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Primo piano

Greg torna in scena con AgGregazioni, monologo dallo stile noir anni ’40

Antonella Valente

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Roma – Da martedì 19 novembre a domenica 1 dicembre 2019, sul palco dell’OFF/OFF Theatre di Via Giulia arriva Claudio “Greg” Gregori, autore e protagonista del monologo AgGREGazioni, accompagnato dal maestro Attilio Di Giovanni al pianoforte.

Da solista, protagonista del monologo tratto dal suo libro omonimo edito da Caratelli, l’attore e comico Claudio Gregori torna in scena con il fortunato spettacolo AgGREGgazioni, testo che racconta con scanzonato stile da noir anni’40, la squallida parabola esistenziale di un ragazzetto della periferia romana.

E’ un insolito Greg, che va in scena in Via Giulia, accogliendo il pubblico con un monologo di Cechov, sul Danno del Tabacco, che lascerà poi spazio ad un detective filoamericano che conduce le sue indagini. Tra viscide sagrestie e sordidi locali notturni, si consuma un’ora di spettacolo e sottili ed irresistibili battute in pieno Greg-style.
Una parte di grottesco, due di cinismo, una spruzzata di salacità e due aggregati. Mescolare il tutto sorridendo di gusto.

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

Primo piano

“God’s Gonna Cut You Down” – la vena folkloristica del Reverendo Manson

“God’s Gonna Cut You Down”, che affonda le radici nel folk americano anni ’40, è la nuova cover del “Reverendo” Marilyn Manson

Sophia Melfi

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Dillo al vagabondo, al giocatore d’azzardo, al calunniatore. Dì loro che Dio li taglierà fuori

Dall’esplicita passione per il synth pop britannico al folklore americano anni ’40, il passo sembra essere stato piuttosto breve per Marilyn Manson. Il “Reverendo”, infatti, ha da poco pubblicato la cover di uno dei brani storici della tradizione musicale americana: “Run On” o “God’s Gonna Cut You Down”.

Il pezzo affonda le sue radici nel folk americano a cavallo tra gli anni ’30 e ’40 e, più precisamente, nel Negro Spiritual e nei canti popolari (precursori diretti del jazz) che gli schiavi neri intonavano per alleviare la fatica dovuta al duro lavoro nelle piantagioni degli stati sudisti.

Non è un caso che la prima registrazione del brano sia attestata tra il 1946 e il 1947, ad opera del Golden Gate Quartet, gruppo gospel formatosi nel 1934 in Virginia. Interessante notare come degli artisti contemporanei abbiano reinterpretato e rivisitato, “a propria immagine e somiglianza”, una canzone dai temi religiosi e sociali così delicati per la storia americana.

Le origini dello spiritual e del gospel risalgono all’inizio del seicento, nell’America della tratta atlantica attraverso la quale gli schiavi africani venivano deportati in massa nel Nuovo Mondo.

Ad attenderli, un Eden fatto di privazione di libertà, smarrimento e sofferenza.

Così la musica diventò strumento per esprimere quella libertà negata, alleviando il dolore e la fatica del lavoro duro e ripetitivo al quale gli schiavi erano sottoposti. Le work songs si fecero inno di speranza per una vita migliore e mezzo per esprimere la propria rabbia e frustrazione attraverso la creatività.

I canti erano, inoltre, un valido linguaggio in codice che permetteva agli schiavi di comunicare tra loro, utilizzando simboli come animali o figure bibliche per riferirsi ai proprietari terrieri senza rischiare di essere scoperti e quindi puniti.

E’ in questa circostanza che la religione cristiana comincia a fondersi, per necessità, con la musica popolare degli schiavi neri, ispirata ai valori e ai riti liturgici di quel credo (imposto dai proprietari) che diventavano metafora di libertà dalle ostili condizioni della vita quotidiana.

I testi, prevalentemente tratti dall’Esodo, dalla storia di Mosè e quindi riguardanti l’idea di un dio guerriero che distruggesse senza pietà i nemici dei suoi prescelti, infiammarono l’animo degli schiavi per i quali la teologia cristiana divenne strumento di liberazione.

Quando nel 1865, venne abolita la schiavitù, l’intero patrimonio dei canti religiosi afroamericani si combinò con le nascenti sonorità jazz e blues, dando vita al gospel: la parola di Dio ispirata alla Bibbia e al Vangelo

E così, anche questo canto di rivincita e ribellione, intento ad ammonire tutti coloro che perseverano nel limitare la libertà altrui, divenne progressivamente oggetto di interesse (si ricordi un’altra versione spiritual/jazz del gruppo afroamericano Jubalaires del 1947), e strumento di protesta, dieci anni dopo, ad opera di Odetta, “La voce del movimento dei diritti civili”.

Nel 1967, “God’s Gonna Cut You Down” venne registrato anche da Elvis Presley with the Jordanaires and the Imperials Quartet, confermando quel legame indissolubile che lega la musica country ai canti popolari degli stati dell’America del sud, fatta di violini, banjo e ballate di quella Old Time Music che continuava ad accendere gli animi di innumerevoli artisti.

Dal country al rock ‘n roll di interpreti come Johnny Cash (la cui versione risale al 2003), non a caso uno dei maggiori attivisti per i diritti dei nativi americani, fino alla reinterpretazione electro di Moby del 1999, si noti come un testo e una melodia apparentemente semplice e lineare siano stati tramandati, attraverso la musica, nella memoria dei posteri come simbolo di ribellione e resistenza di fronte al male di cui l’uomo sembra, da sempre, essere causa stessa.

