar come “Miglior Attore Protagonista”. Uno dei sei. Gli altri sono: “Miglior Film”, “Miglior Regia”, “Miglior Sceneggiatura non originale”, “Miglior Montaggio”, “Miglior effetti speciali”.

Aspetto capace di conquistare il grande pubblico, però, è l’ingenuità di Gump, il cui approccio positivo e ricco di fiducia verso il mondo che lo circonda lo rende un’anima pia, una sorta di alfiere della bontà umana, un adolescente, un ragazzo e un uomo incapace di provare sentimenti negativi e, quindi, agire di conseguenza. E’ leggero, Forrest, esattamente come quella piuma che all’inizio del film si posa delicatamente ai suoi piedi. Colonna portante di tutto è l’ottimismo, con il personaggio principale che ha sempre una visione positiva della vita e per questo, non è sempre a suo agio con un mondo a volte ottuso, se non peggio.

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Sono passati ventisei anni dalla sua uscita e “Forrest Gump” non ha perso nulla del suo fascino e della sua forza emotiva. E’ ancora capace di tenerci incollati allo schermo con la stessa intensità della prima volta. Spunti di riflessione ce ne sono un’infinità, ma quello che a noi sta più a cuore è il suo insegnamento principale, cioè quello di vedere il mondo e la vita con gli occhi della positività, della fiducia, dell’amore. In un periodo schizofrenico della nostra esistenza, a causa degli avvenimenti ben noti di questi ultimi mesi, Dio solo sa quanto questa visione possa farci stare bene.

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155 anni di Alice nel Paese delle Meraviglie: il suo universo è più affascinante che mai

Federico Falcone

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Sono passati esattamente 155 anni da quando Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie vide la luce in attesa della sua pubblicazione, avvenuta solo pochi mesi dopo. L’opera di Lewis Carroll, comunemente conosciuta come Alice nel Paese delle Meraviglie, anche a distanza di tutto questo tempo non smette di affascinare e stupire il pubblico di tutte le età. Chissà se Charles Lutwidge Dodgson, questo il vero nome dello scrittore, aveva effettiva cognizione di come il suo scritto sarebbe entrato prepotentemente nella vita di tutte le generazioni che da allora si sarebbero succedute. Un classico in grado di trascendere i confini dello spazio-tempo, influenzando gran parte dell’universo culturale che in esso vedeva idee e spunti originali, freschi e fantasiosi al tal punto da tramutarsi in evergreen.

Pochi sanno che l’autore non era solo uno scrittore di indubbia fantasia e talento, ma anche matematico. Lewis Carroll, intatti, è uno pseudonimo, un gioco di parole fra i suoi due nomi di battesimo: Charles è diventato Carroll; Lutwidge è diventato Lewis. Come riportato in un vecchio articolo del quotidiano inglese Guardian, egli soffriva di un disturbo neurologico che generava potenti allucinazioni e distorsioni della realtà, al punto da far sembrare gli oggetti e il mondo circostante di dimensioni differenti rispetto alle originali. E questo nel libro è presente in più di un’occasione.

Tra chi lo considera un romanzo, chi una favola, chi ne riscontra la natura nonsense, chi lo riconduce a una fetta di pubblico talmente limitata da essere una nicchia (questa, poi) o talmente articolata da essere eterogenea e quindi troppo commerciale, il lavoro era e resta un capolavoro della letteratura dell’Ottocento. E non potrebbe essere altrimenti. Ognuno può vederci ciò che vuole, e questo ne caratterizza la grande identità e forza narrativa. Ed ecco dove si esplica la sua forza di trascendere lo spazio e il tempo in cui altrimenti sarebbe confinato.

“Si può leggere di primo acchito, senza pause, o comunque indifferenti alle interruzioni; poiché da qualsiasi punto si ricominci la lettura, è come riprendere la storia da un punto fermo, senza nessi da ricordare con quanto precede. Ogni pagina è un inizio. Rinunciare a cercare troppo astrusi significati ha un grande effetto liberatorio; alla luce di quello che ancora una volta il saggio Re di Quadri sentenzia nell’ultimo capitolo: ‘Se non c’è nessun significato… questo, sapete, ci risparmia un mondo di guai, perché non abbiamo più bisogno di cercarne uno'”.

Questa prefazione di Luigi Lunari su una delle ultime riedizioni del libro potrebbe essere sufficiente per descrivere l’incredibile capacità di veicolare emozioni che Carroll ha saputo convogliare nel testo. Ma anche il come queste riescono a incastrarsi all’interno di una trama articolata, spesso complessa se vista nelle sue sfumature metaforiche o allegoriche. Un viaggio surreale, onirico. Attraverso gli occhi di Alice, la dolcissima bambina protagonista del racconto, incontreremo il Coniglio Biancoil Brucaliffo, la Lepre Marzolina, il Cappellaio Matto, il sonnolento Ghiro, il Gatto del Cheshire, la Regina di Cuori e tantissime altre creature di questo meraviglioso mondo, tutte protagoniste di usi e costumi che anche al giorno d’oggi hanno una straordinaria influenza su trame o sceneggiature o brani musicali. Sono parte integrante della nostra vita.

Non si contano le trasposizioni cinematografiche dell’opera, a volte riuscite, a volte claudicanti. La prima versione in assoluto durava scarsi 10 minuti. Fu realizzata in Gran Bretagna nel 1093. Tra le più famose vi sono senz’altro quella Disney del 1951, quello del 1999 con Tina Majorino nei panni di Alice, Martin Short in quelli del Cappellaio Matto e Gene Wilder in quelli della Finta Tartaruga. La versione di Tim Burton con il fido Johnny Depp e la straordinaria presenza di Helena Bonham Carter e Anne Hathaway è, se vogliamo, ancora più surreale. Ha spaccato il pubblico, non a tutti è piaciuta, ma è stata un successo commerciale.

L’universo di Alice, il suo mondo, il suo fascino, probabilmente non smetteranno mai di affascinare e conquistare sempre nuovi appassionati. Persino la Royal Mail britannica lo ha celebrato con una serie di francobolli. Sono circa ottomila le edizioni del libro, una cifra straordinaria, impensabile per i più. Fra queste, tenetevi forte, ve n’è una con i geroglifici. Un classico che non potrà mai passare di moda e continuerà ad alimentarsi della passione dei suoi lettori che, generazione dopo generazione, non solo ne custodiscono la memoria, ma che ne tramandano l’eredità. Immortale

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