In un’intervista del 1995, durante un dibattito televisivo, il giornalista Bill ‘O Reilly chiese a Marilyn Manson, in maniera provocatoria, quale fosse il messaggio delle sue canzoni. Manson replicò:

Essere se stessi e non avere paura di essere diversi o pensare diversamente. Cerco di prendere la morale comune e capovolgerla per vederla da un’altra prospettiva. Metterla in dubbio, non darla per scontato

Alla constatazione di ‘O Reilly del fatto che numerosi bambini, non seguiti a pieno dai genitori, interpretassero negativamente i testi e i look “bizzarri” di Manson, quest’ultimo rispose:

Tutto può essere interpretato in maniera errata. Le persone potrebbero vedere Gesù crocifisso e pensare: questa è un’immagine di violenza, ha un immaginario sessuale. Penso che come artista, il mio lavoro sia quello di toccare i punti deboli delle persone e fargli mettere in dubbio le cose

Ed è forse questo che Manson, come altri artisti prima di lui, hanno voluto sottolineare riproponendo la propria versione del brano “God’s Gonna Cut You Down”. Mai dare per scontati traguardi e patrimoni inestimabili come la libertà, per la quale l’uomo ha lottato sanguinosamente e continua a combattere in ogni epoca, società e cultura.

Bene, puoi lanciare il sasso e nascondere la mano. Lavorando nell’oscurità contro i tuoi simili. Ma sicuro come Dio che ci ha fatti neri e bianchi. Ciò che è nell’oscurità verrà portato alla luce“.

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Musica

Venditti & De Gregori di nuovo insieme per un evento unico nel cuore della Capitale

redazione

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Una storia comune e diversa, quella di due artisti che hanno segnato la musica italiana: Antonello Venditti e Francesco De Gregori tornano insieme il 5 settembre 2020 allo Stadio Olimpico di Roma per un evento musicale che si preannuncia imperdibile.

I due artisti cominciano a collaborare poco più che ventenni durante un viaggio in Ungheria, scrivono le loro prime canzoni insieme, per arrivare al comune esordio discografico con Theorius Campus dove Antonello incide “Roma Capoccia”, subito grandissimo successo, e Francesco “Signora Aquilone”. Un disco che sancì per entrambi l’inizio del proprio percorso artistico. Il resto è storia.

Due personalità differenti, ma affini. Due stature artistiche diverse, ognuna con la sua poetica. Dopo 50 anni Venditti & De Gregori tornano insieme protagonisti sul palco dello Stadio Olimpico di Roma, nella loro città, là dove tutto iniziò, nella cantina della loro musica.

I biglietti per l’evento saranno disponibili in prevendita dalle ore 16.00 di oggi, venerdì 22 novembre, sul sito www.ticketone.it e dalle ore 11.00 di venerdì 29 novembre nei punti vendita abituali. Per informazioni: www.friendsandpartners.it

(foto: Maria Laura Antonelli – Agf)

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Musica

Microchip Temporale 20 anni dopo: il nuovo disco dei Subsonica

Antonella Valente

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Venerdì 22 novembre 2019 uscirà “Microchip Temporale” (Sony Music),il nuovo album dei Subsonica.

A vent’anni dalla pubblicazione del disco che ha segnato in modo indelebile la scena musicale italiana, la band riavvolge il filo della storia. “Microchip Temporale” è una rielaborazione di “Microchip Emozionale” realizzato in complicità con 14 artisti che hanno oggi, per la maggior parte, l’età dei Subsonica di allora: Achille Lauro, Coez, Coma_cose & Mamakass, Cosmo, Elisa, ensi, Fast Animals and Slow Kids, Gemitaiz, Motta, Myss Keta, Nitro, Lo Stato Sociale e Willie Peyote.

Il primo brano ad anticipare il disco è stato “Aurora Sogna feat. Coma_Cose e Mamakass”, in cui le voci e le parole dell’apprezzatissimo duo milanese offrono una rilettura che arricchisce uno dei pezzi più amati dai fan dei Subsonica, regalando ad “Aurora” anche una voce femminile.

Da venerdì 8 novembre 2019 è disponibile in radio e su tutte le piattaforme digitali “IL MIO D.J.”, il singolo dei Subsonica nella nuova versione realizzata con Achille Lauro, estratto da “Microchip Temporale”. La band rimette mano al brano più “dance” e giocoso di Microchip Emozionale per realizzarne una lettura urban, groovosa e molto attuale, che coinvolge anche Pierfunk, primo bassista del gruppo. Achille Lauro entra in scena con sapiente glamour vandalico e la festa finisce “in questura”.

Il nuovo lavoro è un regalo per chi ha conosciuto, vissuto e amato “Microchip Emozionale”, un disco che ha accorciato le distanze tra la musica indipendente italiana e le produzioni internazionali, integrando elettronica, rock, dance, testi e melodia in una sintesi unica. Oggi “Microchip” viene completamente risuonato, rivisitato e arricchito dalla creatività e dalle parole di alcuni tra i più significativi protagonisti della scena attuale. Torna anche la ragazza giapponese con la pistola, la stessa Midori Tateno, in copertina 20 anni dopo a segnare il legame tra passato e presente.

Foto Chiara Mirelli

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